Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

FRA DIAVOLO E LA REPUBBLICA PARTENOPEA 1799 (3^ PARTE)

Posted by on Mag 9, 2017

FRA DIAVOLO E LA REPUBBLICA PARTENOPEA 1799 (3^ PARTE)

Istoria delli fatti accaduti a D. Michele Pezza dal giorno 17 DICEMBRE 1798 PER LA RIVOLUZIONE ACCADUTA NEL REGNO DI NAPOLI ALL’ENTRATA DE’ FRANCESI[1].

Essendo giunto l’ordine del Tenente Generale il Duca della Salandra, che tutte le popolazioni si fossero armate in difesa del nostro amabilissimo Sovrano Ferdinando IV Dio Guardi contro l’infame sedicente Repubblica, essendo D. Michele Pezza alias Fra’ Diavolo della Terra d’Itri provincia di Terra di Lavoro attaccato alla Corona, subito cominciò a fare unione di altri[2], scrisse lettere circolari per tutti i Paesi vicini che si fossero   armati   prestamente,   e   tutti   si   fossero   portati   da   lui   in   Itri,   anche   coloro   che   armi  non  avessero,   che dal  medemo  se  li  sarebbero  date,  in  maniera   tale   che  in termine  di  giorni  quattro  strinse  da  circa  10.000  [sic]  uomini,  e  si  portò  subito nel  Fortino  chiamato  S.  Andrea, che  sta  situato  nella  strada  che  da  Itri  si  cala  alla Città di Fondi  unico  passo  che  da  Roma  si  viene  nel  Regno  circondato  da  montagne, dove stava  il  Comandante  per  nome  Sicardi.  Questo  comandava  cinque  pezzi  di cannoni,  e  teneva  sotto  di  se  da  circa  1.000

[f. 2] uomini di Fanteria, Cavalleria, Fucilieri di Montagna ed Artiglieri, e si presentò dal suddetto Comandante con tutta la sua gente, a cui il Sicardi gli disse che colà non bisognavano, ma che l’avesse guardato le spalle che per il Fortino penzava lui, a cui rispose il Pezza che per le spalle non dubitasse, e stesse pur sicuro; allora subito si partì colla sua

gente, e la divise ne luoghi più opportuni che lui stimò, per dove i Francesi potevano passare per impadronirsi del Fortino, cioè a Sperlonga, a Migliograna, a Vallefredda, alla Madonna della Civita, S. Nicola ed altri luoghi, ed erano dalle Università mantenuti di tutto il bisognevole di bocca e di guerra.

Come   di   fatti   giunti   i   Francesi   nella   città   di   Fondi   non   mancavano   di  andare   a   stuzzicare   i   suoi,   per   poter   passare   avanti,   ma   sempre   erano  respinti   colla  perdita    di   più  Francesi,   che   un  giorno   l’inseguirono   sin’ a   vicino  Fondi,  dove  presero   400   castrati,   che  i  Francesi  tenevano,  e  furono  condotti   in   di   lui   potere,   e   fu fatto  il  calcolo  de’  morti  francesi  da  circa  300,

[f. 3] e cinque prigionieri, che furono mandati in Gaeta, altri furono trattenuti ed impediti, per non farli passare circa giorni undeci sempre coll’armi alla mano, di giorno e di notte in mezzo alle gran nevi di cui erano coverte quelle montagne, ma il giorno 29 dicembre 1798 verso la sera s’intese sparare tre colpi di cannone, e poi non s’intese più niente. Credendo il Pezza essere cosa da nulla, ma che ad un’ora della notte giunse un corriere al medemo, e gli disse che il Comandante Sicardi aveva reso il Fortino senza fare alcuna resistenza.

Sentendo questo si restrinse quella poca gente che potè per portarsi alle montagne di   Gaeta   per   poter  dare  ajuto  alla  detta  Piazza.  Ma  il  fatto  si  fu  che  al  far  del   giorno li  furono   addosso   circa  3000  Francesi,  con  quali  stiedero  più  di  otto  ore  a  far foco, e ne massacrarono  più  di  300,  e  gl’ altri  perseguitarono  fin’ a   Gaeta,  credendo  il Pezza non si  fusse resa  la  Piazza,  ma  il  fatto  si  fu  che  la  trovò  resa;  avendo  ciò  inteso tutta  la  sua  gente  si  scoragì,  e  subito  depositò  l’armi  per andar nelle loro case,  e salvare  le proprie  famiglie,  dal  che  restò  il  Pezza

[f. 4] con soli 24 uomini, che non sapeva il medemo cosa farsi.

