Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

I Briganti del Piemonte

Posted by on Mar 12, 2017

I Briganti del Piemonte

Questo libro li informerà sulle “imboscate,sparatorie,torture,rapine,omicidi efferati…Non è il selvaggio West ma il selvaggio Piemonte preunitario(quello che doveva mangiarsi l’Italia foglia a foglia e metttersi alla testa del movimento di unificazione,n.d.a.),dove scorrazzano delinquenti isolati e bande di fuorilegge che non hanno nulla da invidiare,se non la fortuna storiografica,a quelli in azione nel Meridione.Dal crepuscolo del regno di Sardegna all’arrivo delle baionette francesi,fino alla Restaurazione e agli albori dell’unità d’Italia,è un susseguirsi di briganti pronti a lavorare di coltello per mettere le mani sul bottino di vittime occasionali”.Ovviamente costoro non destarono l’interesse dello pseudoscienziato torinese Cesare Lombroso,perchè lui,per elaborare la propria teoria pseudoscientifica dell’uomo delinquente,studiava soltanto le dimensione dei crani dei briganti meridionali,attenendosi alla fisiognomica,disciplina pseudoscientifica di antichissime ogirini.Il lettore avrà notata l’abbondanza di pseudo in queste righe,ma ricordi che sono inquadrati nel più ampio contesto del colossale pseudo dell’unificazione della penisola,come del resto lascia capire il titolo di questa Sezione.

Dopo tutti questi autorevoli giudizi,anche recentissimi,passo a dire le cose come le vedo io,da napoletano in esilio.

A questo argomento ho dedicato buona parte dei miei studi, spinto dalla mia napoletanità e dall’amore della verità.Quindi sono non solo informato,ma soprattutto documentato,come i tanti altri,ormai sempre più numerosi (a dispetto di quanti vogliono negare anche l’evidenza dei documenti), che su questo argomento hanno scritto,nel tempo,una gran mole di testi,ovviamente aborriti dalla più parte degli “storici” accademici,quelli che per definizione,sono considerati storici,mentre invece sono soltanto sedicenti storici,prezzolati estensori della vulgata risorgimentale ufficiale,che hanno ottenuto la cattedra o dai loro confratelli massoni o dai loro compagni comunisti.

Da questa introduzione il lettore può già facilmente capire sia come la penso sia dove andrà a parare tutto il mio discorso,che non prende,quindi,le mosse dai libri di scuola o dai ponderosi testi universitari e specialistici,ma si rifà ai fatti,quelli veri,cioè le cose che successero già da prima del famigerato 1860.

Secondo la secolare politica bellicista di casa Savoia,l’ “l’Italia è un carciofo che bisogna mangiare foglia per foglia“(attribuito da alcuni a Vittorio Amedeo II, da altri a Carlo Emanuele III suo figlio,ma secondo il FUMAGALLI [cfr.G.Fumagalli,Chi l’ha. detto?, 7ª ed.; Milano, Hoepli, 1921, p. 414-415] la paternità del motto si deve restituire a Carlo Emanuele I).Chiunque sia l’autore di cotanto detto dimenticò che alcune qualità di carciofo hanno le spine e,quindi,bisogna essere guardinghi quando li si maneggia e mangia,altrimenti si rischia di fare la fine di Vittorio Emanuele III o del suo pronipote ballerino di cui è perfino inutile riportare il nome chè non ha nulla a che fare con la storia.

Infatti,i prodromi di tutta questa squallida vicenda che va sotto il pomposo nome di “unità d’Italia” vanno ricercati già negli anni ’30 del XIX secolo,e precisamente nel 1831.Si tenga comunque presente che Ferdinando II di Borbone,nato nel 1810,era salito al trono appena il 7 novembre 1830.

Oltre alle mie modeste considerazioni,seguono gli scritti,documentati,di studiosi contemporanei che la sanno più lunga di me e ai quali volentieri mi rifaccio e cedo la parola.

