Alta Terra di Lavoro

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FATTI D’ARMI E INVASIONE SARDA

Posted by on Ago 11, 2018

FATTI D’ARMI E INVASIONE SARDA

1.Cavour nega i documenti al Parlamento — …
2. Un prete rivoluzionario smascherato nella Camera —
3. Risulta da un’interpellanza che gli italianissimi cercano d’ingrassare per far l’Italia —
4. La legge sulle annessioni future; osservazioni del deputato Ferrari —
5. Altri Oratori: Bertani, e suo processo contro YKspero; —
6. I deputati non rappresentano l’Italia —
7. La legge per le annessioni nel Senato: discorso del Senatore Brìgnole: il Senato rappresenta Cavour. —
8. Il Re: che cosa pensa?

1….Poiché Garibaldi ebbe mandato alle stampe la sua famosa lettera all’Avv. Brusco dove dichiarava di non essere amico di Cavour perché gli avea venduto la patria, il Conte di Cavour volle rifarsi dello smacco convocando il Parlamento in mezzo al quale gli è cosi facile trionfare. Chiamati adunque i deputati a Torino pel giorno 2 di Ottobre, propose loro una legge che facesse facoltà al Ministero di accettare quante province italiane volessero annettersi allo Stato nostro, aggiungendo che i Ministri terrebbero tale facoltà in conto d’un attestato di fiducia.

Il deputato Cabella il 5 di Ottobre domandò al Presidente del Consiglio «Il deposito di quei documenti, che senza danno della cosa pubblica potessero essere comunicati al Parlamento».
E diceva: se noi dobbiamo giudicare il sistema del Conte di Cavour e i disegni suoi, ci è mestieri dapprima conoscerli.

Ma «essi dipendono da cause che ci possono essere ignote: sono l’esecuzione di disegni che hanno bisogno d’essere rivelati.» E se il Ministero, continuava il dep. Cabella, «ha deciso di entrare in una via, dalla quale non può più ritirarsi, e ch’egli deve forzatamente percorrere a qualunque costo fino ad un finale risultamento, egli ha dovuto avere tali argomenti di sicurezza da potervisi, senza grave pericolo dello Stato, avventurare.»

II Conte di Cavour rifiutò di somministrare i documenti richiesti, «perché non possiam dire che la questione dell’Umbria e delle Marche sia terminata,» perché le Potenze «non hanno ancor detto l’ultima parola», e concluse: «Io dichiaro che conscienziosamente io stimerei di far cosa nocevole e pericolosa, se venissi a comunicare quali sieno intorno a quest’impresa (l’invasione degli Stati Pontificii) i documenti scambiati fra il Governo di Sua Maestà e le Potenze estere». (Atti uff. N.°140 pag. 546).

2….Nella stessa tornata del 5 Ottobre venne mossa un’altra interpellanza al Ministero dal deputato Turati. Ricorderete come nel Maggio dell’anno corrente pretendesse il nostro Governo che in Toscana, in Romagna e nelle altre province annesse si festeggiasse lo Statuto e si cantasse il Te Deum. L’Arcivescovo Card. di Pisa, come tutti gli altri Vescovi, proibì a’ suoi sacerdoti di cantare. Ma in quella Diocesi trovossi un prete sgraziato, di nome Gigli, che ascoltando più le voci dell’interesse che quelle del dovere entrò audacemente nella Cattedrale di Pisa e cantò. L’Arcivescovo lo sospese a divinis, ed egli ricorse alla Camera che nella tornata del 21 di Giugno invitò il Ministero a provvedere i sacerdoti sospesi dai loro Vescovi dando loro pensioni e principalmente cattedre nei Collegi, pel buon esempio, e per la buona educazione della gioventù.

