Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Formia nell’alto medioevo

Posted by on Lug 30, 2017

Formia nell’alto medioevo

La civitas formiana segue il destino dei centri importanti dell’Impero romano d’occidente.
Procopio di Cesarea nel De bello gothico si dilunga circa le vicende dell’esercito di Totila, re dei Goti d’oriente, in Campania.


Attestatisi nella città di Minturnae, dopo un’infelice incursione di pochi di loro a Capua, prontamente respinta dall’esercito bizantino di Giovanni , i Goti nel breve volgere di pochissimo attraversano di continuo l’Appia e tengono in costante apprensione le popolazioni della fascia costiera meridionale del Lazio.
Nelle città, centri di vita solidale, mai come questa volta si sentiva la lontananza, se non addirittura l’assenza, di un’autorità credibile, che tangibilmente aiutasse i centri costieri segnati dalla crudezza degli eventi.
Si era spezzato definitivamente il senso dell’integrità del territorio e si percepiva la soluzione della continuità con il passato.
Tra Terracina e Capua l’Appia paradossalmente favoriva la crisi dei centri urbani. Le città sono legate al destino della regina viarum. Da camminamento dei traffici commerciali e motivo di sviluppo dei centri in età imperiale, diviene nel V-VI secolo elemento che facilita il transito degli eserciti, rendendo insicuri i centri costruiti lungo la strada, utilizzati come luoghi di sosta e di razzia.
Il conflitto greco-gotico si svolgerà drammaticamente, non soltanto per gli orrori che ogni guerra porta con sé, ma anche per il grave sconvolgimento della fisionomia del territorio e delle sue istituzioni.
Neppure la riconquista del presidio gotico di Capua nel 555 da parte dei Bizantini servirà a recuperare quella quiete e pacificazione, grazie alle quali avviare un processo di recupero delle condizioni di autentica vivibilità nelle città.
L’autonomia amministrativa concessa dai Bizantini a Capua, ponendo a guida della città un tribuno, non produrrà benefici al di là del centro campano.
La struttura organizzativa civile delle città entra in crisi e l’organizzazione ecclesiastica si pone come elemento di coesione cittadina e istituto di supplenza nella gestione dei centri abitati, cosicché la storia della città si confonderà, d’ora in avanti, con quella della sua diocesi sino a tutto l’VIII secolo.
Nella più generale crisi dei centri urbani del Mezzogiorno italiano tra V e VI secolo, entro i quali si era attestata la maggior parte degli episcopati meridionali, le diocesi sembrano gli unici nuclei territoriali in grado di svolgere un ruolo positivo di aggregazione.
Esse erano sorte nelle civitates, rispettando le divisioni circoscrizionali romane: ad una civitas generalmente corrispondeva una diocesi, così per Terracinae, Fundi, Formiae e Minturnae.
Con papa Gelasio I (492-496) l’antiqua ecclesiarum divisio, stabilita sulla base della struttura civile romana ancora valida fino al V secolo, veniva superata da un nuovo concetto di ecclesialità diocesana: Territorium non facere diocesim”.
Violante pone in rilievo come i confini territoriali delle diocesi nei secoli V e VI siano stati ben lontani dall’assumere una fisionomia precisa. In effetti vige il principio, secondo il quale la diocesi più che un territorio precipuamente fisico deve considerarsi un popolo di fedeli stretto attorno al suo episcopus, partecipe alla liturgia diocesana dei sacramenti fondamentali dell’iniziazione cristiana: il battesimo e la cresima amministrati nella città.
Ecco che allora la diocesi per la sua stessa essenza costitutiva interessa meno al fedele sotto il profilo della territorialità. Il problema dei confini tra le diocesi può essere la spia di un minor interesse del vescovo sul territorio, non nel senso che non avesse un potere giurisdizionale su di esso, quanto piuttosto per la centralità assunta dalla città, nella quale l’episcopus svolgeva la ritualità ed il suo officium.

Tuttavia ciò non significava il venir meno della conflittualità. Controversie circa i limiti diocesani contrapposero al tempo di papa Gelasio I gli episcopati di Liternum e Volturnum, poco al di là del Garigliano.