In capo a sei giorni risolse, e disse a suoi compagni andiamo in Itri a massacrar quei pochi Francesi che vi sono, come di fatto andiedero, e trovarono circa 60 Francesi, che una quantità furono massa­crati, ed altri perseguitati fin’a Castellone, e poi ritornarono indietro, ed andiedero a sonare le campane ad armi, al che tutto il popolo corse, ed armossi fin’anche le donne, per cui da diverse donne furono ammazzati molti Francesi; nell’istesso giorno ne massacraro­no una gran quantità tutti della piana maggiore, che passavano colle carrozze, come benanche fermarono un corriere che portava   una  cassa  di proclami  per affiggerli  per  i  paesi,  e  fu  fatto  prigioniere  un   Generale  ed   un  Colonnello,  al  che  penzò  il  Pezza  portarli  prigionieri  in  Napoli  al  Generale  Pignatelli,  per   aver   dal   medemo  soccorso  di  armi  e   munizioni;  giunto che  fu  a  Sperlonga per  imbarcarsi,  trovò  colà  circa  venti Francesi,  e  cominciò  a far  foco,  e  ne  ammazzò  sette,  ed  un  Commissario  ed  un [f. 5] giacobino fece prigionieri, che in unione degl’altri due condusse in Napoli.

Giunto a Napoli si portò dal Generale, e gli disse che avea portato quattro prigionieri, gli rispose il Generale che li avesse portati al Granatello, che colà avrebbe trovato un Aiutante, al quale doveva consegnarli, come infatti fu eseguito; dopo averli consegnati il Pezza con altri due suoi compagni ritornò in Napoli, e tre altri suoi com­pagni rimase a guardare li prigionieri; la mattina susseguente si portò di bel nuovo dal Generale, quale pregò che l’avesse data una barca, armi con munizione di guerra, che in capo a giorni sei l’avrebbe ripigliato la Piazza di Gaeta, ma niente li rispose, nè volle darli niente[3]. Ciò vedendo si portò subito al Granatello, per chiamar li suoi compagni e portarli nella loro patria, ma il fatto si fu che non trovò li suoi compagni, nemmeno li prigionieri, solamente li disse un soldato che nella notte antecedente era venuta una compagnia di Cavalleria da Napoli, e si aveva portato li prigionieri e li suoi com­pagni in Caserta; sentendo questo si portò subito in Napoli, e prese altri due compagni e si partì per Itri.

Colà    giunto    di    nuovo    incoraggi     li      suoi    compaesani,     e    li    portò   seco   per   affrontarsi   col   nemico,   che  veniva  per  abbatterli,   che   appena   fu  veduto che  si  cominciò    un   vivo   fuoco,   che   non   cessò   un   momento,   ma   durò  circa    due    ore,    e    morirono    de    Francesi    da    circa   100,   ed   il   restante

[f. 6] fu perseguitato fin a Gaeta, che di timore abbandonarono un carro d’armi ed un altro di munizione e 10 cavalli; questa funzione continuò giorno per giorno, più volte i Francesi tentavano abbatterli, ma sempre valorosamente erano conquassati gior­nalmente colla perdita di quaranta e cinquanta, senza li feriti, che si fece il bilancio delli morti circa 500 tra soldati e piana maggiore. Per fine li mancò la munizione, son venuti li Francesi, si fece quanto si potè, per cui convenne fuggire, e loro s’impadronirono del Paese, dove fecero sette giorni di sacco, e massacrarono da circa 50 paesani tutti di età avanzata, fra’ quali il capo fu suo Padre. Qual cosa saputasi da suoi figli senza badare al pericolo della vita, uno se lo prese sopra le spalle e l’altri collo schioppo alla mano si fecero strada in mezzo alle sentinelle francese [sic] di notte, e nella sua Chiesa lo seppellirono.

