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Fra’ Diavolo, eroe della Patria di Alfredo Saccoccio

Posted by on Mar 4, 2019

Fra’ Diavolo, eroe della Patria di Alfredo Saccoccio

   Lo scorso 2 marzo, alle ore 17, presso la sala consiliare del Comune di Itri, si è tenuta la presentazione del libro “Storia della spedizione dell’eminentissimo cardinale D. Fabrizio Ruffo” d Domenico Petromasi, edito nel lontano 1801, per i tipi di Vincenzo Manfredi, e ristampato, in copia anastatica, a cura e con un saggio introduttivo dello storico roccaseccano Fernando Riccardi; saggio che narra l’impresa del Vicario Generale di Sua Maestà Ferdinando IV di Borbone, che riesce, senza uomini, all’inizio, e senza mezzi, al riacquisto del reame di Napoli, strappandolo ai Napoleonidi.

   Questo evento, organizzato dall’Associazione Identitaria  Alta Terra di Lavoro, guidata sagacemente dal dott. Claudio Saltarelli, e dall’Associazione Archeologica Ytri, retta magnificamente dalla dott/ssa Rosa Corretti, che  si è avvalso del patrocinio del Comune di Itri, è stato seguito da un folto e scelto pubblico che ha seguito con grande attenzione le accurate relazioni dello storico Alfredo Saccoccio, vicepresidente dell’Associazione Archeologica Ytri, e  del saggista Fernando Riccardi, presidente dell’Istituto di Ricerca delle Due Sicilie e membro della Società di Storia Patria di Napoli e Terra di Lavoro.

  Torna, dunque, tra gli scaffali il libro “Storia della spedizione dell’eminentissimo cardinale D. Fabrizio Ruffo”del Petromasi, che ricostruisce, passo dopo passo, la straordinaria vicenda storica del 1799, ancora oggi poco conosciuta, perché la vulgata storiografica imperante ha steso un velo di oblìo su quegli  avvenimenti.

   Pregevole il testo di Riccardi, frutto di un’attenta ed approfondita ricerca scandagliando negli archivi e nelle biblioteche di Napoli le “ormai consunte cronache sepolte sotto una densa coltre di polvere”. Esso attesta la raggiunta maturità di un autore, che, da anni, frequenta argomenti di storia patria e che ha superato i confini del provincialismo di maniera.

   Grande merito di Fernando Riccardi, ricercatore che ama remare spesso controcorrente , sempre però nel rispetto della realtà storica, che è poi quella che promana dai documenti d’archivio, dai quali non si può e non si dovrebbe prescindere, è quello di aver diradato le nebbie che avvolgevano, fitte ed impenetrabili, gli avvenimenti e i fatti d’armi accaduti nel 1799, ad opera del cardinale Ruffo, persona “di rari talenti dotato dalla natura, e di straordinario coraggio fornito dal cielo”, a detta di Domenico Petromasi, commissario di guerra e tenente colonnello dei Reali Eserciti di S. M. Siciliana, che aveva vissuto gli avvenimenti in prima persona.

   Il prelato calabrese si rese protagonista di un’impresa clamorosa, la  riconquista del regno, progetto ritenuto temerario, pieno di ostacoli, con poche possibilità di riuscita. Partendo da Punta del Pezzo, alla chetichella, con soli sette uomin (il cardinale Ruffo, l’abate Lorenzo Spanziani, il marchese Filippo Malaspina e quattro servitori),  senza artiglieria, senza denaro, ma con la forza della fede e dei valori tradizionali, l’esercito crocesegnato crebbe di numero, in maniera consistente, raggiungendo, in pochi giorni, il numero di ventimila uomini, tra cui anche russi, turchi, portoghesi, dalmati, albanesi ed inglesi. L’eterogenea truppa del cardinale Ruffo, che poi potette contare su quarantamila uomini, risalì la Penisola verso la capitale del reame, scontrandosi con i soldati del generale Filippo Wirtz, già colonnello nelle fila borboniche, che rimase ucciso nel combattimento al Ponte della Maddalena, guarnito da una formidabile artiglieria. Il porporato era riuscito, in soli cinque mesi, a restituire al sovrano Ferdinando IV, grazie all’ “Armata Cristiana e Reale”, il regno di Napoli, perso ad opera dei francesi e dei cosiddetti “patriotti” partenopei, rei di aver aiutato i nemici dei Borbone nell’installazione dell’effimero governo repubblicano a Napoli e nelle province.

