Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Ercolano di Alfredo Saccoccio

Posted by on Mar 12, 2018

Ercolano di Alfredo Saccoccio

Antica città alle falde occidentali del Vesuvio, Ercolano fu fondata, secondo una leggenda tramandataci da Dionisio d’Alicarnasso, dal mitico eroe greco Eracle, che, reduce dal suo mitico viaggio in Iberia (la decima fatica del membruto Ercole, che rapì a Gerione, mostruoso gigante e re delle Baleari, le giovenche purpuree, custodite da pastori colossali e da un cane a tre fauci), vi stanziò la flotta nel porto.

   Menzionata dal filosofo e scienziato greco Teofrasto di Ereso nel 314 a. C. con il nome di Herakleion, Ercolano, stando appunto a quanto ha riferito il geografo Strabone, fu dapprima dominata dagli Osci, per passare poi ai Tirreni e ai Pelasgi. Nel sesto secolo a. C. la città cadde in mano ai greci di Napoli e di Cuma. Poi divenne sannita ed infine romana, nel 307 a. C. (Hercolaneum).

  Essa si ribellò a Roma, assieme a Pompei, Sorrento e Nola, ma fu sottomessa definitivamente nell’89 a. C. da un legato di Silla, Tito Didio, perdendovi, però, la vita, e  trasformata in “municipium” romano. Ercolano, che fu iscritta nella tribù Menenia, si sviluppò urbanisticamente sul modello di Napoli, a base di “decumani” e di “cardi”.

   S. Pietro, secondo una leggenda, vi  si recò nel settembre del 54 d. C. ordinando ben trecento cristiani.

   Strabone, Cicerone, Seneca, Marziale, Plinio il Giovane, sono stati gli ottimi propagandisti del turismo ercolanese. L’oratore e uomo politico la riteneva una delle più importanti città della Campania accennando ad un “fundus Herculanensis”. Lo storico e geografo dell’antica Grecia Strabone scriveva in “Geografia”: “Subito dopo Neapolis c’è la fortezza di Herculaneum, che occupa un promontorio che si protende sul mare assai battuto dal Libeccio, così da rendervi salubre l’insediamento” del patriziato romano, grazie alla dolcezza del clima, che rendeva la qualità della vita senza pari.

   Giulio Cesare vi possedeva una villa; Columella parla delle sue saline. La città, che contava 40.000 abitanti, venne distrutta parzialmente dal terremoto del 5 febbraio del 63 d. C., restaurata da Vespasiano. 16 anni dopo, Ercolano fu seppellita  dall’eruzione del Vesuvio, sotto una massa di lava e di fango, trascinata dalle acque, che formò sull’abitato uno strato variabile dai 12 ai 25 e persino 30 metri di spessore, che, solidificandosi, divenne un banco compatto, duro come il tufo, sostenendo le strutture delle case, preservandole, e proteggendo innumeri opere d’arte, che per l’incuria dei popoli sarebbero sicuramente andate distrutte o snaturate. Sulla sua area, centoventi piedi sopra l’originario insediamento, sorse, in seguito, Resìna, che con  D. P. R. del 12 febbraio 1969 ha cambiato denominazione in “Ercolano”, già sua frazione, sotto cui giacciono ancora gli edifici del Foro.

   Lo storico greco Dione Cassio Cocceiano in “Historia Romana”, opera voluminosa in 80 libri, fa una dettagliata descrizione dell’eruzione del Vesuvio: “si credette allora che la terra crollasse, e che il mondo andasse a ricadere nel caos. L’aria, la terra e il mare erano ugualmente soggetto di spavento. Non c’era sicurezza da nessuna parte. Il sole era oscurato da vortici di cenere e di polvere che furono portati fino in Egitto”.

   Tuttavia il letterato latino Lucio Annio Floro, verso l’anno 100, parlava ancora di Ercolano, che dormiva in fondo ad una tomba di lava profonda, da cinquanta a sessanta piedi, che custodiva fragili meraviglie che adesso possiamo ammirare nel loro splendore.