Allora restò con soli 27 uomini e si portò in Maranola, e subito risvegliò tutti quei Paesi convicini, cioè Maranola, Triulo, Casitelnuovo, Spigna, Traetto, S. Maria della Lefna, Pulgarino, Castelforte, Salvagana, le Fratte, Coreno, e radunò da circa 1.700 uomini, di più fece una lettera circolare per tutto lo stato di Sora, Abbruzzo, in nome di Sua Maestà Re delle due Sicilie, quale intesisi subbito abbandonarono le loro famiglie e si avvalse delle seguenti espressioni, cioè:

Eccomi  vicino a voi  miei cari  figli,  in breve

[f. 7] sarò tra voi, e non credete che io vi abbia abbandonato e rimasti in preda dell’inimici, il rammarico della mia partenza fu grande, colpa non fu la mia, ma de miei Ministri. Eccomi che sono tornato con una grande Armata, di mare e di terra, e viene in mio soccorso il Sacro Romano Impero, l’Impero Ottomano, oltre altre Potenze. Cari vassali siatemi fedeli, perchè non sarete oppressi: guai a coloro che ànno detto, mentre nell’avvenire non ci sarà chi possa frangere Leggi sì sante,’ che il mio Figlio, vostro Figlio, invigilerà sopra tutte le Provincie per formare la felicità de miei Popoli. Cari vassalli siatemi fedeli, ed il Ciel vi assiste.

Mare di Brindisi mese di gennaio 1199. Vostro Padre e Re Ferdinando IV.

Quale intesi, subito abbandonarono le loro famiglie, e presero le armi in difesa del nostro amabilissimo Sovrano.

Dopo    d’ aver   ristretto   la   gente si  portò  a  fronte  del  nemico  che  stava  al Garigliano,   e   ne   massacrò   un   gran   numero,   e   poi   tagliò   il   ponte   al Garigliano;   il giorno  seguente  vennero   circa   4.000   Francesi,   ed   attaccarono   un   vivo   fuoco,   che   durò   circa tre ore, e siccome   era   forza  maggiore   li   convenne   fuggire,   e   dopo   due  giorni  si   portò  nella  strada,  dove   loro   dovevano

[f. 8] passare, come in fatti vennero circa 300 con 27 carri di munizione di guerra, quali furono disfatti, ed ànno preso tutta la munizione. Ma sentendo [che] in Traetto stavano lentamente con i suoi andiedero ad assaltarli, e [li] massacrarono senza che ne fusse scappato uno al numero di 242, dove il Pezza si fortifìcò; dopo son venuti con forza maggiore ad attaccarli, e-combattendo valorosamente col nemico restarono i Francesi vincitori convenendo a loro fuggire, che appena sono entrati saccheggiarono, ed ammazzarono una gran quantità di paesani con mandare a fuoco la città; i morti francesi restarono senza numero che restarono in loro potere.

Dopo altri tre giorni si son fatti avanti di bel nuovo, gli ànno sciacciati [sic] dalla detta città che tutti si son ritirati al Garigliano, e perseguitandoli valorosamente l’hanno anche discacciati dal detto luogo, con farli fuggire più di un miglio verso Capua,  poi  nel  giorno  [stesso]  levarono  il  ponte   di  nuovo,  e  lasciarono  una guardia per non   far   passare   nessuno,  e  si  portarono   a  Gaeta,   per   affrontare   ed  abbatter l’ infame  nemico,  che  poco  ci  voleva  a  rendersi.  Ma   in   questo  momento venne il capoposto che stava  al Garigliano,  e  gli  disse  [che]  erano  passati

[f. 9] colle barche più di 4.000 Francesi, e stavano poco lungi da loro. Sentendo i suoi soldati questa notizia fuggirono tutti ne loro paesi, così ancora lui fece lo stesso, ma poi fu appurato bene che erano 400 che cotesto capoposto fece passare, che se non fusse questo tradimento accaduto, avrebbero occupata detta Piazza.

Mentre stava restringendo la sua gente, i Francesi di notte si son fortificati, e formarono di nuovo il ponte al Garigliano, e ci posero quattro pezzi di cannoni, e ci accamparono da 500 uomini, e si ritirarono di nuovo in Traetto, ed in tutti quei paesi che da mano in mano la strada conduce a Roma, ma niente più poterono acquistare mentre li facevano in ogni parte ostacolo, ma bensì non passava giorno che non fussero andati ad attaccar fuoco, che sempre fu sparso gran sangue, non potendo assaltar Traetto per il motivo che si son provveduti di cannoni, ma vedendo ciò il Pezza prese quartiere poco distante da loro.

