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Giovambattista Vico, Vita di Giovambattista Vico scritta da se medesimo (Parte prima)

Posted by on Mag 31, 2017

Giovambattista Vico, Vita di Giovambattista Vico scritta da se medesimo (Parte prima)

Il signor Giambattista Vico egli è nato in Napoli l’anno 1670 da onesti parenti, i quali lasciarono assai buona fama di sé. Il padre fu di umore allegro, la madre di tempra assai malinconica; e così entrambi concorsero alla naturalezza di questo lor figliuolo. Imperciocché, fanciullo, egli fu spiritosissimo e impaziente di riposo;

ma in età di sette anni, essendo col capo in giù piombato da alto fuori d’una scala nel piano, onde rimase ben cinque ore senza moto e privo di senso, e fiaccatagli la parte destra del cranio senza rompersi la cotenna, quindi dalla frattura cagionatogli uno sformato tumore, per gli cui molti e profondi tagli il fanciullo si dissanguò; talché il cerusico, osservato rotto il cranio e considerando il lungo sfinimento, ne fe’ tal presagio: che egli o ne morrebbe o arebbe sopravvivuto stolido. Però il giudizio in niuna delle due parti, la Dio mercé, si avverò; ma dal guarito malore provenne che indi in poi e’ crescesse di una natura malinconica ed acre, qual dee essere degli uomini ingegnosi e profondi, che per l’ingegno balenino in acutezze, per la riflessione non si dilettino dell’arguzie e del falso.

Quindi, dopo lunga convalescenza di ben tre anni, restituitosi alla scuola della gramatica, perché egli speditamente eseguiva in casa ciò se gl’imponeva dal maestro, tale speditezza credendo il padre che fusse negligenza, un giorno domandò al maestro se ‘l suo figliuolo facesse i doveri di buon discepolo; e, colui affermandoglielo, il priegò che raddoppiasse a lui le fatiche. Ma il maestro scusandosene perché il doveva regolare alla misura degli altri suoi condiscepoli, né poteva ordinare una classe di un solo e l’altra era molto superiore, allora, essendo a tal ragionamento presente il fanciullo, con grande animo priegò il maestro che permettesse a lui di passare alla superior classe, perché esso arebbe da sé supplito a ciò che gli restava in mezzo da impararsi. Il maestro, più per isperimentare ciò che potesse un ingegno fanciullesco che avesse da riuscire in fatti, glielo permise, e con sua meraviglia sperimentò tra pochi giorni un fanciullo maestro di se medesimo.

Mancato a lui questo primo, fu menato ad altro maestro, appo ‘l quale si trattenne poco tempo, perché il padre fu consigliato mandarlo da’ padri gesuiti, da’ quali fu ricevuto nella loro seconda scuola. Il cui maestro, avendolo osservato di buon ingegno, il diede avversario successivamente a’ tre più valorosi de’ suoi scolari, de’ quali egli, con le «diligenze» che essi padri dicono, o sieno straordinarie fatiche scolastiche, uno avvilì, un altro fe’ cadere infermo per emularlo, il terzo, perché ben visto dalla Compagnia, innanzi di leggersi la «lista» che essi dicono, per privilegio d’«approfittato» fu fatto passare alla prima scuola. Di che, come di un’offesa fatta a essolui, il Giambattista risentito, e intendendo che nel secondo semestre si aveva a ripetere il già fatto nel primo, egli si uscì da quella scuola e, chiusosi in casa, da sé apprese sull’Alvarez ciò che rimaneva da’ padri a insegnarsi nella scuola prima e in quella dell’umanità, e passò l’ottobre seguente a studiare la logica. Nel qual tempo, essendo di està, egli si poneva al tavolino la sera, e la buona madre, risvegliatasi dal primo sonno e per pietà comandandogli che andasse a dormire, più volte il ritruovò aver lui studiato infino al giorno. Lo che era segno che, avvanzandosi in età tra gli studi delle lettere, egli aveva fortemente a diffendere la sua stima da letterato.

Ebbe egli in sorte per maestro il padre Antonio del Balzo gesuita, filosofo nominale; ed avendo nelle scuole udito che un buon sommolista fosse valente filosofo e che ‘l migliore che di sommole avesse scritto fosse Pietro ispano, egli si diede fortemente a studiarlo. Indi, fatto accorto dal suo maestro che Paolo veneto era il più acuto di tutti i sommolisti, prese anche quello per profittarvi; ma l’ingegno, ancor debole da reggere a quella spezie di logica crisippea, poco mancò che non vi si perdesse, onde con suo gran cordoglio il dovette abbandonare. Da sì fatta disperazione (tanto egli è pericoloso dare a’ giovani a studiar scienze che sono sopra la lor età!) fatto disertore degli studi, ne divagò un anno e mezzo. Non fingerassi qui ciò che astutamente finse Renato Delle Carte d’intorno al metodo de’ suoi studi, per porre solamente su la sua filosofia e mattematica ed atterrare tutti gli altri studi che compiono la divina ed umana erudizione; ma, con ingenuità dovuta da istorico, si narrerà fil filo e con ischiettezza la serie di tutti gli studi del Vico, perché si conoscano le propie e naturali cagioni della sua tale e non altra riuscita di litterato.

