Alta Terra di Lavoro

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Fernando Di Mieri risponde ad Augusto Marinelli su Garibaldi

Posted by on Mag 5, 2017

Fernando Di Mieri risponde ad Augusto Marinelli su Garibaldi

Caro Claudio,

ti allego in calce la risposta che il sito Eleaml.org ha dato all’articolo di Cowie, citato dal sig. Marinelli. Credo che possa essere utile per il dibattito che potrebbe delinearsi.

Cordialmente.

Fernando

 

La leggenda nera.

Circa il carico di ritorno della Carmen da Canton, visto che il nizzardo non ne indica la natura, donde allora è saltata fuori la leggenda nera del capitano Garibaldi negriero? Giuliano Bertuccioli, un sinologo che ricostruí il viaggio del plurimondiale eroe, affermò trattarsi di calunnie propalate dal clero retrogrado (?) di Hong Kong o Macao, ma contemporaneamente asseriva essere impossibile stabilire la natura del carico della Carmen.

Qui, in Italia, la calunnia è invece contenuta in un libro di un certo A. V. Vecchj (pseudonimo Jack La Bolina, prolifico scrittore di cose di mare), pubblicato nel 1882, La vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi, a cui ha fatto forse riferimento (ma la cosa non è certa perché non menzionata esplicitamente), in una intervista del 20 gennaio 1982 (giornale La Repubblica), nel centenario della morte del plurieroe, anche Giorgio Candeloro, storico del cosiddetto risorgimento. In quella intervista, alla giornalista Laura Lilli che chiedeva una «valutazione su un Garibaldi «vero«, fuori retorica», lo storico confidava: «Comunque Garibaldi, un po’ avventuriero, un po’ uomo d’azione, non era tipo da lavorare troppo a lungo in una fabbrica di candele. Va in Perú; e, come capitano di mare, prende un «comando« per dei viaggi in Cina. All’andata trasportava guano (depositi di escrementi di uccelli che si trovano nelle isole al largo del Perú), al ritorno trasportava cinesi per lavorare il guano: la schiavitú in Perú era stata abolita e il guano non voleva lavorarlo piú nessuno. Insomma un lavoretto un po’ da negriero. Era un avventuriero, un uomo contraddittorio, fantasioso, un personaggio da romanzo».

In sostanza – come afferma Guido Rampoldi – «Candeloro dava per scontato che la Carmen avesse trasportato coolies». Quei cinesi, come già detto, venivano venduti come bestiame, per l’esattezza «come cani e maiali», sui mercati di carne umana di Cuba, Stati Uniti e Perú, e in quest’ultimo paese, guarda un po’, venivano dirottati nelle cave di guano, le cosiddette guaneras, dove il manico del mestolo lo manovrava anche quel Don Pedro Denegri armatore della Carmen.

 

Un mito infrangibile o quasi

Non siamo in grado di dire se il sasso lanciato da Candeloro nello stagno abbia fatto gracidare i ranocchi, cioè se altri storici si siano degnati di approfondire lo scottante argomento. Forse al vero personaggio nessuno vuol stracciare il manto di retorica e mitologia che lo avvolge, gli storici soprattutto, organici signorsí al potere italiano, temono di mandare in polvere «la ininterrotta, capillare, imponente opera di persistente rivitalizzazione del mito di Garibaldi, culminato nello scoprimento del suo monumento equestre al Gianicolo, opera del Fratello (massone, ndr) Emilio Gallori» (Aldo A. Mola, Storia della Massoneria Italiana, pag. 848, Bompiani). Eppure nella stessa intervista, il Candeloro aveva aggiunto: «La storia del Risorgimento non è sacra; è fatta da uomini, non da eroi».