Intanto il Gigli scriveva ultimamente al deputato Turati:
«Ho il dolore di dirvi che nulla è stato fatto finora di quanto venne stabilito a mio riguardo, e mi trovo sempre sospeso da questo Cardinale Arcivescovo, senza aver giammai avuto indennità. Perciò il Turati chiedeva, se proprio non si fosse fatto niente, perché «fosse tolta al Gigli la sospensione», o per dargli almeno un’indennità.
Il Ministro Guardasigilli rispondeva quanto alla sospensione «di dover rispettare l’autorità ecclesiastica nelle cose spirituali, nelle cose che la riguardano»; e quanto all’indennità, di avere scritto fin dal 21 di Luglio al Barone Ricasoli perché volesse soccorrere il prete Gigli. Dietro l’interpellanza, continuò il Ministro, che sapea doversi in oggi fare alla Camera, scrissi al Barone Ricasoli per telegrafo, e n’ebbi la seguente risposta: «II Governo locale avea provveduto al sacerdote Gigli, ma egli aspirando a cose maggiori respinse il sussidio datogli, e perfino un impiego nel Ginnasio di Campiglia. Allora il Governo locate, nella sua dignità, non si occupò più di lui, ed informa di tutto il Ministero».

A tale risposta lutti fischiarono il prete Gigli «che della sospensione a divinis facea una speculazione» come disse il deputato Boggio. E il deputato Turati scusossi così: «Io ho fatto in buona fede e per buon fine questa interpellanza; ma vedendo che mi si è taciuta la verità, mi dichiaro soddisfatto della risposta del sig. Ministro, e ritiro la mia istanza». (Alti Uff. N.° H0, pag. 458).
Così la stessa Camera ebbe a conoscere quali sieno quei preti che servono la rivoluzione, e come procedano con giustizia i Vescovi quando sospendono a divinis qualche membro indegno del Clero.

3….. Nella tornata del 6 di Ottobre ebbe luogo un’altra interpellanza; da cui risultò che l’Italia degli Italianissimi in fin dei conti è la propria borsa.
Il napoletano Poerio interrogò il Conte di Cavour sopra un disgraziato contratto conchiuso in Sicilia dal Governo rivoluzionario coll’italianissima Casa dei signori Adami e Lemmi; contratto che concedeva a queste casa tutte le strade ferrate da costruirsi nel regno di Napoli e di Sicilia.

La quale concessione, osservava il sig. Poerio
«vincola per lunghi anni l’avvenire di quelle province, le sottopone all’onere immenso di 650 milioni di lire, poiché tale o la spesa presuntiva delle linee designate, ed assicura inoltre alla casa concessionaria l’utile netto del 7 per cento senza sborsare un obolo del proprio.»
Il Conte di Cavour rispose d’aver bensì letto questo nei fogli di Napoli, ma di non saperne nulla officialmente.

Mille altri sospetti gettaronsi intanto su coloro che stettero in Napoli ed in Sicilia all’amministrazione della cosa pubblica, si deplorò che dopo aver maneggiato tanti danari, non dessero mai un resoconto, si parlò di parecchie centinaia di lire che spendeva al giorno il deputato Bertani segretario di Garibaldi; breve: gli stessi rivoluzionari confessarono di non avere gran fede nell’onestà de’ propri colleghi, e come tutti questi risorgimenti, rinnovamenti, rigenerazioni vadano a finire coll’impoverimento de’ popoli, e colla rigenerazione di mestatori che diventano ricchi a spese altrui.

4…..L’8 di Ottobre incominciò la discussione del disegno di legge per le annessioni future, e circa la fiducia da decretarsi al Ministero. N’era stato relatore il dep. Andreucci, il quale conchiudeva:
«Merita d’essere approvata la legge proposta per ogni ragione, non solo di convenienza e di utilità, ma veramente ancora di necessità e di urgenza.»

Il deputato Giuseppe Ferrari fu il primo a parlare contro questa legge, e disse nel suo discorso parecchie buone verità, chiamò artificiale la concordia quasi unanime de subalpini; gridò contro «il disordine massimo del Piemonte, che vuol sovrapporsi agli Stati Italiani», avvertì che tutti i ribelli in Italia hanno omai diritto di comandare, perché ogni ribelle può dire al Conte di Cavour:
«Io eseguiva gli ordini del signor Ministro, io intendeva la sua voce; e perché debbo io immolarmi ed egli comandare?»; entrò a favellare della Capitale e disse:

«non v’ha cospirazione, non v’ha concordia fittizia che possa stordirci al punto di farci dissimulare, o da farci ignorare che Torino si dee soprapporre a tutte le altre città per la forza stessa del sistema regnante, qualunque sia la sorte che l’avvenire riserba a questa metropoli;»
avvertì che le leggi Napoletane erano migliori delle piemontesi:

«le leggi delle due Sicilie sono ottime paragonate con quelle delle altre nazioni incivilite»;
dichiarò
«che il partito annessionista delle due Sicilie è composto in gran parte di avventurieri»

e siccome coteste verità eccitavano rumore nella Camera, così il Ferrari disse:
Io parlo nella profonda indipendenza delle mie opinioni, ho consacrato la vita alla patria; non vengo qui a chiedere impieghi».

