Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

I vescovi dell’antico Tirolo ricordano la rivolta cattolica di duecento anni fa

Posted by on Nov 5, 2018

I vescovi dell’antico Tirolo ricordano la rivolta cattolica di duecento anni fa

I vescovi delle diocesi cui una volta, fino alla Prima Guerra Mondiale, il territorio del Tirolo ― Bolzano-Bressanone, Salisburgo, Trento e Innsbruck — quest’ultima fu eretta solo nel 1925, scorporandola da quella di Salisburgo ― apparteneva, il 9 giugno scorso, nel mese della festa del Sacro Cuore di Gesù, hanno pubblicato «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (Gv 19,37)», una lettera pastorale collettiva che prende spunto dalla ricorrenza del secondo centenario dell’insorgenza tirolese contro il governo filo-napoleonico della Baviera, cui Napoleone nel 1806 aveva inopinatamente ceduto i territori dell’antica contea.

Per Paesi cattolici come il Tirolo, dalle profonde tradizioni religiose e dalle plurisecolari consuetudini di auto-governo, cadere sotto la dominazione napoleonica ― come sottolineano i vescovi ― significava infatti non solo perdere ogni sovranità a vantaggio di un governo lontano, centralista e burocratizzato, ma anche dover subire una forte riduzione degli spazi religiosi in omaggio ai canoni del giurisdizionalismo e del laicismo del secolo dei Lumi.

Così, i tirolesi, di fronte del radicale cambiamento delle loro condizioni di vita quotidiana imposte dal governo «illuminato» bavarese, di fronte allo scatenarsi dell’utopia armata, di fronte alle gravi limitazioni della libertà di religione, in quella fatidica estate di duecento anni or sono, che vide insorgere contro Napoleone tutta l’Italia nord-orientale, piuttosto che sottomettersi a un regime straniero ― «straniero» in senso moderno, essendo la Francia il primo esempio di Stato nazionale post-rivoluzionario ― nemico dell’identità della nazione tirolese, preferirono sollevarsi per liberare le proprie valli nonostante avessero come avversario la più potente macchina da guerra dell’Europa di allora.

La nobiltà e l’alto clero, imbevuti di «spirito del tempo», snobbarono la rivolta mentre l’esercito imperiale, prostrato dopo la sanguinosa battaglia di Wagram, non poté far nulla per aiutare l’insurrezione. Così la rivolta si trovò a essere guidata da un semplice oste di San Leonardo in Val Passiria, Andreas Hofer, da alcuni borghesi con qualche esperienza di «mondo» e da un paio di frati cappuccini. A dispetto della sproporzione delle forze in campo, le compagnie dei bersaglieri tirolesi, gli Schützen, in quell’estate seppero sconfiggere ― proprio nel momento in cui l’autocrate còrso era al suo apogeo e stava per attirare anche l’imperatore asburgico nella sua orbita ― a più riprese i franco-napoleonici e riuscirono a scacciare l’invasore dalle loro terre. Fu un successo di breve durata perché il ritorno in massa del nemico dopo la pace di Schönbrunn e l’isolamento degl’insorti consentirono ai franco-bavaresi di riprendere il controllo del territorio, così che i tirolesi dovettero sottomettersi. Preso a tradimento, il leader del moto, Hofer, fu catturato e venne fucilato nella fortezza di Mantova nel febbraio del 1810.

L’epopea del 1809 è rimasta scolpita nella memoria collettiva dei tirolesi come uno dei momenti più «forti» dell’unione dei popoli della regione subalpina, ed è stata sempre celebrata come culmine della rivendicazione della loro libertà ed espressione nitida del loro diritto di auto-determinazione, così come una ennesima conferma del loro secolare attaccamento alla dinastia asburgica.

La spietata logica degli Stati nazionali a Saint Germain-en-Laye nel 1919 ha smembrato il Tirolo storico spezzandolo in quattro tronconi, due dei quali, per di più non contigui, rimasti all’Austria e due invece inglobati ― per il Tirolo del Sud, compattamente germanofono, in piena contraddizione con il principio di nazionalità ― dall’Italia. Il che segnò la nascita di un nazionalismo di tipo moderno e di un irredentismo le cui drammatiche vicende fra le due guerre, durante l’occupazione tedesca dell’Austria, nel corso della seconda guerra mondiale e nei rapporti con la Repubblica Italiana ― soprattutto il terrorismo anti-italiano degli anni 1960 ―, sono note. Oggi nell’Europa unita, quando gli Stati-nazione ― creature politiche sempre un po’ imperfette ― riducono il loro peso e le macro-regioni determinate dalla lingua, dalla storia e dall’economia riaffiorano e cercano nuove strade di collaborazione all’interno dello status quo, non deve meravigliare che vescovi di due Paesi ― di una regione dove si parlano tre lingue ― prendano una iniziativa comune e la prendano proprio nella ricorrenza di una pagina profondamente sentita a livello popolare della storia del Tirolo e alla vigilia di una festa religiosa, il Sacro Cuore di Gesù, così radicata nella devozione degli abitanti, fin dal 1796, quando le milizie trentine e tirolesi dovettero difendere per la prima volta le loro montagne in occasione della prima irruzione delle armate francesi rivoluzionarie nella Penisola.

Correttamente nel documento collettivo dei vescovi la lettura degli eventi del 1809 viene fondata sulla nozione di libertà dei popoli, libertà concreta ― libertà di scegliere fra ciò che è e non tra i fantasmi del nostro ego auto-referenziale, libertà che è un diritto solo se si hanno dei doveri: libertà di religione e libertà di darsi gli assetti politici più adatti. Una libertà, tuttavia ― ricordano i vescovi ―, da non rivendicare solo per se stessi, nι in quanto singoli e neanche come popolo, ma per tutti, anche per coloro che non condividono la nostra religione e forse hanno un concetto diverso della libertà.

Nell’ultima parte documento traspare infatti la preoccupazione che il forte attaccamento dei tirolesi alla loro Heimat, alla patria ― pur valutato positivamente e nel commosso ricordo delle antiche lotte ―, possa tradursi in chiusura e in esclusivismo, che mal si conciliano con l’universalismo cristiano e con il mondo in rapido cambiamento del ventunesimo secolo.

Il richiamo all’equilibrio pare giusto in sé e anche perché, se è vero che l’insorgenza cattolica e «nazionale» del 1809 è un elemento centrale del radicamento identitario tirolese, è altresì vero che la lotta dei popoli contro la Rivoluzione ― che allora ha il volto dell’Imperatore dei francesi ―, non è solo patrimonio dei tirolesi ma di decine di migliaia di altri uomini e donne: di svizzeri, d’italiani ― veneti, napoletani, toscani, umbri, lucani, calabresi, liguri, emiliani ―, di francesi, di tedeschi, di spagnoli ― soprattutto ―, perfino di maltesi, che hanno perso la vita a migliaia scagliandosi con le loro falci e i loro antiquati archibugi contro la fucileria e la cavalleria di Napoleone nell’intento di riconquistare le loro libertà e, non di rado, di ripristinare la «propria» dinastia esiliata.

Apprezziamo dunque il non comune gesto di commemorazione dei presuli delle province già tirolesi, ma teniamo anche conto dei loro saggi e attuali ammonimenti.

Oscar Sanguinetti

fonte

http://www.identitanazionale.it/inso_1015.php

 

 

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: