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Debito pubblico, tasse ed espropri: antichi vizi italici

Posted by on Feb 22, 2016

Debito pubblico, tasse ed espropri: antichi vizi italici

un altra gentile concessione del Dr. Ubaldo Sterlicchio che questa volta ci parla di come questa politica economica dell’Italia ha radici molto antiche, diciamo dalla Genesi………….

 

«Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. L’abilità consiste nel ridurre le spese, dando nondimeno servizi efficienti, corrispondenti all’importo delle tasse». In questi termini sentenziava polemicamente, ma anche con coerenza e competenza professionale, Maffeo Pantaleoni (1857-1924), illustre economista italiano, nonché ministro delle Finanze del Regno d’Italia nel 1919.

Infatti, nelle scuole e nelle università (evidentemente tranne che alla… Bocconi!) si insegna che i cittadini sono tenuti a pagare le tasse affinché lo Stato possa disporre delle necessarie risorse per assicurare il benessere della collettività. Imposte e tasse sono, pertanto, quel denaro che i cittadini hanno guadagnato, sudato, attraverso il proprio lavoro e che gli stessi versano nelle casse di quella persona giuridica, chiamata Stato, affinché quest’ultima possa sostenere le pubbliche spese.

Nell’Italia post-unitaria, purtroppo, i responsabili della res publica non sempre hanno diligentemente osservato questo principio.

Al contrario, nel 1860, al momento dell’invasione piemontese che porterà alla violenta unificazione manu militari della Penisola, l’erario del Regno delle Due Sicilie era il più prosperoso d’Europa, quantunque avesse il fisco più mite del Continente. Il sistema tributario borbonico era regolamentato da tre sole leggi e poneva il massimo rispetto per la proprietà e l’iniziativa privata, agevolando in ogni maniera la ricchezza di ognuno e, quindi, quella generale. L’unica «imposta diretta» esistente era la Fondiaria (gravante con la leggera aliquota del 10% sulla relativa rendita), mentre le «imposte indirette» erano sulla Dogana (sale, tabacchi, polveri da sparo, carte da gioco; tutte imposte di monopolio); sul Registro e Bollo; sulla Lotteria e sulle Poste. In Sicilia si pagava solo la Dogana.

Ai nostri antenati erano sconosciuti l’irpef, l’iva, l’irap, le accise, l’imu, la tarsu, le tasse di successione, quelle di proprietà e i tanti altri odiosissimi balzelli italici!

Tra il 1815 ed il 1860, nonostante le grosse difficoltà interne (una per tutte, ricordiamo che, in conseguenza dei moti carbonari del 1820-21, il Regno borbonico era stato per un lungo periodo occupato dagli austriaci e ciò aveva comportato un pesante gravame economico per le casse dello Stato, dovuto alle spese per il mantenimento dell’esercito di occupazione, costituito da ben 35.000 uomini), le aliquote di queste imposte non vennero mai aumentate, né furono istituite nuove tasse. Tuttavia, le entrate erariali risultarono sempre in espansione, in quanto crescevano con la crescita del benessere generale, come ebbe puntualmente a verificare, attraverso i suoi studi economico-finanziari, Giacomo Savarese (1807-1884).([1])

A tale riguardo, Vittorio Sacchi (1814-1899), commissario governativo piemontese, inviato a Napoli da Cavour quale segretario generale delle Finanze (incarico che ricoprì dal 1° aprile al 31 ottobre 1861), nel suo rapporto, riferiva «esser [il sistema tributario napoletano, n.d.r.] meno costoso che in Piemonte»; egli, infatti, ammirava la semplicità dei mezzi di riscossione, lodando il sistema di tesoreria e la direzione del debito pubblico. Tale impianto gli pareva così efficiente, che propose di «modellarvi il servizio del debito pubblico nazionale». Sacchi definì, quindi, «mirabile il meccanismo finanziario del Regno di Napoli», aggiungendo che «nei diversi rami dell’amministrazione delle finanze napoletane si trova(va)no tali capacità di cui si sarebbe onorato ogni qualunque più illuminato governo…».([2])

Diversamente da quanto avveniva al Sud, nel Regno di Sardegna (insignificante staterello posto ai piedi delle Alpi, che si arrogherà il diritto di «fare l’Italia»), in soli 6 anni (tra il 1° febbraio 1850 ed il 13 febbraio 1856), furono emanate ben 22 leggi che aumentarono la pressione fiscale attraverso l’imposizione di nuove tasse e l’aumento delle aliquote per i tributi già esistenti.([3]) Questo malvezzo fu puntualmente ereditato (nihil sub sole novi!) dallo Stato italiano, sia monarchico che repubblicano.

