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Forse i mali di oggi cominciarono più di due secoli fa… anche in una città periferica come Militello, Sicilia (parte quarta)

Posted by on Lug 11, 2017

Forse i mali di oggi cominciarono più di due secoli fa… anche in una città periferica come Militello, Sicilia (parte quarta)

Salvatore Paolo Garufi

Berretti, cappelli e camicie rosse

Presupposti della Rivoluzione nazionale nella Sicilia dei Borbone

in 60 momenti storici

moti carbonari in Spagna

L’1 gennaio 1820, improvvisamente, la carboneria entrò in azione a Cadice, in Spagna, dove scoppiò la ribellione delle truppe, che dovevano imbarcarsi per andare a sedare le insurrezioni delle colonie americane.

Al comando dei ribelli, insieme al colonnello Quiroga, c’era il colonnello Riego. Quest’ultimo rappresentava una lampante dimostrazione dell’esistenza di una vera e propria internazionale delle sette segrete, dato che era membro della versione spagnola della carboneria: i comuneros.

La richiesta era il ripristino della Costituzione spagnola del 1812, che nel 1814 era stata abrogata dal re Ferdinando VII di Spagna.

Su questa parola d’ordine, ben presto, ai rivoluzionari si unirono le truppe mandate a combatterle, per cui, il 7 marzo, il monarca spagnolo non poté fare a meno di prendere atto della situazione.

  1. Moti carbonari nel napoletano

Nel Regno delle Due Sicilie, già nel maggio del 1817, fra le rovine della città romana, si erano radunati i carbonari di Napoli e di Salerno. Con loro c’era il Supremo Magistrato della setta lucana.

Si era costituito in tal modo il comitato centrale della carboneria dell’intero regno, che aveva stabilito che la rivoluzione doveva scoppiare entro quello stesso mese.

Poi, si era rinviato a settembre ed a settembre si era rinviato a data da destinarsi.

L’idea era stata ripresa nel 1818 dalla suprema gerarchia carbonara, l’alta vendita di Salerno, fissando l’azione per febbraio. A febbraio non era successo niente.

A quel punto, persino il governo aveva smesso di preoccuparsi, allentando la repressione.

Nel 1819, ancora, si ridava l’ordine di tenersi pronti, per quando non era dato saperlo.

Per fortuna, nel frattempo, l’idea carbonara era penetrata profondamente nell’esercito regolareed in questo senso gli ufficiali dell’esercito borbonico Michele Morelli e Giuseppe Silvati, non delusero le aspettative.

Nella notte tra l’1 ed il 2 luglio 1820, alla testa dei loro reggimenti di cavalleria, antesignani di una futura e più famosa marcia su Roma, marciarono su Napoli.

  1. Luigi Minichini

La miccia della rivolta del 1820 in Campania venne innescata da poche decine di carbonari di Nola. Questi erano guidati dall’abate Luigi Minichini, una strana figura di religioso, forse così innamorato della giustizia, da trascurare il consiglio evangelico di dare a Dio quello che è di Dio. Egli, infatti, per intanto intendeva dare a Cesare quello che è di Cesare, o meglio a Ferdinando I quello che era di Ferdinando I (col piccolo particolare che ciò che voleva dargli era la forca).

Minichini era nato in una famiglia di agiati possidenti. Il padre avrebbe voluto farne un prete ed egli lo aveva accontentato fino al suddiaconato. Poi, si era tolto la tonaca, trasferendosi in Inghilterra per due anni.

Tornato, aveva ripreso gli abiti religiosi, entrando in un convento di Napoli.

Si era, quindi, dedicato agli studi ed aveva finito per dirigere il Collegio dei Frati Ignorantelli di San Giovanni in Galdo, nel Molise.

Qui era entrato nella carboneria e subito aveva mostrato un carattere perlomeno deciso, quando aveva avvelenato, insieme a quattro complici, un poveraccio che serviva messa. Gli si voleva impedire di riferire ciò che non avrebbe dovuto neppure sapere.

In quell’occasione, la setta aveva dispiegato tutta la sua potenza, corrompendo i giudici e facendolo rimettere in libertà.

Ora, alla testa di qualche facinoroso marciava sulla strada per Avellino, insieme a 127 soldati comandati da Morelli e Silvati.