La mattina delli due di febbraro giorno della Madonna Nostra Signora, si trovò un prete il quale disse figlioli sentiamoci la Messa, che la Madonna ci faccia portare vittoria in questo giorno, per poter superare l’infame nemico. Al che il Pezza per non [f. 10] contradire disse a suoi sentiamola, ma per celebrare la Messa non si trovava pronto il calice, nè tampoco l’ostia nella Chiesa, tutto si stava cercando sin anche le candele per pigliar tempo, acciò li Francesi l’avessero colti nella Chiesa. Dopo tanto tempo si disse la Messa, si voltò il sacerdote e disse diciamo le litanie alla Madonna; allora lui disse non serve dir litanie dobbiamo andare al nostro destino, mentre stavano uscendo dalla Chiesa s’intese gridare all’armi, all’armi che si accostava il nemico, come in fatti lo era; ritrovandosi la sua gente così all’improvviso si sbaragliarono ponendosi tutti a scappare, e lui restò con soli cinque uomini, trattenendo li Francesi circa due ore colla morte di 83 individui fra quali erano 30 uffiziali francesi; vedendo poi che da Traetto usciva altra forza li convenne fug­gire per salvare la propria vita.

Il   giorno   seguente   tornò    con    pochi    uomini   nella    strada   dove   quelli  passavano   imboscandosi    nel     loro    passaggio     attaccando    un    vivo   foco  colla    morte    di   50  Francesi,    soldati   di   Cavalleria,   dove   presero   14  carri  di

[f. 11] prigiotti, un altro carico di apparamenti di Chiesa; il giorno dopo prendendo cammino verso Traetto per attacar l’inimico dove riceverono più di 600 scoppettate per cui la sia gente tutta l’abbandonarono, ma nulla esso curando ostinatamene li prese 19 vacche, che trasportava avanti un villano verso Traeto; alla fine vedendo che la sua gente voleva lasciarlo solo prese viaggio ed andiede a trovar la sua famiglia, per vedere se erano vivi o moti in Itri.

Dopo che restò con soli 27 uomini, e sempre facendo imboscate per non far passare anima vivente, che tanto le carrozze del nemico quanto i soldati dovevano morire, dopo fatto un attacco subito: ritirava alle montagne, ma non sempre nell’istesso luogo, ma in diverse parti, conforme venivano le spie, che dicevano dove passar dovevano i Francesi, là subito s’imboscava. Un giorno venne un aviso che passar dovevano i carri coverti che Chiambionetti portavi lui subito si portò ad aspettarli, e dopo che vennero detti carri accompagnati da 70 uomini di Cavalleria, quali furono tutti  massacrati  e  presi  detti  carri,   credeva  esser  danari,   o   argenteria,  ma  in un   solo   erano  danari,  e  negl ’ altri  tutti   vestuarii  della truppa,  ma  preso  detto

[f. 12] bottino con i suoi si ritirò col suo destino.

Di nuovo se li scrisse da Castelforte che si fusse là portato con dirli che si erano radunati circa 4.000 uomini, allora non tardò subito andiede, perchè sapeva che ogni giorno venivano i Francesi ad inquietare, che un giorno avevano portato un mortaro per le bombe cannoni dicendo voler distruggere detto paese, ma ogni volta che son venuti erano respinti colla morte di molti loro individui, che tra morti e feriti furono circa 300 che l’imbarcarono e mandarono in Gaeta, mentre una persona suo strettissimo amico quanto si faceva in Gaeta tutto li avisava, e sempre tentavano di distruggere  la sua  gente,  nè  li riuscì,  che  anzi   un giorno li  prese   sin’ anche  li  cannoni, e furono   buttati   nel   Garigliano  per  non  poterli  portare nel  Paese  dove  stava per cagion  delle  montagne.   Aveva   lui   ben’  anche   in   detto  Castelforte   quattro   pezzi  di cannoni  di legno   che   pochi  colpi  potevano  sparare,  che servivano  per  dar  terrore  al   nemico,   per   cui   dopo  li  soldati  Polacchi   e   Francesi

[f. 13] quando erano comandati per Castelforte gli pigliava il diavolo, che sempre erano battuti valorosamente, che furono costretti abbandonar quel luogo per non essere tutti massacrati.

Vedendo il Pezza che non venivano più a tentare il Paese, risolse della sua gente formar due colonne, una dovea batter Traetto, Garigliano, Mola e Castellone, e l’altra Itri e Fondi per poi uniti batter la piazza di Gaeta, ed in fatti ha combattuto colli Francesi a Fondi ed Itri colla colonna da lui comandata, de quali porzione furono morti,   ed   altri   perseguitati   per fìn’ allo  Stato  Romano;   la   colonna  di   Traetto la   fece  comandare   da  un    fuciliero   di  montagna    chiamato  D.  Antonio   Guisa,  ma   nel  mentre  si  battè   colla   città   ebbe   la disgra­zia  il    detto   comandante  di  perire,     bensì     fu   presa    Traetto,   ma   tutta   la   gente   si    scoraggi,    per   non  aver     chi    li    comandava,   perciò    non   eseguì   quanto  il   Pezza   l’ aveva  ordinato.  Mentre   lui  si  portava  in  Gaeta,  li  giunse   un   corriero   dicendo  che   la

