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Federico II imperatore di Germania

Posted by on Mag 22, 2018

Federico II imperatore di Germania

Alla morte di Arrigo (1197), sia in Germania che in Sicilia si presentarono una serie di difficoltà che difficilmente un erede al trono bambino come Federico (aveva solo 3 anni) o la madre Costanza, potevano fronteggiare.

Ne seguì che, grazie a ben calcolati intrighi, il piccolo Federico, perse i diritti di successione al trono di Germania in favore di Filippo, fratello di Arrigo, e Costanza nel tentativo di salvare per suo figlio almeno la corona del regno di Sicilia, avallò le pretese di Filippo riguardo il trono di Germania e quelle di vassallaggio del regno di Sicilia nei confronti del papato. Fu per questi motivi che il piccolo Federico venne trasferito a Palermo e qui educato, come futuro re di Sicilia sotto la tutela di papa Innocenzo III. Che non era quella brava persona amorevole e disinteressata che tutti credono tanto che nella lettera che inviò a Federico al raggiungimento della maggiore età tenne a sottolineare Noi ci siamo assunti la tutela non tanto per disposizione di tua madre, quanto in conformità del nostro diritto sul regno (Kolzer, in Renda).

Costanza dovette pagare un prezzo altissimo per mantenere almeno una corona al figlio, la rinuncia all’impero ed il vassallaggio alla Chiesa, ma non credo avesse molte scelte e tutta la “carriera” di Federico fu certamente avvelenata da questo “peccato originale”.

Crescere in Sicilia fu certamente importante per Federico e proprio questo lo rese più siciliano che tedesco. L’identità la si acquista da piccoli a prescindere da dove si nasce. Un inglese educato in Cina è certamente più cinese che inglese e così Federico, tedesco di nazionalità, fu certamente siciliano d’educazione, e quindi poliglotta, abituato alla multietnia, raffinato, colto e soprattutto “assolutista”, come i re Normanni. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che il piccolo Federico crebbe si in un ambiente colto e multietnico ma crebbe anche “solo” e senza amore e quindi poco incline al perdono e alla bontà.

Ma torniamo a noi e cerchiamo di tenere presente che era interesse di Innocenzo III mantenere Federico vassallo della chiesa e soprattutto mantenere indipendente e separato dall’impero il regno di Sicilia. Come ai tempi dei Normanni.

Per Innocenzo III era fondamentale che Federico non rivendicasse l’impero e che il regno di Sicilia non ne diventasse provincia, sfuggendo così al vassallaggio. Ma come abbiamo già avuto occasione di ricordare, il diavolo ci mette sempre la coda, specie nei casi in cui è coinvolta la Chiesa. Quando nel 1208, Filippo di Svevia viene ucciso ed a lui succede Ottone IV di Brunswick, questi si impegna con Innocenzo III a rispettare l’indipendenza del regno di Sicilia. Nel dicembre dello stesso anno, Federico raggiunge la maggiore età (14 anni) e “viene sposato” con Costanza, sorella di Pietro d’Aragona e vedova del re d’Ungheria. Queste circostanze inducono i duchi di Puglia ed i principi di Capua, da sempre contrari all’egemonia del regno di Sicilia sui loro possedimenti, a fare pressione su Ottone per rivendicare le pretese imperiali dinastiche sul regno di Sicilia. Per i baroni meridionali era certamente meglio avere un “padrone” lontano ed una maggiore libertà locale. Ottone non si fa pregare e, nonostante l’impegno assunto con il papa (rispetto cioè per l’integrità del regno di Sicilia), muove contro Federico. Ma dovette fare i conti con il papato, che gli tolse il sostegno presso i principi tedeschi e rimise in discussione la sua nomina imperiale. Questa fu una mossa sbagliata da parte della Chiesa, perché i principi tedeschi offrirono proprio a Federico I, re di Sicilia, l’impero con il titolo di Federico II.

Innocenzo III cercò di minimizzare i danni e assicurò a Federico il suo sostegno ed il suo aiuto per conquistare la corona di Germania a patto che “mai” il regno di Sicilia fosse unito all’impero. Federico accetta queste condizioni e per rassicurare il papa (e certamente dietro consiglio dello stesso papa) designa come re di Sicilia il figlioletto Enrico, nato da appena un anno, e come reggente la madre Costanza (Kantorowicz). Nel 1212 Federico viene così incoronato Re dei Romani e imperatore.

