Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

I luoghi della memoria (settima parte)

Posted by on Set 7, 2017

I luoghi della memoria (settima parte)

GIOCHI INVERNALI (Prima parte)

 

I giochi che si svolgevano in questo periodo erano: le  pastore  con la variante dei  mierchici all’erta,  l’ acchiapparello ,  la mosca cieca, i quattro cantoni, il nascondino,  la trottola, il pari e dispari, la cavallina, il  montone  ( ossia “ l’ammucchiata “, conosciuto da noi con  il nome di  je zomp ‘a cavalier  ), il gioco dei cerchi, il monopattino, il carroccio, le stufette, le figurine, il  trentuno , ecc.

Ovviamente, essendo il gioco non solo figlio del tempo ma anche di tutti gli altri fattori: sociale, climatico e /o geografico, può ben capitare che alcuni giochi che in una zona marittima come quella dove sono nato e cresciuto si praticavano in una certa stagione dell’anno, in zone più interne o addirittura montane si svolgessero in periodi diversi. Dalle nostre parti, quindi,  ai primi di ottobre, quando si annunziavano degli autunni poco clementi, i giochi praticati erano quelli elencati sopra, con una preferenza per alcuni a metterli in pratica nelle ore comprese tra la tarda mattinata ed il primo pomeriggio e per altri dal tardo pomeriggio alla sera inoltrata.

IL GIOCO DELLE PASTORE

 

Il gioco delle pastore, in effetti, era assimilabile al gioco delle bocce, con due varianti: la prima era rappresentata dal fatto che, al posto delle bocce e del pallino, venivano usati pezzi di marmo o mattonelle opportunamente colorati per evidenziare la squadra di appartenenza e per consentire l’ attribuzione dei punti; la seconda variante era rappresentata dal fatto che,  poiché in considerazione della loro forma piatta, questi surrogati delle bocce non potevano rotolare e poiché, come si spiegherà,  il gioco stesso si svolgeva sulla spiaggia, ”fare dei punti” non era proprio una cosa facile, perché, oltre ad avere una buona mira, per togliere il punto all’avversario, bisognava avere una buona forza per far giungere il pezzo di marmo o la mattonella nell’area di gioco posta abbastanza lontano.

Una variante delle pastore era rappresentata dai cosiddetti mierchici all’erta. A differenza del gioco precedente,  questo poteva essere sia a squadre che individuale e consisteva nel colpire  il maggior numero di bersagli avversari che erano conficcati nella sabbia “all’erta”, cioè verticalmente. Si totalizzava un punto per ogni bersaglio o mierco che si riusciva ad atterrare. Solo l’atterraggio, infatti, costituiva la  condizione necessaria per il conseguimento del punto.

Diamo subito conto del perché  questi due giochi si svolgessero sulla spiaggia, e ciò per il fatto che le presenti memorie vogliono porsi come testimonianza dello spaccato di un gruppo sociale e di un determinato periodo storico: la qual cosa   potrebbe rivelarsi utile,  sia  per offrire un quadro delle condizioni di vita del periodo considerato che per far capire che,  proprio in considerazione di tali condizioni sociali,  veniva prestata attenzione anche a cose di scarsa importanza.

E’ vero, infatti, che gli oggetti di questi due giochi erano dei semplici e comunissimi pezzi di marmo o mattonelle,  per procurarsi i quali non bisognava investire alcun capitale, ma l’ accorgimento di usarli su un fondo assorbente, come quello della sabbia, serviva semplicemente a scongiurare che questi si  rompessero impattandosi con un suolo duro. Se non fosse stato adottato tale accorgimento,  essi sarebbero andati in frantumi al primo impatto col suolo … e non sarebbe stato più possibile giocare! E,  prima perché sia i pezzi di marmo che le mattonelle non erano inesauribili poi perché non era proprio immaginabile chiedere dei giocattoli in famiglia, ecco il motivo per cui, ad oggetti di nessun valore,  si prestava un’attenzione che solo la mancata conoscenza di un certo tipo di vita può ritenere eccessiva.

