Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

I Proverbi dell’antica Terra di Lavoro (IV parte) Alimentazione

Posted by on Lug 21, 2018

I Proverbi dell’antica Terra di Lavoro (IV parte) Alimentazione

L’alimentazione nei detti popolari
(IV parte)

9. LE UOVA E IL FORMAGGIO
Ecco ora qualche detto riguardante uova e formaggio: «Tiémpo ‘e vinacce: / chi vô l’ove che se le faccia», (Tempo di vinacce: chi vuole le uova, che se le faccia [lui]; dove vinacce rima con faccia): in autunno, al tempo della vendemmia, le galline “scacano”, non fanno più uova o solo pochissime.
E, ancora, a proposito di uova, chi non ricorda il famoso «Vô ‘u cucco ammunnato e bbuono? (vuol essere servito fino in fondo; vuol una cosa senza dover fare il minimo sforzo per procurarsela): letteralmente, vuole il cocco mondato e buono; dove il cocco è l’uovo da una voce onomatopeica del verso della gallina: coccodè! Mondato cioè ripulito del guscio; infine, l’agg. Buono non ha un valore a se stante, ma vuol essere un rafforzativo dell’agg. precedente, cioè ripulito completamente (si consideri l’espressione: è mmuorto e bbuono!).
Di un bambino assai irrequieto si dice: «Pare ‘u vérmene ‘nt’o furmaggio!» (sembra il verme nel formaggio: si muove in continuazione).

10. LA FRUTTA
Due detti alludono alla frutta in modo generico. Se uno ha colto della frutta (ma anche verdura) in campagna e gli si chiede dove abbia preso quella roba, egli risponde: «’Ncopp ‘a terra ‘e Zi’ Fattélla», quasi a giustificarsi che la stessa padrona gli ha detto: “Fàttela”, cioè raccogli quello che vuoi! (da notare il cambio d’accento dall’Italiano al nostro dialetto). D’altra parte, si dice anche: «’A rrobba ‘e mangiatorio / nun se porta a cunfessorio», (la roba mangereccia non si porta al confessionale) cioé non é peccato, e quindi non c’è bisogno di confessarlo al prete, rubare qualche frutto sul terreno altrui. E si dice anche: «’A rrobba ‘e campagna / è pe’ metà r’e cumpagni» (la roba di campagna è per metà dei compagni).
Per frutti particolari, abbiamo registrato detti che riguardano mele, pere e ciliege:
«Astipete ‘u milo, pe ‘ quanno te vene ‘a sete».
«È comm’a perazza mmiez’a le quaranta moje».
«Quanno viri assaje cerase, vacci c’u panaro picculo».
Il primo è un invito a conservare per quando si ha bisogno: Conserva la mela per quando ti viene la sete.
Il secondo necessita di qualche chiarimento: anzitutto, la perazza è il pero selvatico e le Quaranta moggia costituivano un latifondo nella zona meridionale di Pignataro; le donne che andavano a lavorare e passavano da quelle parti, conoscevano molto bene quell’albero da cui spesso coglievano i frutti; esso quindi era diventato noto a tutte le faticatrici di campagna. Il detto, pertanto, vuol riferirsi appunto a persona nota, che tutti conoscono. È come la perazza in mezzo alle Quaranta moggia.
Infine, il detto riguardante le ciliege invita a non illudersi per l’abbondanza dei frutti che si vedono, perché spesso essi sono di cattiva qualità: si dice insomma, del fanfarone che decanta i suoi presunti pregi. Quando vedi molte ciliegie, va lì con il paniere piccolo.

11. IL DOLCE
E, dulcis in fundo, c’è il dolce. E quello caratteristico delle nostre parti, soprattutto nel periodo di Pasqua, è, come ben si sa, la pastiera, la quale viene citata quando si vuol dire che se una cosa non si fa subito, non si fa più. Dicevano infatti i nostri avi: «’A pastita che nun se fa ô Sàpeto Santo, nun se mangia ‘a Rumméneca ‘e Pasqua» (la pastiera che non si fa al Sabato Santo, non si mangia la Domenica di Pasqua).
E così il pranzo è concluso!
Ringraziamenti
Non ci resta che rivolgere un doveroso ringraziamento ai molti “camerieri” e “cameriere” che ce lo hanno servito. Ne abbiamo contato almeno una trentina; citare i nomi di tutti sarebbe cosa un po’ noiosa; ma per due di essi non possiamo esimerci dal farlo, perché sono stati per noi come i capi-camerieri: uno è il Sig. Francesco Marcello di Partignano (deceduto) e poi c’è la Sig.ra Angelina Giuliano, vedova Pettrone, mia zia, sorella di mia madre, della contrada Macello o Trièlla che dir si voglia (pure lei deceduta).

Pignataro Maggiore, 12 gennaio 1997

Antonio Martone
(da Il Sidicino – Anno XII 2015 – n.4 Aprile)

fonte

http://www.erchempertoteano.it/Teano/Tradizioni/Detti_pop/Detti_pop014.htm

 

 

 

 

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