 Lo storico Lucio Cornelio Sisenna, appartenente alla “gens Cornelia”, oratore ed uomo politico, nel frammento 53-54 delle  “Historiae”, tratta di  Ercolano, circondata da mura e limitata da due fiumi; il retore e storico greco Dionisio di Alicarnasso in “Storia Antica di Roma”, I, 44, riporta che Ercolano ha  ancoraggi sicuri in un porticciolo, che doveva servire per l’attracco di navi dei membri della famiglia imperiale e del patriziato romano, che, per  sottrarsi alla vita febbrile di Roma, vi venivano in villeggiatura o vi soggiornavano in pianta stabile, in sontuose dimore, delle volte a più piani, fatto assai singolare per quell’epoca.

   Di Ercolano ci si dimenticò completamente. Soltanto Niccolò Perotto, nel 1488, in “Cornucopia”, e Jacopo Sannazzaro, nel 1504, la citarono brevemente nella sua “Arcadia”, romanzo pastorale-allegorico in volgare, costituito da 12 prose e da altrettante egloghe.

   Gli scavi di Ercolano iniziarono nel 1709 scavando gallerie e corridoi sotterranei e portarono alla luce la parte meridionale della città con numerosi edifici, tra cui la basilica, a pianta rettangolare, adorna di pitture, di singolare bellezza, e di statue di marmo dei Balbo, proprio dinanzi all’ingresso delle  terme; alcuni templi; le terme, dalle amplissime sale, una risalente agli ultimi anni di vita della città e l’altra di età giulio-claudia, splendidamente decorate; la palestra rettangolare, a due piani, di grandi dimensioni, dove si svolgevano attività atletiche e dove si curava la sanità del corpo, in cui fu rinvenuta una scultura egizia dedicata al dio Atum; il teatro (metri 53 di diametro, capace di contenere circa 2500 spettatori ) con cavea sostenuta da due ordini di colonnati, costruito al tempo di Augusto e decorato in epoca claudia e poi neroniana; la Villa dei Papiri o dei Pisoni, ricca di statue e di busti. Vedi Plinio il Giovane, “Epistola” III, 6-7; Publio Papinio Stazio, “Silvae”, IV, 6, in cui il poeta epico e lirico latino documenta gli usi e i costumi dell’epoca.

   La scoperta di Ercolano, avvenuta in maniera casuale, fu sensazionale per i ritrovamenti tanto preziosi e rari, con i grandi bronzi, che, però, hanno perduto, tutti, la loro patina originale, indistintamente raschiati e verniciati, e le statue marmoree, per la maggior parte ritratti imperiali romani, per cui l’archeologo inglese Charles Waldstein aveva un sogno, quello di radere al suolo Ercolano, di scendere nel profondo, di ridare la vita  alla città morta. Il sogno non si è realizzato. Fu proposto un Consorzio di tutte le nazioni, con alla testa il re d’Italia, ma poi tutto cadde nel nulla, per il rifiuto dei “dotti” dell’Accademia Ercolanese.

   Lo scrittore e magistrato francese Charles de Brosses fu dei primi ad effettuare un pellegrinaggio ad Ercolano, sin dall’estate del 1739, facendosi vulcanologo e geologo. Egli fu impressionato dalle scoperte fatte, tanto che redasse, nel mese di novembre dello stesso anno, due relazioni della sua visita, indirizzate una all’erudito di Digione e possessore di una delle più belle biblioteche francesi, il presidente Bouhier, l’altra a Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, fondatore del Museo di storia naturale. Nella prima relazione si soffermò sulle pitture rinvenute ad Ercolano sostenendo che “sistemando in buon ordine tutto quanto si estrarrà dalla terra, si formerà certamente la più singolare raccolta di antichità che sia possibile mettere insieme”. Nella seconda, indirizzata, due giorni dopo, al naturalista Leclerc, de Brosses ritenne che “Niente al mondo è più singolare che aver ritrovato un’intera città nel seno della terra”, uscendo dalla tomba, “quasi con la stessa freschezza – come osserva François de Paule Latapie (1776) – e la stessa bellezza che essa aveva sotto i Cesari”. 