Ma, ad onor del vero, è doveroso ricordare che quello dell’unità d’Italia fu solo un vergognoso pretesto, utilizzato dall’usurpatore Vittorio Emanuele II di Savoia, per cacciare i legittimi

sovrani e saccheggiare le ricchezze degli altri Stati della Penisola (in primis, quelle del florido Regno delle Due Sicilie), al fine di evitare la bancarotta del misero e fallimentare Piemonte che, all’epoca, era indebitato fino al collo, a causa delle gravosissime spese sostenute per la dissennata politica militarista e guerrafondaia del megalomane Cavour. Infatti, fra il 1859 ed il 1861, il debito pubblico piemontese aveva raggiunto i 2 mila milioni di lire, una cifra astronomica per quei tempi, specialmente per un piccolo Stato come quello sabaudo.([1]) Pertanto, i Savoia pensarono furbescamente di colmare il deficit di bilancio incamerando i beni degli Stati conquistati. In realtà, «senza il saccheggio del risparmio storico del Paese borbonico, l’Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla stessa risorsa faceva assegnazione la Banca Nazionale degli Stati Sardi. La montagna di denaro circolante al sud avrebbe fornito 500 milioni di monete d’oro e d’argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui la banca d’emissione sarda, che in quel momento ne aveva soltanto per 100 milioni, avrebbe potuto costruire un castello di carta-moneta bancaria alto 3 miliardi…», scriveva Nicola Zitara (1927-2010), per poi così concludere: «insomma, per i piemontesi, il saccheggio del Sud era l’unica risposta a portata di mano, per tentare di superare i guai in cui s’erano messi». Il Sud fu in tal modo costretto a pagare tutte le spese di guerra del Piemonte; anche quelle sostenute per combattere i meridionali stessi!([2])

Con il nuovo Stato unitario, vi fu poi l’imposizione di nuovi ordinamenti e di nuove leggi, nonché di nuove e più gravose tasse che, nel loro insieme, assunsero i connotati di vere e proprie confische; furono colpiti i patrimoni delle famiglie con sistematica rapacità, per ricavare denaro ovunque.([3]) Ed anche se non era stata ancora inventata Equitalia, innumerevoli furono gli espropri, soprattutto al Sud, a carico di coloro che non potevano pagare.

I re Borbone, al contrario, non avevano mai consentito (e, forse anche, neppure… pensato) che lo Stato potesse appropriarsi dei beni del popolo!

Francesco Saverio Nitti (1868-1953) peraltro affermò inequivocabilmente: «Ciò che è certo è che il Regno di Napoli era nel 1859 non solo il più reputato d’Italia per la sua solidità finanziaria, ma anche quello che, fra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni. Scarso il debito; le imposte non gravose e ben armonizzate; semplicità grande in tutti i servizi fiscali e nella Tesoreria dello Stato».([4])

Come le ricchezze finanziarie del Regno della Due Sicilie erano più consistenti di quelle piemontesi, anche il debito pubblico era più modesto: 59,03 lire pro-capite per i regnicoli borbonici, rispetto alle 261,86 lire pro-capite per i sudditi sabaudi.([5]) Pertanto, a seguito della fusione, i meridionali dovettero pagare anche il debito pubblico piemontese, che era 4 volte superiore a quello delle Due Sicilie.([6])

Per estinguere poi la montagna di debiti allegramente contratti dal conte di Cavour fra il 1850 ed il 1861, si rese necessario imporre a tutti gli italiani, dalle Alpi alla Sicilia, sacrifici che ovviamente dissanguarono le classi popolari, cioè quelle più deboli!

Nel 1871, appena dieci anni dopo l’unificazione, Quintino Sella (1827-1884), ministro delle Finanze del Regno d’Italia, dovette suo malgrado ammettere che il fisco italiano risultava il più gravoso del mondo, poiché assorbiva… un quinto [vale a dire, appena il 20%!] del reddito nazionale.

