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“DIARI DELLA CITTA’ DI VENAFRO 1860-1861”

Posted by on Ago 9, 2018

“DIARI DELLA CITTA’ DI VENAFRO 1860-1861”

“DIARI DELLA CITTA’ DI VENAFRO 1860-1861” di Niccola NOLA Suddiacono- Testimonianze inedite dei primi due anni dell’Unità d’Italia – a cura di Antonio D’Ambrosio -Palladino Editore

NOTA DEL CURATORE – PAG 9-22
Alcuni anni or sono mi accingevo alla ricerca di documentazione inedita sul brigantaggio molisano e di altre notizie ad esso correlate. Più l’indagine andava avanti, più mi accorgevo che le informazioni esistenti erano state pubblicate oltre ogni misura lecita ed in modo oltremodo frammentario. Ogni cultore di storia, in riferimento al proprio territorio di appartenenza, aveva scritto di azioni brigantesche, ma mai si era avuta, relativamente al Molise, una ricerca con relativa pubblicazione al seguito sulle azioni di brigantaggio che caratterizzarono, a partire dal primo decennio del 1860, sotto il profilo storico, economico e sociale, il Mezzogiorno d’Italia e l’Unità della nazione.
In seguito alla morte del compianto professor Gennaro Morra chiesi a suo nipote, Franco Valente, se lo zio, nel corso della sua vasta attività culturale, avesse anche, in qualche modo, reperito documenti inediti sull’argomento a cui ero interessato.
Franco ricordava che molta della documentazione posseduta dallo zio venne donata alla biblioteca Comunale di Venafro, e da li il passo successivo fu breve.
Ci mettemmo subito a cercare in biblioteca, tra i documenti del fondo Morra. Di briganti e brigantaggio non trovammo molto, ma tra le mani mi capitarono due voluminosi tomi, in fotocopia, di un Diario di un certo Niccola Nola, suddiacono di Venafro, personaggio fino ad allora a me del tutto sconosciuto. L’unica ipotesi che da subito azzardai era quella che il suddiacono potesse appartenere all’attuale famiglia Nola di Venafro; e così fu. Ma la vera sorpresa la provai nell’aprire i Diari e dal venire a diretta conoscenza del loro contenuto. Con minuzia certosina i volumi raccontavano, infatti, tutti gli avvenimenti e gli accadimenti storici e personali del suddiacono Nola intercorsi a Venafro in particolare, e in Italia in generale, dal 1860 al 1861.

Ma la produzione del Nola non si limitava a questi tomi. In altri diari, infatti, egli riportava tutte le vicende accadute dal 1859 al 1868; lavori, però, che non sono presenti nel fondo Morra, bensì nella biblioteca privata di Vittorio Nola, suo discendente, insieme ad altri volumi – sempre prodotti dalla penna del Nola – inerenti la Città di Venafro, e che Vittorio, uomo di cultura, amante della sua Città e della sua storia, ha gentilmente messo a mia disposizione.
Questi Diari, ed altri scritti, pur non inerendo ai fatti che all’epoca sconvolsero l’Italia, sono di altrettanto interesse storico. Essi rappresentano, infatti, sia un valido supporto alla piena comprensione dello svolgersi della vita, all’epoca, nel Regno delle Due Sicilie, sia alla conoscenza di fatti, uomini, e cose su, e di, Venafro. Una indubbia e inestimabile fonte di informazione per gli studiosi della Città di Venafro.

L’esame dei due Diari, quelli inerenti gli anni 1860 e 1861, ha richiesto una prima fase di impiego consistita nella totale trascrizione dei medesimi da parte di mie valide collaboratrici – divenute, nel tempo, esperte nel decifrare la grafia del Nola -, ma il completamento dell’opera ha richiesto l’impiego di altri due anni, necessari per un’attenta rilettura dei medesimi.
Ultimato il lavoro di trascrizione scoprii che, almeno in parte – relativamente ai fatti del 1861 – questo impegno della trascrizione era stato intrapreso, a suo tempo, dal Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana Gennaro Nola, pronipote di Niccola e padre di Vittorio, nonché amico intimo di Morra. Questo spiega anche il motivo della presenza in biblioteca, a Venafro, nel fondo Morra, delle fotocopie dei Diari.