La quali parole destarono vivissimi rumori, e grida all’ordine, all’ordine e Ferrari continuò rispondendo al Conte di Cavour che avea ipocritamente annunziato di voler chiudere l’era della rivoluzione.

«Come mai il signor Conte di Cavour, che attende la rivoluzione di Roma e quella della Venezia, vuoi egli chiudere l’era della rivoluzione?»
Osservò che omai l’Italia era tutta in mano di Napoleone III
«e nel proclamare, disse egli, la vostra gratitudine al capo della Francia voi avete concentrato nel solo Luigi Bonaparte la ragione dell’Italia attuale.»
Soggiunse che la Penisola tolta ai Tedeschi era passata sotto l’influenza capricciosa d’un uomo, e avvertì i deputati che
«respinto l’impero tedesco voi ricadete nell’impero rivolgendovi al Cesare Francese.» (Atti. uff. N.° 145 pag. 338.)

  1. …Altri oratori parlarono di poi, pochissimi contro.
    Il deputato Bertani, segretario di Garibaldi, nella tornata del 9 di Ottobre disse al Presidente del Ministero:
    «Vada il Conte Cavour il più presto possibile a Napoli: meco se il consente, giacchè fui accusato fautore del dissidio, o la forbita e abile mano dell’illustre diplomatico stringa quella vittoriosa del Generale Garibaldi».
    Ma a detta dei maligni, il Bertani parla così, perché gli rivedono le buccie, e l’obbligano a rendere i conti, che secondo l’Espero non sono guari in regola.

Però il Bertani ha girato all’Espero un processo per calunnia, e aspetteremo la sentenza de’ tribunali.
I deputali Chiaves, Minghetti, Galeotti, Carutti, La Farina, Parete, Turati, parlarono in favore dell’annessione. La Farina descrisse le miserande condizioni della Sicilia dove fu disciolto tutto l’ordine giudiziario; dove regna il comunismo, e s’uccide a mau salva e nelle quotidiane dimostrazioni contansi da 30 a 10 morti; dove nessun vuoi pagare, nessuno obbedire, e regna anarchia perfetta. Pareto si dolse di queste rivelazioni dicendo «non isveliamo ai forastieri le nostre vergogne».
Dopo molti altri discorsi e rumori e ciance, finalmente l’11 di Ottobre si venne alla votazione, la quale riuscì favorevolissima al Conte di Cavour ch’ebbe soli sei voti contro, e ben 299 in favore.

6…..Ma voi domanderete: cotesti deputati, che danno così facilmente al Conte di Cavour la facoltà d’impossessarsi delle terre altrui, rappresentano davvero l’Italia?

Rispondo alla domanda con un cenno sulla tornata del 4 di Ottobre, nella quale si convalidarono 33 elezioni nuove. Da questa tornata e dai processi verbali delle elezioni apparve chiarissimamente che i deputati non rappresentano i loro Collegi, ma una minima parte di questi.

