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I fratelli nemici di Alessandria d’Egitto di Alfredo Saccoccio

Posted by on Gen 16, 2018

I fratelli nemici di Alessandria d’Egitto di Alfredo Saccoccio

Sono due uomini, ugualmente appassionati, che tutto oppone, si disputano gli scavi del mitico porto egiziano. Il primo, Franck Goddio, secco come un chiodo, esile e lungo come una murena, aveva tutto per riuscire (era anche già riuscito) nel consiglio economico e finanziario a livello internazionale: consulente nel Sud-Est  dell’Asia, per conto delle Nazioni Unite, consigliere del regno saudita e via tracciata verso la Banca mondiale.  Il secondo, Jean-Yves Empereur, sagoma rotonda reinquadrata da bretelle, un panama come indispensabile strumento di lavoro sugli scavi con 40° C. all’ombra, ellenista, ex membro della Scuola d’Atene, una cernia dell’antico.

Questi due non avrebbero senza dubbio mai dovuto incontrarsi ed ancora meno ad Alessandria. Però, quando Frack Goddio, nel 1984, prende un anno sabbatico per fare il punto sull’orietamento  che vuole dare alla sua vita, questo marinaio appassionato di storia e d’archeologia si reca molto naturamente in questa città-porto mitico, che gli Egiziani soprannominano, con affetto, “la fidanzata del Mediterraneo”: “Ho incontrato la gente del Consiglio superiore delle antichità, che mi hanno spiegato che delle statue erano ritrovate nel mare e che certe città della costa erano scomparse sotto l’acqua. Ciò mi ha affascinato.”

Egli getta le finanze alle ortiche e si consacra all’esplorazione degli oceani, fondando, nel 1985, il suo Istituto europeo di archeologia sottomarina. Con un colpo di genio : grazie ad un accordo con il Commissariato all’energia atomica, egli ottiene uno strumento a risonanza magnetica nucleare di notevole riuscita.

Nel 1991, eccolo di ritorno in Egitto, dove, da “dilettante” qual è, strappa l’autorizzazione ad esplorare il porto di Alessandria.

Quanto a Jean-Yves Empereur, la sua relazione con la più greca delle città egziane data dalla sua tesi

di dottorato. Egli dirige ora il Centro di studi alessandrini (CEAlex), una unità mista di servizi del CNRS, che ha aperto nel 1990, dopo dodici anni passati in Grecia. Il CEAlex è innanzitutto tenuto a praticare scavi detti di salvataggio o d’urgenza, cioè passare al crivo archeologico dei terreni destinati alla costruzione di immobili o di infrastrutture, prima che i bulldozers entrino in azione. Il compito è tanto più palpitante in quanto gli strati alessandrini si sovrappongono come un modello di mille scavi : dalla magnifica città macedone disegnata da Alessandro Magno e dal suo architetto, Dinocrates, nel 331 a. C., alla città moderna, si legge come in un libro  le ere  romana, bizantina, araba ed ottomana, con anche, talvolta, il breve episodio francese, scritto da Napoleone Bonaparte tra il 1798 e il 1801.

Jean-Yves Empereur conosce la sua Alessandria sulla punta delle dita e non c’è niente di stupefacente nel fatto che Franck Goddio si rivolga a lui agli inizi degli anni Novanta, quando vi giunge per stabilire la topografia sottomarina del porto, dove si è sprofondata una parte della città  antica, dopo differenti sismi. La posta in gioco storica  è considerevole. Troppo senza dubbio perché l’associazione tra l’archeologo patentato e l’archeologo dilettante vi sopravviva. Di più, Jean-Yves Empereur non ha lezioni da prendere sottàcqua: egli ha scavato, sotto la direzione dei precursori francesi  André Tchernia e Patrice Pomey, il relitto romano della Mandrague di Giens, e ha rinnovato l’esperienza durante i suoi anni greci. Infine, le divisioni ancestrali degli egittologi francesi vanno a ricalcarsi sul progetto.

Quando Franck  Goddio scopre che il CEAlex si tuffa, senza di lui, ai piedi del forte di Quitby, piccolo bastione che domina l’ingresso del Portus Magnus antico, esplode la collaborazione. “Ci si è adirati molto fortemente” riassume egli senza voler dare più particolari, mentre, da parte sua, Jean-Yves Empereur non vuole neanche affrontare l’argomento.  Gli Egiziani sono più furbi, i quali conservano i loro due ferri al fuoco, disponendo ormai di due squadre sperimentate non costando a loro niente.  Di anno in anno, i permessi di scavi sono rinnovati ai fratelli nemici di Alessamdria, che hanno effettuato la loro piccola Yalta : a Goddio l’interno del porto, all’Empereur  il sito di Quitbay, all’esterno.