Per onestà intellettuale, e per la complessità e la vastità del lavoro eseguito, è d’obbligo segnalare al lettore che la trascrizione effettuata, pur nella sua totale fedeltà al testo, presenta qua e là piccole lacune. Alcune parole, infatti, incomprensibili perché scarsamente leggibili, sono state oggetto di una sorta di reinterpretazione basata sul contesto descritto nel volume. In altri casi, invece, la totale decifrabilità di periodi mi ha in un certo senso costretto a lasciare delle parti in sospeso.
Al contrario, laddove è stata rilevata la presenza di parole, periodi o verbi, utilizzati in modo erroneo, ho ritenuto opportuno non intervenire proprio per far sì, in primis, che il lettore potesse meglio comprendere il linguaggio in uso nel Regno napoletano e a Venafro prima dell’Unità d’Italia; in secondo luogo per non andare a ledere la freschezza, l’autenticità e l’immediatezza della testimonianza.
La scelta di questa impostazione – pur nella consapevolezza che potrebbe rappresentare qualche oggettivo limite alla lettura – mi è stata, in un certo senso, suggerita dallo stesso autore, il quale, gel raccontare di un suo lavoro di trascrizione di un manoscritto sulla storia di Venafro afferma, per scelta, di averlo: «Copiato parola per parola, anche con gli errori…».
E, comunque, non c’è da meravigliarsi che un giovane seminarista, di buona famiglia borghese, dimostri un certo grado di imperfezione nell’uso della grammatica italiana. Come lo stesso autore afferma, infatti, ciò era nella norma per l’epoca; la cosa deriva essenzialmente dall’educazione spesso scadente e precaria in periferia impartita nei seminari ed in certe scuole private. In alcune parti del Diario, Nola, in definitiva, si sente libero di scrivere come si parla nella comunità; le lacune grammaticali e sintattiche le colmerà proseguendo gli studi a Napoli. Di tutt’altro livello è, infatti, la conoscenza storica e dottrinale di cui l’autore darà prova in seguito: in particolare nel campo della storia antica, di quella Patria, e degli studi teologici.
Nella trascrizione dei Diari ho evitato di riportare sia di episodi personali o familiari riservati dei Nola, sia informazioni relative alle festività della Curia e del Capitolo Venafrano. Tali notizie, seppur di notevole interesse, avrebbero a mio avviso distolto l’attenzione dal tema principale del Diario e, quindi, reso meno leggibili le informazioni sugli eventi che all’epoca sconvolsero l’Italia. Comunque consiglio a giovani studiosi di storia locale di prenderle in seria considerazione come compendio ad una visione più definita di un altrettanto interessante spaccato: quello del Clero, delle feste religiose e delle Chiese venafrane Sempre in merito alle parole che nel corso della trascrizione non si è riuscite a decifrare, o a ciò che non è stato trascritto, ritengo di poter affermare che non tolgono nulla alla sostanza delle informazioni utili riguardanti grandi eventi accaduti in quei primi due anni del 1860. Ciò che di significato, importante ed interessante sotto il profilo storico, politico e sociale è accaduto, è stato tutto trascritto rendendo merito all’autore di averlo, innanzitutto, raccontato con obiettività, con minuzia di particolari e un candore fuori dal comune.
Sull’obiettività del Diario va anche detto che tutte le notizie riportate, confrontate con altre fonti, mostrano un’imparzialità storica sorprendente. Dote assai rara a quei tempi perché, come l’autore stesso racconta: «Gli animi sono ancora accesi da umane passioni». Credo che questa oggettività sia dovuta essenzialmente all’approccio che l’autore ha con la storia e con il totale rispetto per la verità: caratteristiche che gli derivano dal tipo di educazione ricevuta e dalla sua immacolata coscienza. A dimostrazione di ciò il Nola afferma, infatti, che il suo lavoro è stato intrapreso più come una missione, ritenendo: «Il tramandar ai Posteri le notizie, la storia della propria Patria cui è sempre paruto il principal dovere di ogni Cittadino…».
È evidente che il giovane suddiacono si mostra poco propenso ad alterare la realtà dei fatti, o a difendere gli interessi di parte come era spesso uso di alcune famiglie in quel periodo. Di questa sua missione scriverà ancora nel Diario del 1865, precisamente il 20 settembre:
Con tali nuovi auspici fedelmente riprendo questo mio caro lavoro che dura da sette/otto anni colla soddisfazione di compiere alto dovere che obbliga ognuno di conservare cioè alle generazioni venture i fatti e le esperienze della generazione contemporanea: offrendo appunto la storia, (…), la Familiare e la Patria, guida e maestra della vita, giusto il dettato dell’antica sapienza. Prego Dio, ed intercessione del caro Fratellino [Peppino, morto prematuramente da pochi mesi] che a faccia svelata ora lo prega per me in Cielo a farmi opera perseverante nella non leggera fatica che esso arreca un lavoro periodico, per quanto possono essere angusti e ristretti i limiti ad esso assegnati e concedermi lume e forza onde compirla con quella lena solerzia e giustizia che un lavoro di simil fatto per troppo richiede.
Tra le informazioni che in un certo qual modo aiutano a comprendere, seppur in parte, la personale storia dell’autore dei Diari, c’è quella che il giovane
suddiacono è il secondo di quattro figli del Giudice Francesco Nola. Questi è l’uomo che per trentotto anni ha amministrato la giustizia – di cui gli ultimi
venticinque a Venafro – ed anche uomo di convinta fede borbonica. Sebbene la sua famiglia goda ella stima di gran parte della comunità,gli antagonisti non mancano. Ad opporsi alla famiglia Nola era – in particolare e nonostante un lontano legame di parentela – la famiglia dei Lucenteforte: noti per le loro idee liberali e per l’essere propugnatori dei nuovi eventi, ma anche per l’essere quei borghesi che, in qualche modo, presero parte ai moti del `48 e che dal Nola furono giudicati. Il più acceso tra i membri della famiglia Lucenteforte fu Polidoro: ardente, ma non troppo stimato Garibaldino.
D’altronde a Venafro, in quegli anni, così come in tutte le altre Città del Regno di Napoli, la borghesia è letteralmente divisa tra chi è fedele ai Borboni e chi, invece, è legato alle istanze risorgimentali del tempo. La Chiesa, il clero, è schierata con i cattolicissimi Borboni; il popolo è fortemente legato al Re ed è pieno di odio, accumulato nei secoli, nei confronti dei borghesi liberali ritenuti loro affamatori.
Nonostante l’ostracismo dei Lucenteforte (in epoca antecedente era stato anche pubblicato un infamante e anonimo libello contro il Nola e i Macchia-Croce, suoi suoceri, la cui titolarità era stata addebitata proprio ai Lucenteforte) e di qualche altra famiglia venafrana, la famiglia Nola vive nel decoro ed ha una forte rete di parentela. Il Giudice ha sempre svolto il suo mandato con diligenza, e non ebbe mai, nonostante le sue convinzioni politiche, ad assumere atteggiamenti faziosi.
È molto ascoltato, temuto dal popolino, ed è rispettato dalla stragrande maggioranza delle famiglie borghesi della Città; Francesco Nola è certamente fedele ai Borboni, ma principalmente attaccato alla Chiesa Cattolica e alle gerarchie ecclesiastiche, e in virtù di questa sua devozione venne insignito di una delle maggiori onorificenze concesse dal Vaticano. Nel 1838 Papa Gregorio XVI gli accorda, infatti, l’Ordine dello Speron d’Oro e di San Silvestro. Di questo titolo, ancora oggi, possono fregiarsi solo 100 persone al mondo particolarmente qualificate ed eticamente irreprensibili. Il Giudice Nola, per queste sue qualità, è l’unico cittadino venafrano a riposare presso il convento di S. Nicandro.
Ma la vera forza della famiglia, come apprenderemo dal Diario, risiede nelle capacità della altrettanto cattolicissima moglie del Nola, Caterina Croce.
Donna di classe e di grande apertura socio-culturale, Caterina è sempre informata ed aggiornata sugli eventi del suo tempo. È infatti una delle poche donne a leggere la stampa nazionale.
Caterina è anche amante della buona musica; nel suo salotto campeggia uno dei rari pianoforti di Venafro.
A completamento del quadro familiare si annoverano: il figlio maggiore, Gennarino, in età da militare (motivo di grande preoccupazione per la famiglia); il cagionevole giovinetto Peppino e la piccola Annetta, la vera regina della casa.
Tutti vivono nel ricordo e dell’esempio della nonna materna, Maddalena Macchia-Croce, morta nel 1850, che ha lasciato un segno indelebile in tutta la famiglia..
Tra gli altri componenti della famiglia vengono ricordati: uno zio, Filippo – fratello Francesco Nola – che risiede a Napoli, Colonnello della Real Marina, responsabile del prestigioso Arsenale militare Borbonico di Castellamare di Stabia in quanto Ingegnere costruttore di 1° classe; e una zia, Marianna, sorella sempre del padre Francesco, conosciuta da Niccola in questi contingenti momenti di stravolgimenti politici. La zia risiede con la sua famiglia a Palazzolo (attuale Castrocielo), frazione di San Germano (oggi Cassino). Nello stesso posto vive anche un altro ramo della famiglia: i Lanni. Dalla sorella, Francesco Nola si reca ufficialmente per trascorrevi un periodo di riposo dopo il pensionamento; in realtà, ciò che davvero lo costringe allontanarsi da Venafro è la volontà di fuggire dalle ventilate vendette che, alcuni suoi giurati nemici, hanno minacciato di mettere in atto.

