Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

I Proverbi dell’antica Terra di Lavoro (I parte) Alimentazione

Posted by on Mag 21, 2018

I Proverbi dell’antica Terra di Lavoro (I parte) Alimentazione

L’alimentazione nei detti popolari
(I parte)

1. INTRODUZIONE: L’ALIMENTAZIONE IN GENERALE
Il tema dell’alimentazione è uno dei più rappresentativi della cultura scritta ed orale, specie nelle generazioni di antico regime, quando bastava una violenta grandinata a rovinare e mandare in malora tutto il lavoro di un anno e si rischiava di morire letteralmente di fame: le frequenti carestie, dovute a fattori climatici sfavorevoli o a guerre, provocavano spesso gravi epidemie che, decimando le popolazioni, permettevano ai sopravvissuti, meno numerosi, di potersi riprendere.

Il problema del cibo era per i nostri antenati una vera ossessione; esso perciò, in tutti i suoi aspetti, sia generali che particolari, dominava ed influenzava vistosamente il modo di pensare e di parlare.
Consideriamo anzitutto l’alimentazione in generale. Il mangiare è quasi un sacro rito, che richiede ordine e silenzio: «Quanno se mangia, se cumbatte cu ‘a morte» (Quando si mangia, si combatte con la morte). Quindi è una lotta non solo la fatica per procurarsi il cibo, bensì anche l’atto di consumarlo.
La società di antico regime non forniva cibo abbondante; bisognava perciò accontentarsi di quel poco che si trovava: «Chesto passa ‘u cunvento!» (Questo passa il convento).
Certo, l’appetito non mancava: «Tené ‘u pizzo buono — si diceva — e ‘a scella rotta» (Tenere il becco buono e l’ala rotta), con riferimento alla gallina, alludendo a chi in cattive condizioni fisiche, mostrava chiari segni di buon appetito.
Spesso capitava che il cibo non era sufficiente per tutti i numerosi membri della famiglia, donde il detto: «’u ciuccio porta ‘a paglia e ‘u ciuccio s ‘a mangia» (L’asino porta la paglia e l’asino se la mangia).
Per star bene in salute, si consigliavano poche cose, ma genuine: «Pinnuli ‘e gallina e sceruppo ‘e cantina», cioè uova e un buon bicchier di vino.
Ecco infine altri modi di dire: «Mussu vunto nun pô negà» (Muso unto non può negare), cioè: bocca che ha ricevuto in regalo buon cibo, non può dire di no a chi glielo ha dato.
Per dire poi che si sta assai vicino, esiste il detto: «Stanno comme ‘a tazza e ‘u cucciaro» (stanno vicini come la tazza e il cucchiaio).
«’U russo prevène r’o musso». Da notare la rima tra russo e musso. Traduzione letterale: Il rosso proviene dal muso. Chiariamo meglio: il rosso si riferisce al colorito del volto; il colorito rosso indica buona salute; il muso si riferisce più propriamente agli animali; ma da noi si usa anche per le persone. Dunque: la buona salute (che si manifesta con il colorito rosso del viso) deriva dalla bocca, cioè dal buon appetito.
«San Giuanne: jurnata corta, pignata ranne». Traduzione: San Giovanni: giornata corta, pignata grande. Da notare la rima tra Giuanne e ranne; inoltre il contrasto tra ”corta” e ”ranne”. Quello che qui interessa sottolineare è la “pignata” grande, ripiena cioè di verdure e carne.

  1. RICCHEZZA E POVERTÀ
    Passiamo ora ad esaminare il contrasto tra ricchezza e povertà, con il seguente detto: «’U buco r’a canna / è picculo e se fa granne; / si nun ‘u saje custurì, / ‘mpezzentaria te fa i’». (Il buco della canna [gola] è piccolo e si fa grande <per l’ingordigia>; se non lo sai custodire, in pezzenteria ti fa andare). Un invito dunque a sapersi contenere nel mangiare, altrimenti si cade in miseria.
    Ecco un altro detto: «Rassa e carestia: rùrano poco». Cioè: la grassa o il benessere e la carestia sono condizioni eccezionali; si dice quando il troppo benessere porta allo spreco.
    Il contrasto si può riscontrare, in certo qual modo, anche nei due termini «rapicano» e «spizzèco»: il primo indica l’avido che accumula, mentre il secondo colui che, delicato di stomaco, accetta solo cibi leggeri.
    Si dice poi: «’I sordi ru carucchiaro s’i fotte ‘u sciampagnone» (I soldi dell’avaro, se li sperpera lo scialacquatore).
    Alcuni detti riguardano poi solo l’una o l’altra condizione: a quella di benessere si riferiscono per esempio i seguenti: «Pare ‘u ricco pelone», di chiara derivazione dalla famosa parabola evangelica: Sembra il ricco epulone; oppure: «Stare a tavula ‘mpiettol» (Stare a tavola in petto)
    Di segno contrario invece questi altri due: «’A sarda è secca!» (la sarda è secca)e «Se campa ‘e Spiritu Santo» (Campare, vivere, nutrirsi di Spirito Santo). A proposito del primo, si dice che, per l’estrema miseria in cui viveva la famiglia di antico regime, la sarda veniva appesa e ogni membro della famiglia faceva passare una fetta di pane su di essa per insaporirla, sicché a poco a poco la sarda diventava sempre più secca. Il secondo significava cibarsi di niente, perché lo Spirito Santo é solo “spirito”, nulla di concreto o materiale.
    Chi nun spenne, / n’appenne».  Anzitutto è qui da notare la rima perfetta. Traduzione: Chi non spende, non appende. Appende che cosa? Pensiamo a salsicce e prosciutti e logne, che venivano appese alle travi delle cucine per essere essiccate. Il senso è: Per poter appendere quel ben di Dio, bisogna spendere, cioè comprare e allevare l’animale.
    «Spenne e spanne. I due verbi differiscono solo per una vocale: spende e spande. Si dice di persona vanitosa e “spaccona” che spende perché ricca e fa pesare questa sua condizione facoltosa, mettendola in bella mostra; ma nello spandere si deve vedere anche il significato di “ingrandire”, esagerare; per dare maggiore valore ai suoi beni, afferma che essi sono costati molto danaro!

Antonio Martone
(da Il Sidicino – Anno XII 2015 – n. 1 Gennaio)

fonte

http://www.erchempertoteano.it/Teano/Tradizioni/Detti_pop/Detti_pop011.htm

 

 

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