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Fra’ Diavolo fu un patriota ante litteram e non un tagliaborse

Posted by on Mag 17, 2017

Fra’ Diavolo fu un patriota ante litteram e non un tagliaborse

Spesso il nome di Michele Pezza è associato a quello di celebre brigante. Non ci sorprendiamo. E’ più difficile sradicare una leggenda che promuovere la verità e, quanto a quella che concerne Fra’ Diavolo, romanzieri e musicisti l’hanno ormai troppo diffusa da lunga pezza, senza parlare delle vecchie passioni antiborboniche, che hanno trovato gusto a deformare la realtà storica.

I francesi – è noto – dettero quell’appellativo a tutti i realisti che lottarono nel 1799 e nel 1806 contro la loro violenta conquista, come l’avevano regalato ai generosi figli della Vandea. E ciò, allo scopo di screditarne l’azione di valore e di fedeltà, oltre che di coraggio immenso. Però, già dal 1829, un ufficiale del regno italico, sereno e onesto storico, Cesare De Laugier, metteva in guardia contro l’infamia di quel titolo, così come, nel 1911, un autorevole storico francese, Jacques Rambaud, nella splendida monografia Naples sous Joseph Bonaparte, faceva notare che si era troppo abusato di quell’epiteto di brigante.

Quanto a Fra’ Diavolo, la storia che ha fatto luce sulla grande insurrezione di duecentomila volontari napoletani contro le due occupazioni francesi, e ne ha valutata la psicologia, non accomuna Michele Pezza né con Mammone, autentico assassino ed infernale uomo di sangue, né con altri, che, con il pretesto politico, nel primo momento dell’arrivo dei nemici ai confini del regno di Napoli, furono davvero briganti e malfattori.

Michele Pezza, colonnello ufficialmente nominato dal re Ferdinando IV, dopo le grandi prove di valore e di attaccamento date nel 1799, nel primo assedio di Gaeta e con Fabrizio Ruffo nella presa di Napoli e di Velletri, parve diverso anche a Victor Marie Hugo, che gli dedica lunghe pagine nell’autobiografia. Era per lui l’insorto legittimo.

A parte la monografia di Bruto Amante e quella di mons. Ernesto Jallonghi, che studiarono l’importanza dell’azione energica compiuta ardimentosamente dal Pezza, egli è anche parso un brillante ufficiale al Gachot, uno storico imparziale, che ne traccia simpaticamente il profilo nel volume sul Massena, dicendo che Fra’ Diavolo, che “aveva subìto la morte riservata ai briganti di strada”, “non meritava il supplizio che gli inflisse un tribunale straordinario”. Quindi lo sfortunato soldato, che ha patito un’ingiusta condanna a morte, era un “patriota che ci si ostina a trattare da bandito”, un “martire del patriottismo e della legittimità, dalla grande energia morale e fisica”. Possa il giudizio di uno straniero, e francese, servire a riparare i gravi torti portati dalla leggenda interessata e partigiana alla fama del legittimista, il quale, in effetti, fu un singolare guerrigliero e, quel che più conta, un soldato valoroso e fedele fino alla morte al proprio re. Non, dunque, un crudele brigante, assetato di feroci vendette, come è stato dipinto da alcuni scrittori. Lo stesso Rambaud, più su citato, ritiene che il legittimista “resta una grande figura di partigiano”.

Fra’ Diavolo è ricordato come il primo tecnico, in Italia, della guerriglia condotta nel Mezzogiorno d’Italia, degli anni 1799 e 1806, anticipatore di Garibaldi e di Guevara, che la guerriglia l’avevano imparata in America Latina.

Egli, come un eroe di cappa e spada, disprezzava il denaro ed era attaccato profondamente al re e alla religione. Risulta che il Pezza fosse molto devoto, che digiunasse il venerdì e non bestemmiasse quasi mai.

Solo qualche volta, per ragioni di forza maggiore. Ogni anno, sia pure in chiese diverse, Fra’ Diavolo non si dimenticava di celebrare la Pasqua di Resurrezione e il suo matrimonio con Fortunata Rachele Geltrude De Franco fu regolarmente consacrato.

I nuovi liberatori, scesi dalle Alpi e figli della grande rivoluzione, che aveva reciso le teste di un re e di una regina e sostituito al culto di Dio quello della dea Ragione, non gli riuscivano bene accetti. Come dice Ernesto Jallonghi, “Le splendide idee di libertà, di uguaglianza e di fraternità, che essi pretendevano bandire, erano tradite e rinnegate nella spietata realtà delle stragi, dei saccheggi e delle rapine alle quali si abbandonavano senza freno e riguardi soldatesche e generali, tanto che proprio in Francia si levò contro di loro la rovente e cruda parola del Cittadino Carnot, stimmatizzante le ignominie commesse nel nome d’un ideale dai propri connazionali.