La forza del Diario del Nola, indubbiamente, sta nella freschezza e nel modo di raccontare gli avvenimenti, considerato che è stato fatto da un giovane poco meno che ventenne, curioso e pieno di buoni sentimenti e di devozione ai Santi martiri di Venafro: Nicandro, Marciano e Daria. Egli, in questi momenti di rivolgimenti politici e sociali, dal chiuso della sua stanza – prima in seminario e poi nella casa paterna – scruta gli uomini trovando il tempo, spesso, la notte, per raccontare le gioie, i timori, le viltà, i vizi, i tradimenti che l’animo umano è capace di compiere in tali frangenti. Prendendo spunto da questi resoconti egli non manca di commentare gli avvenimenti e gli uomini secondo la sua educazione di profondo credente, lasciandoci pagine di grandi emozioni e di profonde riflessioni. E nonostante il difficile contesto è anche capace di ironizzare su fatti e personaggi che vogliono sembrare forti e temerari ma che, nel momento del pericolo, si mostrano non all’altezza del proprio dovere di cittadini e di uomini. Uno spaccato di vita, una lettura profonda ed intensa dell’animo umano messo di fronte ai cambiamenti ed alle incertezze della vita di ognuno che, in quei giorni, sembra veramente non contare e non valere assolutamente nulla. Infatti, dagli scritti emerge come chi si riteneva forte e coraggioso, con la presenza delle truppe borboniche diventa agnello e perfido traditore quando arrivano i piemontesi.
Come spesso accade quando si verifica un cambiamento, quelli che sembravano invincibili guerrieri fuggono come conigli di fronte al capovolgimento delle situazioni. Sarebbe una lettura comica dei contesti se le circostanze non fossero tragiche, per la sofferenza e la morte di tante vite umane. E, come spesso accade, per le vigliaccherie di certi, a pagare sono gli innocenti: uomini e donne appartenenti ai ceti popolari.