La crisi delle diocesi del Lazio e della Campania costiere ha scaturigini anteriori alla discesa nel sud dei Longobardi.
Lo storico francese Duchesne riteneva che essa dipendesse essenzialmente dall’occupazione dei Longobardi, dal mancato amalgama e dall’impossibilità di dialogo tra le cattoliche popolazioni latine e i nuovi invasori di stirpe germanica.
Il Fonseca ha mostrato che l’ipotesi del Duchesne, che aveva fortemente condizionato l’interpretazione storica circa i rapporti tra Longobardi e cattolicità, sia riduttiva.
In effetti, ancor prima dell’affacciarsi dei Longobardi, molte sedi vescovili avevano cessato di esistere.
Nella striscia di territorio che va da Fondi a Napoli (e la parallela fascia costiera) si può notare che l’episcopato di Suessa era scomparso prima dell’avvento dei Longobardi e circa un terzo delle diocesi versava in difficoltà.
E’ il periodo nel quale lo spopolamento degli insediamenti demici, la migrazione di intere popolazioni, come a Minturnae, dalla piana costiera alla collina, sembrano eventi piuttosto ‘ordinari’.
L’impaludamento dei centri attorno al Garigliano e alla Domiziana era causato spesso dall’impossibilità di far fronte alle opere di manutenzione dei sistemi irrigui e di contenimento delle acque. Il ristagno aveva come effetto l’insalubrità dei centri abitati della piana.
L’illusione di una pacificazione, immaginata come possibile dopo la vittoriosa battaglia dei Bizantini del 553 nei pressi del Vesuvio, sarà spazzata via dalla discesa al sud dei Longobardi.
Ma ancor prima della costituzione del ducato di Benevento nel 576 si era assistito nella Longobardia meridionale all’agonia di un’altra diocesi dal passato illustre: Volturnum, l’odierna Castelvolturno.
La situazione del Lazio costiero e di parte del territorio campano tra Garigliano e Volturno è, in sintesi, al limitare del VI secolo quanto mai fluida.
La scarna documentazione sul periodo della guerra greco-gotica e sull’arrivo nel sud dei Longobardi non facilita la ricostruzione della serie cronologica dei vescovi sulle antichissime sedi episcopali di Fondi, Formia e Minturno.
Nel 590 avrà termine la diocesi di Minturno, quando papa Gregorio Magno constaterà la rarefazione del clero e la contrazione del numero degli abitanti. La provvista di vescovi sulle cattedre del Lazio costiero meridionale non fu opera facile e sbrigativa.
Gregorio Magno percepiva l’importanza strategica pastorale e politica di queste zone e stabilirà sulle diocesi di Formia e Fondi rispettivamente Bacauda e Agnello, robuste personalità: l’uno (Bacauda) proveniente dai ranghi dei legati pontifici , l’altro (Agnello) chiamato a dirimere importanti e delicate questioni e reggente la diocesi formiana, vacante tra il 597 ed il 598 per la morte di Bacauda.
In questo quadro di riferimento può più agevolmente affrontarsi la questione dell’occupazione di Formia e delle zone limitrofe da parte dei Longobardi.
I Longobardi si affacciarono nell’Italia centro meridionale e dettero vita in alcuni siti a forme di occupazione stabile.
Ma Delogu sostiene che i Longobardi del ducato beneventano non arrivarono a controllare stabilmente il territorio costiero compreso tra i monti Aurunci, il Garigliano ed il mare e che, per contro, furono i Bizantini a preoccuparsi maggiormente della difesa dell’Appia e dei collegamenti tra Roma e Napoli.
La testimonianza di Costantino Porfirogenito nel De administrando imperio è quanto mai significativa: tra le città occupate dai Longobardi non solo non figura Formia, ma l’autore esclude che Gaeta sia stata da loro conquistata.
