Alta Terra di Lavoro

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FRA DIAVOLO IN UNO SCHERZO A CARNEVALE

Posted by on Mar 14, 2019

FRA DIAVOLO IN UNO SCHERZO A CARNEVALE

Origine e implicazioni antropologiche a parte, il Carnevale ha inizio il 17 gennaio giorno di Sant’Antonio, e ha termine nella Quaresima, periodo di quaranta giorni, liturgico e a carattere penitenziale; anche per questo, in Piedimonte Matese – provincia di Caserta – viene considerato ancora, così come altrove in regione Campania, tempo di festa e di tripudio.

   Già nel XVII secolo furono comuni e sempre più numerosi i canti carnascialeschi napoletani nella capitale del Mezzogiorno. Composti in lingua o in vernacolo da poeti letterati, venivano stampati sopra i cartelli ossia fogli volanti e distribuiti al popolo. (1) Coi Borboni, il Carnevale diventò, a Napoli, più ricco; anzi, anche per mezzo delle cuccagne che offrivano ogni ben di Dio, di genere commestibile, al “saccheggio” degli indigenti affamati, acquistò “carattere maestoso”; gli spassi e l’allegria duravano per tutto il periodo e si divertivano tanto i ricchi quanto il popolino. Al tempo di re Ferdinando IV, passò alla storia una sfilata di carri allegorici per via Toledo, sopra uno dei quali stava, con altri nobili, don Onorato Gaetani, feudatario di Piedimonte; intanto, una “ondata di maschere si agitava al suono di una marcia ottomana suonata dalla banda”. Quella magnificenza durò fino agli ultimi anni del XVIII secolo. “Poi andò man mano declinando”. (2)

   Sempre in Campania e, per quel che ci riguarda più da vicino, in provincia di Caserta, il Carnevale si è caratterizzato, ancora nella seconda metà del Novecento, per rituali popolari quali i “fuochi di S. Antonio Abate”, le “mascherate”, le “danze processionali” e il “bellintrezzo”; per pezzi teatrali come “la canzone di Zeza” e la “rappresentazione dei dodici mesi”; per raffigurazioni allegoriche quali “la morte di Carnevale” con relativa “lamentazione funebre”, tutte, è ovvio, in numerose varianti. (3)

   Per quanto, ancor più nel dettaglio, attiene a Piedimonte, il Marrocco ha scritto: “Gioia dei monelli del passato” erano “i falò innanzi alle chiese nelle sere delle feste invernali (S. Lucia, S. Antonio ab) […] Il Carnevale conserva ancora qualcosa. C’è l’annegamento nel Torano del fantoccio di Carnevale, seguito attraverso il paese dalla marmaglia ululante che un tempo recitava con finto dispiacere: – Carnevale, pecché si mortu […] Fra le principali rappresentazioni ricordiamo alcune tratte dal ridicolo o da simbolismi, importate quasi tutte, ma che hanno subìto adattamenti locali: Zeza, Brunetta, Ricco e povero, Dodici figli, Sette pianeti, Dodici mesi, Spagnoletta, Il Cavaliere e la Morte, e qualcosa che rappresenta fatti più recenti e poco castigati, come Fra Ciavolino e Pettitonna” Quanto ai giochi di Carnevale: “Rottura della pignatta, ‹ óvu ‘mpisu ›[…] finirono tutti nell’800, quando si osservava rigorosamente il digiuno, e perciò un po’ prima si impazzava” (4) Mi viene da pensare che quei giochi siano stati l’ultimo, pallido rimasuglio delle cuccagne napoletane.

   Ciò premesso, resta da dire, sempre per Piedimonte, di una composizione, carnevalesca appunto, la quale fa riferimento a Fra Diavolo.

   Al riguardo, conviene ricordare che questi – il colonnello Michele Pezza da Itri – forse il più rinomato briganteitaliano di tutti i tempi, si era fatto conoscere come partigiano borbonico allorquando, nel 1799, soldati della Repubblica francese invasero il regno di Napoli e vi instaurarono la Repubblica. Si mise in evidenzauna seconda volta in Terra di Lavoro quando, a sette anni di distanza, sempre i Francesi, ma dell’imperatore Napoleone, ritornarono da invasori e instaurarono una nuova monarchia. (5)

   In seguito alla disfatta subita, a metà ottobre 1806, alle falde molisane del Matese e da truppa agli ordini del colonnello Hugo, il guerrigliero si portò in  Irpinia, con lo scopo di raggiungere o il Salernitano o la Calabria e imbarcarsi per la Sicilia. Un quotidiano scrisse: “Fra Diavolo è comparso sulle montagne di Montevergine. Il generale Colonna ne ebbe avviso e spedì subito in tracce di lui”. Il risultato fu deludente. Di li a poco, avendo fatto appello alla propria rinomata astuzia, riuscì a eludere anche il controllo di una pattuglia francese in perlustrazione: aveva ordinato ai gregari di farsi passare per gendarmi, di legarlo e di maltrattarlo come si fa con un manigoldo trascinato in carcere. Sul far della sera, Michele Pezza e i suoistavano già fuori il territorio irpino, in Principato Citeriore. (6) Venne fermato a Baronissi e alla cattura prese parte il commissario Monglas; era l’alba del 1 novembre. Fu impiccato sopra Piazza Mercato, a Napoli, il martedì 11 dello stesso mese. (7)

   Di Fra Diavolo si sono interessate la cronaca del tempo, l’arte figurativa, la storia, la musica lirica, la cinematografia, la tematica museale, la televisione, la promozione turistica, la poesia napoletana in dialetto, (8) e la  popolare patriottica (9) nonché la narrativa, italiana e straniera (10)

   La composizione, cui ho fatto cenno e che verrà riportata qui di seguito, è unica, pare, per quanto attiene al soggetto e risulta inedita, allo stato della ricerca, per quanto riguarda il testo. La scrisse, si dice, tra gli ultimi anni Quaranta e primi anni Cinquanta del secolo scorso, Gennarino Caprarelli, da Piedimonte, il quale, uomo del popolo, già era solito mettere in scena, per la circostanza, le rappresentazioni cui s’è fatto cenno. Egli la definì scherzo a Carnevale, ma più propriamente è una messinscena, a ritmo, direi, incalzante nella prima parte consacrata a Carnevale, più controllato nella seconda dedicata a Fra Diavolo. Attori dilettanti del posto, di solito sempre gli stessi, vi si esibivano nei giorni che precedono la Quaresima, di rione in rione, di piazza in piazza e, se si tiene conto del penultimo verso, anche in abitazioni private. Da alcuni anni se n’è ripresa la recita.

   Al testo originale, (11) dattiloscritto tutto in maiuscolo su cinque facciate formato protocollo, sono state aggiunte, manoscritte, le relative indicazioni e poche altre battute. Quanto alla musica, essa è costituita da undici brani editi, più o meno conosciuti, riadattati dal compositore Errico Caruso di Piedimonte,nipote del famoso tenore.

   Il testo del documento verrà riproposto in carattere minuscolo, tranne l’intestazione, e con, in corsivo, le aggiunte e le ininfluenti correzioni di alcuni refusi.

Rosario Di Lello

fonte http://www.visitaitri.it/rosario_di_lello.htm

segnalato da Alfredo Saccoccio

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