Oltre a descrivere fatti ed episodi, il Nola si pone anche in qualità di attento osservatore dell’animo umano. Con straordinaria semplicità l’autore ci rende partecipi delle sue più intime riflessioni, dei suoi sentimenti più reconditi ma anche delle sue debolezze cedendo, talvolta, a qualche comprensibile sfogo. Ma nel valutare ciò che accade, nonostante le sue diverse convinzioni, ci mostra anche la sua straordinaria apertura d’animo rispetto ai nuovi eventi.
Altri elementi di grande interesse ad emergere dal Diario sono l’amore del Nola per la sua Città e la profonda fede nei suoi Santi Martiri e protettori ai quali, sempre, dedica un pensiero. E in particolare la sua attenzione si sofferma sulla festività tributata a S. Nicandro; mentre l’amore per la sua Città si palesa quando, attraverso la narrazione, ci guida per Venafro con lo scopo di farla conoscere descrivendola nei particolari, raccontandoci dei suoi uomini illustri, della storia passata e presente, dei suoi monumenti, dei suoi Santi, delle Chiese, della cultura e delle sue tradizioni sia clericali che laiche. Ogni suo quotidiano resoconto diventa un documento di valore storico, sociale ed umano, di straordinaria rarità. Un documento, quindi, d’interesse per la comunità di Venafro ma anche per tutti quelli che, con animo sereno, si pongono di fronte alla storia partendo da quei momenti in cui andava costruendosi l’Italia unita.

