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Gerusalemme, città senza tregua. Tra guerre e contese archeologiche – Alta Terra di Lavoro

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Gerusalemme, città senza tregua. Tra guerre e contese archeologiche

Posted by on Dic 6, 2017

Gerusalemme, città senza tregua. Tra guerre e contese archeologiche

Un saggio di Eric H. Cline (Bollati Boringhieri) ripercorre millenni di vicende complesse e sanguinose. Per il controllo della città più contesa sono stati combattuti 118 conflitti Concessa nell’ottobre del 1999 da Faysal al-Husayni a Jeffrey Goldberg per il «New York Times Magazine» compare una stravagante affermazione: «Sono discendente dei gebusei, coloro che vennero prima di re Davide; Gerusalemme era una delle più importanti città gebusee nella regione; noi tutti siamo discendenti dei gebusei». Husayni era cugino di Yasser Arafat, suo consigliere, ministro dell’Anp per le questioni di Gerusalemme e sarebbe morto nel maggio del 2001 per un attacco cardiaco mentre era in visita in Kuwait. I gebusei a cui si riferiva erano quel popolo dalla cui sconfitta intorno al 1000 a.C. ebbe origine il regno di Davide. Prima di loro quella terra era abitata dal 3000 a.C. dai cananei e dai fenici. Dei gebusei si ipotizza che potessero essere imparentati con gli ittiti stanziati in Anatolia (l’odierna Turchia). Gebuseo era nella Bibbia Uria l’Ittita, marito di quella Betsabea di cui si sarebbe invaghito Davide. E anche Araunà, colui che avrebbe venduto a Davide un piccolo terreno sul monte Moriah. Di queste storie si parla diffusamente in Le tracce di Mosè. La Bibbia tra storia e mito (Carocci) di Israel Finkelstein e Neil Asher Silberman. Qualche studioso ha avanzato l’ipotesi che Araunà (o Ornan) sia stato l’ultimo sovrano gebuseo prima della vittoria di Davide. I termini «Palestina» e «palestinese» sarebbero comparsi solo mille anni dopo, nel periodo della dominazione romana. Ma i conflitti per la città di Gerusalemme erano iniziati qualche centinaio di anni prima ancora dell’impresa di Davide e sono stati in tutto 118. Li ha studiati — tutti quelli di cui c’è documentazione, nell’arco di quasi quattromila anni — l’archeologo e storico americano Eric H. Cline (insegna alla George Washington University) per scrivere un libro, Gerusalemme assediata. Dall’antica Canaan allo Stato d’Israele, pubblicato da Bollati Boringhieri. Sono 118 conflitti, scrive Cline, «che spaziano dagli scontri religiosi locali fino alle campagne militari strategiche, sfumature intermedie comprese». La città è stata completamente distrutta almeno due volte, assediata in ventitré circostanze, attaccata in cinquantadue tempi diversi, conquistata e riconquistata in quarantaquattro occasioni. È stata teatro di venti rivolte e di innumerevoli tafferugli ed è passata di mano in modo del tutto pacifico appena due volte nell’arco di quattro millenni. Per nessun altro complesso urbano del pianeta si è combattuto, nel corso della storia, tanto aspramente. La denominazione di «città della pace» che spesso le viene attribuita e che fu ripresa dal presidente egiziano Anwar al-Sadat nella storica visita alla Knesset del novembre 1977, sostiene Cline, «è senza alcun dubbio un termine fuorviante, dal momento che la sua esistenza è stata tutto fuorché pacifica». Niente sembra giustificare questo poco invidiabile primato per una città, ha scritto Victor David Hanson della Stanford University, «che non aveva in sé particolari ricchezze o dimensioni imponenti, o una posizione strategica di qualche particolare importanza». Il sito — come ha evidenziato Karen Armstrong in Gerusalemme. Storia di una città tra ebraismo, cristianesimo e Islam (Mondadori) — era immerso in un’area per lo più priva di risorse naturali, distante dalle principali rotte commerciali che dall’Egitto conducevano alle regioni dell’Anatolia (a sud) e della Mesopotamia (a nord e a est), ma anche lontana dai porti marittimi che si trovavano sulle coste del Mediterraneo. La presenza della sorgente di Gihon (che forniva acqua per tutto l’anno) e la protezione garantita dalle gole circostanti furono