   I guardiani degli scavi impedivano ai visitatori di guardare troppo attentamente le vestigia, di prendere annotazioni o di abbozzare schizzi. Ciò fece scrivere ironicamente all’archeologo e numismatico francese Jean-Jacques Barthélemy (in Italia nel 1755-57), in “Voyage en Italie de l’abbé Barthélemy”, edito a Parigi nel 1801, a proposito degli affreschi, fatti vedere con grande rapidità: “che sembra che i Napoletani siano persuasi che gli sguardi troppo ripetuti potrebbero distruggerli, o portar loro qualche danno”.

     La verità è che si voleva salvaguardare la pubblicazione dei sontuosi volumi, dei quali il sovrano di Napoli, Carlo IV di Borbone, aveva affidato la redazione ad alcuni eruditi devoti.

     Solo lo storico ed archeologo Johann Joachim  Winckelmann riuscì ad ottenere un trattamento di favore e potette esaminare, nel 1758, preziosi reperti trascorrendo quasi due mesi a Portici. Egli restò giornate intere nel gabinetto  del museo di  Portici, installato nel  Palazzo Reale, tanto caro ai sovrani borbonici e al re di Napoli, Giuseppe Bonaparte, i quali vi dimoravano volentieri. Winckelmann scrisse belle pagine sui reperti ercolanesi, tra cui le tre statue muliebri conservate a Dresda, che il principe d’Elboeuf aveva regalate ad Eugenio di Savoia.

   La città sotterranea di Ercolano apparve, subito dopo gli scavi, come una miniera rigurgitante di tesori e di reperti fastosissimi. Le scoperte più preziose furono le statue bronzee e in marmo tratte dal teatro, vendute da Emanuele Maurizio di Lorena, principe d’Elboeuf; teatro posto a circa 26 metri di profondità, composto da 10 file di gradini, capace di 3000 spettatori. Un intero teatro, grazie al grande pozzo scavato nel bosco dei Frati Alcantarini. Esso si trovava in un cortile, all’interno del quale si snodava una scala a spirale. Dentro, tramite una scalinata di marmo, venne rinvenuto, grazie ai lavori voluti da Carlo III di Borbone, il teatro romano costruito da Numisio, su commissione del  duumviro ercolanese Lucio Annio Mammiano Rufo, dove, quasi diciassette secoli prima, gli spettatori avevano riso agli avvenimenti rappresentati.  

   Vennero fuori  affreschi incontestabilmente troppo romani, del terzo e del quarto stile pompeiano, pannelli con motivi mitologici, fregi di fanciulli, gracili “silhouettes” chiuse nei medaglioni. Si sapeva pressappoco rimuovere gli affreschi dalle pareti sulle quali erano stati dipinti, ma si sapeva  conservarli?

    Si era scavato a caso, senza un piano fisso e ragionevole. Luoghi consacrati  dalla Favola e dalla Storia.

   Le abitazioni ercolanesi hanno miracolosamente conservato, a differenza di Pompei, porte di legno, che ancora girano sui cardini, riquadrature di finestre, scale d’accesso ai piani superiori e, addirittura, letti, armadi, scansìe lignee. Molte case furono trovate  ammobiliate e i mobili ben conservati, come pure i tessuti. Fu trovato tutto quello che si era pronti a mangiare e a bere al tempo dell’eruzione: pane, formaggio, fave, uva, noci, vino, grano, orzo, fichi, freschissimi, oltre agli utensili, ai vasi di argilla, alle reti di soja per la pesca, pochissimo differenti da quelli che sono ora   in nostro uso. Sono oggetti di carattere ordinario.

   Due sono i tipi di casa: casa a graticcio, a due piani, di tipo popolare ed economico per più famiglie; casa dell’atrio, a mosaico, di tipo signorile, con terrazze e loggiati sulla fronte, prospiciente il litorale.