A Venafro, come in tutto il resto del Mezzogiorno, gli avvenimenti di rilevanza storica iniziano nel luglio del 1860, quando Franesco II concede la nuova Costituzione. Il racconto, nel Diario, della protesta che segue la concessione della nuova costituzione, conclusasi nel sangue, è dettagliata e ricca di particolari.
Oltre a narrare il fatto Niccola Noia affronta e risponde anche alle maldicenze di alcune famiglie liberali avversarie che volevano suo padre Francesco, all’ora esautorato dalla funzione di Giudice, tra le fila quei galantuomini filo borbonici sobillatori del popolo in rivolta.
Al riguardo, il giovane suddiacono dimostra, fatti alla mano, che il padre fu del tutto estraneo agli eventi; anzi ritiene, a ragione, che poteva piuttosto esserne una vittima. A capo della protesta furono, infatti, i terribili popolani Ciccio Malizia ed i fratelli Antonelli: pluricondannati dal Giudice Nola – pertanto da sempre suoi nemici giurati – che inepoche antecedenti non avevano fatto mistero della volontà di vendicarsi del Giudice e della sua famiglia.

Altra testimonianza è quella che riguarda la controversa battaglia del Macerone.
A leggere l’autore dei Diari, questo fu l’evento per eccellenza in cui prevalse la miseria umana. È qui che, infatti – come in Sicilia ed in Calabria e in altre battaglie – si consuma un altro dei tradimenti dei generali borbonici. Sulla strada del Macerone – dopo una breve scaramuccia tra le truppe borboniche ed alcune avanguardie piemontesi e garibaldine – il generale Scotti Douglas e gli uomini al suo seguito, si consegnano ai piemontesi del generale Cialdini. L’azione di Scotti Douglas di avanzare, con i pochi uomini a disposizione, sul Macerone per affrontare l’armata piemontese, fu da tutti ritenuta non un gesto d’imprudenza, ma un vero e proprio atto di tradimento in quanto concordato con il nemico.