 

Un cuor di leone non colluso

A puntino calzano qui le parole che il v. direttore del quotidiano IL GIORNALE, Paolo Granzotto, ha rivolto domenica 18 luglio c.a., ad un lettore di Padova: «Caro XXX, prenda Voltaire. Chi non lo ama? Chi non lo rispetta? Voltaire è un mito inattaccabile perché – cosí recita la vulgata – riassume in sé tutte le virtú intellettuali possibili e immaginabili. E se le dicessi – senza affermare nulla che non corrisponda alla verità – che il campione dell’egalité, della giustizia sociale, dei diritti dell’uomo, possedeva quote nel mercato degli schiavi o, per essere precisi, nella compagnia di navigazione che si incaricava di trasportarli negli Stati Uniti? Potrei stilarle una lista di mostri sacri, da Rousseau a Garibaldi, dei quali si potrebbe, senza dar torto alla storia, anche parlar male. Ma non lo si fa perché lo vietano le convenzioni o le consuetudini …». Ma noi che non vogliamo lasciarci condizionare da consuetudini o pruderie o reticenze storiche, come l’Edipo Re di Sofocle vogliamo conoscere la verità anche se per noi il suo valore è molto relativo, e perciò ripeteremo insieme al poeta: «Ed io ti lascerò, sí: ma non prima // di avere detto a te quella parola // per cui venni».

 

Dalla Cina con odore

Passano gli anni, si arriva al 1998, ancora una volta, un altro linguacciuto, un giornalista di La Repubblica, il già citato Guido Rampoldi, in qualità di inviato speciale del foglio, approdato su suolo cinese, rapito dall’incanto della baia di Hong Kong, una delle tappe dell’antico lupone di mare, dal profumo dell’immenso oceano squassato dai monsoni e dal verde dell’ampio golfo, comincia a navigare gratuitamente nell’internet della memoria, un cui file gli ricorda che il navarca Garibaldi aveva fatto scalo nella bellissima baia molti lustri prima con una checchia carica di guano. Destatosi dall’onirico incanto, il nostro, invaso da eroico furore pennarulo, documentatosi a puntino, invia alla redazione un articolo (4 marzo 1998) dal titolo «Garibaldi fu negriero?»

Cosí da lui apprendiamo che anche in Oriente, dove sorge la stella del mattino, nonostante la distanza galattica da Roma, questo superlibertador della Nazione Duosiciliana era odiato, nonostante la dottrina proclami di porgere l’altra guancia, con sincero profondo sentimento dalle gerarchie ecclesiastiche cattoliche, come risulta da qualche nota schernitrice di un certo mons. Rizzolati, vicario apostolico di Hukwang, intrufolatosi nelle pagine della storia solo per essersi accoccolato all’ombra del Grande Fratello: «L’ex Maresciallo Garibaldi è qui giunto dall’America con un carico della piú eccellente Merda d’uccellame di quelle contrade …» ed ancora, ad un altro destinatario: «Il suo carico di sterco d’uccelli, onorifica proprietà d’un Maresciallo di quella serenissima repubblica (romana, ndr) … Ecco quei grandi avventurieri che tiranneggiarono la Santa Città (Roma, ndr) ritornare a quella vile bassezza da cui indarno cercarono di emergersi». Modi molto eleganti, circonlocuzioni raffinate, da vero mandarino cinese, per comunicare la considerazione che in quelle contrade si aveva di colui che era ritenuto il nemico numero uno della Chiesa, l’incarnazione del demonio, il 666 dell’Apocalisse. E, sul retro di una comunicazione alla Propaganda Fide, da una mano sconosciuta, impropriamente, ma significativamente: «Il diavolo di Garibaldi è andato in Cina con la squadra (navale) peruviana».

 

La lode che uccide

Ciò che inchioda l’eroe è una frase pronunciata dal Denegri e ripetuta dal Vecchj autore della citata biografia stillante gloria e apoteosi. Come dice Rampoldi, «la sua voleva essere una lode. Ma una di quelle lodi che affossano un uomo».

In che consisteva la lode riferita dal Vecchj, alias Jack La Bolina? Leggiamola insieme: Garibaldi – avrebbe detto l’armatore Denegri a Jack: «m’ha sempre portati i Chinesi nel numero imbarcati e tutti grassi ed in buona salute; perché li trattava come uomini e non come bestie». La quale frase è citata da Jack in una pagina di esaltazione dell’eroe, quindi con assoluto rispetto nei suoi confronti. Tra l’altro era figlio di un compagnone di bagordi rivoluzionari del Titano, aveva avuto con lui dimestichezza da lunga data, ne aveva conservato l’amicizia fino alla morte e perciò è da credergli senza ombra di dubbio.

