Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

I Proverbi dell’antica Terra di Lavoro

Posted by on Mar 26, 2018

I Proverbi dell’antica Terra di Lavoro

Detti popolari di Terra di Lavoro – La religione nei detti popolari (I parte)

Introduzione
All’inizio di quest’anno è stato pubblicato dalla Garzanti un volume molto interessante per coloro che amano i problemi di lingua; ha un titolo che curioso: “Sicuterat” e il seguente sottotitolo: “Il latino di chi non lo sa: Bibbia e liturgia nell’italiano e nei dialetti”. Ne è autore un noto linguista: Gian Luigi Beccaria, il quale nella “Premessa” così, tra l’altro, scrive: “L’attenzione si volge al mondo popolare (gli incolti) per ritrovare la fitta presenza di voci attinte dalle Scritture (Antico e Nuovo Testamento) e fluite nella comunicazione ordinaria, nell’italiano familiare-colloquiale, nei dialetti e nei gerghi, non direttamente (la nostra tradizione non contempla una lettura diretta della Bibbia) ma attraverso una mediazione liturgica: la messa, gli inni, le preghiere, e processioni, novene, missioni, rogazioni, benedizioni rituali. […] (pag. 5).
Poi lo studioso aggiunge: “Per gli strati più bassi e incolti della popolazione, la chiesa con i suoi messaggi orali e figurali […] si è imposta nei secoli come ‘istituto della parola’, […] La pratica religiosa ha intriso profondamente con i suoi lasciti il discorso comune: esclamazioni, intercalari, proverbi, massime, inconsuete metafore, le più svariate similitudini… […] Di tante citazioni, reminiscenze bibliche, evangeliche, liturgiche, molte sono definitivamente acquisite, la gran parte sono invece sprofondate nell’oblio, morte insieme col deperire dei dialetti, e con il cessare (nel 1965) della pratica della messa in latino. Si tratta di voci che hanno accompagnato per secoli i discorsi dei nostri padri, colorando il registro più libero e informale del loro parlato. Doveroso perciò questo salvataggio estremo, almeno sulla carta, a futura memoria, soprattutto ora che quel travaso si è interrotto, e molte voci di origine sacra e liturgica tendono a scomparire per sempre” … (pagg. 5-6).
Nell’accingerci ora a raccogliere i vari detti popolari della nostra zona, attinenti al mondo religioso, non possiamo che far nostre le parole dell’illustre linguista; migliore introduzione a questo nostro saggio non potevamo trovare, anche se dobbiamo pur fare qualche osservazione sulla ricerca del Beccaria ed è questa: la trattazione è ampia e ricca e copre quasi tutte le regioni d’Italia; è da notare però che l’Autore, “settentrionale” (nato in provincia di Cuneo e vive a Torino), nei suoi esempi, predilige i dialetti appunto “settentrionali”; non è che manchino gli esempi tratti dai dialetti delle restanti parti dell’Italia, ma è pur vero che quelli riguardanti il dialetto (meglio la “lingua”) napoletano e campano risultano piuttosto scarsi!
Ebbene, riteniamo che questa raccolta di detti possa servire anche ad integrare in parte il lavoro del Beccaria.
* * *
I detti da noi raccolti, che in vario modo hanno a che fare col mondo della religione, sono oltre una quarantina: ciascuno di essi rappresenta un aspetto di quel mondo; alcuni poi si possono mettere assieme a formare dei gruppi specifici: per esempio quello riguardante i “Santi” oppure quelli che fanno riferimento al tema della alimentazione, ecc.
In questo saggio cercheremo di distribuire i vari detti secondo un quadro organico che vede in primo piano Dio (Padre, Figlio e Spirito Santo), cui s’accompagnano la Madonna, gli Angeli, i Santi e il Paradiso.
C’è poi la liturgia con la Messa, le preghiere, il Battesimo e le esequie, la festa della domenica, le processioni, la Quaresima, la Pasqua, il Presepe; e ancora il prete, il monaco e la pinzochera; non mancano personaggi evangelici (Pilato, il ricco epulone); e, infine, si accennerà alla deformazione delle parole latine ecclesiastiche.
La Trinità
Fanno riferimento a Dio Padre i seguenti detti: ‘U Pataterno manna ‘a farina a chi nun tene ‘u sacco. (Il Padre-eterno manda la farina a chi non tiene il sacco) [nel nostro dialetto, tenere, al posto di avere, sottolinea una maggiore materialità, dà una idea più forte di possesso]; “Uòglio càuro, e lassa fa’ a Dio! (Olio caldo e lascia fare a Dio): nel primo il popolo esprime il rammarico di non poter godere di qualche bene; mentre il secondo suggerisce di aver fiducia in Dio nelle malattie, per curare le quali, nei secoli passati, non si disponeva di medicine valide e si ricorreva generalmente all’ “olio caldo”. “A chi nun s’accuntenta r’a rogna, ‘u Patatemo ‘i manna ‘u tarramoto” (A chi non s’accontenta della rogna, il Padre-eterno gli manda il terremoto): bisogna quindi fare la volontà di Dio, anche quando ci manda i malanni, altrimenti ce ne manda uno ancora più grave (una visione vetero-testamentaria di Dio che punisce chi non s’accontenta).
La invocazione “Dio te ne liberi!”, in bocca al popolino, subisce una tale storpiatura che non facilmente si riconosce, diventando “’ntieni libri” (che tradotta letteralmente è tutta un’altra cosa: “te Non tieni libri”). Ma circa le storpiature delle parole, specialmente quelle latine, vedi appresso.
Un altro è riferito insieme a Dio e alla Madonna: “Dio ‘u sape e ‘a Maronna ‘u vere!” (Dio lo sa e la Madonna lo vede): si pronuncia nei momenti di difficoltà e di sconforto, quando non c’è nessuno che ti aiuta o ti dà una mano.
Alla seconda persona della Trinità si riferisce il seguente detto: “’A carne trista – manco Cristo ‘a vò” (La carne trista [non buona] nemmeno Cristo la vuole): qui naturalmente siamo nell’ambito del tema “alimentare”, e si chiama in ballo la figura di Cristo, (un po’ anche per l’assonanza con l’agg. “trista”) perché Egli è simbolo della sopportazione. S’incentra sulla figura di Cristo anche una breve cantilena infantile che così recita: ‘O frisco, ‘o frisco, ‘o frisco: a’ casa ‘e Gesù Cristo // ‘o sole, ‘o sole, ‘o sole, a’ casa r’u Signore (al fresco, al fresco, al fresco: alla casa di Gesù Cristo // al sole, al sole, al sole: alla casa del Signore) in cui forse si vuol significare che sia la frescura, sia la calura sono sempre doni di Dio. Da notare le assonanze frisco-Cristo e sole-Signore.
Ancora: a Gesù Cristo si chiede aiuto nelle situazioni difficili: “Addò care ‘a neve – Gesù Cristo spanna ‘u sole” (Dove cade la neve – Gesù Cristo spande il sole), dove ritorna ancora il contrasto freddo-caldo, molto sentito dalle genti del Meridione. La neve che richiama il rigido inverno è qui simbolo delle disgrazie della vita, mentre il sole rappresenta la consolazione.
Un altro detto di carattere nutrizionale riguarda la terza persona della trinità: “Se campa ‘e Spiritu ssanto!” (Si campa [si nutre] di Spirito Santo!), cioè di niente, di aria (lo Spirito è “soffio”).

Antonio Martone
(da Il Sidicino – Anno XII 2015 – n. 8 Agosto)

 

 

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