La Merores propende per l’occupazione di Formia, ma non supporta la sua tesi con una documentazione probante. Non va, tuttavia, esclusa un’azione longobarda sulla città formiana; essa sarà di durata limitata. D’altra parte, se fosse accaduto il contrario, ciò avrebbe significato per i Bizantini dare mano libera ai Longobardi, cedendo le comunicazioni lungo l’Appia, dopo averle difese fino ad allora strenuamente.
L’influsso degli istituti giuridici longobardi nel Codex Diplomaticus Cajetanus nella produzione documentaria del IX secolo da sola non è sufficiente a giustificare la stabile permanenza della popolazione di stirpe germanica nel Formianum.
Si trattò allora di una occupazione temporanea, forse anche ripetuta, ma mai si ebbe una dominazione di carattere politico-istituzionale permanente.
Quest’ipotesi trova conforto nella lettura della corrispondenza di papa Gregorio Magno. Nell’agosto del 594 il pontefice ordinava al vescovo di Siracusa Massimiano di persuadere, a suo nome, il clero formiano, rifugiatosi nella sua diocesi, dopo essersi allontanato dal proprio vescovo di Formia Bacauda, a ritornare nella città. L’avvicinarsi dei Longobardi, essendo stata occupata Fondi, aveva spinto il clero formiano ad una precipitosa fuga via mare. Ma l’occupazione di Fondi non dovette comunque durare a lungo se nel novembre del 592 il vescovo della città, Agnello, veniva spostato dalla cattedra fondana a quella terracinese, vacante per la morte del proprio pastore Pietro, mantenendo ad interim il governo della diocesi fondana.
Per inciso la vacatio delle sedi vescovili era un evento pressoché normale: vacanti al tempo della stipula della pace con Agilulfo erano le cattedre di Minturno, Fondi, Formia, Cuma per citare le più vicine.
Un altro elemento può contribuire a rendere più chiara la questione della permanenza longobarda a Formia.
Si tratta della formazione delle circoscrizioni o distretti amministrativi denominati gastaldati, posti in essere dopo la creazione del ducato beneventano.
Il Fonseca ha appurato che negli ultimi decenni del VII secolo e agli inizi dell’VIII, in concomitanza con la conversione dei Longobardi, la restaurazione degli assetti circoscrizionali ecclesiastici sembra coincidere in larghissima parte con le circoscrizioni gastaldali, a conferma dell’orientamento a voler far combaciare distretti politico-amministrativi e distretti ecclesiastici.Di norma nel VII secolo quasi tutti i centri gastaldali erano in origine sedi episcopali, sedi episcopali che erano state dapprima civitates romanae.
Ebbene in questo periodo Formia non compare tra i centri gastaldali; compare, invece, Capua, caduta nelle mani longobarde tra l’aprile del 593 ed il novembre 594 , affidata subito alla giurisdizione di un gastaldo dipendente dal ducato di Benevento.
E’ pure da sottolineare che i Bizantini lungo le coste laziali, come sostenuto dal Manselli, hanno mantenuto guarnigioni nei punti nevralgici.
Formia sembra stretta nella morsa tra Bizantini e Longobardi. Gravita nell’orbita bizantina, subisce la conquista temporanea dei Longobardi; ma, tutto sommato, ai contendenti interessa per motivi strategici piuttosto che come centro propulsore di una nuova circoscrizione territoriale.
Questo stato di cose comporta per il centro costiero una diminuzione complessiva di importanza: sostanzialmente Formia si configura come una città in profonda crisi.
Nella corrispondenza che Gregorio manteneva con gli episcopati d’Italia un certo numero di lettere raggiunge le diocesi di Terracina, Fondi, Formia (e di riflesso Minturno). A queste si aggiungano le missive inoltrate a vescovi di altre sedi, il cui contenuto riguarda direttamente o indirettamente gli episcopati del Lazio meridionale costiero.
E’ soprattutto con Bacauda, il legato pontificio dal nome di origine gallica, nominato vescovo di Formia, che Gregorio intrattiene uno stretto legame.