Difatto il Collegio d’Ales conta 11325 elettori; l’eletto signor cavalier Grixoni raccolse voti 282. Il Collegio di Scnorbi comprende 1060 votanti; 80 suffragi elessero il signor cavalier Cugia Effisio. Ivrea conta 705 elettori; il signor cavalier Brida, sindaco locale, fu eletto cou voti 278. Montechiaro di Broscia ha 496 elettori inscritti sulle liste; il signor Avvocato Botturi fu eletto con voti 68. Il 4° Collegio di Milano conta 722 elettori; alla seconda votazione il signor Garibaldi ottenne voti 239, e quest’elezione sebbene non riunisca il terzo degl’iscritti, venne vivamente applaudita dalla Camera. Al Collegio di Brqui il signor Avvocato Conforti fu eletto deputato, raccogliendo 159 voti in i73 elettori. A Crescentino il professore Lignana ebbe 189 voti in 690 iscritti. Antonio Gallenga raccolse a Castellamonte, Collegio di 812 elettori, voti 302. Il signor Pellosi venne eletto a Castelnuoyo di Garfagnana da 199 votanti in 583 elettori. 80 voti in 268 elettori inscritti elessero, al 2° Collegio di Arezzo, il signor Avvocato Falconcini. Sopra 780 elettori appartenenti al Collegio di Adro, il signor Biancoli raccolse 161 voti.

Giuseppe Garibaldi sortì eletto con voti 130 a Corniglio che conta 699 elettori. Il signor ingegnere Cavalletto conseguì, Collegio di Chiari, 107 voti sopra 701 iscritti. Sortì eletto al 4* Collegio di Firenze composto di 1018 elettori, il Generale Medici, con voti 128. Il cavalier Frutlani Emilio con voti 278 al 1° Collegio di Firenze, in cui gli elettori ascendono a 1348. Finalmente il Generate Gerbaix de Sonnaz al 2° Collegio di Chiari, con voti 67 sopra 468 elettori e l’Avvocato Cariili in quello di Piacenza, in cui raccolse voti 68 sopra 1213 elettori iscritti sulle liste. Dopo tutto ciò fate ragione se i nostri deputati rappresentino l’Italia.

7….. Il Senato del regno discusse la proposta di legge per le prossime annessioni degli Stati Pontificii e del regno delle Due Sicilie, nella tornata del 16 Ottobre. E qui finalmente si udì una voce in difesa del diritto, della società e del Cattolicismo, e fu la voce del marchese Brignole Sale, il solo che avesse il coraggio di dire pubblicamente ciò che i più sentono nel loro cuore. Voi troverete il discorso del senatore Brignole riferito per intero nell’Armonia.

È un documento storico che merita d’ essere trasmesso alla posterità. I ministri Cassinis e Cavour risposero che il marchese Brignole avea idee antiche sul diritto, sul lecito, e sull’onesto, come se la giustizia non fosse di tutti i tempi. Molti Senatori parlarono in favore della legge, Gioja, Montanari, Marzuechi, Gori, Massimo d’ Azeglio; ma le ragioni trionfanti arrecate dal marchese Brignole restarono affatto senza risposta. In ultimo il Senato approvò la legge con 84 voti contro 12.

E qui domanderete nuovamente, come mai un corpo così rispettabile può sancire con tanta maggioranza di voti una proposta sacrilega, e così empiamente rivoluzionaria?

Ed io vi risponderò, che se i deputati sono eletti da una minima frazione del paese, i Senatori vengono nominati dal conte di Cavour, il quale ne fa la cerna tra i suoi amicissimi.
Nel 1848 Carlo Alberto nominava Senatori gli uomini più ragguardevoli dello Stato, senza badare alle loro opinioni politiche, e a questa lodevole imparzialità noi dobbiamo la nomina a Senatori dei Collegno, dei Latour, degli Arcivescovi di Ciamberi e di Vercelli, e dello stesso marchese Brignole. Ma il conte di Cavour procede altrimenti, e non entra in Senato chi prima non gli diè prova della più servile obbedienza.

  1. …Il nostro Re è partito da Torino, e dove sia non sappiamo. Ciò che sappiamo si è che prima di partire ha detto e ridetto in dialetto piemontese: a forza di chiamarmi Re galantuomo m’obbligano a fare cose da Re b…

Volendosi incorporare nel nostro esercito i prigionieri di guerra Napoletani che stavano in Genova, questi si ammutinarono, e convenne ridurli alla ragione colle baionette.

Essi dicevano di non voler servire il Piemonte, protestando fedeltà fino alla morte al loro legittimo Re Francesco II. L’Armonia ha ripigliato con sempre maggiore alacrità il danaro di S. Pietro, e raccoglie quotidianamente importantissime somme.

segnalato da

Gianni Ciunfrini

 

 

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