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EPISODI DI BRIGANTAGGIO POSTUNITARIO NEL TENIMENTO DI ROCCAMANDOLFI

Posted by on Dic 16, 2018

EPISODI DI BRIGANTAGGIO POSTUNITARIO NEL TENIMENTO DI ROCCAMANDOLFI

L‘inizio ufficiale della rivolta armata contadina nel Comune di Roccamandolfi, per quanto è conservato nei documenti consultati e in alcune pubblicazioni d’epoca e non, risale all’ottobre del 1860. Nel corso di quel mese infatti, in concomitanza della storica Battaglia di Pettoranello d’Isernia, combattutta il 17 ottobre, i contadini di Roccamandolfi, inquadrati in una formazione di ribelli, parteciparono attivamente allo scontro armato. Una parte di essa infatti, occupando una collina a ridosso dell’abitato di Cantalupo, sostenne un nutrito scambio di fucileria e diversi assalti di un reparto di Camice Rosse Garibaldine. L’altra parte invece, catturò oltre venti volontari appartenenti ad una Compagnia della Legione del Matese, i quali avevano cercato dopo la disfatta, una via di scampo attraverso il tenimento di Roccamandolfi, nell’inutile tentativo di attraversare il matese da quel lato. Per ripristinare l’ordine pubblico seriamente compromesso ed anche per domare l’euforica “baldanza di quei facinorosi”, da Isernia venne inviato un reparto misto di fanteria piemontese e di volontari garibaldini. Gli abitanti di Roccamandolfi, almeno la parte più reazionaria e la frangia più intransigente borbonica, non si fece trovare impreparata. Riferiva l’avvocato Vincenzo Berlingieri, testimone adolescente di quei tragici avvenimenti e anche autore di una colta pubblicazione, che “… i reazionari ne furono avvisati per tempo e si trincerarono nel diruto castello, dove vinti si dispersero per la campagna, più ostinati di prima …”. La proclamazione di una amnistia generale con la quale si concedeva il perdono giudiziario a tutti i rivoltosi nascosti sulla montagna del Matese, cercò di ristabilire l’ordine e la quiete pubblica e salvaguardare la vita e le sostanze degli altri cittadini che aveva aderito ala nuovo Stato Unitario. Ma il fuoco della rivolta covava sotto le ceneri di una nuova violenta reazione e la sicurezza pubblica, così faticosamente raggiunta, sembrava esplodere e compromessa da un momento all’altro. Il rientro dei ribelli nascosti sulle montagne, l’arrivo dei primi soldati sbandati borbonici portatori di proclami reazionari borbonici, il ritorno in Roccamndolfi dei soldati capitolati delle fortezze conquistate dai piemontesi, la mancata concessione dell’indulto, i primi arresti, le continue vessazioni a cui erano sottoposti gli ex soldati borbonici, provocarono una dura reazione e d un giusto risentimento a quanto promesso e non mantenuto. Principali autori che spinsero e fomentarono alla rivolta armata contadina in Roccamandolfi furono infatti alcuni ex soldati sbandati borbonici, rientrati nel loro paese natale e che costituirono il primo nucleo reazionario in grado di scuotere l’Autorità e amministrativa ancora in fase di consolidamento. Questo inquietante ed iniziale periodo che la storia e gli storiografi inquadrarono poi come l’insorgere del fenomeno del Brigantaggio postunitario nelle Province Meridionali del Regno d’Italia.

