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Della necessità degli ebrei italiani all’epoca del Rinascimento. Strategie della diversità all’alba della modernità

Posted by on Ott 9, 2017

Della necessità degli ebrei italiani all’epoca del Rinascimento. Strategie della diversità all’alba della modernità

Perché gli ebrei hanno potuto stabilirsi durevolmente in certe città italiane all’epoca del Rinascimento? Per dei cristiani, che vedevano in essi un “popolo deicida”, la loro presenza era una cosa anormale, imbarazzante. Di certo c’erano delle ragioni più pragmatiche, politiche o economiche, a questo sentimento di repulsione.

Però il più spesso si trattava di un vero senso di ortodossìa cristiana da parte di quelli che vedevano vicino il giorno del giudizio di Dio; senso tanto più vivo in quanto i Padri degli ordini mendicanti accusavano gli ebrei di essere degli “usurai, nemici dei poveri, dunque doppiamente odiosi”, istigando, con infiammati sermoni, le passioni della plebaglia.

Perché, dunque, vi è stata tolleranza, in centinaia di località? La Penisola dei secoli XIV e XV era ancora composta da una moltitudine di entità più o meno autonome: signorìe, pricipati, città, vescovadi, eccetera, che si facevano concorrenza per attirare a sè ricchezze ed uomini di valore. Gli ebrei non erano, dunque, i soli a migrare, alla ricerca del rifugio più  redditizio  o il più sicuro. Però, dato che certe porte restavano chiuse a loro, essi subivano con tanto più rigore la legge dell’offerta e della domanda sul mercato della cittadinanza.

Di più  la concezione che si aveva della povertà era molto differente da quella che appare oggi nei discorsi delle buone anime e dei politici più o meno disinteressati. I poveri erano necessari ai ricchi perché questi si assicurano, con l’elemosina, l’assoluzione, la remissione dei  peccati commessi. In queste condizioni, i governanti non avevano da occuparsi dei poveri. Però la povertà non creava meno problemi, sia dal punto di vista morale sia dal punto di vista dell’ordine pubblico. Qui interviene la “necessità degli ebrei”.

Per noi, non si tratta del sillogismo abituale, rifritto un poco dappertutto: poiché l’usura è proibita dall’autorità papale e il prestito al consumo è nondimeno necessario, è inevitabile tollerare gli ebrei, una sorta di “modus vivendi”, perché essi assicurino il mestiere di usuraio. Questa logica non vale nulla per la semplice ragione che i prestatori ebraici, assieme usurai ed ebrei, ponevano ai cristiani un problema ancora più complicato di quello che incontravano con  creditori cristiani.  Del resto i monti di pietà sono stati giustamente inventati e sviluppati per provare a risolvere il problema dei prestiti tra cristiani.  Essi finirono per imporsi così bene che resero superflua l’attività bancaria degli ebrei, generando un “soffocamento economico” di questi ultimi, non più insostituibili, come piccoli prestatori per i bassi ceti cittadini in tempo di bisogno. La condizione degli Ebrei dunque peggiorò gravemente, costringendoli ad andare via. La loro partenza, però, portava ad un crollo della vita economica.

Il vero interrogativo è sapere perché la soluzione dei monti di pietà tardò talmente ad imporsi. La risposta è che questi governanti, come la società cristiana intera, si purificavano del desiderio inconfessabile di lasciar perpetuare la povertà offrendo il palliativo dei prestatori ebraici.

Così la necessità degli ebrei veniva ad incastrarsi nella necessità dei poveri. Gli ebrei erano necessari ai cristiani per far brillare la ricchezza (spirituale e materiale) dei cristiani in contrasto con la loro miseria materiale e spirituale; essi erano necessari per fornire, con la loro conversione finale, la realizzazione del trionfo della Chiesa sulla Sinagoga, del Bene sul Male, di Dio su Satana. Ne deriva la loro associazione con altre categorie disonorevoli in una supplica al pontefice Pio V, in data 13 luglio 1566, affinche Sua Santità tolleri gli ebrei, gli adulteri e le prostitute: “Gli uni come testimoni della sua santa legge, gli altri perché esiste al mondo cattiva gente per l’esaltazione dei buoni”. Se il vizio fosse stato estirpato, la venuta stessa del Signore sarebbe stata superflua! Si vede bene quello che aveva di specioso una tale argomentazione, poiché gli ebrei furono interdetti in centinaia di altre città italiane. Niente di francamente utilitario da parte dei cristiani, a parte le esigenze della mentalità e della psicologia dell’epoca, avrebbe potuto sostenere l’idea della necessità degli ebrei. Strumenti di conservazione di un ordine sociale  di oppressione dei poveri, gli ebrei avrebbero evidentemente fatto meglio a cercare la maniera di sottrarvisi, dato che i vetusti “loci talmudici” proibivano semplicemente il prestito ad usura ai cristiani.