probabilmente tra le ragioni principali che, nel corso del terzo millennio a.C., spinsero i cananei a insediarsi per primi in questo luogo relativamente abbandonato. Strabone, il geografo greco vissuto all’epoca di Cristo, scrisse che Gerusalemme si trovava in un luogo «non invidiabile» per il quale nessuno avrebbe mai «fatto una guerra seriamente». In realtà di guerre per Gerusalemme se ne fecero, eccome, e per secoli. Da prima che la grande roccia sul Monte del Tempio fosse identificata come la pietra su cui Abramo aveva offerto Isacco in sacrificio a Dio e come quella da cui Maometto era asceso in cielo. Centinaia di anni prima che Davide conquistasse Gerusalemme, si erano svolte battaglie per il controllo della città. A fine Ottocento furono scoperte, in Egitto, le cosiddette lettere di Amarna, che risalgono ai regni del faraone Amenofi III e di suo figlio Akhenaton. Alcune di queste inviate attorno al 1350 a.C. dal governatore cananeo di Urushalim (Gerusalemme), Abdi-Heba, al sovrano d’Egitto per chiedergli aiuto: «Mi hanno attaccato da tutte le parti; Mi trovo come una nave in mezzo al mare», scriveva Abdi-Heba. Dopo quel primo episodio documentato, Gerusalemme sarà assediata da Hazael re di Aram, dall’assiro Sennacherib, dal babilonese Nabucodonosor (tre volte, con la distruzione del Tempio nel 585 a.C.), dai persiani di Ciro (che consentiranno agli ebrei di rientrare dopo l’esilio babilonese e di ricostruire il Tempio), da Tolomeo I, Antioco III, Simone Maccabeo e Giovanni Ircano degli asmonei. Manca all’appello Alessandro Magno, che sarà — assieme a Napoleone — l’unico tra i grandi condottieri a non mostrare specifico interesse militare per Gerusalemme. Che invece attrarrà Pompeo, Tito e poi Adriano. E siamo alle guerre giudaiche durate intermittentemente dal 66 d.C. (con la repressione del 70 che comportò la distruzione del secondo Tempio) alla vittoria dei romani sui rivoltosi ebrei di Bar Kokhba (135). Da quel momento gli israeliti furono espulsi, in loco ne rimarranno assai pochi e fino al 1948, cioè alla nascita dello Stato di Israele, non avranno più in loco nessuna forma di «patria». Poi sarà la volta dei musulmani in tutte le loro declinazioni. Nell’arco dei tredici secoli che vanno dal 638, sei anni dopo la morte di Maometto, all’11 novembre 1917, quando nella città entreranno le truppe del generale Edmund Henry Hynman Allenby, gli occidentali — nota Cline — hanno controllato Gerusalemme soltanto dal 1099, quando la conquistarono i crociati, al 1187 quando Saladino vinse nella battaglia di Hattin e la riconquistò. Ottantotto anni. Molto interessante è l’analisi delle turbolenze che si ebbero a Gerusalemme verso la fine del primo millennio e che precedettero le crociate «Prima dell’avvento dei crociati», fa notare Cline, «Gerusalemme fu travolta da grandi battaglie o piccole sommosse e ribellioni più di dieci volte». In particolare nel IX secolo, duecento anni dopo la scomparsa di Maometto: tra l’800 e l’815 la Palestina fu scossa da una serie di ribellioni prodotte da tribù musulmane del deserto in contrasto con i dinasti abbasidi; rivolte che fallirono ma non prima che a Gerusalemme venissero attaccate e saccheggiate numerose chiese. Tra l’841 e l’anno successivo la regione fu sconvolta da un’insurrezione rurale guidata da Abu Harb Tamim al-Mubarqa (il velato) deciso a riportare al potere gli omayyadi. Stavolta l’intera popolazione di Gerusalemme dovette abbandonare la città mentre i ribelli razziavano, saccheggiavano magazzini, abitazioni, chiese e moschee. Solo una grande offerta in oro da parte del patriarca convinse i ribelli a desistere dall’intento di devastare e incendiare la Basilica del Santo Sepolcro. Qualcosa di simile accadde anche nel secolo successivo, all’epoca in cui gli eserciti cristiani bizantini si scontrarono con le armate islamiche in molte regioni del Medio Oriente: nel 938 d.C. durante la processione della domenica delle Palme, i cristiani furono attaccati e le chiese danneggiate o incendiate; nel 966, allorché i bizantini riportarono delle vittorie militari contro le forze islamiche, il governatore musulmano di Gerusalemme, che