Altro gioco tipicamente invernale e che solitamente, chissà perché, mettevamo in atto nelle ore serali era il montone o ammucchiata o  je zomp(o) a cavalier(e). Esso, precisando che si trattava di un gioco prettamente maschile,  si articolava nel modo seguente:  si formavano due squadre di ugual numero e i due capisquadra eseguivano la conta  per stabilire, dei due gruppi,  quale squadra  dovesse formare il ponte (o andare sotto) e quale effettuare la rincorsa per il salto.  Il capo-gioco del primo gruppo si metteva di  spalle al muro per  sostenere  i compagni che formavano il ponte. Quest’ultimo si formava con tante persone che inclinavano il busto in avanti e poggiavano le mani sulla schiena del compagno che si trovava avanti. I componenti del  gruppo che avevano sortito di saltare invece di “ stare sotto “ ( e questa volta non in senso figurato !) si sistemavano in fila ad una certa distanza,  in attesa del  “ via “, dopo di che   il più agile prendeva la rincorsa  recitando una filastrocca, al termine della quale saltava facendo leva sulle spalle dell’ultimo componente del ponte, cercando di arrivare a gambe divaricate il più lontano possibile o dove riusciva ad arrivare con la sua rincorsa. Riuscire a posizionarsi sulla schiena di quello che costituiva il primo segmento del ponte era importante  perché si doveva lasciare lo spazio necessario anche ai compagni che dovevano saltare per secondi, per terzi, e così via. Questo era il motivo per cui, per il primo salto, si sceglieva il più agile del gruppo. Effettuato il salto, si doveva restare il più a lungo possibile in equilibrio fino a che il gruppo che costituiva il ponte non si dichiarava sconfitto, pronunciando una frase che, tradotta, suonerebbe così  :  << Il cavallo (cioè quello che stava sotto) non ce la fa più>>.  Un espediente per non subire a lungo il peso della squadra avversaria sul groppo era quello di   cercare di fargli perdere l’equilibrio . In caso di cedimento o di dichiarazione di debolezza da parte di quelli che formavano il ponte, il gioco riprendeva senza modifiche, mentre l’ordine dei ruoli delle squadre si invertivano  se i saltatori perdevano l’equilibrio e cadevano  oppure se saltando toccavano terra.

… Ma stavamo parlando della corsa con i cerchi, a proposito della quale occorre fare  una precisazione. Il passaggio da un gioco all’altro, non avveniva perché qualcuno comunicasse che un certo giorno era stato l’ultimo in cui si sarebbe giocato alle pastore ed il giorno dopo sarebbero stati usati i cerchi, o qualcos’altro. Il fatto che ognuno di noi, dall’oggi al domani, si procurasse il necessario per quello che sarebbe stato il nuovo gioco, era come sospeso nell’aria e bastasse solo alzare gli occhi per leggervelo. Sta di fatto che, con inspiegabile sincronia, tutti noi, allo stesso momento, stavamo maneggiando più o meno gli stessi arnesi per realizzare l’attrezzo  necessario per  il nuovo gioco.

IL GIOCO DEL CERCHIO

 