   Da ammirare la Casa del Bicentenario, situata lungo il “decumanus maximus”, che dovette certamente appartenere ad una famiglia patrizia ercolanese, in cui fu rinvenuto, in una stanzetta riservata alla servitù, un simbolo cruciforme, ligneo, incastrato nel muro, ritenuto una testimonianza del primordiale  Cristianesimo; la Casa dell’Atrio, di tipo tuscanico, dal magnifico pavimento musivo, a scacchiera; la Casa Sannitica, di epoca preromana, dallo stupendo atrio e  dallo splendido loggiato a colonnine ioniche, che conserva l’affresco del “Ratto di Proserpina”; la solenne Casa di Argo con un porticato di 20 colonne e 6 pilastri; la Casa di Nettuno e Anfitrite, risalente all’età claudio-neroniana, di grande ricchezza cromatica, a due piani, nel cui ninfeo, in un mosaico, sono rappresentati il dio del mare, dei fiumi e delle fontane e la moglie, divinità marina, una Oceanide, e scene di caccia con   maschere teatrali e tralci di vite; la Casa dei Cervi sul cardine V, di età claudio-neroniana, dalle ricche decorazioni pavimentali, con un terrazzo affacciato sulla marina e con due gruppi scultorei, in marmo bianco, che raffigurano “Cervi assaliti dai cani” e quattro levrieri.

   Quest’ultima è una villa nella villa, costruita sull’estremità del promontorio, di fronte al mare, ad una quindicina di metri al di sopra della spiaggia. L’edificio ha un giardinetto, dove, in mezzo ad arbusti costeggianti il viale centrale, il proprietario ha installato due statuette di fontana, rappresentanti, l’una, un satiro che versa, la seconda, un Ercole “mingens”, una graziosissima vasca marmorea, due gruppi scultorei nella sala del triclinio, raffiguranti, ciascuno, un cervo assalito da quattro cani da caccia e, infine, due tavoli rotondi di marmo.

   Esplorata dai Borboni nel 1748, poi sgombrata dall’archeologo Amedeo Maiuri, la Casa dei Cervi è ritenuta una delle dimore patrizie meglio concepite, il cui piano presenta novità architettoniche.

   La “Baccante coricata su un mostro marino a cui versa da bere” è una creatura affascinante, raffigurata con un’aura di dolcezza e di tranquillità.

  Un discorso a parte merita la famosa “Villa dei Papiri”, a picco sul mare, lunga 250 metri, che dormiva sonni beati sotto i garofani di Ercolano, a venti metri di profondità. Nel 1750 si operò con il piccone per portare alla luce questo gioiello del passato, sepolto da uno spesso banco di tufo, facilmente disgregabile, e dall’oblìo, come se il mondo si fosse fermato per sempre. Vi furono rinvenute dodici statuette: otto di esse raffigurano Sileni barbuti, giovani Satiri e putti; due busti rappresentano i cosiddetti Tolomeo Alessandro e Tolomeo Latyro, che regnarono in Egitto in età ellenistica; due statuette  effigiano un putto con vaso. Le sculture, in bronzo e in marmo, di ambientazione dionisiaca, ornavano l’atrio della Villa suburbana, forse di proprietà di Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare, articolata intorno a due peristilii: uno, quadrato, di circa 20 x 20 metri, con fontane ed euripo; l’altro, rettangolare, 100 x 37 metri, con, al centro, una grande piscina (66 x 7 metri), più lunga, dunque, di una piscina olimpica. All’esterno del peristilio, davvero sontuoso, con 64 colonne, numerose opere d’arte ed un vasto giardino costituito da fontane, esedre, ninfei, culminanti in un belvedere circolare, rivestito di marmi bianchissimi, da cui si poteva godere l’intero golfo di Napoli.

   Negli anni 1752-56  furono rinvenuti in una piccola e rustica  stanza della citata villa 2120 volumi papiracei carbonizzati dalla lava defluita dal Vesuvio nel 79 dopo Cristo, oggetto di studi particolari nella Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, dove è conservato questo fragilissimo materiale, che rappresenta l’unica biblioteca al mondo del passato giunta fino a noi, biblioteca famosa nell’antichità.