Il primo sembra di aver portato via il più grosso pezzo.  Le sue campagne di cartografia e di scavi sottomarini hanno disegnato i contorni di un insieme complesso . nel Portus Magnus c’è un grande porto romano del II e del III secolo.Egli aveva caratterizzato i contorni della costa antica e delle grandi strutture. La sistemazione portuale era di una bellezza e di una potenza eccezionali : sulle carte si vedevano i differenti porti, le banchine, le dighe, i moli, i cantieri navali. Tutto è ben costruito, benpensato con uno spirito estetico e logico, tutto risponde in maniera molto maliziosa alle eigenze della meteorologia, del vento, del mare. A ciò si aggiungono resti di templi e di palazzi.

Tuttavia, quando si evoca Alessandria, la più grande città del mondo greco, non è questo insieme portuale, sì magnifico sia, che calamita lo spirito, ma una delle sette meraviglie del mondo, il Faro. Lanciata da Tolomeo I, ex generale di Alessandro Magno, che diviene re d’Egitto alla morte di quest’ultimo, la costruzione di questo monumento dura dal 297 al 283 a. C.. Eretta sull’isola di Pharos, che gli dà il proprio nome, questa torre, alla sommità della quale un fuoco alimentato in permanenza guida i marinai, conta tre piani e misura 135 metri di altezza, ossia pressappoco  tanto quanto la Grande Piramide di Gizeh, quella del faraone Cheope, o i due terzi della torre Montparnasse.

Fatto di una pietra bianca luminosa, il Faro, che riprende nelle sue proporzioni  gli ideali geometrici platonici, non sta sfortunatamente per restare ideale per molto lungo tempo. Il 21 luglio del 365, in seguito ad un sisma che è stato sentito dalla Sicilia al Libano, il mare si è ritirato dal porto, poi un maroso di 20 metri di altezza ha portato via le navi sulle terrazze delle case. Non si sa in quale misura questo tsunami ha colpito il Faro, ma è l’inizio di una serie di terremoti e di ricostruzioni che durerà mille anni.

Da fenditure a crolli, la meraviglia del mondo non è più che una rovina nel XIV secolo. Il grande geografo arabo Ibn Battuta, considerato una delle più suggestive figure di viaggiatore che ebbe l’Islam, che viene ad Alessandria nel 1349, vede il Faro e constata che “il suo stato di rovina (è) tale che non (é) oiù possibile entrarvi né di arrivare alla porta che dà accesso”. I cronisti riportano (ma dicono il vero?) che nel 1477 il sultano Qaitbay riimpiega il luogo facendovi costruoire un fortino. Tutto quello che è crollato nell’acqua, in compenso, resta preservato.

Quando la squadra del CEAlex si immerge per la prima volta, è  stupita da questo enorme sito di 1,3 ettaro  disseminato di migliaia di elementi architettonici ammucchiati, incastrati, di blocchi, di fusti di colonne e di statue. Non è  proprio una scoperta, poiché il tutto era stato già descritto dal tuffatore egiziano Kamal Abou el- Saadat e dall’archeologo britannico Honor Frost. Il luogo, però, è minacciato, poiché, per proteggere il forte di Qaitbay dagli urti del mareggio, si è iniziato a rovesciare ai suoi piedi cubi di calcestruzzo di 20 tonnellate ciascuno.Avendo convinto gli Egiziani che il sito era importante e meritava scavi approfonditi, Jean-Yves Empereur e i suoi si mettono al lavoro. Primo impegno: togliere 180 blocchi di calcestruzzo. Occorre poi fare la cartografia di un cantiere grande come due terreni di football.

Per situare ogni elemento, il CEAlex è ricorso ad un acquametro, un apparecchio di topografia acustica : su ogni elemento da localizzare, si pone un verificatore che invia un segnale sonoro verso  una base-origine. Questo permette di registrare le distanze e gli angoli, poi di ricostituire molto precisamente su una carta la disposizione degli elementi sommersi. Finora, sono stati registrati circa tremila blocchi. L’operazione  seguente consiste nel disegnare questi blocchi, nel misurarli, nell’individuare le rotture allo scopo di poter poi, a terra, ricostituire dei pezzi del grande “puzzle”. Per far ciò, certi elementi sono rimontati alla superficie grazie a palloni, mentre altri (dopo essere stati debitamente catalogati) sono sistemati in parkings sottomarini. Ciò consente di attaccarsi agli strati inferiori.