Nell’ottobre del 590, dopo avergli affidato la trasmissione di una lettera al patriarca di Costantinopoli Giovanni , Gregorio, forse su segnalazione del medesimo Bacauda, allora già vescovo di Formia, concedeva la diocesi di Minturno, stabilendone così la soppressione e decretando l’immediata disponibilità delle risorse a favore dell’episcopio formiano.
Tra il settembre e l’ottobre del 591 a Bacauda e ad Agnello, vescovo di Fondi, viene affidata congiuntamente la questione degli Ebrei di Terracina.
Ancora nell’agosto del 594 il pontefice scrive a Massimiano, vescovo di Siracusa, una missiva perché il clero formiano rientri nella diocesi accanto a Bacauda.
Anche le diocesi di Terracina e Fondi sono oggetto di particolare interesse. Agnello è ricordato nella sua qualità di vescovo prima di Fondi, poi è elevato al rango di cardinale prete di Terracina a partire dal novembre del 592, a seguito della morte di Pietro pastore della diocesi terracinese e a causa dell’occupazione di Fondi da parte dei Longobardi.
L’alto grado prelatizio raggiunto da Agnello gli permette di ottenere la nomina a visitatore della diocesi di Formia nell’aprile del 597 per la morte di Bacauda ed in attesa dell’elezione del successore. A Bacauda seguirà Albino, il cui nome appare in una lettera pontificia dell’ottobre del 598.
Questo breve panorama pone subito in evidenza la preoccupazione di Gregorio per la situazione amministrativa e pastorale delle diocesi del Lazio meridionale. A guida delle diocesi vengono designati pastori di spiccata personalità. Ciò fa ritenere che la fluida situazione del litorale formiano dovesse essere ben chiara nella mente del pontefice, al quale certo non sfuggiva la necessità di affidare l’organizzazione di questo territorio, nel quadro della più generale esigenza di riorganizzazione ecclesiastica, a persone abili nella diplomazia e capaci di conquistare il consenso dei fedeli: si veda l’esempio di Agnello.
Terra di confine, il sud costiero costringe papa Gregorio a barcamenarsi tra Bizantini e Longobardi per salvaguardare l’integrità territoriale ed economica delle diocesi.
Un ulteriore aspetto che avvicina Gregorio Magno a Formia è l’elemento cultuale e liturgico.
Una particolare forma di nutrimento spirituale per Gregorio era la ricerca delle vite dei santi come modelli esemplari. Nel primo libro dei Dialogi si apprende che Gregorio conosce l’esistenza del monastero di S. Magno di Fondi e dei santi fondani Onorato e Libertino, dei quali illustra le virtù cristiane e l’amore per la chiesa.
E’ probabile che oltre Fondi abbia avuto memoria di altri santi venerati tra Fondi e Minturno. E ciò appare verosimile. Egli, nella menzionata lettera a Bacauda del 590 sull’accorpamento della diocesi minturnese a Formia, afferma che Formia è la cattedra “in qua corpus beati Erasmi martyris requiescit “. Questa sottolineatura, rinforzata dall’uso del tempo presente, racchiude un messaggio che Gregorio invia ai cristiani delle due diocesi. Conosce il culto di Erasmo, già diffuso ben oltre Formia; sa che lì nel cuore della diocesi formiana, e cioè nella cattedrale, è ancora sepolto il vescovo martire; ricorda l’antichità della diocesi di Formia, giusto titolo perché Minturno, altrettanto antica, si fondi con essa.
Nell’ottobre del 598 il pontefice scrive ad alcuni vescovi, perché concedano alcune reliquie dei martiri “sanctuaria beatorum martyrum in diocesis vestrae locis quiescentium”, affinché l’exprefetto Gregorio possa edificare una basilica in onore dei santi di quelle diocesi che avessero dato la disponibilità delle reliquie. La breve missiva non è l’estrinsecazione di un desiderio, ma assume un tono perentorio: “et ideo, fratres carissimi, prefati desideriis ex nostra vos praeceptione convenit oboedire “. La lettera giungerà, tra gli altri, anche al vescovo formiano Albino, successore di Bacauda.