    A quel tempo il mondo intero civile sobbalzò e palpitò di commozione per questa straordinaria scoperta, che gettava nuove luci sulla conoscenza dell’antichità e che, una volta decifrati alcuni manoscritti calcinati, potrebbe rivelarci qualche poeta greco sconosciuto, qualche tragedia di Euripide o di Eschilo ignorata. Sono consentite tutte le speranze. Accarezziamo questo sogno… 

    Finora sono stati svolti dal gesuita  genovese Antonio Piaggi, con la macchina di sua invenzione, 800 rotoli. Vi sono ancora 1.320 rotoli racchiusi in cornici metalliche e vetro. Questi, una volta dispiegati e studiati, forniranno una documentazione preziosa sugli scritti di filosofi epicurei fino al I secolo d. C., tra i quali Filodemo di Gadara, amici del padrone di casa, a cui lasciarono i loro scritti. Fino ad oggi  sono stati decifrati 57 papiri in latino, con scritti di  Quinto Ennio e di Tito Lucrezio Caro, oltre ad un frammento di poema sulla battaglia di Azio. Ora si attende la ripresa degli scavi, fermi al maggio del 1998.

  Molto interessanti anche la “Casa del bel cortile”, con pitture del IV stile,  la “Casa del rilievo di Telefo”, ornata di un’opera di arte neoattica, rappresentante il mito di Telefo, la “Casa del gran portale”, dai capitelli corinzi con raffigurazioni di Vittorie alate, la Casa “dell’albergo”, la più vasta tra le dimore della parte meridionale di Ercolano, con affreschi murali del II e del III stile, e la “Casa della gemma”, così denominata per il rinvenimento di una gemma con il ritratto di una donna, di epoca claudia.

   Da non mancare di vedere le terme urbane, nei pressi del Foro, dell’età augustea, nel cui “tepidarium” è un pavimento a mosaico sul quale sono raffigurati un tritone e quattro delfini, e quelle suburbane, di età flavia,   dalle volte a stucco, dai  pavimenti a mosaico, che rappresenta animali marini, dalle lussuose vasche, che dovevano svolgere un ruolo preminente nel campo termale campano, e la cosiddetta “Basilica”, di pianta rettangolare, in cui sono state rinvenute statue equestri e statue onorarie della famiglia patrizia Balbo e decorazioni di gusto ellenistico, raffiguranti “Chirone ed Achille”, “Teseo vittorioso”, “Marsia ed Olimpo”, “ Ercole e Telefo”, nella quale si coglie un vivo senso della natura, opere custodite ora nel Museo Nazionale Archeologico di Napoli, come sono conservati nello stesso museo due bronzi greci trovati ad Ercolano, due autentici capolavori: il primo raffigura “Ermes seduto”,

senza dubbio scultura originale del IV secolo a. C., in cui si potrebbe scoprire la mano del fecondo artista di Sicione, Lisippo, uno dei grandi maestri della scultura greca, che animò l’arte nel corso del IV secolo a. C.. Lo scultore si è sforzato di suggerire il movimento fermo, deciso. Ermes si riposa, per un istante, sul monte Ida, prima di riprendere la sua corsa per ordine di Juppiter, il re degli dei.      

    Il secondo, che rappresenta il “Fauno ebbro”, disteso su un otre semivuoto, sembra suonare le nacchere. La sua attitudine, molto realistica, è tradotta con audacia. Questi due bronzi scoperti, uno nel 1758, l’altro nel 1764, avevano conservato la patina verde, quasi nera, tipica delle opere di Ercolano, quando i bronzi pompeiani sono verderame: è tuttavia la stessa eruzione del Vesuvio che seppellì le due città.

   La città vesuviana, che per la colonna eruttiva perse almeno duemila persone, ha anche restituito, nella prima metà del Novecento, numerose tavolette cerate, ora al Museo Nazionale Archeologico di Napoli, testimonianze illuminanti sulle dispute legali dei cittadini di Ercolano, utili per la conoscenza della storia sociale  e dell’onomastica di Ercolano.  

   La perla della costa vesuviana è suddivisa in decumani (nel “decumano massimo”, il cuore dello shopping della cittadina, fu rinvenuto, nel luglio del 1961, un candelabro e il piccolo, bronzeo “Dioniso con pantera”, animale sacro a questo nume, adorno di vari fregi, di arte locale) e in cardini, in notevole pendìo, questi ultimi, e perpendicolari al mare.    

