Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Errico Crisomolo lo ricordiamo cosi

Posted by on Set 8, 2017

Errico Crisomolo lo ricordiamo cosi

All’alba del 20 gennaio del 1716, intorno allo scoccare delle ore quattro, nuove grida di gioia riempirono il palazzo reale di Madrid. Era nato il primogenito di Elisabetta Farnese e Filippo V, reali di Spagna. Il piccolo fu immediatamente battezzato dal Patriarca delle Indie col nome dell’ultimo sovrano spagnolo di casa Asburgo: Carlo.


Le possibilità che divenisse il futuro re di Spagna erano assai poche. Era infatti preceduto nel diritto successorio dai fratelli Luigi, Filippo e Fernando, figli di Filippo V e Maria Luisa di Savoia. Tuttavia ciò accadde ed oggi la Spagna lo celebra come uno dei più grandi re della sua storia. Così è pure per Napoli, dove Carlo regnò prima che a Madrid.
Le biografie ne fanno un sovrano impeccabile, un uomo tranquillo, una personalità equilibrata. Nelle sue corti portò tradizionalisti e riformisti e con essi si confrontò con moderazione, valutandone al meglio i consigli. E’ il simbolo per eccellenza dell’assolutismo illuminato e dal 1735 al 1759, gli anni in cui governò il regno di Napoli, promosse missioni scientifiche, come nel caso delle indagini archeologiche a Pompei, la costruzione di strade, nuove regge e fabbriche, nonchè opere di assistenza sociale come il Reale Albergo dei Poveri. Le elite culturali e politiche del Regno plaudirono queste iniziative, felici finalmente di avere un “re proprio”.
Il 20 ottobre del 1731, prima di partire alla conquista dei ducati di Parma e Piacenza, suo padre Filippo V gli cinse il fianco con una spada d’oro e gioielli appartenuta a Luigi XIV e da questi donata al sovrano di Spagna quando era partito dalla Francia alla volta di Madrid. Ad un anno di distanza Carlo aveva preso possesso dei ducati toscani e già l’anno successivo, grazie ai trattati di Torino e dell’Escorial, poteva organizzare la sua conquista di Napoli. Il regno era in possesso delle forze militari austriache e la marcia di Carlo fu affidata al comandante spagnolo Montemar. Questi fronteggiò il nemico asserragliatosi nelle roccaforti del Regno, mentre il vicerè austriaco, seguito da un contingente di circa duemila uomini, preferì rifugiarsi nelle Puglie, confidando nell’invio di rinforzi via mare da Vienna.
Carlo si fermò a Frosinone, a Cassino, attraversò il Contado di Molise, il Principato Ulteriore e Terra di Lavoro, ovunque ottenne consensi e fedeltà. Il suo primo incontro con rappresentanti di Napoli avvenne il 7 aprile del 1733 ad Amorosi con i cavalieri della giunta generale, deputati dalle piazze della capitale, seguì l’incontro del 9 aprile a Maddaloni con la deputazione dei diciotto membri della città di Napoli.
Tra il 10 e l’11 aprile gli eserciti si contesero le roccaforti della città di Napoli. Il Conte di Montemar affidò al Conte di Charnì l’incarico di Viceré fino all’arrivo di Carlo, per mare il Conte Clavyo si impadronì dei porti di Ischia e Procida, ma Castel dell’Ovo, Castel Nuovo, Castello di Sant’Elmo, la Torre di San Vincenzo ed il Torrione dei Carmelitani erano ancora nelle mani asburgiche. Le guarnigioni nemiche si arresero una alla volta nel corso del mese. Solo allora Carlo lasciò
Carlo rivolse una preghiera di ringraziamento nel monastero di San Francesco di Paola, che si trovava fuori porta Capuana, e solo nel pomeriggio entrò in città. Scrive Giuseppe Butta: “Carlo di Borbone, dopo di avere vinti i tedeschi, fece la sua entrata trionfale in Napoli il 10 maggio; era alla testa del suo vittorioso esercito, in mezzo al rimbombo dei cannoni de’ castelli e ad un popolo tripudiante“. Attraversò il cuore di Napoli, d’innanzi alle carceri della Vicarìa in Castel Capuano volle donare la libertà ai prigionieri, in via Tribunali gli si tributarono gli omaggi del popolo, al Duomo ricevette la benedizione del Cardinale Pignatelli, assistette alla messa e regalò una preziosa croce al tesoro di San Gennaro. Attraversò poi Piazzatta Nilo, Piazza San Domenico e Piazza del Gesù per raggiungere poi via Toledo. Fece liberare anche i carcerati di San Giacomo ed il corte lo accompagnò sino alla reggia. Tutto è così raccontato da Pietro Colletta: “Resa libera la città di ogni segno del passato dominio, l’infante, il 10 di maggio, vi si portò con pompa regia, tra esultanze straordinarie del popolo, però ch’erano grandi le universali speranze, e ‘l tesoriere spargeva nelle vie della città monete in copia di argento e d’oro. Egli entrava nel mattino per la porta Capuana; ma, volendo prima a Dio rendere grazie de’ successi, scese nella chiesa suburbana di San Francesco, e restò in quel monistero di frati sino alle quattro ore dopo il mezzodì: quando, montato sopra destriero, con abiti e gioielli ricchissimi, venne in città, e furono prime cure sue visitare il duomo, ricevere dalla mano del cardinal Pignatelli la ecclesiastica benedizione, assistere divotamente alle sacre usate cerimonie, e fregiar la statua di San Gennaro con preziosa collana di rubini e diamanti. Compiuto nel duomo il sacro rito, continuò il cammino sino alla reggia; e passando innanzi alle carceri della vicaria e di San Giacomo, ricevute le chiavi in segno di sovranità, comandò aprir le porte per mandar liberi i prigioni: insensata grandezza! La città fu in festa; le milizie schierate nelle strade, o poste in guardia della reggia, erano urbane: i fuochi di allegrezza e le luminarie durarono tutta la notte”.
Il 14 maggio si sciolse il sangue di San Gennaro. Era la benedizione santo: quindici giorni dopo l’esercito di Carlo sconfisse definitivamente quello austriaco a Bitonto.

Errico Crisomolo

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*