Correva l’anno 1831, che segnò la fine definitiva dei moti carbonari. L’entusiasmo provocato dall’attivismo del giovane re accese le speranze del movimento liberale italiano, tanto che gli fu offerta la corona d’Italia: «in un congresso del partito liberale riunito a Bologna, si offrì, per mezzo del giovane esule calabrese Nicola del Preite, a Ferdinando di Napoli, la corona d’Italia, ch’egli non accettava, per non sapere che cosa fare del Papa, e tenne sempre fede al segreto al De Preite, volle che nel regno ritornasse, e spesso il rivedeva con speciale benevolenza. Certamente fino al 1833 nessun principe italiano aveva dato ragione ai liberali come Ferdinando II; se egli avesse voluto, la storia d’Italia mutava, ma egli non sentì il palpito dell’italianità, volle rimanere re assoluto, indipendente da tutti, anche dall’Austria” (daFerdinando II di Borbone di Alfonso Grasso; e da Nisco Nicola, Storia del reame di Napoli dal 1824 al 1860, Napoli, 1908, vol. II, p. 27-28).

Da allora cominciarono tutti i guai non solo di Ferdinando II,ma del Regno delle Due Sicilie e dei meridionali tutti,perchè dietro quell’offerta c’era la massoneria mondiale,con sede a Londra,che disponeva l’andamento della storia del mondo e che ancora oggi in tandem,London-New York,decide i destini del mondo sotto tutti i punti di vista:politico-economico-finanziario,socioculturale,militare.(E decide anche se dobbiamo credere o no agli UFO!),

Va anche detto che la medesima offerta fu fatta (ovviamente sempre in gran segreto!) al re di Sardegna,l’enigmatico Carlo Alberto,nato nel1798 e salito al trono il 7 aprile 1831. Con la sua accettazione cominciarono tutti i guai degli italiani.

Ma ritorniamo a Ferdinando II. In politica estera Ferdinando cercò di mantenere il Regno fuori dalle sfere di influenza delle potenze dell’epoca. Tale indirizzo era concretamente perseguito pur favorendo l’iniziativa straniera nel Regno, ma sempre in un’ottica di acquisizione di conoscenze tecnologiche che consentissero, in tempi relativamente brevi, l’affrancamento da Francia ed Inghilterra; il che rese il sovrano (ed il Regno) inviso agli altri Stati europei e politicamente isolato.Va bensì esplicitato che nel 1816il Governo britannico si era fatto concedere da Ferdinando I il monopolio dello sfruttamento dello zolfo siciliano (il 90% della produzione mondiale) dietro un pagamento quasi irrisorio.Ricordiamo che lo zolfo era una materia d’importanza strategica, con la quale si produceva la polvere da sparo; detenere il suo monopolio significava dominare una fonte essenziale per la guerra.Ferdinando II, deciso a ridurre la tassazione attraverso l’abolizione della tassa sul macinato, gabella invisa alle classi disagiate, decise di affidare il monopolio ad una società francese che concedeva un pagamento più che doppio rispetto all’Inghilterra: questa misura innescò la cosiddetta “questione degli zolfi”.

Il Primo Ministro britannico,Parlmerston,mandò subito una flotta militare davanti al Golfo di Napoli, minacciando di bombardare la città.Ferdinando II tenne duro, preparando la flotta (all’epoca assai sviluppata) e l’esercito alla guerra. La guerra fu sfiorata,ma evitata grazie alll’intervento di Luigi Filippo re dei Francesi: il re dovette rimborsare sia gli inglesi che i francesi per il presunto danno arrecato (da Wikipedia, Regno delle Due Sicilie; e da Agli inglesi il monopolio dello zolfo siciliano – 24 settembre 1816; e Il Regno delle Due Sicilie prima dell’unità [seconda parte] in Positano News, 14/11/2009).

