Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

I LUOGHI DEL CUORE E I LUOGHI DELLA MEMORIA

Posted by on Giu 20, 2017

I LUOGHI DEL CUORE E I LUOGHI DELLA MEMORIA

.Anche queste sono le nostre radici.

Obiettivo primario delle varie associazioni identitarie e dei gruppi di storici revisionisti, strettamente legato al desiderio di ristabilire la verità intorno a persone o fatti verso cui la storiografia di regime – fenomeno comune a tutte le epoche e a tutte le latitudini – è stata poco obiettiva, è quello di recuperare la memoria delle proprie origini e di riappropriarsene, affinché la generazione attuale e quelle che la seguiranno   possano trovare una giusta collocazione nel presente.

L’affermazione appena fatta, che esclude la possibilità di avere e di vivere un futuro “cosciente” non avendo consapevolezza del proprio passato è diventata quasi un luogo comune. L’asserzione, però, non è una semplice enunciazione formulata con lo scopo di dimostrare una teoria, ma si è rivelata come una dichiarazione che, a seguito della fondatezza e dell’ attendibilità dimostrate, può essere assunta come un punto di riferimento molto prossimo alla verosimiglianza.

Nessuno, infatti, vedendo una gigantesca quercia, può negare che essa abbia avuto origine da una piccola ghianda, come nessuno può negare   che tra il gigante finale (che costituisce il presente) e il piccolo seme iniziale (che rappresenta il passato), vi è stata la fase intermedia dello sviluppo, che, con le sue vicissitudini (eventuali tempeste, maltrattamenti o anche il loro contrario), ha fatto sì che si arrivasse proprio a “quella” quercia e non ad un’altra.

Uscendo dalla metafora e non perdendo di vista che la “Storia” non è altro che la sommatoria di tante cronache anche individuali, ritengo che nel “passato” di un popolo siano da comprendere non solo avvenimenti “storici” in senso letterale, ma tutto quanto costituisce il suo vissuto, inteso anche come patrimonio culturale e spirituale, e quindi anche il capitolo rappresentato dal momento ludico. Cultura e spiritualità, infatti, sono elementi strettamente legati alle particolari condizioni di tempi e luoghi che ne hanno determinato il processo evolutivo. In quest’ottica, non mi sembra azzardato considerare “passato” e, quindi, “origini”, “radici”, la descrizione di zone definibili ormai “luoghi della memoria”, perché radicalmente modificati dall’azione antropica o particolari modi di stare insieme, come può essere quello del gioco. Pertanto, anche un luogo maltrattato ed irrimediabilmente devastato da una politica non dico poco attenta, ma completamente incompetente ed irresponsabile può ben essere considerato all’origine della situazione di degrado che ha negato per sempre, a più di una generazione, un futuro sereno ed una vita dignitosa.

In questo contesto, quindi, si possono ben inserire sia i ricordi (che costituiscono la “memoria”, le “radici” di una qualunque epoca), sia i luoghi all’origine di tali ricordi, che ne costituiscono l’ humus nel quale si sono sviluppati i semi che, come prodotto finale del processo, hanno originato la situazione attuale.      E come il terriccio in senso strettamente letterale ha costituito l’humus in cui la ghianda ha potuto dar vita alla quercia, così il gioco ha avuto la stessa funzione per i bambini e gli adolescenti delle generazioni passate. Più o meno con lo stesso intento di recuperare una parte della memoria comune che andava scomparendo, in un mio lavoro precedente, pubblicato nel 2013, avevo dedicato un discreto numero di pagine ai giochi che noi ragazzi facevamo negli anni Cinquanta del 1900. Avevo tralasciato volutamente la descrizione di quei giochi che ritenevo noti alla maggior parte degli ex ragazzi del ’50 e di cui, quindi, non valesse la pena parlarne, evitando, così, quelle che ritenevo inutili ripetizioni (acchiapparello, cavallina, nascondino, mosca cieca, i quattro cantoni, ruba bandiera, campana, biglie, ecc.). Avendo avuto modo di constatare, invece, che l’argomento suscita ancora oggi curiosità in alcuni ed   interesse in altri, e poiché molti di quei giochi sono pressoché sconosciuti alla generazione più vicina agli ex ragazzi del ’50 , cioè ai nostri figli, che pure dovrebbero conservarne un ricordo anche se tenue, perché è improbabile che, durante la loro fanciullezza, uno di noi genitori non li abbia intrattenuti con qualcuno di tali giochi , ho voluto rimediare all’omissione e parlare un poco più dettagliatamente di ciascuno di essi.