Errando egli così fuori del dritto corso di una ben regolata prima giovanezza, come un generoso cavallo e molto e bene esercitato in guerra e lunga pezza poi lasciato in sua balìa a pascolare per le campagne, se egli avviene che oda una tromba guerriera, riscuotendosi in lui il militare appetito gestisce d’esser montato dal cavaliere e menato nella battaglia; così il Vico, nell’occasione di una celebre accademia degl’Infuriati, restituita a capo di moltissimi anni in San Lorenzo, dove valenti letterati uomini erano accomunati co’ principali avvocati, senatori e nobili della città, egli dal suo genio fu scosso a riprendere l’abbandonato cammino, e si rimise in istrada. Questo bellissimo frutto rendono alle città le luminose accademie, perché i giovani, la cui età per lo buon sangue e per la poca sperienza è tutta fiducia e piena di alte speranze, s’infiammino a studiare per la via della lode e della gloria, affinché poi, venendo l’età del senno e che cura le utilità, esse le si proccurino per valore e per merito onestamente. Così il Vico si ricevette di bel nuovo alla filosofia sotto il padre Giuseppe Ricci, pur gesuita, uomo di acutissimo ingegno, scotista di setta ma zenonista nel fondo, da cui egli sentiva molto piacere nell’intendere che le «sostanze astratte» avevano più di realità che i «modi» del Balzo nominale; il che era presagio che egli a suo tempo si avesse a dilettare più di tutt’altre della platonica filosofia, alla quale delle scolastiche niuna più s’avvicina che la scotistica, e che egli poi avesse a ragionare, con altri sentimenti che con gli alterati di Aristotile, i «punti» di Zenone, come egli ha fatto nella sua Metafisica. Ma, ad esso lui sembrando il Ricci troppo essersi trattenuto nella spiegazione dell’ente e della sostanza per quanto si distingue per gli gradi metafisici, perché egli era avido di nuove cognizioni; ed avendo udito che ‘l padre Suarez nella sua Metafisica ragionava di tutto lo scibile in filosofia con una maniera eminente, come a metafisico si conviene, e con uno stile sommamente chiaro e facile, come infatti egli vi spicca con una incomparabil facondia; lasciò la scuola con miglior uso che l’altra volta, e si chiuse un anno in casa a studiare sul Suarez.

Frattanto una sola volta egli si portò nella regia università degli studi, e dal suo buon genio fu menato entro la scuola di don Felice Aquadies, valoroso lettor primario di leggi, sul punto che egli dava a’ suoi discepoli tal giudizio di Ermanno Vulteio: che questi fosse il migliore di quanti mai scrissero sulle instituzioni civili; la qual parola, riposta dal Vico in memoria, fu una delle principali cagioni di tutto il miglior ordine de’ suoi studi e di quello vi profittò. Perché, applicato poi dal padre agli studi legali, tra per la vicinanza e molto più per la celebrità del lettore, fu mandato da don Francesco Verde – appo il quale trattenutosi due soli mesi in lezioni tutte ripiene di casi della pratica più minuta dell’uno e dell’altro fòro e de’ quali il giovanetto non vedeva i princìpi, siccome quello che dalla metafisica aveva già incominciato a formare la mente universale e ragionar de’ particolari per assiomi o sien massime, – disse al padre che esso non voleva andarvi più ad imparare, perché dal Verde esso sentiva di nulla apprendere; e, facendo allora uso del detto dell’Aquadies, il priegò che chiedesse in prestanza una copia di Ermanno Vulteio ad un dottor di leggi per nome Nicolò Maria Gianattasio, oscuro ne’ tribunali ma assai dotto di buona giurisprudenza, il quale con lunga e molta diligenza aveva raccolta una libreria di libri legali eruditi preziosissima, perché sopra di tale auttore esso da sé studierebbe l’instituzioni civili. Di che il padre, ingombro dalla volgar fama e grande del lettor Verde, forte maravigliossi: ma, perché egli era assai discreto, volle in ciò compiacere al figliuolo, ed al Nicolò Maria gliele domandò, al quale il padre – mentre il figliuolo il richiedeva del Vulteio, che era di assai difficile incetta in Napoli, – siccome quello che era libraio, si ricordò avergliene tempo indietro dato uno. Il Nicolò Maria volendo sapere dal figliuolo medesimo la cagione della richiesta, questi dicendogliela – che sulle lezioni del Verde esso non faceva altro che esercitar la memoria, e l’intelletto penava di starvi a spasso, – al buon uomo e savio di tai cose piacque tanto il giudizio o più tosto senso dritto non punto giovanile del giovanetto, che, facendo perciò al padre certo presagio della buona riuscita del figliuolo, non che imprestò, donògli non solo il Vulteio, ma anche l’Instituzioni canoniche di Errigo Canisio, perché questi a esso Nicolò Maria sembrava il migliore che l’avesse scritte tra’ canonisti. E sì il ben detto dell’Aquadies e ‘l ben fatto di Nicolò Maria avviarono il Vico per le buone strade dell’una e dell’altra ragione.

Or, nel rincontrare particolarmente i luoghi della civile, egli sentiva un sommo piacere in due cose: una in riflettere nelle somme delle leggi dagli acuti interpetri astratti in massime generali di giusto i particolari motivi dell’equità ch’avevano i giureconsulti e gl’imperadori avvertiti per la giustizia delle cause: la qual cosa l’affezionò agl’interpetri antichi che poi avvertì e giudicò essere i filosofi dell’equità naturale; l’altra in osservare con quanta diligenza i giureconsulti medesimi esaminavano le parole delle leggi, de’ decreti del senato e degli editti de’ pretori che interpetrano: la qual cosa il conciliò agl’interpetri eruditi, che poi avvertì ed estimò essere puri storici del dritto civile romano. Ed entrambi questi due piaceri erano altrettanti segni, l’uno di tutto lo studio che aveva egli da porre all’indagamento de’ princìpi del dritto universale, l’altro del profitto che egli aveva a fare nella lingua latina, particolarmente negli usi della giurisprudenza romana, la cui più difficil parte è il saper diffinire i nomi di legge.

Giovambattista Vico: “Opere” a cura di Paolo Rossi

fonte

classicitaliani.it

 

 

 

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