   Uno zelante cooperatore di Fabruizio Ruffo nell’opera conquistatrice del reame fu Michele Pezza, alias “Fra’ Diavolo”. A Napoli il lealista borbonico combatté  contro il generale Francesco Bassetti, a Capodichino, sconfiggendolo e ferendolo. Nella capitale Michele partecipò a tutti i combattimenti occupando le fortificazioni di Castelnuovo e di Castel dell’Ovo, dove si trovavano 40.000 fucili.  Galvanizzati dal suo coraggio e dal suo selvaggio ardore, gli insorti, in seguito, ingrossarono le sue fila. L’itrano, a Napoli, dette grandi prove di valore reagendo contro l’idea di conquista  e di sopraffazione e contro le speciose ideologie, che, con l’Illuminismo, si erano propagate in tutta Europa e con cui imbonivano le masse. Il cittadino Carnot, in una impetuosa requisitoria al Direttorio nazionale francese,  gridò: “Noi siamo divenuti l’esecrazione di tutto il mondo. Tutto il mondo ci segna col nome di soverchiatori e di ladri”,  finendo così: “la maschera è caduta, l’illusione è scomparsa e l’Onnipotente si è scosso”. Lo strazio arrecato all’Italia dai conquistatori fu deplorato da Alfieri, Parini, Foscolo, Monti, Leopardi, i più nobili spiriti del tempo. 

   Il temuto e famoso capomassa, al quale furono troppo spesso  attribuiti orrori ed iniquità commessi da altri capimassa, è pienamente rivalutato, tra gli altri, da Victor- Marie Hugo, nella cui casa-museo, sotto il ritratto del padre, generale napoleonico, si definisce il Pezza “nazionalista” e “legittimista”, gettando uno squarcio di verità su questo personaggio mitico e leggendario, denso di suggestione e pregno di arcano sapore. “Fra’ Diavolo personificava – lo sostiene il grande scrittore e poeta transalpino –  quel tipo che si ritrova in tutti i Paesi in preda allo straniero, il bandito legittimo in lotta con la conquista. Egli era in Italia quello che sono stati, poi, l’Empecinado in Spagna, Canaris in Grecia e Abd-el- Kader in Africa”.Lo  storico Edouard Gachot scrisse che Michele Pezza era una figura “grande e drammatica”, che non avrebbe meritato la “caricatura  popolare, dietro la quale il vero profilo del modello sparve del tutto”, concludendo con il sostenere che “Fra Diavolo fu nel suo genere un eroe e un grande patriota”. Il de Kock definisce il Pezza “il più formidabile Capo degli insorti napoletani del novantanove”. Il Rabbe gli riconosce molteplici prove di “generosità e di grandezza d’animo, a riguardo dei viaggiatori caduti in suo potere,che gli ispiravano dell’interesse”. Egli ospitò e rispettò cavallerescamente alcune donne francesi, mogli di ufficiali, catturate dai suoi uomini e fatte accompagnare dal Pezza a Capua, dove era la piazza dei franxesi.

   “Fra’ Diavolo” fu un uomo infamato, screditato, fatto passare da ribaldo, da volgare grassatore, da sanguinario rapinatore. Troppo spesso la vera storia di  Michele Pezza viene travisata, dimenticata, offesa, per dar luogo a strane leggende di brigantaggio, sviluppatesi attraverso i tempi ad opera specialmente di romanzieri e di narratori dalla feconda immaginazione, facili alle fantasticherie di ogni genere.

  In realtà , egli  non   era altro che un grande guerrigliero  che lottava, con tutte le forze, per la propria terra, il Sud d’Italia, fedele ai principii della Monarchia teocratica, alla Santa Vergine, devoto all’altare. Un personaggio che ha lasciato un segno indelebile nella fantasia storica. Pochi personaggi hanno fatto breccia nell’immaginario collettivo come “Fra’ Diavolo”.La leggenda che accompagna le sue  imprese  è legata a quello strano soprannome  di battaglia, che suonò come un incubo alle orecchie dei fantaccini  francesi inviati fra le montagne  impervie del Meridione d’Italia, tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento. Michele fu un patriota, una sorta di eroe nazionale, cui viene riconosciuta una grandezza  e una legittimità della resistenza alla conquista  e alla sottomissione, venute con le baionette. La democrazia non si esporta con i cannoni e i fucili. Il leggendario ribelle, dal cuore generoso e nobile, sempre pronto (ne aveva fornito mille prove) ad osare tutto per il trono e per la Chiesa, era legato, in maniera inscindibile, alla cultura del proprio Paese, con un profondo amore per il focolare domestico, quello dei padri, reso sacro dalle tombe ancestrali. Egli accettva, con profondo rispetto, le decisioni delle “autorità secolari”, che conservavano il genio della stirpe. La religione gli imponeva l’obbligo di osservare regole morali.  Per il Pezza la patria non era una parola vuota di significato; la patria voleva dire tre cose: il suolo, gli abitanti e la religione, trasmessa di generazione in generazione.   

