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Diario storico del generale N.De Martino / Comunicato del Generale Fergola del 12 marzo 1861

Posted by on Giu 11, 2017

Diario storico del generale N.De Martino / Comunicato del Generale Fergola del 12 marzo 1861

DIARIO STORICO DEL CAV. DON NICOLA DE MARTINO DI MONTEGIORDANO BRIGADIERE GENERALE DEL DISCIOLTO ESERCITO DEL REGNO DELLE DUE SICILIE SULLA CAPITOLAZIONE E RESA DELLA CITTADELLA DI MESSINA APRILE 1859 – AGOSTO 1862

<ESTRATTO> “Roma, 10 Marzo 1861 – Al Generale della Piazza di Messina.- L’onore dell’Armata napoletana essendo stato salvato per l’eroica difesa di Gaeta e pel contegno della guarnigione di Messina, io credo inutile prolungare la resistenza di cotesta Cittadella, resistenza che potrebbe cagionare grandi danni con tanta costanza in cotesta parte del Faro la bandiera Reale. Animato dallo stesso sentimento che mi fece sospendere il bombardamento di Palermo e lasciar Napoli, io credo essere mio dovere preservare a qualunque costo il mercato della Sicilia. In quanto a Voi Generale Fergola che avete dato un sì nobile esempio di attaccamento, di fermezza e di coraggio, io vi affido la cura di discutere col nemico le condizioni della resa. Fate in modo ch’esse riescano onorevoli e vantaggiose per la guarnigione. Io voglio risparmiare il sangue dei miei soldati, ma voglio in pari tempo tutelare il loro onore e assicurare il loro avvenire.  f.to Francesco II”

CAPITOLAZIONE DELLA RESA DELLA CITTADELLA DI MESSINA AVVENUTA IL 12 MARZO 1861 MENTRE DA TUTTE LE PARTI ERA INCENDIATA. BATTERIE E OPERE ABBATTUTE ALLE ORE 9 ½ p.m. 1.Domani, giorno 13, alle ore 7 a.m., la guarnigione della Cittadella e tutti compresi con essa usciranno dalla Piazza senz’armi, meno i Sigg. Uffiziali cui lascio la spada. 2.La guarnigione si formerà in colonna sul piano Sarranieri. In quel mentre dal piano Terranova il 35° Reggimento entrerà nella Cittadella e prenderà possesso della Piazza. 3.Perciò S.E. il Maresciallo Fergola lascerà il cancello esterno una Commissione per consegnare la Piazza, indicare le differenti batterie, magazzini a polvere, il numero dei “pezzi”, magazzini di viveri ecc. e consegnare le armi. 4.S.E. il Maresciallo Fergola mi sarà responsabile di tutti i “pezzi” inchiodati che si trovassero e di tutte le mine che non fossero anticipatamente dichiarate. 5.Si provvederà alle famiglie come e quando si potrà. 6.L guarnigione resa a discrezione sarà dal Generale Cialdini raccomandata alla Clemenza Sovrana. 7.Le vite, gli averi e le persone saranno rispettate e restano sotto la salvaguardia della Bandiera del Re Vittorio Emanuele. Firmato: Errico Cialdini

<ESTRATTO> dal diario del gen. di brigata Nicola De Martino di Montegiordano: Dopo sbarcati, reduci dalla Cittadella di Messina, diedi la mia adesione pel nuovo Governo, ma senza giuramento e nello stesso tempo domandando il mio ritiro a cui avevo diritto ed in effetti il 29 aprile ricevei a far tempo del 1° maggio 1861. La notte, poi, dal 7 all’8 agosto, e circa 3 mesi dopo la Capitolazione fatta col Generale Cialdini, fui arrestato in unione di altri Generali ed Uffiziali e condotto al Forte del Carmine(a Napoli) senza poter parlare e conferire con persone di famiglia e con i nostri domestici.

13 AGOSTO Dietro loro domande, sono partiti per la Svizzera il Generale Sigrist ed i suoi due figli. Parimenti sono partiti per Torino il Tenente Generale Salzano e suo genero Generale De Liguori per poi trasferirsi a Parigi. Nello sbarcare (a Genova) mi alloggiai alla locanda inglese “Smith”; per la stanza, 2 franchi e mezzo e 2 franchi e 60 centesimi per la tavola rotonda, mezzo franco per il cameriere e 60 centesimi per il lume. Si vive carissimo. Il déjiuné nei caffè, la tavola rotonda alle 5 p.m.