Ad essere riportati nel Diario sono anche i noti e barbari fatti che coinvolsero la città di Isernia. Determinante, a quel tempo, fu il ruolo rivestito della stampa liberale che veicolò i fatti in modo tale che in virtù degli episodi che la videro protagonista questa venne additata da tutta Europa come, per eccellenza, la città più barbara d’Italia. Al solo sentir parlare di Isernia la si identificava, infatti, con le atrocità del regime borbonico. Ed è a questo punto che il giovane suddiacono interviene per ridare dignità al ruolo rivestito, in questi particolari frangenti, dal Vescovo d’Isernia-Venafro, Monsignor Gennaro Saladino: uomo buono e caritatevole per la stragrande maggioranza dei suoi fedeli; un barbaro sanguinario per i liberali e, più nello specifico, per il nuovo governatore del Molise Nicola de Luca, cospiratore e capo della rivolta isernina che face ricadere sulla coscienza del Vescovo ultra settantacinquenne la responsabilità di uno tra i fatti più efferati accaduti nella storia dell’Unità d’Italia. Di contro, il Nola riesce a fronteggiare la campagna denigratoria dei liberali e a dimostrare che Saladino è un uomo mite e di pace, interessato ed attento, in quei drammatici giorni, a che la rivolta contadina popolare non degeneri.
Il povero Vescovo morirà in Roma alcuni mesi dopo, il 27 aprile del 1861, lontano dalla sua famiglia e in povertà, assistito da altri Vescovi, anch’essi rifugiatisi a Roma per sfuggire alla certa prigionia comminata dai piemontesi.
Egli ci racconta poi le paure e le emozioni provate allorquando i piemontesi entrano a Venafro – decantando la gentilezza degli Ufficiali che «prima pagano e poi chiedono» -; e delle nuove speranze che questi alimentano tra la borghesia venafrana. Ci descrive la visita del Re Vittorio Emanuele II a Venafro nei giorni 24 e 25 ottobre ed il suo ritorno, dopo una settimana, al Real bosco a Torcino, per una battuta di caccia. Ci racconta della farsa del plebiscito, additando gli opportunisti ed i traditori. Oppure ci parla di uomini esemplari, delle amicizie instaurate gli Ufficiali piemontesi accolti nella loro casa ed in quelle di altri borghesi della Città mettendo in risalto l’ospitalità del popolo venafrano. Più in particolare, questi sentimenti sono particolarmente testimoniati attraverso la descrizione dell’arrivo del Battaglione dei volontari milanesi. Cinquecento giovani, comandati dai più fieri figli della borghesia meneghina, per quasi tre mesi presidiano la Città di Venafro ed il territorio circostante tra l’entusiasmo della popolazione ed il protagonismo del Canonico Cimino. I venafrani gioiscono della presenza di questi militi colti e gentili, venuti così da lontano a difendere la Città e la loro vita. Questo è anche il primo e vero contatto che i venafrani hanno con gli italiani del nord. Un rapporto improntato su un reciproco rispetto che ne fa un’esperienza prima ed unica, sicuramente irripetibile ed indimenticabile per tutti loro. Sentimento testimoniato anche con l’intitolazione di una piazza, per l’appunto Piazza Milano, a ricordo di questa apprezzata presenza. L’addio a questo battaglione è traumatico per tutta la comunità venafrana che al momento dei saluti, informati dallo stesso Niccola Nola, ricordano il generoso gesto del più famoso dei venafrani,«l’antesignano del patriottismo» di Venafro e dell’Italia: Leopoldo Pilla, (parente dei Nola, vedi albero genealogico famiglia Macchia) che nel 1848 accorse per primo all’appello dei milanesi per liberare Milano e la Lombardia dall’occupazione Austriaca morendo eroicamente, insieme a tanti altri giovani fiorentini, a Curtatone.
Ma gli eventi si susseguono ed anche il giudizio sui soldati piemontesi ben presto si commuta di fronte alle atrocità da questi compiute e il giovane Nola non può esimersi dal testimoniare la crudezza della guerra: le fucilazioni sommarie eseguite dall’esercito piemontese, le delazioni continue dei vili e gli arresti di innocenti; e racconta anche, nel dettaglio, le notizie legate alle azioni di brigantaggio e dello stato d’animo dei borghesi venafrani che temono, allo stesso modo, gli indisciplinati garibaldini e le scorribande dei soldati borbonici sbandati. Il giovane suddiacono riporta come essi, infatti, atterriscano al pensiero dell’incursione di bande di uomini armati che combattono i liberali e depredano le Città, seminando disordine e lutti.
Ci parla poi con enfasi dell’installazione a Venafro del telegrafo – definito uno dei più grandi eventi di modernità -, delle nuove prospettive che si aprono per la Città con la costruzione della ferrovia e della stazione; della contrarietà, sua e della comunità intera di non far parte più di Terra di Lavoro, luogo dei loro avi, ed essere aggregati al Molise sannita. Ma di questa vicenda la cosa più insopportabile per i venafrani è quella di essere sottoposti, giurisdizionalmente, all’odiata Isernia. Descrive le operazioni di voto per le elezioni municipali, per i rappresentanti della nuova Provincia di Campobasso e quelle dubbie per il nuovo Parlamento.
Sperimenta la solidarietà e la malvagità umana. Conosce la tracotanza dei vincitori ed il loro disprezzo per la Chiesa, per il Papa, per i meridionali e per la povera gente, nonché lo spregio di certi generali e comandanti piemontesi per l’altrui vita. Ha misericordia per i deportati e i prigionieri borbonici. Prega affinché abbiano fine le atrocità e ci rivela le inutili fucilazioni eseguite dai piemontesi sui poveri contadini. Ci descrive la caduta di Gaeta del 13 marzo del 1861, e la partenza per Roma del Re Francesco Il e della giovane Regina Sofia.