La “questione degli zolfi“,scoppiata nel 1836, rappresenta un nodo quasi cruciale,sia perchè con essa ha inizio un lungo contenzioso con la grande Inghilterra imperialista e massonica sia perchè contribuisce a far mettere in luce un personaggio che avrà un’importanza decisiva nelle sorti del Regno delle Due Sicilie,l’ avv.Liborio Romano.Ma vediamo come sintetizza,da par suo,questa vicenda Carlo Alianello: “Fin dal1816 vigeva tra Londra e Napoli un trattato di commercio, dove l’una nazione accordava all’altra la formula della “nazione piú favorita”. Subito ne approfittarono i mercanti inglesi per accaparrarsi l’intera, o quasi, produzione degli zolfi, allora fiorente in Sicilia. Compravano per poco e rivendevano a prezzi altissimi. Di questo traffico poco o nulla si avvantaggiava il Reame e meno ancora i minatori e i lavoranti dello zolfo. Ferdinando II volle reagire a questo sfruttamento, tanto piú che, avendo sollevato la popolazione dalla tassa sul macinato, aveva bisogno di ristorare le casse dello Stato in altro modo. Fece perciò un passo forse audace: diede in concessione il commercio degli zolfi a una società francese (Taixe Ayard, ndr) che lo avrebbe pagato almeno il doppio di quanto sborsavano gli inglesi. Dies irae:Palmerston nel 1836 mandò la flotta nel golfo di Napoli, minacciando bombardamenti, sbarchi e peggio. Ferdinando II non si smarrí, e ordinò a sua volta lo stato d’allarme dei forti della costa e tenne pronto l’esercito nei luoghi di sbarco…”. Nella vicenda si inserisce don Liborio, che difende le “ragioni” dell’Inghilterra contro la politica economica del Re. Il Romano aveva tra i suoi clienti un certo Sir Close, che durante la controversia col governo di Napoli era stato scelto dal Palmerston per curare gli affari inglesi. Il Close scelse come patrocinatore il Romano. Il Romano, invece di consigliare al suo cliente, per ragioni di imparzialità, un arbitrato internazionale da svolgersi in un paese neutrale “compose una memoria in cui si opponeva con forza al nuovo contratto sostenendo le sue ragioni con tanto vigore che la polizia ne vietò la stampa” (Guido Ghezzi, Saggio storico sull’attività politica di Liborio Romano, Firenze, Le Monnier, 1936).