La loro conquista fu violenta e spietata. E non mancò di eccitare subito un furore di odii e di vendette, acuito e reso più tremendo dai sistemi usati nella repressione.

Con tutte le sue forze più brutali il popolo reagì. E nella imminenza del pericolo, dinanzi alla viltà dei comandanti, alla incertezza dei generali ed alla fuga del sovrano, si armò e con capi improvvisati e fieri corse a contrastare agli invasori il passo, gettandosi agli eccessi, ai quali spinge il fanatismo politico e religioso. La lotta arse spaventosa. Ed in mezzo ad essa–condottiero delle masse nell’ora delle sue più indomabili esasperazioni ed esplosioni si levò Michele Pezza detto Fra Diavolo”.

Il guerrigliero inalberò la questione di identità e di orgoglio nazionale. Per Michele Pezza il regime napoleonico nel reame di Napoli fu arbitrario e dispotico e contraddisse, fin dall’inizio, i diritti dell’uomo, che la rivoluzione proclamava. Secondo lui, la rivoluzione francese non conciliava le esigenze di libertà. Il pluralismo, chiave di un regime di libertà, non era consentito. Eppoi i “sacri principii dell’89” non hanno trovato una realizzazione!

Per il Pezza la rivoluzione francese fu un virus, che ha avvelenato la società scomponendola. Per François Furet la Rivoluzione è totalitaria, anticamera al Gulag sovietico. Molto calzante è la definizione di Joseph de Maistre sul governo francese, succedutosi alla rivoluzione: “E’ un brigante cencioso che mendica con una mano e ruba con l’altra”.

   Fra’ Diavolo era legato, in modo inscindibile, alla cultura del proprio Paese, con un profondo amore per il focolare domestico, quello dei padri, reso sacro dalle tombe ancestrali. Egli accettava, con profondo rispetto, le decisioni delle autorità secolari, che conservavano il genio della stirpe. La religione gli imponeva l’obbligo di osservare regole morali.

Per Michele Pezza la patria non era soltanto una parola vuota di significato; la patria voleva dire tre cose: il suolo, gli abitanti e la religione, trasmessa di generazione in generazione.

Questo bisogno di possedere il Paese dei padri era un bisogno essenziale, talmente profondo nella sua natura che egli combatté e soffrì pro aris et focis, come dicevano i nostri maggiori. Il Nostro aveva una concezione del legittimismo, principio, secondo il quale, il reame di Napoli, conquistato dalle truppe francesi, doveva essere restituito al legittimo sovrano. Il colonnello borbonico reagiva contro l’idea di conquista e di sopraffazione, contro le speciose ideologie, che, con l’Illuminismo, si erano propagate in tutta Europa.

Michele Pezza aveva anche capito che l’esercito al soldo di Napoleone trascinava un codazzo di rapinosi funzionarî, fanatici e tracotanti, che avrebbero tartassato il popolo senza pietà annichilendolo con culti neopagani. Esso era stato arruolato per saccheggiare, come era affermato, senz’ombra di ritegno, nel proclama del Bonaparte, e per rinnovare i privilegi dei reazionarî come il Cuoco.

In un significativo messaggio, il democratico François Cacault diceva che in Italia la libertà sarebbe stata instaurata tramite il diritto di conquista.

Che le figure della storia possano subire alterazioni e deformazioni, quando capitano fra le mani degli autori di libretti d’opera, è abbastanza facile capire. Però non è altrettanto facile intendere come a Scribe e a Delavigne possa esser venuto in mente di trarre un motivo d’opera comica, offerto all’estro gioioso di Daniel Auber, proprio dalla figura tragica di Michele Pezza detto Fra’ Diavolo, colonnello degli Eserciti delle Due Sicile, anima e fiamma della resistenza opposta dalle popolazioni meridionali alle invasioni francesi, e perciò morto sulla forca in Piazza del Mercato, a Napoli, l’undici novembre 1806, con appeso al collo il brevetto di duca di Cassano concessogli da Ferdinando IV di Borbone, che la raffica napolenonica aveva travolto e costretto a rifugiarsi in Sicilia.

La personalità di Michele Pezza ci è giunta circondata da un’aureola leggendaria e romantica.

Trascinatore di uomini, ebbe come Napoleone Bonaparte, uno sfortunato epilogo. Di lui si son dette cose terribili, ma, alla luce delle travagliate vicende della storia del reame di Napoli, Michele Pezza, più che brigante, fu soprattutto cavaliere dell’Ideale, credendo nell’unità di una patria di là da venire. L’amarezza che provava per l’operato di alcuni comandanti stranieri,al soldo del re di Napoli, pronti, con estrema facilità, alla resa delle fortezze italiane che presidiavano, altro non fu che l’anelito di chi credeva nella nostra riscossa nazionale.