Tanta lode capace di far precipitare l’eroe dal superbo piedistallo, che gli compete di diritto quale Gran Maestro Massonico di grado 33 della gerarchia iniziatica di Rito Scozzese Antico e Accettato, non poteva ovviamente rimanere senza antidoto antiofidico. I bonzi del mito garibaldino, con la faretra pregna di folgori contro i blasfemi, vegliano amorevolmente sulla loro olimpica creatura.

 

Il Difensore

E dunque nella rivista Rassegna Storica del Risorgimento (fasc. III, luglio/settembre 1998) [fare attenzione a questo titolo!] a firma di un certo Phillip K. Cowie è riportato un articolo, non sappiamo se in originale o in traduzione, che vorrebbe smontare la lode propalatrice dell’immagine di un Garibaldi «negriero»: «A mio avviso, l’infelice frase riportata dal Vecchi (questo avvocato d’ufficio scrive Vecchi, non Vecchj, il che dimostra che non ha mai aperto il libro del Vecchj) e ripetuta continuamente attraverso gli anni, non è storia. La frase del Vecchi non è altro che il frutto di un lamentevole malinteso linguistico». Cioè, invece di apportare prove inoppugnabili sull’inconsistenza dell’eventuale calunnia, ‘sto avvocato cerca di aggirare l’ostacolo brigando sulle parole. Seguiamolo dunque passo passo nella sua arringa filologica.

In che consisterebbe il malinteso linguistico? Nella somiglianza fonetica di chino «che nello spagnolo ufficiale significa cinese» e che in Perú, per derivazione della lingua Quechua, avrebbe significato o significherebbe anche «mezzosangue» o meticcio «figlio di negro ed una donna indiana» il cui mestiere era di solito quello del contadino (colono). E, secondo il Cowie, il «Vecchi tradusse – male – quel poco di spagnolo che conosceva». E dunque fa una disamina in cinque punti:

Analisi della frase del Vecchj (cioè Jack) e studio della parola «chino», origine del malinteso linguistico;

La testimonianza del Vecchj che, a conclusione della sua difesa, il Cowie rettifica come segue: «M’ha sempre portati los chinos nel numero imbarcato e tutti grassi ed in buona salute, perché li trattava come uomini e non come bestie» mentre, abbiamo visto, il Vecchj parla di Chinesi non di los chinos sinonimo peruviano, a suo dire, di contadini (colonos);

Il carico della Carmen;

Analisi di un libro di Pino Fortini che nel 1950 scrisse del plurieroe;

Ipotesi finale.

Punto primo: riferisce sinteticamente il Cowie che «nel 1865, Vecchi, ventitreenne, si trovava a Lima in servizio militare. Era sulla fregata «Principe Umberto», nave scuola del 2° corso suppletivo, «per far sventolare la bandiera italiana nei mari americani meridionali lungo le due costiere dell’Atlantico e del Pacifico», nave italiana di nome, di fatto piemontese. La retorica è, secondo il costume del tempo, di prammatica. Vogliamo qui brevemente segnalare che le navi duosiciliane avevano solcato il Pacifico fin dal 1839.

A Lima il Vecchj conobbe il Denegri del quale fu ospite, guarda un po’, con raccomandazione del Garibaldi. Durante una conversazione amichevole, allietata da piatti della cucina ligure, ebbe la confidenza su riportata. Il Vecchj riferisce che l’idioma usato era «un conglobamento» di genovese e castigliano (cioè spagnolo). Ma lui non conosceva il castigliano, come risulta dal fatto che, facendo l’occhio di triglia a una bella signora di Lima, era costretto a interloquire in francese, e poiché l’altra era digiunissima di lingua gallica il contubernio non andò in porto. E proprio a questa misconoscenza dello spagnolo da parte del Vecchj si appella il Cowie. In sostanza il Vecchj avrebbe capito fischi per fiaschi.