Nell’inverno del 1835 il fratello di Ferdinando II, il principe di Capua, s’innamorò di una bella Irlandese di nome Penelope Smith (cfr. Acton 1962: 115). Al compleanno del re informò Ferdinando II dei suoi progetti di matrimonio. Ferdinando II con tutta chiarezza gli annunciò che non approverebbe mai acconsentito ad un matrimonio con una borghese (cfr.ibid.: 116). Dopo un forte scontro, il principe di Capua fuggì con la sua futura moglie. Il 12 marzo 1836 Ferdinando II emanò un decreto,in base al quale nessun membro della famiglia reale, senza il suo permesso, potesse lasciare il paese e che un matrimonio senza la benedizione del re sarebbe da considerarsi nullo (cfr. ibid: 117). Il re giustificò il suo modo di agire, col fatto che doveva esercitare l’autorità necessaria per salvaguardare lo splendore del trono nella sua purezza (cfr. ibid.). Temple scrisse a suo fratello Palmerston il 4 aprile 1836: anche se fosse stato celebrato un matrimonio legittimo di fronte alla Chiesa Cattolica, esso resterebbe privo di valore per quanto riguarda i diritti civili e politici, di modo che Miss Smyth non potrebbe portare ne il titolo ne il nome del Principe Carlo, e i loro figli non verrebbero considerati come appartenenti alla famiglia reale…” (cfr. ibid:118). Nel frattempo Carlo aveva sposato Penelope a Grettna Green. Ma Ferdinando II rimase fermo nella sua decisione. Più tardi intimò che considerasse il matrimonio come “la la main gauche“, che rinunciasse al suo titolo e che andasse in esilio a Brünn (cfr. ibid.: 122). Palmerston si schierò dalla parte del principe e sua moglie per trarne vantaggio politico (cfr. ebd.: 123). Mise sotto la sua protezione il principe rifugiato in Inghilterra (cfr.Curato,1989: 42). Per i numerosi napoletani in esilio, il principe divenne simbolo vivente di una vittima del dispotismo (cfr. Acton 1962: 388). Il fatto che Palmerston seguisse obiettivi personali e politici, diventa più chiaro nel contesto che in Inghilterra esistesse e tuttora esiste un Royal Marriage Act. Il New York Sun spiega la logica che si nasconde dietro tutto questo: “Quando l´Inghilterra e il popolo inglese accusano qualcuno di un delitto che essi stessi compissero bisogna suonare le campane di allarme. Soprattutto quando parlano di moralità vuol dire che c´e qualche annessione in vista” (De Biase 2002: 61). Actoninterpreta il sostegno del Principe di Capua come un insulto a Ferdinando II (cfr.Acton1962:143). Il Principe di Capua visse in seguito a Londra dove accumulò una montagna di debiti. Palmerston pretese che il re estinguesse i debiti che ammontavano a 36.000 ducati(cfr.ibid.: 144). In numerose filippiche Palmerston sostenne la richiesta che Penelope Smith ricevesse il titolo di principessa perché in effetti voleva solo essere “la moglie del proprio marito” (cfr.ibid.: 148). Inoltre Palmerston s’impegnò affinché il Principe di Capua ricevesse mensilmente 4000 ducati. Palmerston accusò Ferdinando II di non aver mai reso pubblico il testamento di suo padre e che si sarebbe appropriato di nascosto dei beni lasciati in eredità a Carlo (cfr. Campolieti 2002: 227). La tattica di Palmerston consisteva nel fomentare sempre di più l’odio tra i due fratelli (cfr.ibid.). Il Principe di Capua divenne emblema della propaganda antiborbonica (cfr. ibid.). In che modo Palmerston strumentalizzò l’accaduto s’intende dalle sue dichiarazioni sproporzionate verso il deputato napoletanoVersace: “Stia attento il suo re! Ha lasciato alla mercè di tanti desideri insoddisfatti, e delle pretese dei tanti creditori, il principe Carlo. E suo fratello si vendicherà. Si dichiara pubblicamente vittima dell´insensibile congiunto, farà scrivere e rilevare cose, anche false, che metteranno contro Ferdinando tutta l´opinione pubblica internazionale “.

Come puntualmente accadde!

Mio commento personale a tutto questo:questa è l’Inghilterra,quella che ora si è ridotta alle sceneggiate matrimoniali mediatiche.Verrà anche il suo momento in cui pagherà il dovuto per il male perpetrato per secoli,politicamente e massonicamente!

I PLEBISCITI

Ferdinando, venutosi a trovare tra due fuochi, cedette e annullò il nuovo contratto, ma dovette pagare i danni. Leggiamo ancora Alianello: “Pareva dovesse scoppiare la scintilla da un momento all’altro. Ci si mise fortunatamente di mezzo Luigi Filippo e la Francia prese su di sé la mediazione. Il risultato fu che lo Stato napoletano dovette annullare il contratto con la società francese e pagare gli inglesi per quel che dicevano d’aver perduto e i francesi per il mancato guadagno. E’ il destino delle pentole di terracotta costrette a viaggiar tra vasi di ferro. Chi ci rimise fu il povero regno napoletano; ma l’Inghilterra se la legò al dito come oltraggio supremo“.

Ecco come si mise in luce il massone Liborio Romano, l’uomo che nel 1860 condurrà alla rovina il Regno delle Due Sicilie, con la scusa di voler evitare la guerra civile a Napoli.

Il cosiddetto Risorgimento italiano “non fu che un episodio dell´imperialismo inglese” (Antonio Nicoletta, “E furon detti briganti”.Mito e realtà della ‘conquista’ del sud“,2001,p.49).

La verita sugli uomini e sulle cose del Regno d’Italia / rivelazioni di J.A. agente segreto del conte Cavour; a cura di Elena Bianchini Braglia;presentazione di Walther Boni.Sulla copertina l’autore risulta essere Filippo Curletti; mentre per A. Savelli in Archivio storico italiano,1911,p. 222, l’opera è frutto della collaborazione di Curletti e Griscelli.

fonte

italozamprotta.it

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