Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Giovanna II Regina di Napoli (1371 – 1435)

Posted by on Mar 7, 2017

Giovanna II Regina di Napoli (1371 – 1435)

Giovanna la dissoluta, Giovanna la cacciatrice di uomini, Giovanna l’insaziabile, Giovanna dai cento amanti: così, per secoli, è stata denominata Giovanna II, la regina di Napoli (ma regina anche di Gerusalemme, Sicilia, Ungheria, Dalmazia, Croazia, Rama, Serbia, Galizia, Lodomania, Cumania, Bulgaria, e contessa di Provenza e del Piemonte) che, fra gli amanti, annoverò pure Bartolomeo Colleoni, il famoso capitano di ventura bergamasco.

Nato a Solza, in quel di Bergamo, nel 1395, nelle lotte sostenute da Bergamo per la sua libertà perse, ancora giovinetto, il padre, un fratello e tutti i suoi beni. A quindici anni si recò come paggio presso il signore di Piacenza, Filippo Arcelli, un valoroso capitano di ventura che lo iniziò alla carriera militare; ben presto, però,  il Colleoni s’imbarcò alla volta della Francia, ma la nave su cui viaggiava venne assalita dai pirati, allora fu costretto a riparare a Napoli, e qui approdò a corte insieme a Jacopo Caldora, dove conobbe la regina, molto più anziana di lui, che subito restò colpita dalla sua prestanza fisica:

Fuit Coleo corporis statura
erecta atque habili,adeoque
formosus et agilis,ut regina
Joanna ingenio procaci mulier,
avidaque virorum fortium,
Coleoni amore caperetur…

(Paolo Giovio, vescovo di Nocera)

Giovanna e Bartolomeo intrecciarono una relazione e lui militò nelle fila del suo esercito, e quando si congedò, per andare a combattere altrove (fu, poi,  al servizio della Serenissima, dei Visconti di Milano, poi di nuovo a quello di Venezia, che gli conferì il comando della fanteria e il governatorato di Verona), la regina gli concesse l’onore di fregiarsi delle sue insegne, i gigli d’oro di Andegavia (Angiò) che il Colleoni aggiunse al suo stemma personale, perché Giovanna sapeva anche essere riconoscente con chi la aiutava nelle emergenze.

E  le ore di pericolo vissute non furono poche, nel periodo agitato e convulso che conobbe il suo regno, oggettivamente ingovernabile, attraversato da continue lotte, in una Napoli funestata da mille sregolatezze, in una corte giudicata severamente da due grandi scrittori del tempo, il Boccaccio e il Petrarca, e dai vari storici, Domenico Gravina, Tristano Caracciolo, Angelo di Costanzo, Giovanni Antonio Summonte, Pietro Giannone, Riccardo Filangieri; persino Benedetto Croce, volgendo lo sguardo verso quel tempo lontano tanto travagliato, così ebbe a scrivere:

[…] veramente, fu, quella un’epoca battagliera e cavalleresca[…] Napoli e il Regno avevano allora aspetto guerriero: tutti attendevano alle armi, che erano principale cura di quella società impegnata in varie e continue lotte. 1

Bartolomeo Colleoni non fu che uno dei tanti amanti che ebbe la regina, e proprio i numerosi amanti, veri o presunti, insieme agli intrighi, le trame, i complotti e la rilassatezza dei costumi della corte napoletana (allora Napoli viveva un periodo storico molto tempestoso, impegnata in continue lotte di potere per la successione)  per secoli hanno contribuito ad avvolgere Giovanna II d’un fuorviante alone fosco, nefasto e nefando.

Così come accaduto anche con la precedente regina Giovanna (tanto che nell’immaginario popolare le due figure si fusero in un’unica Giovanna ape-regina che, dopo l’amore, mandava a morte gli occasionali amanti di turno facendoli precipitare in una botola o richiudendoli  in luoghi segreti da dove mai più sarebbero usciti vivi: i famosi “bagni della regina Giovanna”, come Castelcapuano e il palazzo di Poggioreale, a Napoli, fuori Napoli ad Amalfi, in una torre, in un’altra torre fra Resina e Portici, i “bagni” di Sorrento), di volta in volta Giovanna II è stata ritenuta dissoluta, simbolo erotico di trasgressione, gaudente dedita solo ai piaceri mondani.

