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Ennio Morricone: il maestro delle musiche

Posted by on Set 26, 2017

Ennio Morricone: il maestro delle musiche

Lo si definisce poco facondo, piuttosto austero, di temperamento collerico. Non ha, un giorno, ricondotto alla porta, sotto una scarica di bastonate, un giornalista che l’aveva chiamato Sergio Leone? Ennio Morricone non ama l’approssimazione. Egli diffida di quei cronisti, che, troppo spesso, tradiscono il suo pensiero.

-Due parole scritte quando io ho parlato per cinque minuti.

Egli riprende: “Dopotutto, si  sanno meno cose di me. Tanto meglio!

Pudore, prudenza o millanteria, l’uomo non cerca di essere simpatico. Né il contrario, d’altronde.

Si penetra nel suo appartamento romano,  in via Aracoeli, come si entra alla Cappella Sistina. Per niente morbido, voce misurata. Un luogo sottratto al movimento, alla frenesia della Città Eterna.

“Ennio non tarderà”, assicura Enrico, il suo assistente.

Sorridente per due. L’atmosfera è conviviale. Nel vasto salone le pareti sono tappezzate di pitture firmate da artisti italiani e tedeschi. Tra due finestre che danno su Piazza Venezia, un pianoforte a coda. La tastiera è chiusa. E’ nel suo “ufficio-studio “, antro annegato sotto le carte, le partiture e i CD, che il maestro compone.

In cinquantasette anni, più di quattrocento musiche da film. Tre piccole note bastano a far risorgere dalle memorie la nenia dell’armonica in “C’era una volta il West” di Sergio Leone, il grido stridente del coyote in “Il buono, il brutto, il cattivo”, ancora di Sergio Leone…Pezzi da antologia, che hanno rivoluzionato il western italiano.

Ma io non ho scritto che questo, dopotutto! E il resto?

Sguardo-revolver. Abbiamo parlato delle sue opere di gioventù. Padre trombettista di jazz, madre commerciante, Ennio è il solo dei figli Morricone a battere il tempo. Sin dall’età di 6 anni, il premio Oscar scarabocchiò le sue prime partiture.

“Composizioni senza valore distrutte quattro anni più tardi.

Allievo del prestigioso conservatorio di Santa Cecilia, Ennio si destina allora ad una carriera classica, ma, nel dopoguerra, una situazione familiare precaria metterà un bemol ai suoi sogni. Bach, Palestrina, Stravinski o Monteverdi, i suoi compositori preferiti,  attenderanno. Per guadagnare la vita, egli si produce in club jezzistici prima di tentare la musica seria, poi di lanciarsi nella scrittura d’arrangiamenti per la televisione, il teatro e il cinema. E’ Luciano Salce che, nel 1961, gli commissiona la sua prima musica da film, “Missione ultrasegreta”. E’ la fine dell’anonimato per Morricone. A seguire, i più grandi registi della settima arte: Sergio Leone, certo, Bernardo Berolucci, Pier Paolo Pasolini, Edouard Molinaro, Henri Verneuil, Barry Levinson, Brian De Palma…E Roland Joffé per il quale scrisse, dopo “Mission” (1986),    “L’ombra di mille soli” (1990) e “La città della gioia” (1992), la musica di Vatel: “Egli mi ha spiegato il film, io ho letto alcuni passaggi del soggetto e, del tutto eccezionalmente, mi sono recato a Parigi. Ho composto prima delle riprese, durante ed anche al momento del montaggio. Ho molto lavorato. Quanto tempo? Non so”.

Questo stakanovista della nota non conta le sue ore. Disciplina e rigore sono le sue qualità, oltre al talento. Sempre lo stesso rituale: risveglio all’alba, seduta di stretching, alcuni passi da una stanza all’altra dell’appartamento, lettura del giornale. Alle otto, Ennio si siede al suo tavolo di lavoro. Niente melodie  suonate sul sublime organo del XVII secolo. Basta una biro. Lo si immagina preso nell’attitudine del monaco copista. Solitario, meticoloso.

“L’intuizione non rappresenta che l’1% del talento. Per certi pezzi di Vatel, il contesto storico ha reclamato una fedeltà all’epoca. I temi principali, in compenso, non sono completamente ispirati alla musica del Settecento. Essi mi sono più personali”.

Lo stile Morricone: perfettamente identificabile quando  si applica  alle visioni epiche di un Leone, più classico quando il barocco delle orchestrazioni sublima i voli sentimentali di un Tornatore, sconcertante ed innovatore quando un Almodovar o un Warren Beatty reclamano al maestro di integrare alcuni brani di rap.

“Se si analizza la produzione di un compositore, si può vedere il discorso che si inscrive in filigrana dei film. Se un autore pensa che una delle sue idee non sia stata completamente sfruttata, ha il dovere di riprenderla, ivi compreso su un altro progetto, e di svilupparla fino al suo termine”.

Preziosi fondi di cassetti. Il tema principale di “Per un pugno di dollari” era, in partenza, una ninna nanna rifiutata dalla televisione.

L’uomo è caparbio, tenace. Solista? Solo la moglie è suscettibile di influenzarlo.

“Se  a lei non piace una musica, io non la do neanche al regista”.

Una confidenza: Ennio Morricone parla poco della sua vita privata, della sua famiglia. Frasi breve ed evasive. Una parola sul figlio, Andrea, compositore come lui? Egli rimpiange di non essere un padre più disponibile. Egli, impegnatissimo, non potette recarsi alla Columbia University di New York per felicitarsi con Giovanni, che ricevette il suo diploma di regista. Egli dovette dare tre concerti in Europa (a Varsavia, a Parma e a Gand).

“Non ho un minuto libero”.

Casalingo, lavoratore accanito, allergico alle feste, Ennio Morricone esce poco, va raramente al cinema. Non gli si conosce  alcuna presa di posizione sui grandi problemi della società e sulla politica. L’uomo sembra di un’impermeabilità quasi arrogante alla fantasia. Appena gli si è strappato alcune briciole di lui stesso che già scappa. Il gioco è finito.

Si perdona al maestro i suoi umori passeggeri. Questo servitore della musica è un maestro nel suo genere. A 88 anni, Ennio Morricone non avrà atteso l’eternità per porre i suoi spartiti, le sue note, nel pantheon dei grandi. “Ecce homo”.

In ultima analisi, possiamo dire che, dalle pianure del Far West a “Vatel”, Ennio Morricone è uno dei più celebri compositori di musiche da film contemporanei. In questo incontro l’uomo discreto esce dal suo silenzio.

 

Alfredo Saccoccio

 

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