E, in questo caos petroso, è apparsa una parvenza d’ordine. Gruppi di statue e, soprattutto, la modanatura di una porta. Non importa quale. Una porta della misura di circa 12 metri di altezza e 5 di larghezza. Una delle due porte del Faro, secondo l’architetto del CEAlex Isabelle Hairy. Le statue di sovrani come le sfingi ritrovate nel mare evocano piuttosto un tempio. Il Faro è una costruzione utilitaria. Ci si permette di dire che questi sono blocchi del Faro senza prove. Orbene occorrono pezzi epigrafici per identificare un sito. Crediamo che le vestigia del Faro sono più afd ovest, sotto la diga, sotto blocchi di calcestruzzo.

Jean-Yves Empereur, che non è alla sua prima tenzone sull’argomento, crede di detenere il controargomento che uccide : riprendendo gli studi di Isabelle Hairy, egli spiega che il primo piano del Faro conteneva “due statue colossali, quella di Tolomeo I da faraone e quella della sua sposa  Berenice I da Iside. Sulle basi di queste statue, c’è una ghirlanda floreale funeraria. Tolomeo II aveva istituito un culto in onore del padre : il Faro era dunque anche un cenotafio.” Di più, nessun altro monumento avrebbe potuto permettersi un tale gigantismo : i tre elementi della modanatura, in granito di Assuàn, di qualità pregiata, pesano circa 70 tonnellate ciascuno. Infine, sondaggi effettuati nel forte di Qaitbay mostrano che esso è stato costruito su un immenso sito antico. Il Faro, sempre lui, ritorna da candidato più probabile.

Che  sia da questa parte del Portus Magnus o dall’altra, esplorata da Franck Goddio, è un’Alessandria fastosa, gloriosa, che rinasce dai flutti  grazie alle esplorazioni. L’era tolemaica, che è stata per lungo tempo qualificata crepuscolo dell’Egitto antico, si rivela essere un periodo inventivo in cui soffiano l’estetica, l’intelligenza e uno spirito sincretico. Ne avremmo avuto la stessa immagine senza la rivalità astiosa e glaciale che esiste tra Jean-Yves Empereur e Franck Goddio ?  No, di certo.

Tutti e due ci mettono un punto d’onore nel perseverare nell’Alessandria inghiottita, anche se non si tratta più, ora, del loro tema prioritario. Il primo crolla sotto le proposizioni di scavi di salvataggio, di cui deve, per il suo grande rimpianto, rifiutare la maggior parte, in mancanza di mezzi. Quanto al secondo, grazie alla manna, non calcolata, del suo mecenate, la fondazione Hilti, emanazione filantropica del fabbricante di macchine-utensili, si è legato a due altre città egiziane antiche  giacenti in fondo al Mediterraneo, Canopo ed Heraklion. Egli montò, nel luglio del 2006, un’esposizione al Museo Martin-Gropius-Bau di Berlino, che rese folle di gioia la maggior parte degli archeologi; mostra rimontata, nel dicembre dello stesso anno, a Parigi, al Grand Palais.

Malgrado le sirene li chiamino altrove, i fratelli nemici non abbandonano la presa nelle acque alessandrine. A ragione di due campagne per anno, le due squadre lavorano ad alcune centinaia di metri, luna dall’altra, ignorandosi superbamente. A Jean-Yves  Empereur restano centinaia di blocchi da inventariare. E gli Egiziani vogliono rimettere in piedi la sua porta del Faro, che diverrebbe una “porta del dialogo” aperta sul Mediterraneo, un crocevia di civiltà come la città lo è sempre stato. Quanto a Franck Goddio, se lo si ascolta, egli non è che all’inizio dei suoi scavi : “Cosa resta in  fondo?  Tutto. Ciò che si è fatto non è dell’ordine del per cento. E’ del per mille.”

 

La flotta perduta del generale Bonaparte, nella rada di Abukir

 

Il suo primo tuffo su un sito archeologico, Franck Goddio lo effettua nel 1984 sul relitto dell’ “Oriente”, ispezionato da Jacques Dumas, nella baia di Abukir, nel Delta del Nilo, a 20 km. da Alessandria. Egli si era interessato all’immenso timone della nave e, avendo pulito quel bronzo, lesse “Delfino Reale n° 16”. Egli si era detto che non era la buona barca ed era molto seccato quando ne ha parlato a Jacques Dumas, che, al contrario, ne era rapito, poiché “Delfino Reale”  era…il primo nome dell’ “Oriente”.

Ma che fabbrica,   nelle acque egiziane, questo vascello di primo rango, di 120 cannoni, uno dei più                 importanti della sua epoca ? Per comprenderlo, occorre risalire a due secoli indietro, nel 1798. La Francia rivoluzionaria non ha più che un solo nemico, Albione, ma tanto la prima è una potenza continentale, quanto la seconda  è temibile sugli oceani. Invaderla dal mare, come lo progetta il generale Bonaparte, è lungi dall’esserlo semplice. Questi ritorna ad un vecchio progetto di Choiseul, il ministro di Luigi XV, di fare una campagna d’Egitto, con l’idea di tagliare una delle strade delle Indie.