Le brevi osservazioni sui rapporti tra papa Gregorio e la diocesi di Formia, in una lettura contestuale dei pochi essenziali documenti, pongono in risalto l’influsso che esercitò la sua poliedrica personalità. Queste nostre terre di confine non sono state considerate dal papa elementi marginali della politica ecclesiastica. In definitiva Gregorio proseguì nell’attenzione per le diocesi costiere limitrofe del Lazio intrapresa dai suoi antecessori; la medesima politica contrassegnerà il pontificato di Onorio I, Gregorio II e Zaccaria, i quali si preoccuperanno delle massae e della loro organizzazione. Formia ed il suo vasto enclave rimarranno sostanzialmente nell’orbita della provincia romana e del ducato di Roma.
Sul finire del VI secolo Formia è crocevia degli interessi delle parti in lotta. La città non ha più un ruolo da poter giuocare e spendere per progetti di più vasta portata.
Papato e Bizantini hanno una posizione predominante nel Lazio costiero, anche se interrotta a brevi intervalli, anche se resa precaria dalle insinuazioni politico-militari dei Longobardi, ma a costoro mancherà la forza o la volontà politica di acquisire definitivamente la costa meridionale, attestandosi, di fatto, oltre il limite naturale del Garigliano.
La diocesi formiana possiederà ancora energie sufficienti, surrogando le magistrature civili nel compito del controllo del ristretto territorio e ciò avverrà per la concomitante presenza di idonee personalità sulla cattedra episcopale. Si ha menzione del vescovo Bonito, che partecipò al Concilio lateranense del 649, promosso da papa Martino.
Tale processo proseguirà con ogni probabilità fino a Adeodato II, che partecipò al Concilio costantinopolitano III del 680 indetto da papa Agatone.
Sul finire del VII secolo si determina il crollo dell’esperienza della civitas unitaria e della diocesi formiana. Nella prima metà dell’VIII secolo il territorio formiano costituiva uno dei latifondi della Chiesa romana “articolato in massae e governato da un rector che lo amministrava nell’interesse del papato”.
I papi Gregorio II e Zaccaria concedevano in enfiteusi casali e fundi appartenenti ad almeno quattro massae diverse. In particolare papa Zaccaria (741-752) ottenne una massa denominata ‘da Formia’, che egli organizzò in domusculta.
I confini di tali beni papali, partendo da Formia, giungevano a Minturno e a Scauri e a nord si congiungevano con altri possedimenti pontifici nell’agro di Fondi. L’autorità papale, sia giurisdizionale che politica, si mantenne su questo territorio anche per il IX secolo.
Il vescovato di Formia possedeva anch’esso un patrimonio nella zona occidentale, che inglobava una massa denominata con il nome del santo titolare della Cattedrale formiana.
In breve tempo Gaeta divenne il nuovo polo civile e religioso, ma restando pur sempre nel Ducato di Roma, o comunque della provincia romana, almeno fino al 727.

Nel 787 il vescovo formiano Campolo è già attestato nel castro di Gaeta. Con lui, probabile espressione della nuova classe egemone gaetana, si chiude il periodo dell’indipendenza formiana dell’ultima magistratura, quella religiosa. Se rimarrà il titolo della diocesi formiana, gli atti e le deliberazioni avverranno nel castro di Gaeta e la cultualità, benché esercitata a Formia, sarà apparenza della grandezza di una volta.
Nel fortilizio gaetano, eretto in eccellente posizione strategica naturale, si stratificherà la società del futuro ducato e lì si stabilirà il vescovo, seguendo l’esodo forse per rimanere accanto alla maggioranza o forse, più semplicemente, per esperire con maggior sicurezza l’esercizio dell’ufficio pastorale. Così Giovanni, pur appellandosi episcopus Formianus, emetterà i suoi documenti in Gaeta.
S. Erasmo viene abbandonata dalla corte vescovile: rimangono i sacerdoti che officiano i riti alla ridotta popolazione dell’arce romana, che, poi, si denominerà Castellone.
Quando all’orizzonte appariranno i Saraceni, prima sporadicamente e successivamente in gruppi organizzati, della città romana resta ben poco: Formia é politicamente e strutturalmente morta, già una dépendance di Gaeta.