La costituzione delle prime bande reazionarie nel territorio diRoccamandolfi risale al giugno del 1861, quando il giorno 3 alcuni ribelli,nascosti nella contrada boscosa “Guado della Melfa”, sul Matese,uccisero a colpi d’arma da fuoco il Guardiaboschi comunale. Identica sortetoccò, alcuni giorni dopo, ad un suo fratello. L’unica colpa per entrambi, fuquella di avere aderito al Governo sabauda. Il 16 giugno, tre naturali delluogo, proclamatisi “Generali”, Samuele Cimino, DomenicangeloCecchino e un certo Ricciardone, unitamente ad una numerosa comitivadi reazionari e manutengoli, proveniente dal versante beneventano delMassiccio, invase il paese di Roccamandolfi. I ribelli effettuarono diversegrassazioni violenti con l’incendio di carte e documenti contenutenell’archivio comunale. Aggredirono poi le abitazioni delle famiglie D’Andrea,Baccaro e Ricci, rubando armi e munizioni e depredandole dioggetti e viveri. Rivolsero poi la loro azione nella casa dell’Arciprete DonFelice Innamorato, nella quale rubarono sessanta ducati, due fucili, una pistolae varie munizioni. Cercarono ancora di penetrare in altre due abitazioni, mafurono respinti per la pronta ed eroica resistenza opposta dai proprietari. Sulfare dell’alba, si ritirarono sulle alture che circondano il paese,trasportando tutto il materiale derubato. Il 13 agosto 1861 piombarononuovamente su Roccamandolfi, di ritorno dalla scorreria su Cantalupo. I ribelli”… per vendetta e vecchi rancori …”, produssero incendi indiverse abitazioni, depredarono le armi della Guardia Nazionale, fuggita aiprimi spari, e sul Colle Santo, fucilarono otto individui, tra cui alcuni pretie un vecchio agrimensore. Rivolsero quindi la loro azione delittuosaincendiando la Cancelleria Comunale e quanto era rimasto dell’archivio. Dopotali tristissimi avvenimenti la banda di ribelli portò la sua azionedevastatrice sopra gli altri paesi che circondano il Matese dal latosettentrionale. Di ritorno da una di queste scorrerie brigantesche, i dueCapobanda Cicchine e Cimino, affrontatisi per una questione di gioco o forse disupremazia nel comando, si sfidarono a duello. Ebbe la peggio il Cimino, feritomortalmente da un colpo di pistola. Dopo alcuni giorni, sorte non diversa toccòal Cecchino. Per curarsi una ferita all’avambraccio destro prodotta nel corso delduello, il Capobanda Cecchino si era nascosto in una grotta coperta di rami efrasca sita nella Contrada Macchitelle tra Roccamandolfi e Castelpetroso. Lasua presenza non passò inosservata da parte di un contadino che lavorava neidintorni. Questi avvertì immediatamente la milizia civica di Roccamandolfi. Ilmattino del 5 settembre 1861, come racconta l’Avvocato Berlingieri “…venti guardie circondarono con circospezione e silenzio la caverna, vipenetrarono e agguantarono per i capelli il generale. Lo trascinarono fuori esenza produrgli un graffio, fu condotto in paese …”. Appena divulgata lanotizia della sua cattura, da Bojano fu mandata una compagnia di fanteria dilinea, incaricata di eseguire la condanna a morte del Cecchino nella Piazza ColleSanto. Riferisce ancora il Berlingieri: “… Cecchino ligato fu sistuatodi spalle al plotone destinato a far fuoco … e sei palle colpirono l’occipidedel malfattore … la testa era ridotta quasi in frantumi … il cervello restòattaccato al luogo medesimo dove era caduto … Si volle far scempio delcadavere, che venne custodito da quattro soldati. Verso sera, chiuso in unacassa, venne sotterrato fuori le mura del caposanto …” Con la scomparsadei due capi, i rivoltosi persero lo smalto insurrezionale e i gregari dellabanda cercarono di rientrare nelle loro abitazioni o di allontanarsi dai luoghipresi in esame, trasferendosi in Capitanata, al seguito dei pastori inTransumanza. Lungo questo itinerario, venne sorpreso dalla truppa Ricciardone,mentre nell’inverso del 1862, tradito da un delatore, fu ucciso il brigante Innamorato.

Giuliano R. Palumbo

fonte 

http://www.brigantaggio.net/brigantaggio/storia/altre/Roccamandolfi.htm

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