[f. 14] gente se nera andata vedendo la morte del detto Guisa; in quell’istante giunse una colonna innumerabile del nemico, e si ripigliò Traetto, dove massacraro­no circa 400 uomini e donne, e ci sono incappati circa 60 della sua truppa, e poi si sono incamminati verso Castelforte. Ciò lui sentendo si portò subito a dar ajuto a quella povera gente, ma giunto che fu in quelle vicinanze intese che stavano per entrare in detto paese, e per mancanza di munizioni si dovea rendere, ma bensì morireno circa cinquecento cinquanta Francesi[4].

Avendo il Pezza questo inteso disse che non dubitassero che pensava lui per la munizione, ed avendo inteso che era giunta in Procida l’armata inglese, e di fatti trovò una barca, e si portò da loro in Procida per aver munizione; appena arrivato fece passare   imbasciata  al   Comandante   Dobrits,   con   dirli   che   era   colà  giunto  Fra’

[f. 15] Diavolo, che voleva comunicarli alcune cose. Appena intese il Comandante il suo sopranome, subito lo fece salire a bordo, e lo ricevè benignamente, dopo un lungo discorso li offrì qualunque danaro hi volesse, a cui rispose che danaro non li necessitava, che n’avea bastante, solo era venuto a pregarlo per armi e munizione di guai, che di questo ne avea bisogno. Allora il Comandante l’inviò col suo interprete Cianchi, e comandò al Governadore, allora D. Michele de Curtis col quale anche lui parlò, e li fece l’istessa offerta di danari, e lui rispose l’istesso, al che prontamente li diedero due cannoni, e tutta la necessaria munizione di guerra.

Ritornato   che  fu  al   suo   destino,  ritrovò  solo 20  uomini  al  Garigliano, dove sbarcò   li   cannoni,   e  pensava  portarli   in   Traetto,   che  aveva  inteso  colà   dovevan  venire circa 200  Francesi,  pensando   tra  se  stesso  se  il  nemico  viene  si  piglierà   i  cannoni,  e noi ci   convien   fuggire;   dopo   verso   un ora   di  notte   fece  attaccare  li  cannoni,  e portare  nella   strada  vicina  Scavora   [sic];   e   là   situarono

[f. 16] li cannoni, pensando che se loro vengono non possano passare per altro luogo ma solo per qua, ed allora si farà quanto si può. Ma buona sorte si fu che nessuno si vidde al far del giorno, e subito vennero circa 300 uomini delli suoi, e così si son portati sopra Maranola la quale è situata sopra una montagna, che li cannoni si dovettero portare a schiena di cavalli, dove si formò un quartiere di ritirata, aspettando per restringere tutta la gente che in termine di dieci giorni radunò circa 1.000 uomini, e 700 stavano in Itri comandati da suoi fratelli che impedivano il passo per il mare e per terra alli corrieri, e non lasciavano passare nessuno, che non fosse visitato; come passavano i corrieri, così erano arrestati e prese le balice, con lettere, che si trovavano, ed all’istante erano spediti per Procida per farli ricapita quanto prima nelle mani di Sua Maestà nostro Sovrano.

[F. 17]  Di più di questo ha avuto due corrispondenti in Gaeta che erano provisionati, che non tralasciavano giornata per farlo inteso di quanto si faceva dal nemico per essere più sicuro ad affron­tarlo; oltre di questo i sudetti fecero una gran provisione di carne salata col suo consenso, in maniera che s’inverminì, e tutto dovettero buttare in mare, che questo ancora fece rendere prima di due mesi la Piazza perchè li mancò la provisione, e sentendo che i Francesi volevano sortire da detta Piazza di Gaeta, subito si sono imboscati che il giorno 10 maggio fecero un gran massacro, che tra morti e feriti furono più di 160, ed il restante perseguitarono fino a Gaeta.