L’846 o l’856 Formia subisce l’ennesimo attacco, ma di distruzione, in verità, nessun narratore (l’Ostiense, l’Erchemperto, …) parla, pur avendo costoro descritto con dovizia di particolari tutti gli assalti e i sacrilegi e gli assedi e le sofferenze delle popolazioni sotto il ferro saraceno.
Nei primi decenni del secolo decimosesto si comincia a parlare di una distruzione di Formia da collocare nell’anno 856. A metà circa del secolo XVIII alcuni scrittori riferiscono dell’anno 846, senza, tuttavia, indicare le fonti dalle quali traggono l’informazione, citando talvolta in modo improprio la narrazione dell’Ostiense, riproposta con incerta lettura dell’originale dal Baronio. Trasportate le reliquie di s. Erasmo e di altri santi martiri in Gaeta , traslati la cattedra ed il titolo episcopale, il vescovo Ramfo si stabilirà definitivamente nel castrum e dall’867 si farà chiamare costantemente episcopus Cajetanus, inaugurando la serie dei vescovi gaetani.
Come Formia diviene sobborgo di Gaeta, così la chiesa di S. Erasmo vive in funzione del nuovo polo episcopale.Di Formia romana non rimane più nulla: gli scribi, i notai e i funzionari, prima e dopo la permanenza musulmana nel territorio del Formianum, la chiameranno civitas solo per un fatto meramente formale.
Un quarantennio di scorribande fino all’881 sgretolava definitivamente l’unità del territorio cittadino dal monte al mare, dalla riviera di ponente a quella di levante. Una parte di Formiani restava nel municipium, restando a contatto con il pericolo saraceno, dopo che s’era già verificato in passato un travaso di abitanti nella sicura Gaeta. La popolazione si era stanziata per una parte nell’agglomerato urbano sito sull’arce, recinto da mura e tramutatosi ben presto in un castello murato, per l’altra parte nella striscia compresa tra il mare e l’Appia a ridosso di una rada naturale.
Il primo nucleo si denominerà Castellone, il secondo Mola. L’uno si svilupperà come rocca della civiltà contadina, l’altro come borgo legato alle attività connesse alla pesca.

Il destino di Mola dipenderà dal reticolo commerciale e di trasformazione, che le consentirà di mantenere rapporti strettissimi con Gaeta. La sorte del Castellone sarà determinata in larga misura dalle vicissitudini dell’antica cattedrale di S.Erasmo. Dalla chiesa e dal cenobio annesso prenderà avvio una forma di signoria feudale, ad un tempo spirituale e temporale, degli abati benedettini prima cassinesi e poi, raggiunta l’autonomia secondo consuetudine, castellonesi.
Di Mola già parlò l’Ostiense nell’880 definendo la zona bassa di Formia “ad Molas”. Girolamo Gattola attribuiva il nome “verosimilmente dalle molte mole ovvero macine che quivi erano per l’abbondanza di acque”.
L’acqua ed il luogo si prestano all’innesto di attività redditizie. Nel X secolo con il progressivo incremento delle macine ad acqua Mola è punto nodale industriale di trasformazione delle olive e del grano.
Nel 906 un servo di Mola veniva affrancato dalla schiavitù dal duca Docibile I.
Mola in questo periodo si configura come entità precisa, che si sviluppa attorno alla chiesa di S. Lorenzo con una fisionomia abbastanza delineata. La crescita dell’abitato trova riscontro nei documenti del Codex. Nel 1120 il nucleo abitativo viene definito Burgum mole.
Da quanto è dato conoscere Mola vive soprattutto del frutto dei vigneti, delle terre seminative, degli orti; i caseggiati si estendono lungo l’asse che, partendo dai resti dell’acquedotto romano, giunge sino al mare.