Quanto assorbe attualmente il fisco italiano?([7])

L’agognato pareggio di bilancio fu raggiunto nel 1876 (sempre ad opera di Quintino Sella) grazie all’odiosa imposizione sul macinato ed alle economie sulle spese militari. Ma durò pochissimo: già nel 1888 la sola spesa per la Marina militare ammontava a 158 milioni di lire, oltre un decimo della spesa globale dello Stato.([1])

La politica dello Stato borbonico, invece, era stata sempre rivolta al mantenimento dell’autentico benessere dei sudditi, piuttosto che al profitto di pochi; la qual cosa trovava il riscontro più evidente ed incontrovertibile nella disoccupazione praticamente inesistente;([2]) ciò significava la concreta possibilità, per tutti, di lavorare e di vivere in modo decoroso e libero (come il gran numero degli artigiani, con casa propria attigua alla bottega).([3])

A questo punto, è estremamente interessante ascoltare lo storico napoletano Giacinto de’ Sivo (1814-1867), il quale così descrisse le condizioni generali del Regno delle Due Sicilie prima dell’unità d’Italia: «Commercio, arti, lettere, morale, culto, sicurezza, agiatezza, industria, scienze aveva in copia (…) la vita lieta e a buon mercato, piena di ricreazioni e godimenti era; chi non si impicciava di sétte era civilmente liberissimo, e poteva far quello che voleva (…); qui tenui le statistiche dei delitti: raro l’omicidio, pochi i poveri, la fame quasi male ignoto; la carità religiosa e privata, comunale e governativa provvedeva; non carta moneta, tutto oro e argento, poche tasse, poche privazioni, con poco si godeva tutto. Facile il lavoro, lieve il prezzo, molte feste popolari, rispetto ai gentiluomini, giustizia, tutela, sicurezza per tutti, ordine sempre. Nella somma delle cose il reame era il meglio felice del mondo; e quanti vi arrivavano stranieri si arricchivano, e i più restavano. La popolazione in quarant’anni crebbe d’un quarto», concludendo quindi che: «La Patria nostra era il sorriso del Signore. La Provvidenza la faceva abbondante e prospera, lieta e tranquilla, gaia e bella, aveva leggi sapienti, morigerati costumi e pienezza di vita, aveva esercito, flotta, strade, industrie, opifici, templi e regge meravigliose, aveva un Sovrano nato napoletano e dal cuore napoletano. L’invidia, l’ateismo e l’ambizione congiurarono insieme per abbatterla e spogliarla».([4])

E fu in questo modo che, fra la primavera del 1860 e l’inverno del 1861, morì (a tradimento) il Regno delle Due Sicilie e nacque (malissimo) l’Italia, uno Stato militarista, poco democratico e fondato sulle ruberie, sulla corruzione, sugli scandali, sulle tangenti e sulle tasse.

Ma l’Italia dei giorni nostri, rispetto a quella dell’epoca in cui fu unificata, è da ritenersi senza dubbio peggiore! Oltre ad essere sempre affetta dai mali atavici già citati, essa viene ora assiduamente dissanguata da un «fisco vampiro», che sottrae ai contribuenti enormi risorse per soddisfare la voracità delle dominanti lobby finanziarie (italiche e straniere). Queste, attraverso il perverso espediente del c.d. signoraggio bancario, hanno infatti artatamente creato una fetida piaga economico-sociale: la truffa del debito pubblico. Si pensi che, per pagare i soli interessi generati da questo assurdo debito, lo Stato italiano deve far affluire annualmente, nelle casse della Banca Centrale Europea (una S.p.A. privata!), ben 85/90 miliardi di euro; la qual cosa viene principalmente assicurata attraverso un pesante prelievo fiscale, oltre che con la svendita di preziosi beni nazionali; attività quest’ultima che, eufemisticamente, va sotto il nome di… «privatizzazioni».

Il signoraggio bancario è una truffa monetaria e psicologica alla quale tutti noi, purtroppo, siamo soggetti. Tecnicamente, esso è il lucro che si genera con la creazione della moneta, la cui entità è data dalla differenza tra il «valore nominale» ed il «valore intrinseco» della moneta stessa. Nello specifico caso dell’euro, il signoraggio concerne le banconote, cioè la carta-moneta stampata dalla Banca Centrale Europea; tale lucro viene introitato dalla medesima Banca di emissione e redistribuito fra i suoi azionisti.