La prima cosa da fare,  ovviamente, era quella di procurarsi un cerchio. I migliori, quelli di “serie A”, erano i cerchi di ferro,  alquanto pesanti , che cingevano i fusti di benzina o di olio minerale; poi venivano i cerchi di Eternit, abbastanza buoni, ma che presentavano l’inconveniente di lesionarsi, fino a frantumarsi, a seguito di ripetute cadute o urti violenti ed infine i cerchi di legno delle botti,  poco usati ,  però, perché nelle curve , o per soffi di vento un poco più forti di un alito, perdevano l’equilibrio e si rovesciavano. Il cerchio manteneva la strada mediante l’utilizzo di uno speciale attrezzo: la martellina.   Quest’ultima consisteva in  un tondino di ferro al quale, ad una delle estremità, veniva creato un occhiello di forma quasi ellittica,  a formare una comoda impugnatura. Ad una ventina di centimetri dall’ altra estremità, il tondino di ferro veniva piegato ad angolo retto e quest’ultimo segmento veniva sagomato sul ginocchio in modo da creare un incavo che costituiva la guida vera e propria del cerchio. La pratica di questo gioco ci faceva addirittura sudare, nonostante il freddo pungente,  Il fenomeno della sudorazione non era legato alla necessità di smaltire calorie superflue. La maggior parte di noi, infatti, da quando si era svegliata, non aveva ricevuto alcun ristoro da caffellatte, biscotti o croissant. A malapena, i più si erano rifocillati con un infuso di orzo in cui era stato intinto qualche pezzo di pane. Eppure bisognava vedere il rosso che imporporava le nostre guance, il colorito della nostra carne per restare meravigliati dall’evidente sproporzione fra calorie ingerite ed energie disponibili.

Sempre in questi periodi,  per sopravvivere al tedio dell’ inverno, erano in vita altri giochi ed attività messi in essere  dalla nostra inventiva e dal nostro spiccato senso di adattare situazioni e cose alle nostre necessità. I più in voga erano: le stufarelle (stufette), il monopattino, il carroccio, le frecce, i ritrattielli (figurine), le castelle, il palmo e muro,  il palmo e zirracchio, il quadrato, lo strummolo (trottola di legno),  la lippa, ovvero  ‘a mazz e pivuz  .

Tutti i giochi  erano rigorosamente autarchici e costruiti esclusivamente da noi, per cui, alla fine, essi mostravano la bravura o i limiti dei piccoli ed improvvisati artigiani che li avevano prodotti. Per la descrizione di alcuni giochi dovrò fare uno sforzo di memoria enorme, perché da bambino non ho trascorso molto tempo per la strada, per cui, almeno per certe regole o per alcune filastrocche (come, per esempio, quella che si recitava nella variante del gioco della cavallina detta “ uno monti la luna”) i ricordi possono dimostrarsi lacunosi se non addirittura inesatti. Chiedo scusa in anticipo per l’eventuale verificarsi di questa possibilità.

LE “STUFARELLE”