Però, quando i responsabili delle comunità presero coscienza del pericolo, era già troppo tardi.

Che il Mezzogiorno abbia fatto parte, per duecent’anni, delle Spagne e della monarchia federale iberica è un dato di fatto incontrovertibile. E’ singolare che nel reame di Napoli, nonostante il bigottismo imperante, si riuscì, per lungo tempo, a non fare introdurre l’Inquisizione. Lo stesso approccio alla “questione ebraica” fu diverso rispetto  alla Castiglia e all’Aragona, dove gli ebrei furono decimati dalla peste nera e dai moti antisemiti. Molti di essi, nel XIV secolo,  trovano la salvezza in una conversione, almeno in apparenza, nella fede cristiana. Li si chiama “conversos” o “marranos” (porci)  ed essi continuano a praticare clandestinamente la loro fede e i loro riti. Reputati ricchi, influenti, questi “cripto-giudeizzanti” saranno presto accusati di minacciare l’integrità del reame. Per i sovrani cattolici spagnoli, Isabella I di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona, e per l’inquisitore generale di Spagna, Tomas de Torquemada, di un rigore estremo, che hanno forzato la mano del pontefice al fine di riorganizzare l’Inquisizione, gli ebrei sono vittime designate. Si stima a 2000 almeno, in Spagna, il numero dei “conversos” che sarebbero periti con il fuoco e a 15.000 quelli che sono stati puniti con un qualunque castigo (presa di beni o prigione), prima che il potere reale non giudichi più sbrigativo di espellere, il 31 marzo 1492 (dando inizio così alla diaspora sefardita), tutti gli ebrei residenti in Spagna, centinaia di migliaia, avvenuta in seguito ad un decreto, indice di ottusità, poiché gli ebrei erano parte integrante della società spagnola e vi contribuivano fortemente sotto il profilo sia economico che intellettuale. Si racconta che il sultano dell’Impero Ottomano si dichiarasse sorpreso esprimendosi in questi termini: “Curiosi questi sovrani spagnoli. Impoveriscono il loro regno ed arricchiscono il mio”..

Recentemente le Cortes, la Camera dei deputati spagnola , hanno compiuto un gesto nobile riconoscendo ai discendenti degli ebrei espulsi nel 1492 il diritto ad ottenere la cittadinanza spagnola e la colossale  ingiustizia perpretata nei confronti di intere comunità eliminate dal genocidio o spinte con violenza sulle strade dell’esilio.

A dire il vero una “questione ebraica” nel Meridione d’Italia, come in tutta Italia, non è mai esistita, per la riluttanza all’antisemitismo dei meridionali, come degli italiani in genere, sia perché le minoranze ebraiche, pur molto attive sul piano commerciale, non ebbero mai l’importanza culturale che avevano nella Spagna precedente il 1492 o nella Germania degli ultimi due secoli. Nel Mezzogiorno del Quattrocento e aragonese non fiorirono filosofi e teologi del calibro di Maimonide, viaggiatori famosi come Benjamin de Tudela, lirici come don Santob del Carrion. Il livello culturale delle colonie ebraiche doveva essere modesto, senza personaggi di spicco, anche se superiore a quello medio della popolazione cristiana, in gran parte analfabeta, mentre gli Ebrei, come dovunque, erano una minoranza alfabetizzata.

Gli Ebrei nel sud dell’Italia erano probabilmente penetrati al seguito dei Greci, ancor prima della conquista romana della Palestina da parte di Pompeo, come dimostra l’abbandonato cimitero ebraico di Venosa, che ha alimentato la leggenda di un Orazio di origine ebraica, oltre che figlio di liberto.

Prima del Cristianesimo ed anche nei primi decenni dell’era volgare dovevano essere più diffusi nel Sud che nel Nord d’Italia: a causa della politica spagnola, pur meno dura che nella madrepatria, dovevano quasi   scomparire, mentre gli stessi loro confratelli sefarditi, esuli dalla Spagna, quando non fuggirono nei Balcani o in Turchia, preferirono rifugiarsi a Livorno, ad Ancona, a Ferrara, a Trieste, a Venezia ed in tutte le località italiane non soggette all’amministrazione spagnola.

Anche se non c’era antisemitismo vero e proprio, delle incomprensioni dovevano pur serpeggiare, tanto che Ferrante d’Aragona, nel 1466, concesse dei capitoli ai Giudei e ai “cristiani novelli” del reame.