19 GENNAIO 1862 Il giorno 15 corrente il Generale Echaniz partì di bel nuovo per Torino rientrando oggi a Genova senza ottenere altro che promesse per il rimpatrio. Appena cominciato l’inverno, l’aria di Genova mi ha sottomesso in modo orribile. Medici, medicine, chirurgi, due operazioni sofferte mi hanno fatto soffrire immensamente per lo spazio di circa 4 mesi con ingenti spese, stando in locanda inglese in cui mi trovo fin dal mio giungere a Genova.

26 FEBBRAIO 1862 Ricevo un ufficio del Questore di presentarmi a lui per essere comunicato cosa che mi riguarda. Nello stato deplorevole di salute in cui mi trovo, prego il Generale Conte Marulli di portarsi dal Questore e fargli conoscere che mi trovo fortemente infermo da non poter in nessun caso sortire dal letto. In effetti il detto Generale mi porta trascritta la ministeriale così concepita: “In considerazione del favorevole avviso del Sig. Prefetto di Napoli, questo Ministro permette ai Generali Napoletani Sig. De Martino Nicola ed Echaniz Antonio che faccino ritorno in Patria. Piaccia alla SV. Di darne comunicazione di detta determinazione ai suddetti Generali per loro norma.” Troppo doloroso fu per me il veder partire il mio collega Generale Echaniz da solo e non poter partire insieme perchè 3 giorni a numero avevo subito la prima operazione ai genitali dopo l’applicazione di 15 mignatte alla borza. Intanto l’inappetenza, lo spossamento di forze, lo stare sempre al letto mi avevano reso un cadavere, senza potermi muovere se non con l’aiuto di un eccellente e fidato cameriere che pagavo con 80 franchi al mese e che dormiva nella mia stanza, stante che ogni due ore doveva accendere il fuoco per applicarmi i cataplasmi, tanto di giorno che di notte. Ad onta, però, di tante cure e di un medico consulente che mi visitava una o due volte al giorno, nel mese di marzo mi si formò un deposito di pus dal testicolo destro fino all’ano, per cui dovetti subire altra dolorosa e larga operazione restando a letto per quasi un mese nella stessa posizione in cui mi aveva piazzato il chirurgo. Seguitando l’inappetenza e di conseguenza lo spossamento di forze, avevo quasi perduto la ragione. Intanto, al principio di aprile, fui assalito da una profonda sonnolenza in modo che il cameriere impressionato andò subito a chiamare il medico prima che giungesse l’ora in cui era solito venire; mi diede una pozione che non conosco perchè quasi senza sensi. Fortunatamente trovavasi da me il Generale Conte Marulli(per quanto dopo seppi) al quale il medico disse che ero minacciato da moto apoplettico e che all’indomani mi avrebbe fatto somministrare i sacramenti e, pertanto, credeva regolare che avesse scritto ai miei parenti onde qualcuno di essi venisse a Genova per quello che avesse potuto succedere. **Ciò fu puntualmente eseguito dal Conte Marulli che scrisse subito a mio nipote D.Francesco, Canonico della Cattedrale di Napoli, il quale, nel ricevere la lettera si imbarcò subito con il mio cameriere Gaetano sul grande vapore “Garibaldi” giungendo a Genova il giorno 23 aprile. Or siccome lo stesso medico continuatamente mi diceva che se rimanevo altro tempo a Genova vi avrei lasciato la vita essendo quell’aria perfettamente a me contraria, così nello stato deplorabile di salute in cui mi trovavo mi risolsi a partire il giorno 25 aprile 1862, facendomi trasportare da 4 persone a bordo dello stesso vapore “Garibaldi” sul di cui cassero presi una cabina per noi soli pel prezzo di 400 franchi giungendo a Napoli dopo due giorni, e cioè il 27. Appena salito a bordo cominciai ad appetire qualcosa da mangiare , cosa che per circa 4 mesi mi aveva sempre disgustato non essendomi nutrito di altro che di liquidi, come caffè, aranciate, acqua ed amarena e qualche tazza di brodo di pollo che era sempre preparata, ma che difficilmente ne facevo uso per la forte inappetenza che avevo.