      Da ammirare le splendide ville patrizie, come quella del duca di Campolieto, realizzata dal napoletano Luigi Vanvitelli, e “La “Favorita”, detta anche “Villa Reale”, di proprietà del principe Caracciolo di Santobono, restaurata dall’architetto fiorentino Ferdinando Fuga, oltre alla chiesa di Santa Maria a Pugliano, elevata a basilica dal papa Gregorio XIII nel 1574, che conserva una pregevole statua in legno, di stile bizantino,    un Cristo Nero, uno stupendo fonte battesimale e alcuni sarcofagi donati da Sergio e da Guaimaro IV. Tra i molti suoi visitatori, citiamo il pontefice Pio IX, esule a Portici, ospite dei regnanti di Napoli, che celebrò una messa solenne nella basilica, lasciando, in dono, una magnifica pianeta.

     Nel 1892, ad Ercolano, nella Villa Isabella, Gabriele D’Annunzio ebbe l’ispirazione per una raccolta di poesie, “Il poema paradisiaco”. Qui, l’anno dopo, tra mare, cielo e monte, nacque una bambina, idolatrata dal poeta e prosatore pescarese, a lui fedelissima, che lo assiste amorevolmente negli anni tristi della degenza per la ferita di guerra all’occhio: la figlia Renata, la bambina del “Notturno”, eternata con il suggestivo nome di “Sirenetta”.

      Vanto di Ercolano sono le “cresommele”, forse le più saporite del mondo.            

 

               Ad Ercolano le vittime del Vesuvio ignoravano la carie

 

      Ercolano, città di quarantamila abitanti, presenta attività e lo stesso paesaggio della sua celebre rivale, con una sola eccezione, le sontuose residenze che ricchi cittadini di Napoli hanno innalzate sul suo fronte di mare. Il loro lusso, però, non è nulla, paragonato a quello delle ville che si allineano lungo la baia, particolarmente a Stabia.

   I ricchi  Romani in villeggiatura ad Ercolano, nelle loro dimore in splendida posizione panoramica, al momento in cui la loro città fu distrutta dall’eruzione del Vesuvio, contemporaneamente a Pompei, nel 79 dopo Cristo, ignoravano tutto o quasi tutto delle carie dentarie. Tale è stata la diagnosi “ post mortem” dei dentisti e degli stomatologi delle Università di Napoli e di Pisa, che, dedicatisi a un vero e proprio lavoro da detectives sui denti delle vittime irrigidite al momento dell’eruzione, hanno pubblicato, il 20 maggio 1995, nella rivista medica “The Lancet”, i risultati di esami effettuati sui denti di circa cento vittime, adulti e fanciulli, i cui scheletri sono stati riesumati nelle vicinanze della spiaggia di Ercolano.

    Gli autori notano che, secondo gli antropologi, il nutrimento degli antichi ercolanensi era eccellente, ma, aggiungono questi specialisti, “troppo cariogeno, poiché costituito principalmente da pesce e da carne, con grandi quantità di miele”. Tuttavia solo 49 dei 1275 denti esaminati sono risultati cariati, appartenenti a 41 adulti e a 12 fanciulli, ossia il 3,8% . Questa percentuale è molto bassa in rapporto alla frequenza delle carie tra le popolazioni tanto antiche quanto moderne. Si trovano proporzioni di portatori di carie nettamente più elevate, l’8% ed anche l’11% negli individui delle civiltà antiche.                      

    In compenso, i dentisti napoletani hanno osservato sui denti degli ercolanensi dei segni di rarefazione (ipoplasìa) dello smalto. Questa ipoplasìa è una conseguenza frequente delle privazioni alimentari o di altri tipi di stress, ma essa si osserva anche nelle persone ben nutrite, che hanno una fluoròsi. I risultati dei loro esami hanno condotto i ricercatori italiani ad esplorare questa pista. Essi hanno sottoposto i denti di cui disponevano a una microanalisi appropriata, per dosare il fluoro nello smalto dentario permanente del primo molare da otto delle loro mascelle.