Erano, in fondo, provvedimenti analoghi a quelli che nelle stesse Castiglia ed Aragona, ogni tanto, i sovrani promulgavano a tutela delle minoranze ebraiche per proteggerle da incipienti “progrom” popolari (terribili, a tal riguardo, i moti del 1391) e per risolvere i problemi che si creavano tra Ebrei e convertiti o “Cristianos nuevos” e i “Cristianos viejos”.

I capitoli erano stati concessi dopo una guerra quinquennale, promossa dal principe di Taranto, Giovan Antonio Del Balzo, ed appoggiata da uno dei tanti pretendenti angioini, foraggiati dalla Francia. Gli Ebrei erano costretti a prendere le parti dell’uno o dell’altro e mal gliene incoglieva, se, alla fine, si trovavano nel campo dei vinti.

Per motivi del genere, a Lecce era stata assalita la giudecca e la città di Bisceglie aveva chiesto che non vi abitassero né Ebrei, né eretici, né cristiani nuovi.

I capitoli di  Ferdinando I (o Ferrante), re di Napoli, mirano a sanare tali precedenti lacerazioni e si inseriscono, del resto, in quel quadro di pluralismo culturale e religioso che contraddistinse anche la Spagna, almeno da Alfonso X, il Saggio, sino ai sovrani cattolici. Nei capitoli, infatti, si concedono a tutti, “tam Cristianis quam Iudeis”, il perdono e la conferma di tutte le singole prerogative, in quanto avevano cooperato alla riconquista della Calabria meridionale con cospicui contributi in denaro, molto utili per le finanze del regno, sempre bisognose di entrate. Dietro loro richiesta, gli Ebrei ottennero di essere solo nella giurisdizione del re e di suo figlio, don Alfonso, escludendo, dunque, quella dei feudatarii locali, soprattutto dei vescovi locali e persino di qualche loro correligionario, come tal Lazaro Giudeo. Vi fu, però, qualche eccezione, come il vescovo di Cosenza e lo stesso vescovo di Reggio non rinunciò alla sua giurisdizione sugli Ebrei fino alla partenza, nel 1511, di questi dalla città.

Il pontefice Clemente VII, nel 1533, concesse agli Ebrei, di certo non amati, l’immunità dalla giurisdizione dell’Inquisizione, privilegio confermato dal papa Paolo III.

Ci fu, però, un mutamento della politica pontificia con Giulio III, che impose, nel 1550, una vigesima su tutte le proprietà israelitiche della provincia di Campagna e nell’agosto del 1554 gravò tutte le sinagoghe dell’onere di contribuire alle spese per la nuova casa dei catecumeni, e, soprattutto, con Paolo IV, che con la bolla “Cum nimis absurdum”, del 14 luglio 1555, impose agli Ebrei residenti nelle terre della Chiesa degli obblighi: quello di abitare, tutti, in un’unica strada o in un gruppo di strade limitrofe, ben separate da quelle dei cristiani, chiuse da un portone, facilmente controllabili; il divieto di possedere beni immobili, con conseguente obbligo di cedere ai cristiani le loro proprietà; l’esclusione da ogni attività commerciale, ad eccezione di quella degli abiti usati e della roba vecchia; l’obbligo di ridurre al 12% l’interesse dei prestiti da loro effettuati. I cristiani non potevano fornire prestiti a tassi concordati per divieto religioso. Altre limitazioni consistevano nell’obbligo di portare un segno distintivo (spesso gialli) e nel divieto di avere servitori cristiani e di esercitare l’attività medica verso i cristiani.

Ad Itri  il portone veniva serrato la sera da custodi cristiani a ciò deputati e aperto la mattina. Tutte le uscite e le finestre che davano all’esterno del ghetto dovevano essere murate. I custodi ne dovevano sorvegliare gli ingressi. Il quartiere chiuso era per gli ebrei un vero e proprio domicilio coatto. Se qualcuno di essi fosse stato trovato fuori, la notte, sarebbe stato multato in maniera crescente la prima e la seconda volta, per cui si può affermare, senza ombra di dubbio, che la condizione dell’ebreo nel centro aurunco fu sempre alquanto precaria e non vi si costituì mai una comunità florida, perché confinata alla pratica del prestito ad interesse su pegno. La proibizione dell’usura, applicandosi ai soli cristiani, non la riguardava, per cui essa ne approfittava, sicuramente abusandone. Gli itrani ricorrevano agli ebrei soltanto in caso di bisogno. La necessità che induceva i clienti a bussare alla loro porta consentiva di spremerli a piacimento. I privati in ristrettezze finanziarie erano sempre certi di trovare presso di loro un aiuto, la cui urgenza costringeva a non badare al prezzo. Il prestito contratto presso un ebreo presentava pure l’apprezzabile vantaggio di restare segreto.

 

Alfredo Saccoccio    

(179 righe-Inedito)

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