Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Giuseppe Marotta (da l’Oro di Napoli)

Posted by on Mag 12, 2017

Giuseppe Marotta (da l’Oro di Napoli)

Napoli, io, certe pietre e certa gente: ecco quanto, forse, si troverà in questo libro.

Nella vita di ogni uomo di penna, narratore, poeta, giullare o quel che è, arriva sempre un momento (che può durare poco o molto) in cui la sua materia decide di somigliarli, rivelandosi esclusivamente composta di fatti e di volti che gli appartennero o che  lo sfiorarono.

Ho vissuto molti anni lontano dal mio paese, volendo segnalarmi nel mondo della carta stampata, assai più accessibile dal Nord; d’improvviso Napoli e la mia giovinezza e persone e vicende che l’abitarono o che vi si affacciarono appena si sono messi a chiamarmi proprio con un’insistenza da gente dei vicoli partenopei, tenera e perentoria: o meglio mi hanno fatto sapere che non c’eravamo separati mai, che sempre le avevo portate con me.

E il mio mare? Eccolo che va e viene sulla sabbia di San Giovanni, di Bagnoli, di Pozzuoli: la spiaggia si abbuia e si rischiara per questo alterno afflusso di umidità come una fonte pensosa: più al largo certe zone d’acqua appaiono ugualmente meditabonde, di un denso azzurro, mentre altre ridono con bianche spume palpitanti come gole di uccelli.

E’ in quest’acqua lieta, non in quella imbronciata, che bisogna inzuppare i taralli. Si tratta di ciambellette con strutto e pepe, localmente famose, alle quali la salsedine marina conferisce un sapore anche più allegro, persuasivo, starei per dire ondulante come il moto stesso della barca.

I taralli si mangiano appunto in canotto, abbandonando i remi, fissando per esempio le case di Mergellina che fremono e pulsano come se fossero dipinti su una camicetta.

Ora un mare che si è mangiato tante volte nei taralli, nei molluschi e nei crostacei più complicati ed eccitanti, qualcosa deve aver lasciato nel nostro sangue.

Certi giorni basta uno scroscio di fontana, una fuga di nuvole, un soffio di scirocco, a far battere questo mare nei nostri polsi, mentre le dita istintivamente si incurvano come sulla impugnatura di un remo.

Lo sappiamo a memoria questo mare, conosciamo i suoi schiaffi e le sue carezze, lo abbiamo sentito gridare e bisbigliare; dietro il Vaporino di Capri si srotolava e ferveva come lo strascico di una sposa; era domestico e cordiale come acqua di Cisterna, lo portiamo con noi dovunque come tatuato sul petto, con scogli e sirene.

Mare e vicoli e gente della mia giovinezza mi hanno fatto scrivere questo libro.

Giuseppe Marotta, L’Oro di Napoli (introduzione)

 

fonte

identitainsorgenti.com

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