Questo diabolico, perverso e truffaldino sistema funziona nel modo seguente:

– la BCE (Banca europea di emissione, rispetto alla quale la Banca d’Italia è stata declassata al rango di semplice «filiale»!) crea dal nulla il denaro (la carta-moneta viene prodotta all’irrisorio costo di pochi centesimi di euro per banconota!) che, peraltro, non è più garantito da riserve auree, da beni o da valori di sorta;
– la BCE immette questo denaro sul mercato finanziario in misura del suo valore nominale, «estrinseco» (la cifra scritta sulla banconota) e non di quello «intrinseco» (il costo effettivo del «pezzo di carta» stampato), prestandolo in tal modo alle banche private gravato da un

leggero «tasso di sconto» (interesse attualmente pari ad appena lo 0,50% del valore nominale);

– lo Stato, per approvvigionarsi della carta-moneta, è costretto a rivolgersi al mercato finanziario (vale a dire: alle banche private), laddove il denaro, oltre a venirgli addebitato in misura del suo «valore nominale», ha un costo (interessi) ben superiore all’irrisorio tasso di sconto dello 0,50%;

– sul mercato finanziario, il costo del denaro (interessi) è tanto più elevato quanto più lo Stato acquirente sia ritenuto inaffidabile, perché maggiormente indebitato e, quindi, finanziariamente debole;

– per lo Stato italiano, l’attuale costo del denaro non è inferiore al 6-7% del suo «valore nominale»;

lo Stato, in questo modo, si indebita, garantendo il credito così creatosi in favore delle banche prestatrici, attraverso l’emissione dei cc.dd. «titoli del tesoro», Bot, Cct;

– ovviamente, questi «pagherò» emessi dallo Stato, alla loro scadenza, dovranno essere ripagati unitamente agli interessi maturati [ora mi chiedo: ma la soluzione più ovvia ed intelligente non sarebbe invece quella di emettere in proprio – gratis! – il denaro necessario, evitando di indebitarsi con dei soggetti privati?!?];

– tuttavia, poiché la BCE non stampa la carta-moneta occorrente per pagare gli interessi, lo Stato debitore è costretto a ricorrere nuovamente allo strumento del prestito, in una viziosa spirale senza fine, dalla quale non si intravede alcuna via di uscita;

– i fatti parlano chiaro: in tal modo, il debito pubblico non farà altro che aumentare inesorabilmente, fino diventare inestinguibile, eterno!([1])

Giustamente, Antonella Randazzo afferma che «Le banche indebitano gli Stati senza dare nulla se non pezzi di carta stampati. E i popoli si impoveriscono per pagare il debito pubblico che in realtà è una truffa».([2]) Wright Patman (1893-1976), dal canto suo, osservò: «Non ho ancora incontrato nessuno in grado, attraverso la logica e la ragione, di giustificare il governo che prende in prestito l’uso del proprio denaro. Credo che verrà il tempo in cui la gente chiederà un cambiamento. Credo che in questo Paese [gli U.S.A., n.d.r.] verrà il tempo in cui la gente criticherà voi e me e tutti quelli coinvolti nel Parlamento per non aver fatto niente e per aver permesso la continuazione di un sistema tanto idiota».([3])

Purtroppo, quantunque la truffa sia così evidente, l’assuefazione a questo sistema è diventata talmente forte che la gente non si rende conto di esserne vittima; è esattamente ciò che, già nel lontano 1863, profetizzò Jacob Rothschild (1792-1868), affermando inequivocabilmente che «Pochissimi capiranno il sistema, e quelli che lo capiranno saranno occupati a sfruttarlo per far soldi. Il pubblico probabilmente non capirà che è contro il suo interesse».([4])

Di recente, anche Paul Krugman, premio Nobel 2008 per l’Economia, ci ha onestamente messi in guardia con l’affermare che «Adottando l’Euro, l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica».

I privati cittadini, poi, qualora richiedano un prestito bancario, devono assicurare il proprio debito attraverso garanzie reali, vedendosi così ipotecati terreni, case, proprietà varie che, in caso di insolvenza (peraltro fortemente auspicata dalle Banche creditrici!), finiranno nelle mani dei banchieri. Si consideri che, solo negli ultimi tre anni, Equitalia ha pignorato ai cittadini italiani ben 426 mila abitazioni.

Ed, in relazione a quanto appena enunciato, Sir Josiah Stamp (1880-1941), vecchio governatore della Banca d’Inghilterra, giustamente affermò che «Dare alle banche la possibilità di creare la moneta è come darsi in schiavitù e pagarsela pure!!!».