Pochi   giorni   dopo   che  fu  il   giorno  di   S.  Marciano  fecero   una   im­boscata  al   ponte   di   Castellone   che passavano     200   Francesi,    tanto   furono  battuti  che    nessuno  potè  scappare  per   portare   la  notizia   in    Gaeta,  che   tutti  furono   massacrati,     dopo   di   ciò  ognuno  se  n’ andiede      al    suo  destino,   rimanendo  lui   solo   con   solo  40  uomini   in   Mola.    Intanto   vennero due  trabacoli   per  mare,   menando   cannonate  da   per   tutto,   e  neppure    loro   hanno

[f. 18] risparmiato di sparare. Nel tempo che si faceva questo foco, ecco che se ne vengono 700 Francesi colla Cavalleria davanti, alla vista de quali il Pezza con [un] suo compagno sparò, e n’uccise due, dove si fece un gran fuoco, e li tra­bacoli da mare si accostavano, sparando cannonate e mitragliate; lui intanto ciò vedendo con i suoi compagni se n’andiedero al loro desti­no, perchè erano pochi, e non potevano far resistenza, che se i Fran­cesi volevano venire sopra Maranola l’aspettavano, dove stava lui colla sua colonna; ma non si sono rischiati di andare, e subito hanno saccheggiato Mola e Castellone, e si sono ritirati in Gaeta.

Dopo   giorni   due   venne   un  corriere   con  dirli  che   in   Mola  son   giunti 30 Francesi   con   due  barche   a   macinare  il  grano,  allora   lui  prese  100   uomini,   e si   portò  colà,  e   massacrarono    circa    tutti      30  Francesi,    e   presa   tutta   la   farina   la   portarono    al    loro   luogo.   A   capo    di    pochi   giorni   calò   a   Castellone   con    tutta   la   sua    gente,    dove   formò   quartiere,   e   poi   giunse   il  suo  fratello  D.  Giuseppe   Antonio  con   altra  gente da  Itri,  e  due   cannoni,  i   quali

[f. 19] furono conquistati dal medesimo. Dopo si sono accostati verso Gaeta per conquistar detta Piazza, al che immediatamente si portò il Pezza per parlar colli Inglesi, ed andiede a bordo di un brigantino, che poco distante stava; in questo momento sortirono i Francesi dalla Piazza colli cannoni e colla Cavalleria, attaccarono il foco, che durò circa due ore, e che dalli nostri hanno pigliato due cannoni, lo che accadde per non esse­re presente il Pezza, che non potendo arrivare prima, per il contra­rio tempo, ma alla fine arrivò lui, e ricuperò un barile di munizione e molte armi di diversa qualità, e di bel nuovo si situò a Castellone, e non fece passare neppure la paglia per i cavalli.

Dove stiede fin tanto che sono arrivate due galeotte, quattro bombardiere e quattro lanzoni da Procida, e così si son portati di nuovo all’assedio che fecero sì stretto, che neppure poteano sortire per prendersi un poco di verdure dalli giardini sotto la fortezza, e non passava giorno che non avessero tentato di sortire contro di loro,  ma  sempre  colla  perdita di più Francesi, che sempre vergognosa­mente si sono ritirati.  Nel[le]  loro  sortire  che  facevano  erano  tre co­lonne,  una  veniva  di  fronte, l’altra per   la   montagna,  e  la terza  anda­va   a   saccheggiare  il   borgo,   ed  il   Pezza   gli  perseguitava  che  doveano  lasciare   quanto   aveano   fatto;  ma  di   ciò

[f. 20] sdegnato, ben tre volte li avisò che fussero l’abitanti usciti dal borgo, e levato ogni cosa per non dare modo al nemico che col saccheggio si fusse rinforzato. Alla fine alle sue voci non volendo ubbedire, colla sciabola alla mano gli scacciò, dicendo a suoi scarpitti che non avessero portato riguardo a nessuno, qual cosa fu di molto danno a quelli del borgo, ma dovette farlo per levare ogni forza al nemico, e per farli più presto renderli andava di nascosto a dar fuoco travestito in più forme alla munizione della polvere che avevano sopra la fortezza, che li riuscì una volta mandare in fumo da 50 artiglieri, per cui da quel giorno in poi i Francesi furono privi dell’artiglieri sopra la fortezza.

Altra volta con 20 uomini sciolti andiede a tagliare li capi delli pozzi per tutti li giardini   che   bagnavano  le verdure, e così li riuscì disseccarle tutte acciò non avessero avuto   neppure   erba   da   mantenersi   i   suoi   nemici;   un   giorno   si   avanzò   sotto le mura con   un   suo   compagno,   avendo   veduto   che   avanti   la   porta   di   Gaeta   stava un uffìziale francese   con   pippa   in   bocca   e   libro   in   mano   seduto   ad   una   sedia    nell’erba con   un   soldato   di   guardia   avanzata   di   sua  difesa;  accostatisi   a   tiro   di  scoppo   [sic],   lui   vestito   da   scarpitto   colla

[f. 21] carobina [sic] e ’l suo compagno da uffiziale colla sciabola, il quale ebbe un archibusciata, ma non lo colpì; allora lui disse voglio veder se il colpo della mia carobina lo sgarra, ciò dicendo sparò, al che si vidde in un punto andar su sopra l’uffìziale, il libro, la sedia la pippa, ed il soldato se la scappò, e così li riuscì guadagnar quella pippa che lui da lontano si aveva prefisso pigliarsi, per cui a questo cimento si espose.