Bonaparte aggiunge a questa campagna d’Egitto un immenso risvolto scientifico che farà la sua fama.

Una flotta importante di più di 200 navi è rapidamente mobilitata, protetta da una squadra di 13 bastimenti da guerra, diretta da François Paul de Brueys d’Aigalliers. Strada facendo, Napoleone prende Malta e il suo tesoro. L’ammiraglio Horatio Nelson insegue i Francesi, ma li manca e giunge due giorni prima di essi ad Alessandria. Egli torna sui propri passi e manca di nuovo la flotta inviata dal Direttorio. Quando Bonaparte giunge in Egitto, sa che gli Inglesi lo cercano. Egli decide di sbarcare immediatamente e prende Alessandria senza colpo ferire. Però resta il problema della squadra, poiché i piloti egiziani dicono che non si può  farla rientrare nel porto, perché non c’è abbastanza pescaggio. Dove la si mette ? Essa si ritrova lì vicino, nella rada aperta d’Abukir, dove è tenuta ad attendere che si sondi il porto di Alessandria per trovare un passaggio.

E’ una scelta catastrofica, a più titoli. Il sito è lontano dalla costa e l’approvvigionamento difficile; i migliori marinai  sono stati presi dalla flotta del Nilo; nel corso delle settimane, si sfalda la disciplina e gli ufficiali non si intendono. Solo strategia mantenuta : se c’è battaglia,  la si ingaggerà alla fonda. Per far ciò, ci si attaccherà agli alti fondali, su una linea, e  si incateneranno le navi, le une alle altre, per impedire la tattica preferita da Nelson, che consisteva nell’infiltrarsi tra le navi. Quando l’ammiraglio inglese giunge, il 1° agosto 1798, poco dopo mezzogiorno, i Francesi si fanno sorprendere ed una parte dei marinai non è a bordo. Nelson 14 vascelli e pressappoco 1.OOO cannoni, mentre Brueys dispone di 13 vascelli e di 4 fregate, per un totale di 1.182 cannoni.

I Francesi sono a priori più potenti in numero e in calibro, ma hanno commesso un altro errore, fatale. La loro testa di linea è situata troppo lontano dalla costa.. Nelson vi invia parecchie navi dotate di un più debole tirante d’acqua, che aggirano la flotta francese. Presa tra due fuochi, questa non ha alcuna possibilità. E’ una strage, un macello. Come in esercitazione, gli Inglesi discendono lungo la linea ed attaccano le navi nemiche, l’una dopo l’altra. Si produce allora un avvenimento eccezionale : il fuoco colpisce il deposito delle polveri dell’immenso “Oriente”, che esplode.

Gli scavi condotti da Franck Goddio l’hanno convinto che non c’era stata una, ma due esplosioni : secondo quello che si ritrova sotto l’acqua, la poppa è innanzitutto stata polverizzata, ciò che ha spinto la nave verso l’avanti, su una trentina di metri, poi  c’è stata una seconda esplosione gigantesca  davanti. Dirimpetto alla deflagrazione, parecchie navi tagliano in fretta le loro ancore, la cui postazione sottomarina dà ora un’immagine del combattimento nel suo momento più tragico. Sarà la vittoria più sfolgorante di Nelson poiché solo due vascelli e due fregate francesi riusciranno a scappare.

Essendo morto Jacques Dumas nel 1985, prima di aver potuto terminare il suo lavoro sulla flotta perduta da Bonaparte, è Franck Goddio che se ne incaricherà nel corso degli anni Novanta, quando andrà ad esplorare la baia di Abukir, alla ricerca delle città di Canopo e di Heraklion. Egli nota del resto che gli alti fondali responsabili della sconfitta non sono altro che le terre antiche che si sono sprofondate sotto la superficie del mare : “I Francesi hanno perso a causa di Heraklion”, riassume egli.

I resti dell’ “Oriente” sono dispersi su quasi un chilometro quadrato. Numerosi oggetti sono stati riportati su, particolarmente delle armi, una stamperia con i suoi caratteri in piombo, come numerose monete, spesso in oro : monete francesi del vecchio regime, ma anche monete ottomane, veneziane, spagnole o portoghesi. Ciò lascia pensare  che il famoso tesoro di Malta era, almeno in parte, restato sotto l’illusoria protezione di 120 cannoni.

 

Alfredo Saccoccio

 

 

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