Noi possiamo invece opporre che, per la misconoscenza del castigliano da parte del Vecchj, il Denegri, per non mancar di cortesia nei riguardi dell’ospite, avrebbe dovuto parlargli, per farsi intendere, se non in italiano, almeno in genovese, lingua comprensibile al suo quasi corregionale che non capiva un’acca di spagnolo e interloquire coi commensali (impiegati della ditta) in castigliano. Infatti il Denegri era di Chiavari e il Vecchj nativo di Torino, ma genovese di adozione. A Genova infatti si era diplomato nel 1862 nella Regia Scuola di Marina (corso di cinque anni), che allora «reclutava solo tra i nobili piemontesi e savoini» e a Genova stessa la famiglia Vecchj possedeva una ricca dimora, la cosiddetta Villa Spinola. Quindi, anche se a tavola si parlava in «conglobamento», la parola per forza di cose doveva essere rivolta al Vecchj in genovese, né poteva essere altrimenti.

Allora il Vecchj capí bene quel che si diceva, essendoci anche differenza fonetica tra chino, che si pronuncia «cino» e chinese, che si pronunciava allora «kinese» (infatti ancora oggi si parla di inchiostro di China). E infatti il Vecchj non smentí mai quanto ebbe a scrivere, se si consideri pure che morí nel 1932 e che, lui vivente, ombre sinistre aleggiavano sul mito del Garibaldone. Ma noi non ci siamo fermati alle sue parole. Abbiamo interpellato il Consolato del Perú a Milano. Dal Console, signor Torres, gentiluomo dai modi raffinati e disponibile alle informazioni nonostante l’afosa calura, apprendiamo invece che la parola chino ora, come pure allora, in Perú indica e indicava solamente una persona di etnia cinese, mentre per un meticcio, incrocio di indio con donna nera o di nero con donna india, si usava e si usa il termine zambo. Questa precisazione è il classico colpo che taglia la testa al toro. Dunque nessun fraintendimento da parte di Jack La Bolina.

 

Reticenze e logorrea

Il punto 3: lo stesso Cowie afferma che «lo stesso Garibaldi, nelle diverse redazioni delle Memorie, non ci ha aiutato, perché non precisò mai la natura di quel cargo che portò dalla Cina a Callao. Ma, per lui, non c’era bisogno di alcuna spiegazione: era stato un cargo come tutti gli altri, niente di particolare».

Però – osserviamo noi che teniamo moltissimo a mantenere immacolata la fedina penale dell’eroe senza macchia e senza paura – il memorialista Garibaldi ci tiene a far sapere (ahi, ahi!) che nel viaggio dalle isole di Cincia (Islas de Chincha) per Canton trasportava guano, ma non precisa la natura del carico sia nell’andata alle Cincia che nel ritorno da Canton. E ci fa sapere pure che dopo il ritorno a Lima e nella immediata prosecuzione del viaggio da Lima a Boston trasportava rame e lana: «si partí in zavorra (perché senza carico commerciale, ndr) per Valparaiso, ove giungendo, si noleggiò la Carmen per un viaggio dal Chilí (cioè dal Cile, ndr) a Boston con rame. Approdammo in vari porti della costa del Chilí: Coquimbo, Guasco, Herradura, e si terminò (cioè si completò, ndr) il carico con lana sopra il rame, a Islay (Perú)». E inoltre ci fa sapere che da Baltimora a Londra trasportava farina e grano, e da Newcastle a Genova carbon fossile. Prosegue infatti la biografia (subito dopo, nella medesima pagina): «Rimasi alcuni giorni a New York … ed in quel mentre, essendo giunto nel porto il capitano Figari, con intenzione di comprare un bastimento, mi propose di comandarlo per condurlo in Europa. Io accettai, e fummo col capitano Figari a Baltimore, ove si acquistò la nave «Commonwealth». Si caricò di farina e grano, e veleggiai per Londra ove giunsi in febbraio del ’54. Da Londra andai a Newcastle, ove caricammo carbon fossile per Genova, e giunsimo in quest’ultimo porto il 10 maggio dello stesso anno».

Dunque nel viaggio da Lima a Genova viene indicato tappa su tappa la natura del carico. È solo nell’andata alle Cincia e nel ritorno da Canton a Lima che il nostro ne omette la specificazione. In termini legulei su questi due punti il romantico eroe verrebbe accusato di reticenza interessata.

fonte

eleaml.org

 

 

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