Il Conte Marulli si compiacque portarsi alla Questura per ritirare il mio “foglio di via” così scritto:

“Regio Governo della Provincia di Genova“ -Questura di Pubblica Sicurezza- -Carta di Passo- Partendo da questa Città per recarsi a Napoli dietro l’autorizzazione del Ministro dell’Interno contenuta in sua nota del 22 febbraio 1862 n° 942. Gab. Direzione Generale di P.S.: Sig. de Martino Nicola – condizione Generale.- Genova 24 aprile 1862 – il Questore: F.to: Gulloi. Si pregano le Autorità civili e militari a lasciarlo liberamente passare ed accordargli protezione in caso di bisogno.- La presente è valevole per la sola destinazione.” Nel partite da Genova, tutti i Generali erano rientrati a Napoli, ad eccezione del Conte Marulli e del Conte Del Balzo, che rimpatriarono successivamente.

Ciò significa che il Generale Nicola De Martino non morì a Genova nel 1862 , poiché dal Suo diario personale risulta a partire il giorno 25 aprile 1862, facendomi trasportare da 4 persone a bordo dello stesso vapore “Garibaldi” sul di cui cassero presi una cabina per noi soli pel prezzo di 400 franchi giungendo a Napoli dopo due giorni, e cioè il 27.

Scheda DATI di “Nicola De Martino Brigadiere Generale Esercito delle DUE SICILIE” questo è quello che c’è scritto in Enciclopedia Militare : De Martino Nicola Brigadiere Generale delle Due Sicilie n. a. Sant’Antimo m. a. Genova(errato) (1778-1862 ). Entrò nel 1806 a far parte della Guardia d’ onore, poi servì in Spagna nei volteggiatori ( 1809 ). Prese parte alle : -spedizioni in Puglia e Calabria -all’assedio di Amantea, -alla guerra in Spagna ( 1808-1813 ) -alla spedizione della Manica, -alla battaglia dei Pirenei (1813 ), -ed alla campagna d’Italia (1815 ). -Fu ferito nella rivoluzione di Palermo nel 1820; -fece la campagna di Sicilia (1848-49 ) rimanendo ferito una seconda volta a Catania. Generale di brigata s’illustrò nella difesa di Messina resistendo otto mesi (1860 -61 ).

 

 