E’ da osservare che sia la tecnologia che lo stile di vita, che ultimamente hanno investito ed interessato tutti gli aspetti della nostra quotidianità, hanno ucciso quasi del tutto la fantasia e la creatività, mentre l’azione antropica ha eroso e quasi eliminato gli spazi necessari allo svolgimento di alcuni di questi giochi. Tra l’altro, la generazione odierna, per cui già il computer è considerato alla stessa stregua di un reperto archeologico, svezzata con strumenti che hanno alterato la percezione della realtà, facendo avvertire come reale ciò che reale non è, non ha alcuna colpa se non riesce ad entusiasmarsi per giochi che, senza il ricorso ad alcun congegno, tenevano impegnati gruppi di ragazzi per intere giornate. E’ auspicabile che riportare in vita questi giochi possa servire a costoro per fargli riscoprire le proprie origini, il senso di appartenenza e la funzione aggregante, educativa e formativa del gioco. Per costoro si tratterebbe sicuramente di una vera scoperta, dato che la loro dimensione ludica è caratterizzata da dispositivi dominati dalla freddezza della logica, che escludono a priori il coinvolgimento degli elementi più importanti del gioco: l’inventiva e la fantasia: elementi che invece , ai nostri tempi, costituivano la materia prima, perché erano davvero poche le cose che potevamo possedere. Per cui, in assenza di fantasia, inventiva e manualità, c’erano poche speranze di poter disporre di qualche giocattolo.

Ancora. Mentre prima la funzione del gioco, come primo effetto, aveva quello di favorire la comunicazione, la socializzazione e l’aggregazione, oggi – proprio per l’alterata percezione della realtà generata dai giochi tecnologici – si costituisce un gruppo quasi sempre per portare a segno azioni violente contro soggetti fisicamente o psicologicamente deboli, inermi ed indifesi, giusto per farsi un selfie o postarle su facebook, twitter, i-phone, smart-phone e simili. Con ciò non voglio fare l’apologia degli Anni Cinquanta, sostenendo che i ragazzi e i giochi di allora fossero migliori di quelli di oggi. Dico solo che i giochi di oggi, se possono ancora definirsi così, sono sotto gli occhi di tutti. Quelli di un tempo non ci sono più. Allora riportiamoli in vita per un confronto e obiettivamente stabiliamo, in primis, quale delle due categorie può fregiarsi dell’appellativo di “ gioco “ e poi quale delle due categorie eserciti azione di stimolo per l’inventiva, la curiosità, la manualità, l’ingegno, la fantasia, il movimento, la comunicazione, l’avventura e la socializzazione intesa come contatto umano e per niente simile a quella offerta dal freddo schermo di un telefonino, di un palmare o di un computer.

Per tornare alla condizione degli adolescenti degli Anni Cinquanta, bisogna subito precisare (contemplate ovviamente le possibili eccezioni) che, per disporre di un giocattolo, non c’era alcuna possibilità di entrare in un negozio, indicare col dito il giocattolo desiderato, pagarlo e portarselo a casa. Il giocattolo occupava solo i nostri pensieri e, se volevamo averlo, dovevamo realizzarlo da noi … Ma, non disponendo nemmeno del materiale occorrente, la nostra mente doveva arrovellarsi nel passare in rassegna i luoghi da noi abitualmente frequentati fotografandoli mnemonicamente alla ricerca di quanto occorrente per la realizzazione (legni, chiodi, cuscinetti, viti, pezzi di gomma , canne, rami, spaghi, filo di ferro, ecc.). Individuato il posto e trovati i materiali e gli attrezzi occorrenti, veniva la fase della realizzazione, dove ognuno, in competizione con gli altri, attingendo alle proprie capacità, cercava di dare il meglio di sé per non sfigurare allorché la sua opera si sarebbe trovata giocoforza a doversi confrontare con il lavoro degli altri.

Vediamo allora come si riuscisse a pervenire dall’ideazione alla realizzazione di un giocattolo. Prima di parlare dettagliatamente dei vari giochi e di come venivano realizzati i giocattoli, diciamo che molti giochi erano comuni sia ai maschi che alle femmine, però ce n’erano alcuni che venivano praticati esclusivamente dai maschi ed altri dalle femmine, come ce ne erano alcuni praticati all’ aperto ed altri al chiuso e giochi messi in pratica nel periodo primavera – estate ed altri in quello autunno – inverno.

Tra i giochi prettamente maschili c’erano la lippa , la trottola, le figurine, il pari e dispari, la fionda, l’arco, le freccette, il rimbalzello, la cavallina, l’acchiapparello, il fischietto, la cerbottana, l’aquilone, le pastore, le castelle, i mierchici all’erta, il cerchio, le stufette, il monopattino, il carroccio, il quadrato, il palmo e muro, il palmo e zirracchio, la pista e le sassaiole.

I giochi più indicati per le femminucce erano, invece, la mosca cieca, il ruba – bandiera, i quattro cantoni, il girotondo, le biglie, la campana, l’altalena, il nascondino, lo scupidù, il gioco dei sassolini, l’acqua-fuoco-fuochino, i giochi con la corda, la palla avvelenata.

I giochi esercitavano anche un’altra importante funzione : quella di scandire il tempo e le stagioni. A nessuno infatti sarebbe venuto in mente di lanciare un aquilone nella stagione invernale, notoriamente caratterizzata da piogge e venti violenti o di raccogliersi in gruppo attorno ad una stufetta durante i mesi estivi.

Nel prossimo articolo descriveremo lo spaccato della società degli anni ’50 e poi passeremo a trattare dettagliatamente dei giochi.

Castrese L. Schiano

 

 

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