Sono dunque tanti gli episodi che questo straordinario giovane suddiacono ci racconta, e sono tantissime le contraddizioni che emergono. Per questo è anche convinto, evidentemente perché conosce bene l’animo umano, che gli stravolgenti episodi da lui testimoniati non saranno raccontati fedelmente dagli storici. Infatti egli così esprime questo suo timore: «Io credo che gli storici futuri imbroglieranno quando esamineranno i fatti che noi stiamo vedendo. Le cose si avvicendono…».
Un giudizio profetico, questo formatosi probabilmente dalla lettura dei maggiori giornali liberali il quale Nola comprende che la stampa stravolga la verità dei fatti e degli accadimenti, piegandoli, per pura partigianeria, agli interessi dei Savoia.
Comunque, egli, avendo a disposizione i maggiori giornali nazionali, pur con i limiti e le riserve sopra citati, non manca di esprimere giudizi e dare informazioni di tutti gli eventi locali, nazionali e non, che hanno a che vedere su ciò che sta accadendo in questo turbolento periodo della storia d’Italia.
A ridargli serenità sarà l’ottenimento della dispensa per diventare Diacono. Ma a quel punto, però, gli viene comunicato che, per finire gli studi e diventare sacerdote, la cosa che più ardentemente aspira, deve lasciare la sua amata Venafro e partire per Napoli. Inevitabilmente, nel periodo di permanenza a Napoli, la produzione diaristica del giovane Niccola diminuisce. Nella fattispecie del caso, a distoglierlo in parte dalla scrittura, giocano un ruolo importante sia la lontananza da Venafro che l’ardore per la sua missione di sacerdote. Ciò nonostante non interrompe definitivamente la stesura dei Diari; anzi, continua a riportare fatti e notizie di incomparabile importanza fino al 1868.
Nel periodo di permanenza a Napoli porterà a termine i suoi studi e, tornato a Venafro, diventerà il Canonico della Cattedrale della sua amata Città. Sarà anche Maestro nell’Almo Collegio dei Teologi di Napoli fino a quando, nel 1894, a soli 55 anni, si spegnerà.
Il lascito ai posteri è un enorme patrimonio di notizie e studi frutto di una dedizione, una sensibilità umana e storica dimostrata dal saper parlare alle future generazioni.
Per questo non possiamo che essergli grati per aver regalato ai posteri, ai tardi nepoti tramandati, e all’Italia, queste pagine di inestimabile valore sociale, umano e di storia patria. Con la sua umanità, con il suo candore, Niccola Nola ci ha anche umanamente arricchiti, lasciandoci indelebili esempi di insegnamento di onestà ed amore per il prossimo e, per chi è Credente, uno sconfinato esempio di fede e di totale dedizione a Dio ed alla sua misericordia.

fonte

https://www.pontelandolfonews.com/storia/

 

 

1 Comment

  1. Complimenti! Ringrazio l’Autore Antonio D’Ambrosio. Venafro è stato il mio primo lontano approccio con il Cento-Sud e leggerne vicende e personaggi mi ha fatto molto piacere… cronaca illuminante e preziosa, e operazione esemplare e meritoria renderla pubblica, come sarebbe utile per tante altre testimonianze che dovessero capitare nelle mani di veri cultori amanti della propria terra!
    Non riuscendo a postare sotto l’articolo perché “incapace” mi affido come al solito alla redazione sperando voglia trasmettere o postare a sua volta… in fondo chi contribuisce alla sua “missione di conoscenza” lo merita. grazie. caterina

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