Ma l’attuale amara realtà italiana è ancora più grave sotto il profilo politico-sociale.

Infatti, poiché la moneta non viene emessa dallo Stato italiano, sono le Banche – e non la Politica! – a governare il Paese. I nostri politici (tutti, nessuno escluso!) sono asserviti ai banchieri. Assurdità questa che non si verificherebbe qualora la carta-moneta venisse stampata dallo Stato, alla stessa stregua di come avviene per le monete metalliche (coniate dalla Zecca e, quindi, emesse dallo Stato), oppure di come avveniva per i vecchi biglietti di

stato da 500 lire a corso legale, fatti emettere da Aldo Moro negli anni ’60 e ’70 del XX secolo.([1])

Grazie al pieno esercizio di questa prerogativa costituzionale, che si chiama «sovranità monetaria», lo Stato non sarebbe più ricattabile da parte di un organismo privato extranazionale (quale è la BCE) che, peraltro, non è sottoposto ad alcun controllo politico. Infatti, gli amministratori della Banca Centrale Europea sono svincolati dai Governi, non rispondono penalmente e civilmente a nessuno, e godono addirittura di immunità superiori a quelli degli stessi parlamentari europei.

La truffa è tutta qui, mentre la soluzione è una sola: lo Stato deve riappropriarsi della «sovranità monetaria»([2]) (sancita e garantita dall’art. 1, comma 2, della Costituzione della Repubblica italiana) e basare il funzionamento del sistema monetario non più sul debito pubblico, ma solo ed esclusivamente sulla ricchezza reale del Paese; per intenderci, quella che viene prodotta quotidianamente attraverso il lavoro.

Alla consequenziale domanda: «se la moneta venisse emessa dallo Stato e non fosse quindi legata al debito (nonché aggravata dai relativi interessi), ma appartenesse alla collettività che produce ricchezza e fosse pertanto resa disponibile senza creare nuovo debito, che cosa accadrebbe?», chi scrive ritiene di poter fornire le seguenti plausibili risposte.

Come prima conseguenza, il debito pubblico sparirebbe di colpo; come seconda conseguenza, dal bilancio statale sparirebbe anche il «passivo» dei sopra menzionati 85/90 miliardi di euro, in media pagati ogni anno per gli interessi sul debito; come terza conseguenza, non si pagherebbero più tasse per un bel po’, oppure le aliquote delle stesse diverrebbero bassissime; come quarta conseguenza, il denaro non dirottato (a fondo perduto!) nelle tasche dei detentori dei «titoli del tesoro» verrebbe destinato alla spesa pubblica, per la realizzazione di opere infrastrutturali, per restituire dignità alla Scuola, per assicurare in maniera ottimale i servizi essenziali (che oggi sono considerati un peso), primi fra i quali quelli relativi alla Sanità, alla Giustizia, alla lotta alla criminalità; come quinta conseguenza, lo Stato pagherebbe con la massima puntualità le imprese creditrici e l’economia italiana ripartirebbe immediatamente; come sesta conseguenza, la disoccupazione verrebbe ridotta in misura drastica; come settima conseguenza, non ci sarebbero più imprenditori o padri di famiglia suicidi per insolvenza; ma soprattutto cambierebbero le condizioni legate alle emissioni di denaro, non più tendenti al lucro aziendale dell’ente emittente, ma tendenti a soddisfare i fabbisogni sociali.

In conclusione, la vita del nostro Paese diventerebbe migliore!

Tutto questo resterà solo un sogno, o potrebbe quanto prima tradursi in realtà?

 

dott. Ubaldo Sterlicchio

 

ps: l’articolo completo con le note potete scaricarlo qui Debito pubblico, tasse ed espropri, antichi vizi italici

note a margine dell’autore:

E’ doveroso tuttavia precisare che l’articolo risale al 2013, ragione per la quale alcuni dati risalgono a quell’epoca e non sono aggiornati (in particolare, si parla di 85-90 miliardi di euro di interessi annui sul debito pubblico, mentre oggi siamo a quota circa 100 miliardi annui; nel 2013 il tasso di sconto, con il quale la BCE prestava il denaro alle banche, era dello 0,50%, mentre oggi esso è pari allo 0,25%; sempre all’epoca, in base allo spread, lo Stato italiano pagava gli interessi su debito pubblico in misura del 6-7% del suo valore nominale, mentre oggi esso è pari al 3-4%).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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