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DON LIBORIO ROMANO – IL BOIA DELLE DUE SICILIE (quinta parte)

Posted by on Nov 6, 2017

DON LIBORIO ROMANO – IL BOIA DELLE DUE SICILIE (quinta parte)

 L’ORA DELLA VENDETTA E DEL TRADIMENTO

Lo stesso giorno, appena insediato, il Romano fa pubblicare il seguente manifesto: “Le novelle istituzioni promettitrici e garanti al nostro bel paese d’un lieto e prospero avvenire, non possono convenientemente radicarsi e produrre frutti, se il popolo non dà prova di averle meritate(sembrano parole della giacobina Pimentel, ndr), aspettando con pazienza le nuove leggi e il tempo dell’oprare, rispettando l’ordine pubblico, le persone, la proprietà, confidando nello zelo e nella pazienza dei governanti, reggendosi insomma con quell’alto senno civile che è la piú solenne testimonianza della coltura delle nazioni. Ora mentre il contegno tranquillo e dignitoso di un popolo eminentemente civile distingue ed onora l’immensa maggioranza degli abitanti di questa metropoli, sono un’eccezione, purtroppo dolorosa, quei pochi che per inconsiderata avventatezza osano trascorrere a provocazioni e dimostrazioni sovversive alle leggi e alla pubblica tranquillità, lesive al diritto di proprietà, turbatrici dei consigli di governo, perigliose nei novelli ordini della comune rigenerazione. Preposto alla tutela della pubblica sicurezza, veggo in questo momento la necessità di rivolgermi ai buoni napoletani, fatti degni del novello regime ed invitarli alla tranquillità deponendo ogni elemento di privati odi e rancori. In conseguenza di questo principio e nel fine di ovviare a ogni menomo disordine, rimangono da questo momento inibiti gli attruppamenti e le grida di ogni specie, che potrebbero ingenerar tumulti. Ho fiducia che questa esortazione voglia essere ben accolta dai buoni concittadini, i quali col loro moderato contegno non vorranno in alcun modo obbligare la forza militare ad agire, trattenendo coloro che si rendessero sordi a sí fatte esortazioni e quindi essere indicati alle autorità competenti.” Liborio Romano.

LA MALAVITA AL POTERE

Dunque erano “un’eccezione… quei pochi che… osa(va)no trascorrere a provocazioni e dimostrazioni sovversive“. Per quei pochi il ministero Spinelli, su proposta del Romano, fa dichiarare lo stato d’assedio, che dura, appunto perché “pochi” erano i provocatori, solo fino al 2 luglio (ordinanza del generale Cutrofiano). Ma quegli episodi di violenza danno l’estro al Romano di effettuare una operazione che non ha pari negli annali dei governi cosiddetti costituzionali: la camorra tutrice dell’ordine pubblico sulla scia del Garibaldi che in Sicilia aveva assoldato ed inquadrato la mafia (i picciotti). Nelle sue Memorie Politiche cosí si giustifica: “Pensai prevenire le triste opere de’ camorristi, offrendo a’ piú influenti loro capi (Michele ‘o Chiazziere, Schiavetto, Persianaro, De Crescenzio, ndr) un mezzo di riabilitarsi: e cosí parvemi toglierli al partito del disordine, o almeno paralizzarne le tristi tendenze in quel momento in cui mancavami ogni forza, non che a reprimerle, a contenerle. Laonde, fatto venire in mia casa il piú rinomato fra essi, sotto le apparenze di commetterli il disbrigo d’una mia privata faccenda, lo accolsi alla buona, e gli dissi che era venuto per esso e pe’ suoi amici il momento di riabilitarsi dalla falsa posizione cui aveali sospinti, non già la loro buona indole popolana, ma l’imprevidenza del governo, la quale avea chiuse tutte le vie all’operosità priva di capitali. Che era mia intenzione tirare un velo sul loro passato, e chiamare i migliori fra essi a far parte della novella forza di polizia, la quale non sarebbe stata piú composta di tristi sgherri, e di vili spie, ma di gente onesta, che, bene retribuita de’ suoi importanti servizi, avrebbe in breve ottenuto la stima de’ proprii concittadini. Quell’uomo, da prima dubbioso ed incerto, si mostrò tosto commosso dalle mie parole, smise ogni diffidenza, volea baciarmi la mano; promise anche piú di quello che io chiedeva, soggiunse che tra un’ora sarebbe tornato da me alla prefettura. E prima che l’ora fosse trascorsa, venne con un suo compagno, mi assicurarono d’aver date le debite prevenzioni ai loro amici, e che io potea disporre della loro vita. E mantennero le loro promesse, per modo convincermi, che se gli uomini purtroppo non sono interamente buoni, neppur sono interamente perversi, se tali non si costringono ad essere. Improvvisai allora, ed armai, senza por tempo in mezzo, una specie di guardia di pubblica sicurezza, come meglio mi riuscí raggranellandola fra la gente piú fedele e devota ai nuovi principii ed all’ordine; frammischiai fra questi l’elemento camorrista in proporzione che, anche volendolo, non potea nuocere; disposi che si organizzasse in compagnie; posi a capo di essi coloro che ispiravano maggior fiducia; ed ordinai che, divisi in pattuglie, scorressero immantinente tutti i quartieri della città. Questo provvedimento istantaneo, ed istantemente attivato, sconcertò i disegni de’ tristi, colpiti assai piú dall’attitudine, che dall’imponenza della forza; e cosí l’ordine, la città e le stesse libere istituzioni furono salvi dal grave pericolo che li minacciava. Si condanni ora il mezzo da me adoperato; mi si accusi di aver introdotto nella forza di polizia pochi uomini rotti ad ogni maniera di vizii ed arbitrii. Io dirò a cotesti puritani, i quali misurano con la stregua dei tempi normali i momenti di supremo pericolo, che il mio compito era quello di salvare l’ordine, e lo salvai col plauso di tutto il paese “. L’asserzione del Romano circa la mancanza di forza per reprimere i disordini viene sbugiardata dall’articolo 2 della citata Ordinanza con la quale il Cutrofiano dichiarava cessato lo stato d’assedio: “fino a quando la guardia nazionale provvisoria non sarà formata per la città di Napoli, la truppa seguiti a prestare servizio per la tutela dell’ordine pubblico” (Delli Franci, ibidem).

 

fonte

brigantaggio.net

di: RIN, dal PeriodicoDueSicilie 07/2000

da: http://www.adsic.it/storia/don_liborio_romano.htm

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