per l’ennesima volta aveva chiesto soldi al patriarca Giovanni II — non ottenendoli —, fece scoppiare tumulti anticristiani in tutta la città con assalti e incendi di chiese. Stavolta però toccò anche alla Basilica del Santo Sepolcro, che fu saccheggiata e danneggiata: la violenza fu tale da provocare un danno irreparabile alla cupola. Gli assalitori trovarono il patriarca nascosto nella chiesa dentro un recipiente per l’olio. Lo tirarono fuori e lo uccisero su due piedi. Trascorse un altro secolo e la persecuzione anticristiana a Gerusalemme raggiunse il suo apice quando il califfo fatimide d’Egitto al-Hakim (che sarà poi adorato dai drusi) il 28 settembre del 1009 d.C. ordinò la demolizione di tutti gli edifici religiosi cristiani ed ebraici della città. Stavolta toccò anche alla Basilica del Santo Sepolcro, che fu rasa al suolo. Per reazione nel 1024 la popolazione cristiana di Gerusalemme appoggiò una rivolta beduina guidata da Hassan ibn Mufarrij contro i sovrani fatimidi, che ci misero cinque anni per riprendere in mano le redini del potere. Quando poi nel 1070 giunse nella regione l’esercito turcomanno di Atsiz ibn Uvaq, Gerusalemme era stremata dai conflitti degli ultimi due secoli e si arrese. Furono quasi subito nuove atrocità, sicché gli abitanti della città insorsero nel 1076, appoggiati dai fatimidi, rapirono le mogli e i bambini dei soldati turcomanni impegnati in battaglia altrove e ripristinarono l’ordine precedente. Nel 1077 Atsiz tornò, costrinse gli insorti dell’anno precedente a venire a patti con lui, infranse subito i patti di cui si è appena detto e ne uccise trentamila. Questa notizia fu all’origine della decisione papale di indire la prima crociata. Le crociate, a seguito di un successo iniziale, si conclusero, circa due secoli circa dopo il loro inizio, nel 1291 con la caduta di Acri. Dopodiché i vincitori mamelucchi dovettero fronteggiare l’invasione mongola del 1300. Furono poi due secoli e mezzo di dominio mamelucco, fino al 1516m quando il sultano Selim I e il suo esercito ottomano conquistarono la città. Anzi non la presero direttamente, dal momento che la battaglia decisiva si svolse ad Aleppo. Conquistata la quale, Selim, in dicembre, poté entrare a Gerusalemme senza dover combattere neanche per un minuto. E i suoi successori restarono nella città per quattrocento anni, fino a quel giorno del 1917 quando entrarono gli inglesi di Allenby. Il resto è storia più conosciuta di scontri tra ebrei e arabi con gli inglesi e poi tra di loro, una storia che arriva fino ai giorni nostri. Giorni nei quali la «città della pace» è ancora contesa. Quando Husayni pronunciò le parole di cui abbiamo detto all’inizio, Ekrima Sabri, gran muftì di Gerusalemme, si spinse addirittura a negare che sul Monte del Tempio esistessero reperti storici ebraici. Ne nacque una controversia che fu risolta (parzialmente) quando uno storico non ebreo tirò fuori tirò fuori un libretto, pubblicato a Gerusalemme nel 1930 dal Supremo consiglio islamico, in cui si dava per certa l’esistenza del Tempio di Salomone. Il gran muftì comunque non si diede per vinto. «Vale davvero la pena di fermarsi a riflettere sulle vicissitudini della storia: un imperatore bizantino (Giustiniano) ha usato i resti del Monte del Tempio per costruire un’enorme chiesa e ha fatto il possibile per nasconderlo», ha scritto l’archeologo israeliano Meir Ben-Dov; «gli ebrei hanno distrutto la chiesa alla prima occasione; i musulmani hanno edificato l’area del Monte del Tempio utilizzando i resti di quella stessa chiesa demolita; e dopo centinaia di anni di silenzio, gli studiosi israeliani hanno riscattato questa intricata storia dalle profondità dell’oblio: ecco cosa è l’archeologia a Gerusalemme». A conclusione del libro Cline cita le parole del profeta Isaia che secondo la tradizione visse nell’VIII secolo a.C.: «Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta». Parole che, alla luce di ciò che è accaduto nei duemila e ottocento anni successivi, possiamo definire molto in anticipo sui tempi.

Paolo Mieli

fonte corrieredellasera

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