Tuttavia, in tempi più recenti, da parte dei critici ha trovato nuova considerazione, e della sua personalità sono stati rivalutati altri aspetti, come il bisogno di protezione ed il desiderio di difendere orgogliosamente il suo regno, motivi, questi, che, forse, furono quelli fondamentali che la spinsero tra le braccia dei vari amanti, uomini forti che potessero aiutarla concretamente e sorreggerla emotivamente.

Indubbio è che se le fonti dell’epoca possono essere non sempre del tutto attendibili rispetto ai regnanti, perché faziose, è anche vero che più ci si allontana nei secoli e maggiormente risulta difficile inquadrare nella giusta ottica il vissuto di un grande personaggio, eppure, sfrondandolo dagli elementi romanzeschi che via via ne hanno arricchito la storia, l’occhio critico pure riesce a captarne lati nuovi, a valutare con distacco, a mitigare i giudizi più severi.

Certezza assoluta è che, in quel tempo, il regno di Napoli effettivamente era ingovernabile e, forse, Giovanna dovette sentirsi senza appigli, perciò costretta a destreggiarsi, appoggiandosi ora all’uno ora all’altro, consigliere, condottiero, successore, intrecciando trame e alleanze, fra intrighi, complotti e tradimenti, fino alla fine dei suoi giorni.

Giovanna II d’Angiò, soprannominata  Giovannetta,  figlia del re Carlo III, Duca di Durazzo,  e di sua cugina Margherita, alla morte del fratello Ladislao, re di Napoli e di Ungheria, che l’aveva designata sua erede, si proclamò regina di Napoli, e regnò dal 1414 al 1435.

Femines non sunt ut homines viriles (“le donne non sono virili come gli uomini”,  cioè la regina non è una donna forte, così si espresse su di lei il fiorentino Doppo degli Spini), sovrana debole e insicura, Giovanna fu intuitiva ed assennata, generosa e caritatevole (sostenne molti istituti di assistenza, come, ad esempio, la chiesa di santa Marta, che fece ingrandire e dotare di un convento e di un giardino), costretta, però,  a vivere in un mondo dominato da scaltre figure maschili, dove a contare erano la forza e l’astuzia.

Impreparata a regnare, essendo arrivata tardi al trono, nata per l’amore e non per la guerra (di lei dicevano che lassavese vencere secretamente alla tentazione della carne)2, probabilmente non fu affatto la scaltra e dissoluta mangia uomini dipinta dai detrattori, ma una donna sola, costretta ad assumersi responsabilità e a fronteggiare insidie alle quali non era stata preparata, vittima di avidi personaggi e di squallidi raggiri, costretta, nelle avversità (contro gli attacchi dei due più acerrimi contendenti, Alfonso V d’Aragona e Luigi d’Angiò)  a barcamenarsi, aiutata più concretamente, in quel suo mondo in tempesta, dai capitani di ventura, come lo Sforza, il Caldora e il Colleoni.

Il suo regno, così com’era successo alla precedente regina Giovanna, fu estremamente travagliato, e la sua vita  fu attraversata da alterne vicende domestiche e sentimentali.

Arrivata al potere a quarantatre anni, senza alcuna pratica di governo, avendo trascorso la vita tra svaghi e divertimenti di corte, feste, tornei, cacce, banchetti e amori vari, ereditò un regno instabile e vacillante, perciò fu costretta a lasciarsi guidare da consiglieri astuti ed ambiziosi.

Quando rimase vedova di Giovanni d’Austria, dal quale non aveva avuto figli, Pandolfello Alopo, il suo favorito (secondo alcuni ex stalliere, secondo altri di buona famiglia, prima coppiere, poi da lei nominato Gran Camerlengo), con il quale ebbe un lungo legame amoroso,  malvisto dai baroni,  la spinse a risposarsi, nel 1415,  col francese Giacomo II di Borbone, conte della Marca, un uomo di nobili origini, ma di pochi scrupoli.