Nel testamento di Gregorio, redatto nel 1024, si affida la costruzione di un mulino ad acqua posizionato a Mola. Si è a conoscenza dell’esistenza di un mulino detto della Palude (o sotto la Palude) di proprietà della chiesa di S. Erasmo. Ciò non deve meravigliare perché è norma comune che i Castellonesi abbiano proprietà a Mola e non viceversa: tale dato si è conservato fino all’anteguerra. Codex e Rubrica delle carte trattano estesamente di mulini e montani azionati ad acqua, la gran parte dei quali si trovano a Mola.
Intorno al IX secolo, forse poco più tardi, si erano creati impaludamenti extra moenia in prossimità degli sbocchi dei corsi d’acqua verso il mare. Si potrebbe pensare che comunque tale situazione non sia stata permanente: con l’incremento dell’attività produttiva i duchi gaetani avevano promosso un’opera di bonifica in coincidenza con il ripristino del porto ed il riattamento delle mura al fine di rendere più remunerativa l’attività di molini e montani con il trasporto diretto dei prodotti via mare verso Gaeta.
Il Castellone sorge sul punto più eminente dell’acropoli romana , aveva tutt’intorno robuste mura, oggetto di ripetuti consolidamenti. Nel 944 il duca Docibile II finanziava la riparazione non appena s’erano allentate le tensioni sul ducato.
Girolamo Gattola sostiene che Castellone abbia avuto origine nel XIV secolo, avendo trovato una notizia datata 1312 presso la Real Zecca, nella quale si legge di un ordine del re Roberto in risposta ad una supplica rivoltagli da fra Giacomo, abate di S.Erasmo. Lo stesso autore rammenta che in una pergamena custodita presso il monastero di S.Angelo in Planciano ricorre la dicitura “Monjstero di S.Erasmo Castri Castellionj”. Nel Codex la chiesa di S.Erasmo è detta di Castellone per la prima volta nel 1305 ; il 1 gennaio 1364 l’itrano Nicola Gallozzi lascia nel proprio testamento un’offerta pro “pauperibus Castellonis”.
La Rubrica delle carte attesta che il toponimo è più antico. Gregorio Ploja, notaio in Gaeta, predispone la copia di una bolla pontificia di Innocenzo II datata 1143 diretta a “Giovanni abbate del Monastero di S.Erasmo di Castellone”.
Nella Rubrica delle carte si ricorda all’anno 1197 la “donazione fatta da Riccardo dell’Aquila conte di Fondi al Monastero di S.Erasmo di Castellone, che dicevasi Formia e per esso al di lui abbate Diodato avo del detto Conte.”.
Castellone non è stato mai stato definito borgo ma semplicemente “terra murata”: sembra per questo privo di una struttura amministrativa laica autonoma, almeno agli inizi.
L’agglomerato di Castellone era legato al cenobio di S.Erasmo da una forma di subordinazione feudale.
Si sa che coloni e fittavoli vivono nell’845 e nel 919 nella masseria di S.Erasmo. La lavorazione della terra è caratteristica peculiare dell’economia castellonese: cessioni, permute, contratti enfiteotici a terza generazione ed altri atti di varia natura e garanzia sono stipulati dal monastero, che arricchisce la quantità e la qualità dei suoi possedimenti. La stessa chiesa ha tutt’intorno molino, orti, cortili, vigne e terreni seminativi.
Non si é a conoscenza dei danni prodotti alla chiesa e al Castellone dalla colonia saracena (se di distruzione si può parlare alla luce delle recenti ricognizioni archeologiche), ma é probabile che l’incuria abbia degradato parizalmente le strutture del luogo di culto.Passato il pericolo musulmano dopo la battaglia del Garigliano del 915 e consolidatasi notevolmente Gaeta con il raggiungimento della maturazione piena dell’esperienza ducale, i duchi Docibile II e Giovanni si impegnano a riattivare le strutture urbiche utili di Formia.
Permettono la riparazione del porto, delle mura ed il rifacimento delle parti danneggiate della chiesa di S. Erasmo. Nel 934 gli stessi duchi concedono il tempio a Bona e a suo figlio Leone. Nel 944 il duca Giovanni, non essendo ancora morto Docibile II, affida la chiesa al proprio fratello Leone con il patto che Bona ed il figliolo di costei possano continuare a goderne i frutti vita loro natural durante.