“Uffiziali, Sottouffiziali e Soldati,

è questo l’ultimo ordine che io vi rivolgo, e la mano mi trema nel vergarlo. Allorchè presi il comando di questa Fortezza e di voi tutti, sacro giurammo di difendere fino agli estremi questo interessante sito fortificato che la Maestà del Re (N.S.) aveva affidato al nostro onore e alla nostra fedeltà. Avete ben veduto che tutti abbiamo mantenuto il giuramento, serbando fedeltà, attaccamento e devozione al nostro amatissimo sovrano Francesco II. Immensi sono stati gli sforzi che per lo spazio di cinque giorni si son fatti colle nostre artiglierie per distruggere i lavori di attacco che il nemico costruiva sulle alture della città di Messina ed in altri siti ancora, ma poco effetto à provocato il nostro fuoco, sí perché quasi tutti i lavori erano al di là della portata delle nostre artiglierie, sí perché altri trovavansi mascherati da casamenti ed oggetti occasionali. Quindi l’inimico profittando di tali suoi vantaggi à compiuto inosservato la maggior parte dei suoi lavori. Poco dopo il mezzo giorno di oggi e precisamente quando estenuati di forze prendevate un po’ di ristoro, à aperto simultaneamente un fuoco formidabile contro questa Real Cittadella, che l’à ridotta in poche ore nello stato in cui si ravvisa, ad onta di quella resistenza che si è potuta fare colle nostre artiglierie di una portata molto inferiore a quella delle sue. Veduto dunque che inutile si rendeva qualunque altro nostro mezzo di difesa, e che eravamo a causa dello incendio sviluppatosi minacciati da una sicura esplosione della gran polveriera Norimbergh e suo magazzino attiguo anche pieno di polvere, se non vi si apportava un pronto rimedio, è chiesta per ben due volte per mezzo di parlamentari una tregua al nemico per la durata di 24 ore. Ma vedendo egli di quanto aveva col suo fuoco prodotto di danno e della trista posizione in cui eravamo, à rigettato la mia domanda, e mi ha fatto sentire che dovevamo renderci a discrezione, e che se a tanto non divenivamo e non gli si dava risposta decisiva per le ore 9 della sera, avrebbe riaperto il fuoco con l’aggiunta di altre batterie che ancora non erano punto a vista della fortezza. In tale stato di cose, riunito il consiglio di difesa e sentitone anche il parere, è stato forza sottoporci a quanto il nemico imponeva. Quindi mio malgrado e vostro, domani la Piazza sarà resa. Cosí non avrei giammai ceduto, ma gli incendi che seco noi minacciavano 1000 e piú tra donne e fanciulli mal ricoverati, e che vi si appartengono, e la nostra eccezionale posizione, perché le potenze europee àn permesso una aggressione non mai letta nelle istorie, e noi da chicchessia sperar non potevamo soccorso di sorte, mi ànno obbligato a cedere. Cediamo alla forza perché sopraffatti dalla superiorità dei mezzi e non dal valore dei vincitori. Certo che la nostra resistenza non avrebbe salvata la Monarchia, sagrificata con la resa di Gaeta; non ci restava che salvar solo l’onore militare e nazionale: e mi lusingo che lo stesso nemico ci farà giustizia di concedercene l’orgoglio, come spero che voi me la farete: nel convenire d’aver visto con voi fino all’ultimo i disagi, le privazioni, ed i pericoli. Un dovere però mi resta a compiere ed è quello di esternare a voi tutti i miei sentiti e distinti ringraziamenti per aver saputo ognuno cosí bene secondare le mie vedute nel difendere questa Real Cittadella, ove rinchiusi per circa 8 mesi abbiamo dato le piú grandi prove di abnegazione e di fedeltà al nostro Augusto Sovrano Francesco II. Se l’abbiano particolarmente però i signori generali De Martino, Combianchi ed Anguissola, Ten. Col. Recco, Capitani Lamonica, Di Gennaro e Lauria; e fra tutti il mio capo di stato maggiore ed Uffiziali dello stesso signor Ten. Col. Guillamat, Capitano Cavalieri e Subalterni Gaeta e Brath. Io vi ringrazio tutti di cuore, poichè tutti avete gareggiato nella difesa della rocca. Accettate tutti vi prego tali miei ringraziamenti che partono da un cuore leale e riconoscente. Miei bravi compagni d’armi, nella mia lunga carriera militare di 47 anni ò veduto diverse peripezie non dissimili alla presente, ma però la provvidenza o presto o tardi ha fatto sempre rilucere la sua giustizia quando meno si attendeva, per cui non ci perdiamo d’animo, e confidando in essa auguriamoci giorni piú felici, i quali compenseranno i tristi e dolorosi che abbiamo sofferti. Mi avevo prefisso di porre ai piedi del Real Trono le mie umili suppliche per chiedere alla munificenza Sovrana un compenso speciale al vostro attaccamento, alla vostra sperimentata fedeltà, ma la sorte avversa delle armi me lo à impedito e con dolore mi divido da voi tutti, ma porterò scolpito profondamente nell’anima mia la rimembranza di voi, della vostra fede. Della vostra lealtà, del vostro militare coraggio. Non so quale sarà il mio destino ed il vostro in avvenire, ma se la mia età mi permetterà in seguito potervi rivedere, sarà sempre una vera gioia per me poter stringere la mano a qualcuno dei difensori di questa Real Fortezza, ai quali nè le minacce, nè i pericoli, nè le lusinghe, nè i pravi esempi, nè men la morte seppe far declinare da quella via d’onore che solo è sprone e ricompensa al prode che pel suo Re combatte per vincere o morire. Addio miei bravi camerati! Addio! La sventura ci divide, fede e lealtà fu la nostra divisa, e questa non si spogli giammai da noi, ciascuno di voi porti scolpita in core la nobile parola, che l’univa con nodo indissolubile al nostro sventurato, ma eroico sovrano.

Fergola 12 MARZO 1861

Il 14 marzo, essendo state richieste piú volte da Torino le bandiere della Real Cittadella, il gen. Fergola rilasciò una dichiarazione nella quale affermava che le bandiere avrebbero dovuto essere sei, ma che di esse non restavano che le aste essendo stati strappati i drappi dalle truppe quale ultimo gesto di fedeltà al Re Francesco II.

fonte

pontelandolfonews.com

 

 

 

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