Aiutato dai baroni, costui s’impossessò del potere, fece arrestare l’Alopo ed imprigionare il condottiero Muzio Attendolo Sforza, poi costrinse Giovanna a promettergli che lo avrebbe sostenuto nel governo, infine fece decapitare il suo amante e la tenne praticamente sequestrata  in Castel Nuovo, lasciandola uscire solo in circostanze eccezionali, ma nel 1416, grazie ad un’azione di forza degli uomini a lei più  fedeli,  e al sostegno del popolo che accorse in sua difesa, assediando Castel Nuovo (Ancora le unioni di nobili e popolo e la costituzione delle giunte si rinnovarono, nel 1416 per liberare la regina Giovanna, tenuta come prigioniera dal marito…)3, alla regina furono restituiti  la libertà ed il potere, ed anche lo Sforza fu liberato. Giacomo della Marca fu costretto a scappare  in Francia, dove, poi, si ritirò in  un convento, indossando il saio francescano.

Ben presto Giovanna ebbe un nuovo favorito, padrone del suo cuore e del suo governo (che maneggiò tutti gli affari al tempo di Giovanna II) 4, Giovanni Caracciolo detto “Sergianni”, sposato con Caterina Filangieri, figlia del conte di Avellino.

La regina lo colmò di privilegi (concesse anche alla moglie il diritto di entrare in possesso della contea di Avellino alla morte del fratello), e lo nominò Gran Siniscalco del Regno, ma questa carica lo fece entrare in conflitto con lo Sforza, che era Gran Conestabile; costui si alleò con il papa,  che promise a Luigi II d’Angiò la corona di Napoli. Consigliata da  Sergianni, Giovanna chiese aiuto al giovane Alfonso V d’Aragona, promettendogli, in cambio,  di riconoscerlo come suo erede.

Ebbe, così,  inizio la terribile lotta tra Angioini e Aragonesi, che scaraventò nell’anarchia il regno di Napoli, fra alterne vicende belliche, mentre Giovanna, per la successione al trono, altalenava fra l’adozione ora di Alfonso ora di Luigi.

Per alcuni anni  Giovanna fu quasi segregata in Castel Capuano da Sergianni, che ormai esercitava   un potere tirannico, ma nel 1432 l’uomo venne assassinato.

Così il popolo per strada, di quest’uomo potente e temuto, cantò:

Morto è lo purpo5
e sta sotto la preta,
muorto è Sergianni
figlio de poeta…

Tre anni dopo,  la notte del  2 febbraio del 1435,  morì anche lei, dopo aver riconosciuto come suo erede Renato d’Angiò, fratello di Luigi, morto da alcuni mesi, e fu seppellita con semplicità sotto l’altare maggiore della chiesa dell’Annunziata, ma nel 1757 un incendio distrusse la sua sepoltura.
Nella chiesa di San Giovanni a Carbonara, a Napoli, un monumento spettacolare la ricorda ancora oggi, nel mausoleo a Ladislao di Durazzo.

In una grande nicchia, formata da archi, con sei statue sedute, si trova, infatti,  la scultura, “Ladislao e Giovanna con corona”, opera di Andrea Nofri, voluta proprio dalla regina.

Entrambi sono seduti, con le insegne del potere: la corona (simbolo insieme di culto e sacralità, di sovranità per eccellenza), il manto regale, lo scettro (simbolo più evidente, insieme alla corona, del potere e della sovranità del re e dell’imperatore) e nella mano sinistra il globo, metafora del potere esteso sul mondo intero.

Giovanna, descritta donna bella e piacente, nella rappresentazione scultorea non ha nulla di leggiadro e affascinante, ma appare donna appesantita, con volto grassoccio, doppio mento, irrigidita nella dignitosa postura regale, forse perché, come annotò Alessandro Cutolo6, lo scultore non ebbe fama di grande ritrattista, oppure, più semplicemente, perché colta nella stanchezza degli anni.

Nelle intenzioni della regina c’era, quasi certamente,  l’idea di far rappresentare e tramandare l’idea del valore della dinastia alla quale apparteneva e del potere regale che, di fatto,  mai esercitò realmente, non perché in balia delle sue passioni amorose, ma perché inesperta, inadatta al governo, arrivando  al potere inadeguata, essendo stata educata a condurre vita di principessa,  e in età non più giovanissima, posta di fronte a gravissime responsabilità, perciò vittima dell’ambiente circostante, degli uomini avidi e scaltri che la affiancarono, e travolta dalle tumultuose vicende del suo regno.

Francesca Santucci

fonte italiamedievale.org

 

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*