Cominciamo con le stufarelle, o piccole stufe e del loro ruolo nella nostra vita di gruppo. Esse venivano ricavate da lattine vuote di olio,  aringhe, concentrati di pomodoro o altro.  Di solito tali contenitori erano di forma cilindrica, ma a volte si trovavano fustini, specialmente quelli dell’olio, dalla forma di un parallelepipedo. Il prodotto finale poteva, così, presentarsi diverso, ma sostanzialmente non v’era alcuna differenza fra quello a sezione circolare e quello a sezione  quadrata o rettangolare.  La stufetta veniva ricavata nel modo seguente:  ad una diecina di centimetri dal bordo superiore, da cui era stato portato via il coperchio, lungo tutta la circonferenza (o lungo il perimetro per i contenitori a sezione quadrata o rettangolare)   venivano praticati dei fori in cui venivano infilati perpendicolarmente dei fili di ferro in modo da creare una griglia. Ovviamente,  disponendo di una rete o di una griglia bella e pronta,  l’ accorgimento di incrociare fili di ferro si sarebbe rivelato superfluo. Il modo di operare, invece, è stato citato proprio perché non potevamo contare su tali risorse e non perché esse mancassero, ma perché venivano usate per operazioni di maggiore utilità. Al bordo inferiore (dove il coperchio era stato lasciato, sia per evitare che la cenere si spargesse per terra, sia per una questione di stabilità della stufetta) veniva praticata un’  apertura che costituiva il foro di aereazione.  Mentre uno del gruppo provvedeva a costruire la stufa, altri andavano sulla spiaggia alla ricerca di noccioli di pesca o carbon fossile per la brace .  Sulla battigia, specialmente dopo le lunghe e violentissime mareggiate invernali, le correnti depositavano (provenienti da chissà dove) notevoli quantità di noccioli di pesche e carbon fossile, sia nella qualità più comunemente nota – quella simile ad una spugna,da noi conosciuta col nome di coke  – sia nella  più compatta, lamellare, liscia e lucida antracite, che noi chiamavamo cardiff :  gli uni e le altre di un ragguardevole potere calorifico.    Una volta acceso il fuoco, da quella improvvisata stufetta si irradiava un gradevole calore, e attorno a questo simbolo tribale, che accendevamo sotto gli androni dei palazzi, si ripeteva la stessa cerimonia che attorno al braciere a casa. Un “capo riconosciuto” prendeva la parola e così si cominciava a discutere e a fantasticare sugli argomenti più disparati.   Quante volte, durante tali fantasticherie e su vascelli costruiti facilmente con parole al posto di alberi,  vele e sartie, ce ne siamo andati in America, in Africa, in Indocina! Gli Indiani d’ America, i Bantù , i Pigmei o altre tribù non avevano segreti per noi! Tanto lo dovevamo all’abbondante letteratura fumettistica circolante all’epoca:  il “Piccolo Sceriffo”,  ”Sciuscià”,  ”Jim Toro”, ” L’uomo mascherato”, “ Cino  e  Franco “,  ”L’intrepido”,   e tanti altri, che nutrirono i nostri sogni ed alimentarono la nostra fantasia.

IL MONOPATTINO E IL CARROCCIO

 

Come per tutti gli altri giochi, anche il monopattino (Fig. 2) dipendeva dalla capacità di ognuno di costruirsi un tale velocipede, per il quale, la prima e più importante operazione era quella di procurarsi due cuscinetti a sfere, materiale facilmente reperibile e dei più svariati  tipi e dimensioni, di cui erano ricchi gli aerei abbattuti durante la Seconda Guerra Mondiale,  che affioravano dalle poco profonde acque del nostro mare.

Il monopattino consisteva in due assi di legno che, a lavoro ultimato,  risultavano disposte in modo da formare un angolo retto. Di queste assi, una – quella anteriore –  era più lunga e costituiva  il manubrio. Sulla parte alta di tale asse, a poca distanza l’uno dall’altro,  venivano inchiodati due manici;  nell’estremità inferiore, al centro, veniva segato e portato via un rettangolino di legno, le cui altezza e larghezza variavano a seconda delle dimensioni del cuscinetto.  Quest’ultimo veniva inserito in un cilindro di legno  ed inchiodato nel vuoto ricavato, poi si prendeva una staffa di ferro con due alette piegate a 90° con un foro per parte  e la si  inchiodava alla tavola di legno appena al di sopra del cuscinetto. In questo modo era pronta la prima metà del monopattino. Per la seconda parte si procedeva nel modo seguente: sul lato che doveva essere inserito nella staffa della prima tavola si inchiodava un parallelepipedo di legno , sulla cui parte frontale era stata collocata un’altra staffa forata, poco più piccola o poco più grande ( era indifferente ) della precedente. Un analogo rettangolino di legno veniva segato e portato via dalla parte posteriore dove, come per la prima asse, veniva collocato un altro cuscinetto. Si mettevano queste due parti l’una di fronte all’altra, in modo che una delle staffe entrasse nell’altra e, attraverso i fori, veniva fatto passare un perno che consentiva alle due parti prima staccate, di formare un insieme snodabile che  consentiva al monopattino di essere guidato e manovrato, facendo curve e altre manovre senza difficoltà. La costruzione terminava con il sistema di frenaggio. Questo era costituito da un pezzo di gomma inchiodato in modo da essere posto sul cuscinetto dell’asse orizzontale. Al momento del bisogno, una  pressione  più o meno forte del piede sul pezzo di gomma aveva funzioni di freno e di deceleratore durante le gare.