A questo punto della storia potremmo considerare conclusa l’esperienza di Federico come re di Sicilia. Ma così non fu. Nel 1216, alla morte di Innocenzo III, Federico richiamò in Germania il figlio Enrico, re di Sicilia, e Costanza. Il nuovo Pontefice, Onorio III, ritenne che l’unico modo di controllare Federico fosse quello di nominarlo imperatore, e così avvenne il 22 novembre 1220 in San Pietro a Roma. Federico, non ritenendosi più in dovere di ubbidienza a papa Onorio III, uomo rivelatosi assai debole, fece quindi eleggere Re dei Romani il figlio Enrico, riunendo così in un’unica persona il regno di Sicilia ed il regno di Germania. Con questo “escamotage” Federico mantenne formalmente separato dall’impero il regno di Sicilia ma in realtà, in quanto tutore del figlio riunì nelle sue mani la corona imperiale e quella di Sicilia e quest’ultima cessò di fatto di essere regno indipendente e feudo della Chiesa. Anche la titolazione assunta è emblematica: Federico in quanto re di Sicilia avrebbe dovuto essere I, in quanto imperatore, II. Federico II pertanto è soprattutto imperatore e, in quanto tale, re di Sicilia e di Gerusalemme. Non solo, ma Federico non è più, come ai tempi dei normanni, re di Sicilia, duca di Puglia e principe di Capua, ma viene creato un unico reame comprendente tutto il meridione, un regno non più autonomo ma provincia dell’impero distinto in due distinte regioni, una insulare e l’altra peninsulare (Sturner). So di dare un dispiacere ai siciliani che mi leggono e sono cresciuti nell’illusione che Federico II sia stato un re innamorato dell’isola, ma in realtà l’amore di Federico non era rivolto all’isola, anzi era rivolto soprattutto ai suoi possedimenti peninsulari. Prova ne sono le poche volte che l’imperatore soggiornò in Sicilia dopo la incoronazione ad imperatore.

Se Onorio non fosse stato un imbelle, Federico non avrebbe potuto fare il suo “gioco”. Che Federico avesse ben altre intenzioni che assecondare il papato lo si può notare dai suoi comportamenti. Dal 1212, anno in cui fu incoronato re dei romani, al 1220 egli abbandonò il regno di Sicilia e si dedicò completamente alla conquista della corona imperiale. Raggiunto lo scopo abbandonò la Germania, il regno d’Italia, l’impegno della crociata (assunto con il papa) e si diresse in armi verso il regno di Sicilia per riconquistare quanto perduto dopo la morte di Guglielmo II. Varcato il Garigliano per prima cosa convocò a Capua la curia generale del regno (successivamente chiamata Parlamento) dove promulgò la legge “sui privilegi da rassegnare” cioè la restituzione di quei beni demaniali che erano stati concessi ai feudatari e alle città dopo la morte di Guglielmo II. Egli vuole così ripristinare il regno monopolistico e assoluto degli antichi re normanni. La restaurazione dell’assolutismo normanno ebbe inizio proprio dai baroni ed i principi più potenti: quelli della Puglia, della Campania e della Calabria, che si erano sempre opposti alla sovranità degli Altavilla ed erano quelli che si erano schierati con Ottone di Brunswick. L’imperatore pretese la restituzione dei castelli e delle rocche e per ottenere ciò dai baroni più potenti si servì dell’aiuto di quelli meno potenti, privi di castelli, che egli richiamò al dovere del vassallaggio feudale. Sconfitti i baroni della penisola ed incamerati i loro beni passò all’isola, dove le cose procedettero abbastanza celermente fino a quando non pretese la restituzione dei privilegi doganali e commerciali acquisiti in Sicilia dalle repubbliche di Genova e Pisa, con le immaginabili conseguenze commerciali e politiche.

Alla restituzione dei privilegi doganali e commerciali seguì la statalizzazione dei porti e la loro attività fu controllata esclusivamente dall’imperatore con lo scopo di garantirsi l’autonomia commerciale ed una flotta navale siciliana per i propri commerci. Con questa legge Federico divenne il più grande latifondista ed il più grande produttore di grano e di cereali, cosa che lo rese uno dei sovrani più ricchi d’Europa. Ancora oggi c’è chi crede che il potere assoluto e la ricchezza privata possano fare la grandezza di uno stato. Ma la storia da torto a queste idee visto la fine che hanno fatto Federico ed il suo regno e, come lui, chiunque ha creduto nel potere assoluto. La centralizzazione del potere naturalmente comportò enormi conseguenze politiche, sociali ed economiche per l’intero regno, in negativo. Tanto per cominciare privare le città siciliane dei pochi privilegi e delle poche libertà conquistate impediva lo sviluppo e la formazione di una borghesia come stava avvenendo nel resto d’Europa e nell’Italia settentrionale. Di questo paghiamo ancora le conseguenze e continuiamo a chiederci, ingenuamente, perché un popolo così ricco di storia sia da paragonare ad un paese del terzo mondo.