   La purezza e l’eroismo della lotta sostenuta dal colonnello Pezza, duca di  Cassano allo Ionio, in difesa della propria patria e del proprio re, e la morte, affrontata, a soli 35 anni, per non venir meno alla sua fede, costituiscono la dimostrazione più lampante della sua resistenza di soldato.

   Chi è “Fra’ Diavolo” ? E’ l’eroe che, da solo, organizza la difesa del suo paese e disperatamente combatte nel fortino di S. Andrea, fra Itri e Fondi, contro la strapotente armata francese, comandata da generali e da ufficiali superiori sfornati da accademie militari prestigiose; è il figlio che sul cadavere del padre, assassinato dai “liberatori” francesi, giura di mantenere la propria posizione senza deflettere; è il comandante che, incontratosi con il commodoro inglese Thomas Trowbridge, respinge l’offerta di forti somme di denaro e richiede, invece, cannoni e munizioni, provvedendo a mantenere i suoi 1700 uomini con fondi versati, a tale scopo, dai Comuni partecipanti alla lotta contro gli invasori francesi;  è il capo di una truppa di massa, che annovera, fra i suoi effettivi, quattro ufficiali cappellani (D. Angelo Castello, D. Tommaso Moretti, D. Onorato Costanzi e D. Francesco Cassetta) ed  un chirurgo (D. Saverio Bonelli) ; è l’uomo che paga, di tasca propria, l’enorme debito di 27.000 ducati, contratti in nome del re, per la difesa del regno, “preferendo – scrive egli – meglio patir lui e la sua famiglia che apparire impuntuale”.

   “Fra’ Diavolo”, infine, è l’eroe, come abbiamo già accennato, che, all’età di 35 anni, ricolmo di onori, colonnello dell’esercito borbonico, beneficiario di una rendita vitalizia di 3.500 ducati, all’offerta del Ministro do Polizia Christophe  Saliceti, che gli propone di aderire alla causa francese in cambio della vita, del grado, del titolo nobiliare, della rendita, oltre ad un’altra carica del nuovo Stato, rifiuta fieramente, preferendo il capestro piuttosto che passare tra le fila dei conquistatori, che trucidavano, depredavano, saccheggiavano.  Questi sarebbe l’infame, esecrato “Fra’ Diavolo”, chiamato a “mantenere l’interna tranquillità del regno” di Giuseppe Bonaparte?

   E’ ancora più eroico perché il “Leonida napoletano” non  rinuncia al suo impegno fino all’ultimo episodio della guerra, benché sappia che la sconfitta è inevitabile, benché veda i tradimenti, le diserzioni, benché comprenda qual è il corso della storia. In Piazza Mercato Michele “morì con segni di vero cristiano e con molta edificazione”, indossando l’uniforme di colonnello borbonico e con il brevetto di duca di Cassano allo Ionio al petto.

   In ultima analisi, possiamo dire che Michele Pezza fu uno dei più importanti e prestigiosi paladini dei Borbone, anima e fiamma della resistenza del suolo patrio e delle patrie istituzioni, artefice della riconquista del reame di Napoli, assieme  al cardinale Fabrizio Ruffo, l’uomo  della Santa Fede che battezzò un fortunatoo quanto spesso vilipeso vocabolo – sanfedista, appunto – catalizzando la fiducia di centinaia e centinaia di uomini duri e spietati.

   Michele Pezza, precursore della guerriglia particolare, ha provocato sentimenti di forte ambivalenza in tutti coloro che si sono avvicinati alla misteriosa figura: da una parte, erano attratti dal suo valore di combattente e dalla sua intrepidezza; dall’altra, erano da questa spaventati e, dunque, proiettavano in lui attributi di ferocia e di perfida malvagità.

Alfredo Saccoccio

1 Comment

  1. Bello rileggere ad opera questa volta dell’esimio Saccoccio le avventure straordinarie del grande eroe Michele Pezza, patriota fedele geniale e indomito che qualche mese fa avete avete commemorato li’ dove riposano i suoi resti… Non si conoscono personaggi di tale statura e forse e’ per questo che si sono inventate leggende banalizzanti… ma ora non si puo’ piu’ e si deve solo riflettere! caterina ossi

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