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DON LIBORIO ROMANO – IL BOIA DELLE DUE SICILIE (seconda parte) – Alta Terra di Lavoro

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già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

DON LIBORIO ROMANO – IL BOIA DELLE DUE SICILIE (seconda parte)

Posted by on Ott 27, 2017

DON LIBORIO ROMANO – IL BOIA DELLE DUE SICILIE (seconda parte)

IN UN PICCOLO PAESE

Una borgata di qualche centinaio di abitanti, tre casettine, come direbbe Palazzeschi, situate a qualche chilometro da S. Maria di Leuca nella penisola salentina in provincia di Lecce. Qui, a Patú, in questo paese da nulla, Liborio Romano, per sventura dei Duosiciliani, aprí gli occhi il 27 ottobre 1795 e diventerà colui che nel 1860 avrebbe recitato la parte di boia del Reame. Di professione avvocato, proveniva da una famiglia che si era compromessa durante l’occupazione francese negli anni di Giuseppe Napoleone e di Murat. Era stato carbonaro e massone e per queste sue tendenze aveva assaporato il carcere ed anche l’esilio. Le carte della polizia lo descrivono negli anni venti del secolo “come un tumultuoso demagogo” fomentatore di disordini e incitatore di rivolta contro il Real Governo: “Da un incartamento di polizia risulta proprio questa circostanza, messa in evidenza dal Procuratore del Tribunale di Lecce, a cui il Ministro (Intonti, ndraveva chiesto informazioni: “Questo giovane che avrebbe potuto utilmente impiegare i suoi talenti nella carriera che percorre, avvelenato dalla peste settaria, li ha rivolti al male. Nel nonimestre trovandosi nella capitale (Napoli, ndr) mi si dice che arringava sulle botti, diffondendo nel popolo perniciose massime””. (G. Ghezzi, Saggio storico sull’attività politica di Liborio Romano, Le Monnier, pag. 37, anno 1936-XIV).

LA QUESTIONE DEGLI ZOLFI

Nel 1836 divenne coprotagonista di una vicenda dai risvolti internazionali: la questione degli zolfi, che Alianello sintetizza come segue: “Fin dal 1816 vigeva tra Londra e Napoli un trattato di commercio, dove l’una nazione accordava all’altra la formula della “nazione piú favorita”. Subito ne approfittarono i mercanti inglesi per accaparrarsi l’intera, o quasi, produzione degli zolfi, allora fiorente in Sicilia. Compravano per poco e rivendevano a prezzi altissimi. Di questo traffico poco o nulla si avvantaggiava il Reame e meno ancora i minatori e i lavoranti dello zolfo. Ferdinando II volle reagire a questo sfruttamento, tanto piú che, avendo sollevato la popolazione dalla tassa sul macinato, aveva bisogno di ristorare le casse dello Stato in altro modo. Fece perciò un passo forse audace: diede in concessione il commercio degli zolfi a una società francese (Taixe Ayardndr) che lo avrebbe pagato almeno il doppio di quanto sborsavano gli inglesi. Inde irae: Palmerston nel 1836 mandò la flotta nel golfo di Napoli, minacciando bombardamenti, sbarchi e peggio. Ferdinando II non si smarrí, e ordinò a sua volta lo stato d’allarme dei forti della costa e tenne pronto l’esercito nei luoghi di sbarco…”. Nella vicenda si inserisce don Liborio, che difende le “ragioni” dell’Inghilterra contro la politica economica del Re. Il Romano aveva tra i suoi clienti un certo Sir Close, che durante la controversia col governo di Napoli era stato scelto dal Palmerston per curare gli affari inglesi. Il Close scelse come patrocinatore il Romano. Il Romano, invece di consigliare al suo cliente, per ragioni di imparzialità, un arbitrato internazionale da svolgersi in un paese neutrale “compose una memoria in cui si opponeva con forza al nuovo contratto sostenendo le sue ragioni con tanto vigore che la polizia ne vietò la stampa” (G. Ghezzi, Saggio storico citato). Ferdinando, venutosi a trovare tra due fuochi, cedette e annullò il nuovo contratto, ma dovette pagare i danni. Leggiamo ancora Alianello: “Pareva dovesse scoppiare la scintilla da un momento all’altro. Ci si mise fortunatamente di mezzo Luigi Filippo e la Francia prese su di sé la mediazione. Il risultato fu che lo Stato napoletano dovette annullare il contratto con la società francese e pagare gli inglesi per quel che dicevano d’aver perduto e i francesi per il mancato guadagno. E’ il destino delle pentole di terracotta costrette a viaggiar tra vasi di ferro. Chi ci rimise fu il povero regno napoletano; ma l’Inghilterra se la legò al dito come oltraggio supremo“.

ANCORA SULLA BRECCIA

Con l’atto sovrano del 29 gennaio 1848 si giunge alla Costituzione concessa da Ferdinando II. Il Romano si presenta come candidato del partito liberale per la provincia di Lecce. Non viene eletto per soli 4 voti, ne occorrevano 1500, lui ne ebbe 1496. Ma per le stragi causate dai liberali in Napoli il 15 maggio, finí in prigione anche lui per attentato alla sicurezza dello Stato. Il fratello Giuseppe riuscí a farla franca per la sua amicizia con Sir Close, quello degli zolfi, e con Sir William Temple, ambasciatore di S. M. Britannica in Napoli. Il Romano, per uscir dal carcere supplicò il ministro di polizia, comm. Gaetano Peccheneda, di essere esiliato: “io la supplico – dice dopo essersi protestato lamentosamente innocente – di un passaporto per Milano o per un luogo qualsiasi delle Toscana … Io avrò l’una o l’altra concessione al singolar favore della sua bontà per me e con solito illimitato rispetto mi raffermo Liborio Romano“. Fu accontentato. Se ne partí per la Francia, Montpellier e Parigi dal 4 febbraio 1852 al 25 giugno 1854, quando per una supplica untuosa e protestante fedeltà al Re Ferdinando II ottiene di ritornare in Patria. Dopo una breve visita a Patú si stabilisce di nuovo a Napoli. Ecco come suona quel documento: “Signore, l’avvocato Liborio Romano devotamente rassegna a V.M. la piú viva sua gratitudine e riconoscenza per essersi la M.V. degnata accogliere le sue suppliche e concedergli la grazia di ritornare nel Regno. Egli sente altresí il dovere di dichiarare la piú alta devozione ed attaccamento alla Sacra Persona della M.V. suo augusto Signore e Padrone; e protesta in pari tempo i sensi della piú devota fede ed attaccamento alla pura Monarchia assoluta di V. M.. E cosí prega la clemenza di V. M. di volere accogliere questi rispettosi sensi della piú devota fede coi quali si protesta di V. M. devotissimo e umilissimo suddito Liborio Romano“. Ha quasi 60 anni ed è celibe.

di: RIN, dal PeriodicoDueSicilie 07/2000

da: http://www.adsic.it/storia/don_liborio_romano.htm

 

fonte brigantaggio.net

 

 

 

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