   I ricercatori hanno comparato i loro risultati a quelli di dosaggio effettuati a uno dei loro clienti di Pisa, servente da testimone e apparentemente indenne da fluoròsi. In sei degli otto ercolanensi, i tassi di fluoro nello smalto raggiungevano dei valori più di 10 volte superiori alla norma. Negli altri due, un’adolescente ed una donna adulta, non si è rintracciato fluoro, neanche allo stato di tracce: queste due eccezioni restano inesplicate, salvo ad ammettere che queste due persone erano estranee alla zona, avendo dei membri dell’aristocrazia romana costruito delle ville per vacanze, oppure loro invitati.

   Per i ricercatori, la chiave dell’enigma potrebbe trovarsi nel sottosuolo. Concentrazioni elevate di fluoro sono state rinvenute negli strati geologici permeabili. Ciò permette di pensare che gli abitanti dell’epoca bevevano un’acqua fortemente fluorata. La fluoròsi che ne segue renderebbe conto sia dell’ipoplasìa dello smalto sia della rarità delle carie dentarie.                                             

 

                                     Testimonianze

 

   – Come sventola il fumo del Vesuvio – disse Federico additando il monte – avremo una serata magnifica.

   – Sventolava diversamente -disse Maretti- quando passò come ombra di nuvole su tutta la pianura nell’anno Domini 79 post Christum, quando le città che adesso visiteremo sparirono sotto la lava e la cenere.

…Ci fermammo davanti a una casa di Resina. Qui sotto la strada, sotto tutto l’intero villaggio si nasconde Ercolano. Lava e cenere coprirono in poche ore tutta la città e la sua esistenza fu annullata; il villaggio di Resina fu eretto sopra di esso.

   Entrammo nella casa più vicina. Nel cortile c’era un gran pozzo aperto e una scala a spirale girava in questo verso l’interno.

   – Vedete signori – cominciò Maretti – fu nell’anno post Christum 1720 che il principe di Elboeuf fece scavare questo pozzo. Appena furono arrivati a poche braccia di profondità furono trovate delle statue e allora i lavori furono sospesi; “mirabile dictu”, in trent’anni non vi si mise più mano finchè Carlo di Spagna fece scavare un pozzo più profondo e si trovò la potente scalinata di marmo che potete veder qui.

   La luce del giorno filtrava dall’apertura sulle gradinate del grande anfiteatro di Ercolano. Il nostro “Cicerone” accese una fiaccola e scendemmo ancora nelle profondità del pozzo; ci fermammo nelle ultime gradinate da cui diciassette secoli prima migliaia di spettatori avevano gridato di gioia.

   Una piccola porta ci condusse quindi in un corridoio ampio da cui potemmo scendere all’orchestra e vedere i vani separati per i musici, i camerini per i commedianti e parte della stessa scena. La vastità e la grandiosità del tutto mi impressionò fortemente: anche così illuminato a tratti quel teatro mi appariva assai più grande del teatro San Carlo, ma vuoto, deserto stava dinanzi a noi mentre un nuovo mondo rumoreggiava al di sopra. …Avevo nostalgia della luce del giorno e ben presto respirammo l’alito fresco del vento. Nelle strade di Resina vedemmo quindi ciò che di Ercolano rimane alla luce del sole: un’unica strada, case con ambienti piccoli  dalle pareti dipinte di rosso e di azzurro: poche cose in paragone a ciò che ci aspettava a Pompei.                                     

 

(Hans Christian Andersen, “L’improvvisatore”, Vallecchi, Firenze, 1931).

 

                                         ——

 

   Così nel teatro di Ercolano una maschera da commedia che galleggiava sulla colata bollente fissò i suoi tratti nella materia indurita ed ora volge al forestiero il medesimo strano sguardo che volgeva al pubblico di quelle gradinate duemila anni or sono. Dopo il piacere, la meraviglia di andare su e giù per le vie, di entrare e di uscire dalle case, di attraversare segreti recessi di templi di una religione ormai estinta, di trovare tante fresche tracce d’una remota antichità – come se il tempo avesse fermato il suo corso dopo tanta distruzione e non ci fossero stati  più giorni né notti, non mesi né anni né secoli da allora – nulla desta impressione e spavento più dei molti modi  in cui le ceneri (23) ancora mostrano di essere penetrate dappertutto: modi che testimoniano di un potere a cui era impossibile resistere o sottrarsi.