L’impegno dell’imperatore nell’isola non poteva comunque fermarsi al ripristino delle proprietà demaniali. Nell’isola c’erano ancora gli arabi e questo era un problema, perché dove c’erano arabi non c’erano cristiani e viceversa. Esisteva ancora uno stato islamico e la “riconquista” di questi territori rientrava in una riconquista della cristianità. E c’erano ancora gli ebrei. Cosa fece allora Federico? Dobbiamo riconoscere la sua genialità! Sbarcò in Sicilia e appena messo piede a Messina convocò il parlamento! [cfr. La resistenza musulmana in Sicilia]

In questa dieta (1221) furono promulgate leggi apparentemente secondarie, di poca importanza: ci si occupò di regolamentare la vita degli attori, dei giullari, delle prostitute, dei bestemmiatori … e degli EBREI. Il problema degli ebrei era serio: in uno stato cristiano essi erano tenuti ai margini della società, ma tuttavia erano artigiani e finanzieri ineguagliabili ed il loro ruolo era fondamentale! In Germania gli ebrei erano proprietà del regio demanio e quindi protetti dallo stato e Federico II non poteva inimicarsi i grandi elettori, ma in Sicilia non usò lo stesso metro, non aveva oppositori e li equiparò ai musulmani: fu fatto loro obbligo di farsi crescere la barba e di portare, tutti, maschi, femmine, vecchi e bambini, un marchio giallo sui vestiti così come era stato deciso dal Concilio Laterano del 1215 (niente di nuovo sotto il sole!). Chi non ubbidiva subiva la confisca dei beni, se ricco, ed il marchio a fuoco sulla fronte, se povero (Kantorowich) E i musulmani? Il problema era più grande, perché i musulmani erano numericamente più degli ebrei ed il loro controllo non era facile, anche perché buona parte di loro, come gli ebrei, si era “convertita”, erano diventati “marrani”; in pubblico, cioè, si professavano cristiani ed in privato officiavano riti islamici o ebraici.

Ma non c’era solo il marranismo, in quel periodo c’era anche “l’irredentismo” perché gli arabi di Sicilia, dopo due o tre secoli di permanenza si sentivano siciliani, così come oggi si sentono americani o australiani i nipoti degli emigrati dei primi del Novecento. E poi non esisteva neanche una pretesa superiorità della civiltà cristiana. Gli arabi di Sicilia erano sicuramente più civili e colti dei cristiani venuti dal nord! La pretesa “cristiana” di prevaricare gli arabi era pertanto solo “violenta” e non c’erano più i “furbi” normanni, capaci di volgere a loro favore le attività delle “ormai” minoranze musulmane ed ebree rispettandole ed integrandosi ad esse.[1]

Ai tempi di Federico si era venuto a creare una sorta di stato entro lo stato e l’imperatore non aveva scelta, poteva solo perseguire un obiettivo “exterminare de insula Saracenos” (Riccardo di San Germano, in Renda). Non fraintendete, “exterminare” non significa sterminare, uccidere, ma “portare fuori dai confini”. Ma persone che almeno da due secoli vivevano in Sicilia, “erano” siciliani e nell’isola avevano tutti i loro beni ed i loro parenti, potevano andarsene? Ed infatti non lo fecero: si riunirono e decisero di rispondere alla guerra con la guerra. La guerra fu dura, crudele e difficile, durò più di 25 anni e si concluse con la vittoria dell’imperatore a prezzo di stermini (questa volta veri, fisici; in senso moderno), schiavizzazioni (di donne e bambini) e deportazioni, la più celebre è quella a Lucera.

Con la vittoria di Federico, imperatore e non re di Sicilia, la Sicilia cessò di essere quella perla plurietnica, plurireligiosa, plurilinguistica, multiculturale che tanto aveva dato allo stesso Federico per diventare un enorme serbatoio di feudi spopolati, da regalare a emigranti lombardi [2] fedeli all’imperatore.

Fara Misuraca

fonte

http://www.ilportaledelsud.org/federicoII.htm

 

Bibliografia

  • Abulafia David Federico secondo, un imperatore medievale Einaudi
  • Kantorowicz Ernst Federico secondo imperatore Garzanti
  • Renda Francesco Storia di Sicilia Sellerio
  • Sturner Wolfgang Federico II. Il potere regio in Sicilia e in Germania De Luca Editori d’Arte

Note

[1] La guerra di conquista di Ruggero d’Altavilla durò oltre 30 anni ed alla fine ben pochi erano gli arabi rimasti

[2] Per lombardi si intendevano francesi, tedeschi, piemontesi, ecc.

 

 

 

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