Alta Terra di Lavoro

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I luoghi della memoria:i giochi (quinta parte)

Posted by on Ago 4, 2017

I luoghi della memoria:i giochi (quinta parte)

Nel grande mosaico della memoria individuale, che, a sua volta, confluisce nel più vasto mosaico della memoria collettiva, una tessera importante è quella del gioco. Esso, infatti, è una di quelle attività che ci impegna dall’inizio della nostra vita e che, almeno nei primi anni, alterniamo alle fasi dell’allattamento e, successivamente, a quelle dello svezzamento..

Nessuna meraviglia, quindi, se, simulando un procedimento di ipnosi regressiva alla ricerca delle proprie radici, il punto di arrivo è rappresentato proprio dal momento ludico.  Del gioco abbiamo già tratteggiato a grandi linee la funzione aggregante. Ora cerchiamo di stabilire se in esso si possano trovare genuini motivi per farlo assurgere anche al rango di elemento portatore di identità, etniche o territoriali. Per dimostrare questa ipotesi dalla posizione di “testimone”, non posso non  prendere, in considerazione la generazione degli anni Quaranta del secolo scorso, che ne costituisce il “cast”, e la zona costiera dei Campi Flegrei, che ne rappresenta il “set”.

Diciamo subito che, forse in maniera del tutto involontaria, la nostra generazione, nel continuo uso del dialetto durante i giochi, ha contribuito alla conservazione di quel tesoro di tradizioni trasmessole dai genitori, e prima dai nonni, e prima ancora dai bisnonni e, così procedendo, dai più lontani antenati, rallentando in tal modo la colpevole (perché cosciente) ed incessante opera di distruzione e di mortificazione di tale patrimonio, che si prefiggeva unicamente una mera omologazione linguistica non certo etnica, portata avanti da un’addomesticata classe docente, che, avversando l’uso del dialetto, decretava lentamente ma inesorabilmente la scomparsa di millenarie sedimentazioni di storia e di cultura. Ed è appunto per porre rimedio ai danni prodotti da questi “impiegati esecutivi” del pensiero unico che, riesumando dal vecchio ed ingiallito album dei ricordi i giochi del passato, li portiamo all’attenzione delle nuove generazioni non tanto per farci deridere o per farci riconoscere dei meriti per la nostra supposta bravura, quanto per offrire la possibilità di far sentire la propria voce a chi avvertisse l’impulso di contrastare l’opera demolitrice degli  “impiegati esecutivi” del pensiero unico, e di offrire, poi, a chi, invece, riesce ad identificarsi in questo “spaccato”,  l’occasione di ritrovare  l’orgoglio delle proprie radici, riscoprendo contemporaneamente il piacere del senso di appartenenza.

Parlare di qualunque argomento è molto riduttivo se si affronta l’oggetto della trattazione senza un necessario preambolo esplicativo o un supplemento di informazioni. Sarebbe come una frase formata semplicemente da un soggetto e un predicato o come un pranzo in cui venisse servito solo il primo senza antipasti , senza secondo e senza contorni. Trattando dei giochi, quindi, essi non si possono gustare appieno se, per renderli subito fruibili, vengono sfrondati dei preamboli o delle informazioni supplementari. Perché poi, alla fine, quello che conta davvero non è lo svolgimento del gioco in sé, come, per esempio, tenere nelle mani il filo di un aquilone, ma sapere come si è arrivati alla sua costruzione. La descrizione dei particolari, perciò, non viene fatta tanto  per mostrare le difficoltà con cui dovevamo confrontarci o gli ostacoli che dovevamo superare , ma con la speranza che, gettando questo metaforico seme della “curiosità”, esso possa cadere ed attecchire su qualche zolla fertile e fruttificare. Questa necessità, però, si scontra con il dubbio circa la reazione dei lettori e rende difficile  una scelta. Alla fine, cerchiamo di rinfrancarci da soli prendendo per buone le parole di Ulisse ai propri compagni (“Nati non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e canoscenza”), e procediamo così nell’esposizione, adottando questo criterio: dei giochi per cui valga veramente la pena e che riteniamo possano davvero incuriosire o interessare i lettori daremo una descrizione completa, in modo che ci si possa rendere conto di tutte le fasi che permettevano di arrivare dal momento dell’ ideazione a quello della realizzazione. Per gli altri, ne daremo una descrizione sommaria, ma abbastanza esauriente. Se poi il seme della curiosità dovesse suscitare maggiore interesse, ci renderemo disponibili a  scavare più a fondo nei ricordi, per cercare di accontentare eventuali richieste di chiarimenti.

Come un po’ dappertutto, anche nella nostra società c’erano giochi per i quali l’esperienza, e poi la convenzione, avevano stabilito che dovessero svolgersi in alcune stagioni e non in altre, in spazi aperti o in ambienti chiusi e che dovessero essere praticati da maschi o da femmine.  Ma poteva capitare che qualche gioco considerato più adatto per essere praticato in una stagione continuasse oltre i convenzionali  limiti di tempo riconosciuti dall’abitudine.  Tra questi, però, come si vedrà, ce ne erano alcuni che non ammettevano  eccezioni, come le piste di sabbia, gli aquiloni o le stufette.