Di più due suoi ciacchetti continuamente insultavano sotto le mura i Francesi, dicendo loro ha [sic] striga galline, mangia lardo uscite a combattere, uno de quali con un colpo di cannonata fu spez­zato per mezzo per troppo azzaldarsi [sic]; questo saputo il Pezza si rammaricò da una parte ma si contentò, perchè questo ne avea am­mazzato più degl’altri, mentre quando sortivano i Francesi di notte a rubar verdure e frutta ne giardini, il ragazzo sotto le foglie folte ed alte di cocozze nascosto li ammazzava, e lui colle proprie mani lo seppellì in una Chiesa vicina in un vaso di pietra dove si poneva l’ac­qua santa per non esserci ivi luogo di sepoltura, e di più li bruggiò da circa mille e duecento tomola di grano ammetati avanti le mura, per non darli modo da vivere.

[f. 22] I Francesi un giorno vollero armistizio dal sudetto Pezza; diede pranzo a tutti l’ufficiali che si mangiarono come tanti lupi molti prigiotti e frutta, oltre di molto pane e vino e mezzo barile di acquavite che aveva fatto [venire] a posta per incoragirsi con i suoi nell’attacchi. Per cui li dissero quanto siete velenoso in battaglia tanto siete amabile nella pace. Per cui obligati invitarono anche lui nella piazza a pranzo, e lui rispose non poterla [sic] servire, mentre non poteva muoversi una pedata senza ordine del Sovrano; ma almeno li dissero si fusse trattenuto un ora per avere il piacere di farne il ritratto, nè ce l’accordò, sicché licenziati si ritirarono nella piazza, e disperando si dicevano abbiamo a combattere con tutte le corone, ed anche con un Diavolo in terra.

Una mattina fece un entrata falza a vista del nemico con 500 uomini, carri ed altri equipaggi con cassa battente che i Francesi si credevano essere altra truppa di linea venuta, per cui intimoriti non sortivano più dalla fortezza, ma pure un giorno vollero tentare alla disperata, ed il fatto si fu che mai non successe tanto di loro massacro quanto quella mattina da circa più di 200, e ne furono appicca­ti per i macelli e per gl’albori come tanti porci, che il Comandante di detta piazza si mandò a lagnate con dire che queste non erano azioni di guerra, e da lui li fu risposto prontamente che non l’avrebbe fatto, se non l’avesse imparato da loro, i quali poco prima aveano trovato tredeci [sic] de suoi e l’aveano fatti a pezzi a colpi di accet­ta, dicendo loro fate de nostri quello che volete, che se venite nelle nostre mani faremo quel che ci piace.

Dopo  questo     fatto     d’  armi    non    s’  intesero    fin    tanto    non    si     fece

[f. 23] la capitolazione[5]; allora gli disse il Comandante francese che [se] per giorni tre non si fusse capitolato si doveva rendere per fame giacché nel mentre era durato l’assedio si cibavano di solo pane e lardo ed acqua, consistente assegnato per ciascheduno [era] mezza libra di pane e due oncie di lardo, e che un piede d’insalata si paga­va un carlino; dopo che si sono imbarcati il Comandante li disse che fra mesi sei si sarebbero veduti di bel nuovo, a cui il Pezza rispose spero dal Signore di vederci in Parigi prima di cinque mesi.

Dopo   presa   la   consegna   di   detta   piazza   si   portò   in   Napoli   alle   prime [sic] di agosto a   bordo   da   Sua   Maestà   giusto   quel   giorno   che   sarpò   [sic]   la   sera   da Napoli per Palermo,   che   dopo   gran   piacere   di   Sua   Maestà   in   averlo   la   prima   volta veduto con quei   Signori   che   li   facevano   corono   [sic]   encomiandolo   e   lodandolo   della sua brava condotta   e   fedeltà   se   li   domandò   sera   casato,   o   soluto,   volendolo premiare con   superbissime   e   nobilissime   nozze,   a   cui   lui   rispose   d’  aver   dato   parola[6]   ad una   giovine, nè   potea mancarla, essendo sempre stato il suo carattere di un uomo fedele; di che dal Re e da  quei   Signori  ne  fu  lodato  come   uomo fedele   ed   onorato,  poi  li  disse che  fosse

[f. 24] partito per la conquista di Roma, e concertato prima col Cardinal Ruffo.

