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Forse i mali di oggi cominciarono più di due secoli fa… anche in una città periferica come Militello, Sicilia (parte quinta) – Alta Terra di Lavoro

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già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Forse i mali di oggi cominciarono più di due secoli fa… anche in una città periferica come Militello, Sicilia (parte quinta)

Posted by on Lug 22, 2017

Forse i mali di oggi cominciarono più di due secoli fa… anche in una città periferica come Militello, Sicilia (parte quinta)

32.             La guerra civile in Sicilia

Dopo la nomina a comandante generale del principe di Villafranca, non tardarono ad arrivare notizie di una vera e propria guerra civile in atto.

Ruggiero Settimo, nel frattempo, rifiutò la nomina a luogotenente generale. Invece l’accettò il principe di Scaletta, proprio il governatore militare di Messina, fatto che non fu per nulla accettato dai palermitani.

Ad aumentare la burrasca, venne reso noto il primo atto di governo del principe di Villafranca: un proclama con cui vietava agli intendenti dei valli siciliani di aver rapporti con la giunta palermitana.

Il principe di Villafranca era un personaggio abbastanza sicuro delle sue idee. Non era tipo, perciò, che potesse esitare molto, neppure davanti all’ipotesi di scatenare una guerra civile.

Lo fece, infatti, con un proclama, in cui ordinò l’arresto e la deportazione a Gaeta delle deputazioni palermitane mandate a Catania ed a Messina, col compito di portare anche lì la lotta separatista.

Palermo reagì inviando in giro per l’isola reparti armati (in cui abbondavano gli ex-galeotti) chiamati guerriglie.

Il compito era quello di convertire alla causa le città riottose (praticamente, la stragrande maggioranza).

Durante la guerra civile ci furono alcune stragi, la più grave delle quali, ad opera delle bande del principe di San Cataldo, il 13 agosto a Caltanissetta.

33.             Florestano Pepe

Sotto sotto, il più contento per la guerra civile scoppiata era Ferdinando I.

“Mi arrivano informazioni di una sollevazione nell’isola” disse, infatti, al generale Florestano Pepe, fratello di Guglielmo.

I suoi sentimenti verso la famiglia Pepe potevano definirsi di cordiale antipatia. Già gli dava ombra il comando dell’esercito che aveva dovuto affidare all’infido Guglielmo. C’era, in più, il mal di pancia provocatogli dal fatto che Florestano era uno dei quindici membri della Giunta Provvisoria di Governo, cioè di un organo che aveva i poteri del Parlamento, almeno fino alle elezioni.

Aveva, quindi, pensato che una bella missione in Sicilia, dove era facile trovare molta impopolarità e nessuna gloria, fosse una scelta ideale per toglierselo di torno.

Florestano Pepe sbarcò a Milazzo il 5 settembre, protetto in mare dalla flotta napoletana e in terra da un reparto di messinesi.

Questi, fra l’altro, erano molto arrabbiati per il sequestro delle loro navi da parte dei palermitani e per l’arresto, come traditori della patria siciliana, dei relativi equipaggi.

Prima che il generale attaccasse Palermo, il principe di Villafranca gli andò incontro. I due s’intesero subito ed a Termini Imerese fu firmata la pace, stabilendo un’amnistia generale e fissando l’entrata dei napoletani nella capitale per il 25 settembre.

34.             Vincenzo Natale

Le elezioni generali vennero celebrate secondo la costituzione spagnola ed il 22 settembre 1820 si riunì la giunta preparatoria del Parlamento delle Due Sicilie.

Due giorni prima, il Giornale Costituzionale del Regno delle Due Sicilie aveva comunicato:

Giungono in questo momento due basimenti di Messina, partiti da quella città il dì 17 del corrente. Con uno di essi sono arrivati i signori D. Francesco Strano di Catania, D. Paolino Riolo di Centorbi, D. Vincenzo Natale di Militello, Deputati del Valle di Catania al Parlamento Nazionale.