GIOCHI PRIMAVERILI

All’arrivo della stagione primaverile ogni angolo delle nostre case si trasformava in officina:vecchie lame di sega o, nella migliore delle ipotesi, un vero seghetto; martelli, lime, forcine, pezzi di legno, chiodi, spago, elastici, mollette per i panni: elementi indispensabili al nostro mastriare, ossia armeggiare, per costruirci attrezzi di cui solo per alcuni potrebbe usarsi il termine di “giocattolo”, si potevano trovare sparsi dappertutto.

Ecco quello che, per la prima stagione dell’anno, usciva dalle nostre mani:pistole, fionde, archi, freccette, cerbottane. Col bel tempo in arrivo, infatti, cominciavano i safari, vittime dei quali erano incolpevoli ed inermi lucertole venute fuori dalle tane a godersi i primi tepori, e poveri passerotti alla perenne ricerca di cibo.

Con i rami che avevano una buona elasticità e con lo spago ci costruivamo degli archi in cui incoccavamo dardi già preparati da tempo, messi ad essiccare e passati successivamente alla fiamma per renderli più resistenti. Se con l’arco dovevamo “andare a caccia”, allora i dardi, che erano delle sottili canne forniteci dai canneti di cui era ricca la zona, terminavano con un appuntito chiodo ben fermato all’estremità. Se invece dovevamo usarli per delle semplici gare di tiro, portavano all’estremità un semplice contrappeso che serviva per bilanciarne la traiettoria.

Dai rami a forma di forcina, ai cui lati legavamo elastiche strisce di gomma di vecchie camere d’aria, ricavavamo le fionde. Con queste scagliavamo proiettili di diversa natura contro lucertole, passeri o gatti. I proiettili erano costituiti o da pietre o da chiodi piegati ad “U”, i cosiddetti ferricciulli. I primi potevano essere lanciati solo se nella parte centrale della striscia di gomma fosse stata collocata una pezza o se, al momento della costruzione, questa parte centrale della molla fosse stata tagliata più larga, in modo da consentire un agevole collocamento della pietra. I chiodi piegati, invece, non richiedevano particolari accorgimenti, in quanto essi venivano semplicemente incoccati con la parte concava nell’elastico e scagliati così lontano che non si riusciva più né a vederli né a recuperarli.

Gli animali presi di mira con le fionde costituivano anche le vittime delle micidiali pistole da noi costruite. Per questo “giocattolo” riteniamo indispensabile fornire dettagli. In primis, bisognava andare alla ricerca di un adeguato pezzo di legno, cosa non facile, dato che, in mancanza di condizionatori e termosifoni, la legna era ricercata per accendere vigorosi fuochi nei bracieri. Trovato il pezzo di legno, bisognava procurarsi: un bossolo vuoto, un chiodo, del filo di ferro o delle fascette, una molletta per il bucato, una striscia di polvere pirica (i fulminanti). Il pezzo di legno veniva sagomato proprio come una pistola. Col chiodo si forava il bossolo molto vicino alla base. Il bossolo forato, con la bocca rivolta in avanti, veniva adagiato orizzontalmente sulla pistola e fissato o con il filo di ferro o con le fascette. Dal lato inferiore della molletta per il bucato, che in questo caso costituiva il percussore, veniva portato via un pezzo, in modo che il foro praticato sul bossolo capitasse proprio sotto la parte superiore della molletta che non era stata tagliata e  che doveva fungere da percussore. (Figura 1)

Adesso dobbiamo vedere all’opera quest’arma! La canna veniva caricata nel modo seguente: un  fulminante  (1) veniva introdotto nel bossolo e fatto giungere fino in fondo in un punto che corrispondeva alla zona del foro. Dopo di ciò, la cartuccia veniva riempita con le cose più disparate: pietruzze, schegge di ferro, ecc. e chiusa con carta o foglie. Un altro fulminante veniva posto esattamente sul foro praticato precedentemente. Col pollice si esercitava una pressione sulla molletta la si rilasciava e  … clic : l’attrito prodotto sul fulminante lo faceva esplodere. Le scintille prodotte dall’esplosione innescavano analoga reazione sul fulminante inserito nella cartuccia, il quale, non potendo scoppiettare a motivo di tutto il materiale che intasava il bossolo, esplodeva lanciando lontanissimo le schegge di ferro o di selce in essa contenute.

Una variante meno pericolosa di questa che molto impropriamente veniva da noi considerata una pazziella (dal greco paìzo, donde il nostro paziare = giocare) era rappresentata da un pezzo di legno del tutto simile al precedente, ma senza ricorrere né a bocche di fuoco, né a percussori, né a polvere pirica. La molletta,fissata o sul calcio o sulla parte terminale del corpo della pistola, non era stata privata di alcun pezzo. Un elastico posto sul davanti della pistola veniva trattenuto da un chiodo. Al momento del bisogno, esso veniva teso e, dopo di avervi collocato all’interno una qualunque cosa da usare come proiettile, l’elastico veniva imprigionato nella molletta. Esercitando una pressione sulla chela, la molletta si apriva, l’elastico veniva liberato e scagliava, non molto lontano e con nessuna garanzia di precisione, il proiettile.(Figura 2)

(1)              I fulminanti non erano altro che delle piccolissime quantità di polvere pirica, di forma circolare e del diametro di 2-3 mm, contenute tra due fogli di carta di colore rosso, e si compravano a carte intere o a strisce dai rivenditori di caramelle o di figurine.

 

Lucio Castrese Schiano

fulminati

 

Castrese L. Schiano

 

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