Questa, la mera e forse noiosa descrizione della costruzione del velocipede. Ma il lavoro non finiva qui,  perché,  una volta ultimata la costruzione, veniva la fase successiva delle decorazioni e degli accessori, dato che a questi mezzi,  come per i carrocci di cui si dirà, venivano prestate le stesse attenzioni che si prestano oggi alle motociclette o alle autovetture durante le corse.  Sarebbe interessante scoprire oggi che uno di quei ragazzi avesse conservato un tale giocattolo sia per poterne apprezzare la struttura sia per poterne ammirare le decorazioni ed i vari accessori: sedili di legno, nudi o ricoperti di cuscini di pelle, svolazzi tipo giacca di Kit Carson ai manubri, catarifrangenti,  disegni eseguiti con incisioni, mediante chiodi infissi nel legno o con i policromi tappi delle bibite …

Più o meno simili erano i carrocci. Essi avevano all’incirca la forma di un grosso tagliere, la quale veniva ricavata  da una sola o da   più tavole di legno messe l’una a fianco dell’altra. La parte anteriore del carroccio assimilabile al manico del tagliere era forata. Attraverso questo foro, un bullone passante la collegava ad un assale di legno alle cui estremità erano montati due cuscinetti. Una corda, posta nelle immediate vicinanze dei cuscinetti, mediante una semplice trazione,  permetteva di girare a destra o a sinistra. La parte posteriore era attraversata da un altro assale, fisso, con altri due cuscinetti alle estremità,  che costituivano le ruote posteriori. Con tale mezzo, però,  contrariamente al monopattino,  per poter effettuare delle gare bisognava partire da un punto posto abbastanza in alto. E così,  carroccio al guinzaglio come un cane, ci si portava al Capo Posillipo che offriva un dislivello di tutto rispetto.

Il momento più delicato ed anche pericoloso era rappresentato dall’approssimarsi delle curve.  Infatti, in primis, i tornanti che costituivano la discesa avevano la lunghezza di circa un chilometro e, oltre ad essere lastricati in una selce nera che il continuo uso aveva resa luccicante come uno specchio, avevano un dislivello abbastanza accentuato. Così, già sul primo tratto, si acquistava una velocità folle che non si riusciva a controllare. Figurarsi, poi, quando, con una simile accelerazione, si arrivava nelle curve! I cuscinetti d’acciaio slittavano sull’ acciottolato sprizzando scintille in  tutte le direzioni e portando veicoli ed occupanti in caduta libera, risultando del tutto inefficaci modifiche di direzione,  rallentamenti o correzioni di rotta impressi al veicolo. E qui era tutto un capitombolare l’uno addosso all’altro. Gomiti, ginocchi e malleoli perennemente insanguinati e ricoperti di croste.[1] Volendo, invece, gareggiare in pianura, si doveva ricorrere alla spinta di un compagno, che fungeva da motore, e che, dopo molto spingere, reclamava di essere spinto a sua volta, perché sudato ed ansante.

Castrese L. Schiano

 

 

 

[1]

In merito a queste, come a tante altre ferite, il nostro normale metodo di cura consisteva nello sciacquare a mare la ferita e subito dopo coprirla con la sabbia. Curavamo in questo modo ferite prodotte da chiodi o pezzi di vetro  che in qualche modo potevano procurarci lesioni in ogni parte del corpo, oppure che si conficcavano sotto i piedi mentre, scalzi, correvamo sulla spiaggia. Sicuramente nel martirologio esisterà qualche santo addetto alla protezione contro il tetano, perché con un tal modo di curarci chissà quanti di noi non dovrebbero far più parte dell’umano consorzio !

 

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