Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

I Proverbi dell’antica Terra di Lavoro, gli Animali (V)

Posted by on Ott 7, 2019

I Proverbi dell’antica Terra di Lavoro, gli Animali (V)

 Da molti anni (forse più di tre decenni) vado raccogliendo detti popolari, non solo dalla lettura di volumi che riguardano tale argomento, ma anche e soprattutto dalla viva voce d’amici, parenti e conoscenti, oltre che da persone che s’incontrano per caso. Molta riconoscenza devo esprimere anche a colle­ghi di scuola e al personale non docente che, conoscendo questa mia “curiosità”, mi han­no aiutato a raccogliere, evitando così di di­sperderle, queste testimonianze di saggezza popolare.
Molti detti trovano riscontro nelle nume­rose raccolte già pubblicate (spesso con va­rianti); ma ne ho ascoltato parecchi che sono patrimonio particolare della nostra zona.
Il materiale raccolto è vasto: come distri­buirlo? Ho creduto opportuno dividerlo in gruppi tematici.
Finora ho già trattato due argomenti: l’alimentazione e la religione; il primo fu pubblicato nel 2° numero del quadrimestrale Le Muse (maggio-agosto 1999, pp. 23-27), il secondo, già pronto fin dal 2000, solo di recente ha visto la luce (febbraio 2008) in opuscolo; nel presente saggio affronto il te­ma degli animali.
Introduzione
La presenta degli animali nei detti popo­lari è abbastanza ampia, nel nostro lavoro di ricerca ne abbiamo contato circa una settan­tina, tutti raccolti dalla viva voce di persone come si diceva nella premessa. Successiva­mente abbiamo consultato vari volumi a stampa (si veda la bibliografia) per verifi­carne la già eventuale avvenuta registrazione e, come si diceva, parecchi sono risultati “nuovi”.
Ecco gli animali riscontrati: asini, maiali, pecore, buoi, galline, cavalli, cani, capre, volpi, uccelli, pulci, “marruche”, lupi (ac­coppiati a capra e pecora); e poi ancora, il “pàppece” (cioè il tarlo), la “cardella”, lo “scarrafone”, la “sarda”, il “vèrmene”, la “mèrula”, la “pàpera”, la “fatta”, la “ciucciu­véttula” e, infine, la “zòccula”.
Per prima cosa, va osservato che tutti questi animali ricorrono con una frequenza diversa; nel nostro elenco, a partire dal “pàppece” e giù giù fino alla “zòccola”, essi compaiono una sola volta; più di una volta invece uccelli marruche e pulci; la volpe è presente in tre detti, in uno dei quali è natu­ralmente in relazione alle galline. Galline e pecore fanno registrare una discreta presen­za (del gruppo delle galline fanno parte an­che galli e pulcini); una presenza più mas­siccia hanno cani e porci, della qual cosa non c’è da meravigliarsi perché questi erano molto familiari, per motivi diversi, al conta­dino dei secoli trascorsi.
Ma al primo posto in questa graduatoria troviamo la figura dell’asino: ben oltre 15 detti lo riguardano.
Troviamo dunque, in questa raccolta di detti, animali grandi (asini, cavalli, buoi) medi (maiali, capre, pecore, cani), piccoli (papera e gatta) ancora più piccoli (zoccole, marruche e pappece), piccolissimi e ripu­gnanti (pulci e vermi e scarafaggi); oltre agli animali domestici sono presenti anche lupi e volpi; a quelli che vivono sulla terra si ag­giungono quelli del cielo: gli uccelli in gene­re, la cardella, la merla, la civetta; non man­ca infine qualche rappresentante marino co­me la sarda, conosciuta però solo come sotto sale (la nostra terra è lontana dal mare; quindi il pesce in generale non rientrava nell’alimentazione dei nostri avi).
L’asino, si diceva, è l’animale con il più alto numero di presenze; il suo nobile cugi­no, il cavallo, è presente invece solo in tre proverbi; e ci sembra naturale questo rap­porto se si considera che nella società d’antico regime la massa era costituita dal cosiddetto terzo stato, il popolino (formato da braccianti e contadini), mentre la nobiltà era l’élite; pertanto i nobili (e con loro i chierici) usavano il cavallo, il popolino si serviva dell’asino.