Nel 1016 la chiesa risulta possedere un monastero, di cui è abate il monaco Stefano.
A circa metà del secolo i monaci di Montecassino progettano l’inglobamento del tempio S. Erasmo e dell’annessa struttura cenobitica.I Cassinesi avevano posto termine all’esilio iniziato con la dolorosa esperienza saracena.

A metà del X secolo Aligerno riporta i Benedettini all’antico cenobio: con volontà e perseveranza i monaci commissionano la ricostruzione di chiese, villaggi, creano forme di sostegno alle atttività fondiarie, si battono per la reintegra dei vecchi possedimenti utilizzando gli atti originali o ricostruiti, concedono i livelli per le terre.
Provenendo dal cenobio madre, un gruppo di Cassinesi in linea con il progetto aligerniano giungerà presso il colle di S. Maria la Noce. Fonda probabilmente un piccolo cenobio, fuori dalle mura formiane, così come prescriveva la consuetudine monastica. La piccola chiesa, risalente nella sua veste architettonica al X secolo circa , non é il vero obiettivo dei Benedettini, quanto un punto d’appoggio per ottenere l’antica sede della cattedrale di Formia, proprietà della famiglia ducale.Con tenacia i monaci riportano la zona alta della civitas romana (Castellone) nella condizione di poter ospitare maggiori nuclei familiari; commissionano il recupero delle rovine, migliorano il sistema delle mura, strutturano la micro società secondo i canoni della signoria feudale. L’acquisizione della chiesa di S. Erasmo non è nè immediata nè scontata.
Nel 1058 Giordano I, principe di Capua, cede la chiesa all’abate di Montecassino Desiderio , ma il Fedele ritiene il documento un falso.
Il monastero castellonese acquisisce tra il 1062 ed il 1066 chiese e terre sul versante marino.
Si realizza il sogno di Desiderio: aprire per l’abbazia di Montecassino uno sbocco a mare. Desiderio entra in tutti i principali contratti riguardanti il territorio compreso tra Traetto ed il Garigliano , riuscendo a creare un corridoio tra la riva sinistra (il pantano di Minturno e la terra di Sujo) e la riva destra nei lembi terminali del Sessano, al fine di sfruttare la navigabilità del fiume.
E l’iniziale progetto si definisce meglio ed include un punto di controllo diretto sul territorio, dal quale i monaci potessero in loco tutelare e favorire gli interessi dell’abbazia madre.
È in questo breve lasso di tempo che si consuma il passaggio di S. Erasmo nelle mani dei Cassinesi. Probabilmente il termine post quem può essere considerato proprio l’anno 1062 a motivo delle acquisizioni operate dalla chiesa di S. Erasmo, acquisizioni iniziate con il 1062 e poi progressivamente accentuate: la sequenza indicherebbe una gradazione ben precisa di contro alla quasi totale assenza di transazioni anteriori al 1062.
Definito “Hominem in saeculo potentem” dal pontefice Gregorio VII (a detta di Guglielmo di Malmesbury) , Desiderio, a compimento del suo disegno, fa incidere nel 1066 il portale bronzeo dell’abbazia benedettina con l’elenco dei cospicui possedimenti. Tra le molte chiese spicca pure il nome di S. Erasmo , che evidentemente era stata da poco traslata nelle mani dei Benedettini.
La conferma vien data dalla lettura della carta di donazione di due terre all’abate Marino della chiesa di S. Erasmo “in civitate furmiana iam diruta” e “in ordine coenobiali ordinata”.
Da questo momento il cenobio castellonese inizerà un periodo di splendore che durerà per l’intero basso medioevo e l’antica città, smembratasi da alcuni secoli nei centri di Mola e Castellone, rimarrà divisa fino alla riunificazione decretata all’alba dell’Unità d’Italia.

Il saggio di R. Frecentese è tratto da A. G. Miele – R. Frecentese, Formia. Itinerario tra origini e AltoMedioevo. Storia e monumenti. Palombi, Roma, 1995, pp.36-57.

fonte

medioevoformia.it 

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