  1. La vittoria dei carbonari

Morelli, Silvati e Minichini si diressero a Napoli. All’inizio furono in pochi ad unirsi al drappello. Però, a Monteforte (dodici chilometri appena da Avellino) si fecero numerosi.

Ad Avellino, il tenente colonnello De Concilj, comandante in assenza di Guglielmo Pepe, era incerto. Come Pepe, neanche lui era carbonaro; ma, non disdegnava contatti ed amicizie con la setta.

Infine, De Concilj decise di bloccare i dimostranti fuori della città ed, al contempo, mise in stato di allarme le truppe. L’effetto fu che la notizia del moto si diffuse fulmineamente in tutta la provincia.

Il 3 luglio Morelli, forzando le incertezze di De Concilj, entrava in città e, di fatto, assumeva il comando di tutti i soldati che vi erano stanziati.

Il 9 luglio i rivoluzionari entrarono a Napoli.

Il Re si finse malato e passò la mano al figlio, come suo vicario (si ripeteva, praticamente, la situazione del ’12, in Sicilia). Fu, quindi, Francesco, insieme ai principi reali, ad assistere dai balconi della reggia alla sfilata dei costituzionalisti che entravano a Napoli.

Il corteo procedette fra due ali di folla festante.

In testa c’era il battaglione di Nola, autonominatosi battaglione sacro.

A seguire, si vedevano le bande musicali ed i regimenti insorti, con a capo il generale Pepe, fiancheggiato dai colonnelli Napoletano e De Concilj.

Non mancavano, ovviamente, la Vendita “Muzio Scevola” di Nola, guidata da Minichini, ed alcune migliaia di carbonari, con le loro bandiere tricolori: rosso, nero e azzurro.

I principi nei balconi della reggia si fregiarono della coccarda carbonara. Seguì un’ovazione.

Poco dopo, il re ammalato ricevette Pepe e gli altri capi del movimento.

  1. Gli indipendentisti

Il 14 luglio la notizia della rivoluzione napoletana era arrivata a Palermo.

Il re, però, aveva giurato fedeltà alla costituzione spagnola, cioè ad una carta che lasciava integro ed unitario il Regno delle Due Sicilie, senza prevedere alcuna forma, né di federalismo, né di autonomismo.

A complicare le cose, Messina, la secolare rivale della capitale, si era subito adeguata. Per questo, sotto la pressione popolare, il principe di Scaletta, governatore militare, aveva promulgato la costituzione spagnola, accettando di fatto il predominio di Napoli.

Per conseguenza, a Palermo non aveva tardato a ricostituirsi il vecchio partito dei cronici e subito all’occhiello di tante giacche era comparso un nastro giallo, simbolo dell’indipendenza dell’isola.

“Vogliamo la costituzione siciliana del ‘12” avevano chiesto i cronici al luogotenente del re, l’anziano generale Naselli.

Per converso, erano ricomparsi anche gli anticronici, questa volta a favore della costituzione spagnola.

Il 15 Naselli promulgò la costituzione spagnola e pose Palermo in stato di assedio.

La popolazione della città, in risposta, cominciò a chiedere l’indipendenza e, per essere meglio ascoltata, assaltò la casa di un mercenario irlandese al servizio dei borboni, il generale Church. Motivo? L’uomo aveva strappato il nastro giallo appuntato sulla giacca di un cittadino.

“Viva Palermo e Santa Rosalia!” gridò, a quel punto, padre Gioacchino Vàglica, monaco del convento di Sant’Anna. “Sicilia indipendente e libera! A morte i forestieri!”

I popolani gli andarono dietro, inebriati dal gusto del saccheggio, tanto che dopo aver devastato la casa di Church, liberarono i prigionieri delle carceri.

Da quel momento, Palermo cadde in  mano loro e cominciarono le uccisioni.

I primi a morire furono due uomini che non avevano fatto mancare il loro impegno nell’esperienza costituzionale del ’12, il principe di Cattolica, organizzatore della guardia civica, ed il principe di Aci, collaboratore del generale Naselli.

Il generale Naselli, vista la piega, era fuggito precipitosamente, lasciando il comando ad uno ch’era stato ministro ai tempi di Bentinck, il principe di Villafranca.

Salvatore Paolo Garufi

fonte

blog. ilgaruficolori

 

militello

 

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