Come di fatto a 23 di agosto da Castellone la mattina di venerdì licenziatosi dalla moglie e suoi parenti dopo otto giorni di matrimonio partì, con 3.000 uomini tra scarpitti, Fucilieri di montagna ed un battaglione di campagna e treno di artiglieria, e li furono consegnati due cannoni e tutto il bisognevole da guerra, con tutta la munizione e ducati 4.000 che arrivato in Terracina li consumò per la paga de soldati, e subito dovette cercar danaro per mantenimento della truppa, e prese come fece molta robba de Giacobini dalle mani de consegnatarii con suoi ricivi; avendo inteso che i Francesi aveano disfatta la colonna di un certo calabrese chiamato Rodio in Frascati di Roma, quale colonna per aver dato il sacco ed incauti nel dividersi e vender­si   la   robba   in   Marino,   fu   assalito   da   i   Francesi   colla   perdita   di   molti   [e]  fuggì fin   dentro  l’ Abbruzzo,   al   che   lui  subito  si  avanzò  e   si   portò   in   Velletri

[f. 25] da dove promulgò proclami con affiggerli dentro le mura di Roma di notte nascostamente del tenore seguente, cioè[7][:]

Ferdinando IV, per la Dio grazia Re delle Due Sicilie, di Gerusalemme ecc., Infante di Spagna, Duca di Parma e Piacenza, Castro, Gran Principe Ereditario di Toscana. Fabrizio Cardinal Ruffo Vicario Generale del Regno di Napoli. D. Michele Pezza Comandante e Generale della Regia divisione che forma l’ala sinistra dell’Esercito di S.M. che marcia verso Roma.

Dopo   le   paterne   premure   che   si  è  dato   S.  M.  di   riacquistare   quella porzione  del  suo  Regno  di  Napoli,  che  per  disegno   dell’ insensato  Giacobinismo  era  stata  sovvertita   ed   invasa   da   i  Francesi,   onde   riportare   a   suoi    buoni   ed    amati    sudditi    la   pace,   la   giustizia   ed    il   buon  ordine   originario     della    sola    onestà    cristiana,      per     il     di   cui     fine

[f. 26] appunto il Creatore dell’Uni­verso ha dato i Re alle Nazioni, si è pure la Maestà Sua determinato di far inoltrare le sue vittoriose truppe in questo Stato Romano, richiamato dalla premura di tranquillizare anche questi Popoli suoi limitrofi e salvare la S. Chiesa già illanguidita per assicurar la pace dell’Italia, nella quale va ineressata. E siccome per li gloriosi ed interessanti oggetti è intenzione della Maestà Sua che vi concorra più la ragione propria del [sic] uomo da bene, che la forza imponente ed estesa delle sue armi, e specialmente di voi Popolo  Romano, che solo rimanete ancora sotto di quella violenza che vi produce un   governo   tumultuante   destituito   di   dritto, di leggi,  e  principii:  siete   perciò   con   il   presente   editto   chiamato   dal   pietoso   cuore   della

[f. 27] Maestà Sua ad interessarvi in questa santa, giusta e devota causa, con promettere che sebene siete concorsi colle armi alla rovinosa ed abominevole sacriliga Democrazia, che vi andava a distaccare dal Vangelo e dalla vostra stessa felicità ne ri­marrete non solo perdonati, subito che deporrete le armi, e verrete a presen­tarvi a me, o ad altro Comandante delle Regie Truppe sia generale o locale o dei suoi Alleati, ma ben’anche sarete premiati, preferiti e ricombenzati; persuasi come dovete essere che la sola benignità sovrana si è quella propria del suo Reale animo si e quella che vi dispensa questa indulgenza per somministrarvi  un  mezzo  per  farvi  salvi  ed  immuni;  poi  che  se mai sarete trovati   colle  armi  alla  mano,  allora  verrete  trattati   come   veri   ribbelli

[f. 28] figli della perfidia e dell’errore, e soffrirete soli e non mai altri il saccheggio stato vietato alle Reali Truppe.

Dato in questo Quartiere di Velletri 9 settembre 1799.

  1. Michele Pezza Fra Diavolo.

 

fonte

LAMONETA.IT

 

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