L’1 ottobre ebbe luogo la seduta inaugurale. Presidente del parlamento fu eletto Matteo Galdi, che nel discorso di insediamento, alla presenza di Ferdinando e di Francesco, suo vicario, affermò:

“La fraterna ed intima amicizia che ci unisce all’isola di Sicilia, la quale pur forma, mercé la nuova costituzione, un solo Stato con noi, e ci unisce con più stretti vincoli ancora, si è accresciuta dall’arrivo dei suoi deputati che già siedono in Parlamento e ci aiutano nei nostri travagli coi loro lumi e con la loro esperienza; speriamo che giungeranno presto anche quelli dei paesi che furono agitati da passeggiero spirito di vertigine, e che di questa si estingua finanche la più lontana rimembranza.”

Nella prima riunione della Giunta carbonara venne nominato segretario il deputato militellese Vincenzo Natale.

35.             L’idea autonomista di Vincenzo Natale

L’attività parlamentare di Vincenzo Natale, pur nel rigore di un concetto unitario del Regno, mirò a dare maggiore autonomia amministrativa alla Sicilia, creando nuovi organi istituzionali. Fu la parte non caduca della sua opera politica, quanto mai attuale ancor oggi, a distanza di quasi duecento anni.

In quest’ottica, per esempio, presentò una mozione, affinché si elegesse un consigliere di Stato in ciascun Valle dell’isola.

In un successivo intervento, però, seppe chiarire la sua avversità al separatismo palermitano, frutto avvelenato dell’antico e rapace baronaggio:

Quale sarebbe la causa di tanta miseria, di tanta desolazione, se non è in massima parte questo mostro della feudalità? I baroni di Sicilia hanno formato fra di loro dai più remoti tempi una lega infernale. Essi, nuotando sempre nelle dovizie e nel lusso, si sono resi immuni dai pesi pubblici. I proprietari, che sono essi, non pagarono mai alcun dazio; tutte le imposte sono sempre ivi gravitate sopra generi di consumazione, sopra la bocca del povero. I baroni di Sicilia rassomigliano perfettamente ai di lei antichi tiranni, dei quali non vi erano sulla terra tiranni più atroci, più sospettosi, più intraprendenti e sottili, come porta l’acume nazionale, a trovare dei ripieghi a loro favore.

Guidato da tali idee di fondo, partecipò alla discussione sulle modifiche da apportare alla Costituzione, sostenendo che per esse bastava il voto favorevole della metà più uno dei deputati e non della maggioranza di due terzi.

Natale, inoltre, sviluppò un coerente ed alternativo programma di interventi economici, basato sull’abolizione delle dogane interne. Così, si liberavano i commerci, i traffici marini e le esportazioni.

Sarebbe potuta nascere da ciò una creatura che disgraziatamente non riuscì a nascere (e che attende ancora di nascere): la moderna borghesia, cosa molto più necessaria dell’indipendenza siciliana.

36.             Natale ed il dibattito del suo tempo

Le idee di Vincenzo Natale furono diverse da quelle dei cronici del 1812.

Infatti, sempre in parlamento, egli ne demolì i furori propagandistici con la forza dei ragionamenti:

Sia libera ed esente dei diritti nei porti del Regno l’importazione e l’esportazione di qualunque genere, produzioni, manifatture provegnenti dall’una e dall’altra Sicilia di qua e di là del Faro. Che tale facoltà si eserciti con le necessarie cautele disposte dalle leggi in vigore, per evitarsene l’abuso.

Un altro cruciale campo di intervento riguardava il perenne conflitto tra contadini e baroni. Il punto dolente era rappresentato dagli effetti che si avevano dalla quotizzazione e dall’assegnazione delle terre ecclesiastiche e demaniali ai privati.

In quella privatizzazione c’era stata, infatti, pure la “perdita degli “usi civici”, i quali, per quanto ridotti da numerose usurpazioni di nobili e borghesi, ancora nel Settecento valevano ad attenuare la miseria delle popolazioni rurali.

Le proposte di Natale, pur avendo ben presente la necessità di superare lo sfruttamento promisquo delle terre (tipico degli usi civici), disordinato e poco redditizio, erano per realizzare quote sufficientemente grandi, che avessero le caratteristiche della moderna azienda agricola privata, con tutti gli annessi diritti: poter trasmettere in eredità, poter affittare e, magari dopo un certo numero di anni, poter vendere.

Salvatore Paolo Garufi

fonte

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