L’accostamento di Fra’ Diavolo a briganti di altre regioni non ha senso, perché egli non fu un genio del male, ma un soldato, che non ha avuto la fortuna capitata a Stefano Pelloni, di essere ricordato da Arnaldo Fusinato, ma soprattutto da Giovanni Pascoli, che lo definì “il Passator cortese, re della strada, re della foresta”, dunque brigante romantico, mentre, in realtà, era un rapinatore a danno dei ceti più abbienti. Nessuna voce di rilievo nella poesia si è levata per lui, purtroppo, per cui la figura storica di Fra’ Diavolo è poco nota, poiché un denso velo di fosca leggenda copre tuttora la vita romanzesca di “quell’uomo dal fiero aspetto” celebrato dal popolare libretto dello Scribe con la bella musica dell’Auber.

Troppo spesso la storia di Michele Pezza, comunemente noto con il nome di Fra’ Diavolo, è stata travisata, per dar luogo a strane vicende di brigantaggio sviluppatesi attraverso i tempi ad opera di romanzieri e di narratori facili alle fantasticherie di ogni sorta, che, senza giustificato motivo, gli attribuirono atroci crudeltà, intrighi muliebri, terrorismi, trascurando il suo vero ruolo di soldato valoroso e fedele, che rispose al disperato appello del suo re, senza tener conto della sua ingratitudine, particolarmente sotto l’aspetto finanziario.

Il leggendario ribelle, dal cuore generoso e nobile, fu sempre pronto ad osare tutto per il trono e per la Chiesa. Egli non sapeva (e ne aveva fornito mille prove) tradire la parola data. Ferdinando IV, dedito ai bagordi, non meritava un suddito e un difensore del carattere e del valore di Michele Pezza; un difensore che aveva lottato con tutte le forze, con ogni energia, spedendo parecchi francesi nel regno di Pluto.

Egli fu il solo uomo che facesse sul serio nella resistenza nel regno delle Due Sicilie, il solo uomo che ebbe il coraggio di tenere alto quel vessillo gigliato che tutti ammainavano. A suo modo, fu idealista, perché, quando non si hanno mezzi di appoggio e si combatte, non si può essere che idealisti.

Quando si tratta del periodo del 1799 e del 1806, cioè delle due invasioni francesi nel reame di Napoli, occorre stare in guardia: mai come allora la storia, scritta tra l’effervescenza delle passioni politiche, è inquinata, da capo a fondo, da un invincibile spirito di parte.

E bisogna rifarla (ciò che per fortuna in Francia ed anche in Italia si persegue), sulla scorta di un’ampia documentazione, con serenità ed alacrità.

Su Fra’ Diavolo si sono riportate moltissime falsità storiche, insultato come uno sporco reazionario, un oscurantista difensore della Patria contro i francesi, che portavano democrazia e libertà. Ci siamo chiesti perché tanto accanimento si è sprigionato contro chi mise a repentaglio la propria vita per la propria terra. Aggiungiamo ancora che riesce strano il modo di sparlare di un personaggio senza studiarne le fonti storiche e senza considerare gli aspetti, i luoghi, il momento in cui avvennero le gesta del soggetto in questione.

La figura storica di Michele Pezza è stata alterata non solo dalla letteratura romanzesca, drammatica ed operettistica, ma da quella storica, che, mentre ha cercato di giustificare tutte le atrocità commesse in nome della rivoluzione, ha gravato di tutte le condanne e di tutte le infamie quelle, pur riprovevoli, fatte in nome della restaurazione e dell’ordine.

Così su Fra’ Diavolo si sono infittiti i giudizi scottanti come il sangue, che egli veramente fece scorrere quando l’Italia era il campo di quel mansueto pastore che rispondeva al nome di Direttorio prima e di Napoleone poi. Di un uomo che, con la sua selvaggia passionalità, osò tener testa agli eserciti invasori e conculcatori, si è cercato di fare il tipo del brigante sanguinario, religioso per superstizione, legittimista per tornaconto, coraggioso per avidità di bottino: tipo di italiano ignorante e geniale, brutale e cavalleresco, conservatore e cinico, al confronto del nuovo modello d’uomo umanitario venuto su al lume dell’enciclopedismo e sbocciato nella serra dei clubs giacobini.

Era naturale che, sullo sfondo della torbida insurrezione napoletana del 1799, letterati e drammaturghi dovessero usare e abusare di questo facile tipo.

Occorre proclamare, alto e forte, che ormai si è troppo abusato dell’epiteto di brigante senza sicuro fondamento.

L’amore della giustizia e della verità storica non deve più consentire sia così screditata l’azione, spesso eroica, del Pezza e dei 200.000 insorgenti che si lanciarono, con fede e coraggio, contro le vittoriose truppe francesi, in tutto il reame di Napoli, quando nessuno contrastava più la violenta conquista del suolo patrio.

 

         di Alfredo Saccoccio

 

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