L’asino (I parte)
Dopo questo quadro panoramico com­plessivo, scendiamo ora nei particolari, con­siderando gli animali singolarmente e co­minciamo dall’asino che occupa il primo posto.
I detti che lo riguardano sono quasi tutti di segno negativo; l’asino dunque, come ri­sulta dalla lettura di questi detti, è ignorante, testardo, egoista, litigioso, rassegnato, sta male in arnese, sta peggio di tutti, invano attende un qualche compenso, resiste alle bastonate del padrone, s’impunta, è docile, si contenta di poco; l’unico detto di segno per così dire positivo, è quello che ce lo pre­senta “picciriglio”, sicché “sempe giovane pare”: il che gli dà una parvenza di bella gioventù.
Una certa ambivalenza sembra avere il detto “Pare `u ciuccio r’u turrunaro”, cioè “pare l’asino del venditore di torroni” che era immancabilmente presente in ogni festa patronale: l’immagine è gioiosa e festosa, ma il sentimento espresso è quello di un fa­stidio insopportabile per certe persone trop­po invasive e onnipresenti.
A questo punto elenchiamo i detti da noi raccolti sull’asino.

1. ‘U ciuccio che nun vô vévere – hê voglia `e friscà!
(L’asino che non vuol bere – hai vo­glia di fischiare!)
Detto di chi tu inviti a fare una cosa, ma quello non ne vuol sapere. Friscà è fischiare; vévere è il lat. bibere in cui è caratteristico il fe­nomeno del passaggio di b- a v-.

2.’U ciuccio porta ‘a paglia – e ‘u ciuccio s’a mangia.
(L’asino porta la paglia e l’asino se la mangia).
Detto per rimproverare l’egoista che non si mostra solidale.

3. I ciucci s’appìccecano – e i varrili se scassano.
(Gli asini litigano e i barili si rompono; con riferimento agli asini che trasportavano i ba­rili di vino su carretti detti ‘traini’ con l’accento sulla penultima vocale).
Le persone non colpevoli (qui rappresentate dai barili) pagano le pene per le colpe di altri (gli asini). Appiccicarsi: attaccarsi, legarsi, afferrarsi e, quindi, litigare; varrile = barile (con il solito passaggio della b- alla v- e il raddoppiamento della erre).

4. Tengo ‘u ciuccio p’a capézza – ‘u vaco afferrà p’a córa?!
(Tengo l’asino per la capez­za, lo vado ad afferrare per la coda?!).
Non scambiare una situazione vantaggiosa per una svantaggiosa! Cora da coda: qui si veri­fica un altro caratteristico fenomeno della lingua napoletana, cioè il passaggio della d alla r.

5. Attacca ‘u ciuccio addó vó ‘u padrone.
(Attacca l’asino dove vuole il padrone).
Anche quando non si è d’accordo. Bisogna rassegnarsi a fare quello che vuole chi sta in alto e comanda. L’asino è qui simbolo di rassegna­zione e d’ubbidienza.

6. Pare ‘a ciuccia e Fichélla: 99 rifiétti e ‘a córa fràceda!
(Pare l’asina di Fichella: aveva 99 difetti e la coda fradicia).
Fichella doveva essere il soprannome (d’origine vegetale) di una o un contadino; preferirei vedervi qualche donna che stava male in arnese, in coppia con la sua asina (qui compare appunto la femmina dell’ asi­no) che stava ancora peggio perché aveva tutti i malanni; significativo mi sembra l’uso del femminile: forse inconsciamente, anche nell’ambito della letteratura popolare si ma­nifestava una certa concezione maschilista!
Il numero 100 indica la totalità, qui sud­diviso in 99 più uno; la coda è la parte estrema, quindi l’ultima; insomma quell’ asina aveva tutti i difetti.
In rifiétti si nota lo scambio d – r e lo sdoppiamento della vocale -e- in -ie- (come per es. anche in medico che diventa miéreco, inverno > vierno, ecc.).
(fine I parte)

Antonio Martone
(da Il Sidicino – Anno XI 2014 – n. 5 Maggio)

L’asino (II)
7. Chi vó veré’ ‘u ciuccio suójo – s’ha da métte’ ‘a cavallo a chigli ‘e gl’ati. (Chi vuol vedere [se è valido] il suo asino, ha da mettersi a cavallo di quelli degli altri).
Se uno confronta gli animali (e quindi persone e cose) degli altri con i propri, si rende conto che in fondo i propri non sono poi così cattivi come pensava, anzi possono risultare migliori e se ne consola.
È questo uno dei non molti detti in cui l’asino serve ad esprimere un fatto positivo.
Il verbo cavalcare deriva da “mettersi so­pra un cavallo” (riferito poi anche ad altri animali, per es. “mettere a cavallo di un por­co”).
8. U ciuccio nun ha maje puntato ‘a vraca; ‘na vota che ‘a porta, tutto se caca. (L’asino non ha mai portato, indossato, una bra­ca; una volta che la porta, tutto si caca).
Da notare subito la perfetta rima tra vraca e caca; inoltre va notato anche il ritmo dei due versi che risultano, – forse per caso? –due endecasillabi.
Detto di uno che non ha mai indossato un bel vestito; se talvolta ne indossa uno, subito se ne gloria e diventa vanitoso. Sul piano fonologico: braca > vraca.
9. U sfizio r’u ciuccio è ‘a rammégna frésca. (Lo sfizio dell’asino è la gramigna fresca).
L’etimo di sfizio (gusto, diletto, deside­rio) è oscuro: il D’Ascoli riferisce di un `s[atis]ficio’; la `rammégna’ è la gramigna, un’erba dannosa che infesta i campi, ma per l’asino che s’accontenta di poco, e soprat­tutto se è fresca, costituisce un ottimo cibo.
Il senso del detto è: “Hai voglia di aspettare, il desiderio non si realizzerà!”.
10. U ciucciariéglio picciriglio pare sèmpe gióvane. (L’asinello piccolino pare sempre giovane).
“L’asino più piccolo è chiamato asellus (asinello) ed è più utile dell’altro