   Si riversarono finanche nelle panciute anfore di terracotta delle cantine, cacciandone il vino e riempiendole fino al collo. Nelle tombe, vuotarono le urne delle ceneri dei morti e vi gettarono dentro altra morte. Tutti gli scheletri si ebbero piena la bocca, gli occhi e il teschio di questa terribile grandine. A Ercolano, il magma,di una specie diversa e più pesante, inondò la città come un mare. Immagina le acque di un diluvio trasformate in marmo nel momento della maggiore inondazione, ed avrai ciò che qui si chiama la lava.

   Il sepolto centro di Ercolano fu scoperto da certi operai che scavavano dentro la cupa apertura presso la quale ora noi ci siamo fermati a guardare. Lavorando, s’imbatterono in alcuni sedili  di pietra del teatro, quelli laggiù nel fondo che sembrano gradini, tanto son piccoli. Scendendovi con le torce, noi restiamo smarriti tra muracci di enorme spessore che sorgono dalle gradinate e impediscono di vedere il proscenio (24). Le loro caotiche strutture si levano nei posti più impensati, e così guastano il disegno dell’insieme e lo trasformano anzi in una di quelle sconnesse visioni che spesso abbiamo nei sogni. Sul principio non riusciamo a credere, non sappiamo figurarci che questa materia sia colata fino quaggiù e abbia sommerso la città, e che i vani, i passaggi, furono tagliati a colpi d’ascia come in una dura roccia. Ma una volta che questo è chiaro, l’orrore e il senso di oppressione che suscita la sua presenza sono indescrivibili.

    I dipinti che si rinvengono sulle pareti delle stanze ormai scoperchiate sia a Pompei che a Ercolano, e quelli che sono stati accuratamente rimossi e trasferiti al museo di Napoli, appaiono in gran parte freschi e puliti come se fossero stati eseguiti solo ieri. Ci sono nature morte raffiguranti cibi e frutta, selvaggina, bottiglie, bicchieri e altre cose del genere; momenti di ben noti fatti storici o di favole mitologiche espressi con bella forza ed evidenza; immagini di amorini che si azzuffano o giocano o si dedicano a qualche lavoro; prove teatrali, poeti che leggono versi agli amici, iscrizioni eseguite col gesso sui muri; satire (25) politiche, annunci, ingenui disegni fatti da scolari: tutto per ripopolare e far rivivere le antiche città nella fantasia del visitatore meravigliato.

   Vi si vedono anche suppellettili di ogni sorta: lumi, tavole, giacigli, scodelle, calici, pentole, ferri di artigiani, ferri chirurgici, biglietti per il teatro, monete, ornamenti personali, mazzi di chiavi trovati stretti nel pugno di certi scheletri, elmi di guerrieri, campanelli domestici ancora squillanti nel loro antico suono familiare. Il più insignificante di questi oggetti contribuisce ad ingigantire l’interesse per il Vesuvio, a investirlo di un vero e proprio fascino (26). Guardare dall’una o dall’altra delle due città distrutte la campagna circostante lieta di belle vigne e di alberi lussureggianti, e ricordarsi che sotto le radici di tutta questa tranquilla vegetazione si trovano ancora sepolte case templi edifici e strade in attesa di essere riportate alla luce, è qualcosa di così meraviglioso e misterioso a un tempo, di così seducente per la fantasia, che chi ne è preso sente che l’impressione che qui si prova è certo la più forte e non cede a nessun’altra. A nessun’altra, tranne che a quella destata dal Vesuvio.

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   (23) Della eruzione. A Pompei piovvero soprattutto ceneri infuocate, mentre a Ercolano giunse a fiumi la lava incandescente.

   (24)   La parte anteriore del palcoscenico.

   (25) La satira è un componimento in versi che frusta, e deride,vizi e difetti degli uomini.

   (26) L‘eruzione del Vesuvio distrusse la città, ma conservò sotto la lava, integri, tutti questi oggetti, per la conoscenza dei posteri.

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(Charles Dickens, “Visioni d’Italia”, Morano Editore, Napoli, 1973, traduzione dall’inglese e note di Pasquale Maffeo).

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Alfredo Saccoccio

 

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