[quello di taglia più alta]

perché tollera bene la fatica, anche se non è trattato con molti riguardi” (F. Maspero, A. Granata, Bestiario del Me­dioevo, Píemme, Casale Monferrato, 1999). È uno dei pochi detti in cui l’asino, meglio l’asinello, viene per così dire elogiato.
11. Pare ‘u ciuccio r’u turrunaro! (Pare l’asino del venditore di torroni!).
In occasione delle feste patronali dei tempi passati, il torronaro piazzava in un punto strategico del paese il suo banco di vendita, mettendo in esposizione torroni, ol­tre che castagne variamente preparate (tra queste quelle ‘del monaco’), `semmienti’ (semi abbrustoliti), lupini, ecc.; e non man­cavano vari tipi di giocattoli.
Egli naturalmente si spostava da una fe­sta all’altra, trasportando la merce su un car­ro trainato dall’asino che, durante i giorni di festa se ne stava a riposare in un angolo.
Il detto probabilmente nasce con un tono canzonatorio e di critica piuttosto malevola nei riguardi di quelle persone che sono semp­re presenti alle feste per divertirsi, e spesso son proprio quelle che poco o niente offrono in danaro per contribuire alla realizzazione di queste manifestazioni religiose; di costoro si afferma che “aspettano che astùtano le lampiuncelle”, cioè che spengano le lampa­dine delle luminarie, vale a dire sono le ul­time a ritirasi a casa al termine della serata di festa, così da sfruttare e godersi la festa fino all’ultimo minuto.
Il detto si è poi esteso ad ogni persona invadente che è sempre presente dappertut­to, anche là dove non dovrebbe esserci.
12. Ciénte niénte accerèreno a ‘nu ciuccio. (Cento niente uccisero un asino).
Molte cose, pur di poco peso o di poco conto, messe assieme, riescono ad ammaz­zare anche una persona resistente e forte.
Da notare la perfetta rima delle prime due parole del detto (ciente/niente); inoltre qui ‘niente’ è usato come sostantivo plurale.
13. Quanno `u sole tramónta – lu ciuccio se `mpónta. (Quando il sole tramonta, l’asino s’ impunta).
Impuntarsi: puntare i piedi a terra, rifiu­tandosi di camminare. L’asino è ormai stan­co e chiede di riposarsi: l’allusione è al bracciante che si rifiuta di continuare a lavo­rare, mentre il padrone vorrebbe che il sole non tramontasse mai.
Da notare la rima perfetta (-onta) e il rit­mo dei due versi con due accenti tonici cia­scuno (anche se il primo verso è un settena­rio, l’altro un senario).
14. I ciucci avànzano e i pullitri rèstano. (Gli asini vanno innanzi, mentre i puledri restano indietro).
I puledri sono generalmente giovani ca­valli, pieni di forza e di vita. Dunque qui c’è contrapposizione tra asini e cavalli, tra vec­chi e giovani, soprattutto tra incapaci e ca­paci in una società ingiusta e corrotta in cui non c’è meritocrazia.

L’asino dunque occupa nella nostra gra­duatoria il primo posto: se da un lato, questo primato è dì segno negativo perché su 14 detti, solo qualcuno evidenzia qualche aspetto buono dell’animale; dall’altro la sua alta frequenza sta comunque ad evidenziare l’importanza che esso aveva sul piano prati­co nella vita quotidiana del contadino dei secoli passati, la sua utilità, messa anche in relazione al fatto che esso si contentava di poco per nutrirsi.

Antonio Martone
(da Il Sidicino – Anno XI 2014 – n. 6 Giugno)

fonte http://www.erchempertoteano.it/Teano/Tradizioni/Detti_pop/Detti_pop004.htm

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