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Il 4 settembre 2006 morì Giacinto Facchetti, il signore dell’Inter

Posted by on Ago 30, 2017

Il 4 settembre 2006 morì Giacinto Facchetti, il signore dell’Inter

 Il prossimo 4 settembre ricorre l’undicesimo anniversario della morte di Giacinto Facchetti. Il sito Internet della società milanese presentava allora, tra due fasce nere, il bel ritratto sorridente di un uomo di classe e tre righi:

“18-07-1942

04-09-2006

Giacinto Facchetti.”

   Ciò basta ad illustrare il dolore in cui piombò la famiglia nerazzurra, dopo l’annuncio della morte di quell’immenso personaggio del football meneghino, italiano e mondiale, vittima di un cancro, a sessantaquattro anni.

   Un percorso sportivo fuori del comune ha condotto questo ragazzo del bergamasco dalle corsie d’atletica leggera alla presidenza della prestigiosa Inter. Alla fine degli anni Cinquanta, il fatto di misurare 1,88 m. e di aver realizzato tempi eccellenti in atletica leggera non predisponeva tuttavia a divenire campione di calcio. Molto giovane, lo spilungone aveva corso gli 80 metri in 8”9, ad un decimo di secondo dal record nazionale detenuto da Livio Berruti, poi campione olimpico dei 200 metri ai Giochi Olimpici di Roma, nel 1960. L’ex asso di prima della seconda guerra mondiale Giuseppe Meazza, bicampione del mondo con la nazionale azzurra, nel 1934 e 1938, l’aveva scoperto quando Giacinto aveva sedici anni, ma, in un primo tempo, l’Inter  non lo aveva trattenuto. Dopo alcuni mesi all’Atalanta, egli firmò finalmente       con il club milanese. Il giovane sprinter, plasmato dall’atletica leggera, doveva imparare a divenire calciatore. A forza di lavoro accanito, il corridore divenne giocatore.

   Occorse allora l’incontro con un uomo per completare la metamorfosi. Nel 1960 l’Inter ingaggiò come allenatore il franco-argentino-barcellonese, presto padrone dell’Italia, Helenio Herrera. Egli portava, a giusto titolo, il soprannome  di “Mago”. Con le sue arie da mediatore che riconosce la qualità degli uomini con un solo sguardo, egli sentì il partito che poteva trarre da quel giovanotto intelligente, dalle caratteristiche stravaganti. H. H. predisse: “Questo ragazzo sarà un pilastro essenziale della mia squadra. ” Helenio Herrera fece quello che disse e Facchetti fu quello che H. H. aveva predetto.

 

                                   Un terzino rivoluzionario

 

   Nella tonitruante macchina da combattimento che era in procinto di conquistare l’Italia e l’Europa Facchetti fu l’essenziale. Egli debuttò con la maglia nerazzurra nel maggio del 1961. Herrera lo impose alle critiche che si abbattevano sul ragazzino, sul tema: “Si ha idea di fare di un pezzo d’uomo così grande un calciatore?” Un anno dopo, Facchetti si ritrovava secondo nel Campionato italiano, dietro il Milan. Due anni più tardi, egli vinceva lo scudetto, atteso da nove anni, ed indossava, a vent’anni, la casacca azzurra dell’Italia. Tre anni dopo, Giacinto trionfava in Coppa dei Campioni e si imponeva come una vedetta internazionale. Era l’epoca in cui l’Inter ed il suo tonitruante allenatore passavano per i peggiori esempi di calcio realistico e difensivo. Però Herrera, con Facchetti, aveva foggiato un nuovo tipo di terzino laterale. In un tempo in cui, a quel posto, era formalmente proibito di oltrepassare la linea mediana del campo, Facchetti era l’elemento preponderante del gioco offensivo dell’Inter, basato sulla rapidità dei controattacchi. “ Con lui, si ricorderà, più tardi, il maestro di tattica Herrera. era l’ala avversaria che era il più spesso in marcatura.” Il controattaccante supersonico. incoraggiato dal suo mentore, inventò un ruolo nuovo, che si chiamerà,  giocatore di corridoio. Logico per un ex sprinter.

   Con il grande Giacinto Facchetti, come con Beckenbauer per il posto di “libero”, alcuni anni dopo, i difensori presero una nuova dimensione. Il calcio cominciava a sfuggire alla dittatura dell’iperspecializzazione. Facchetti, terzino sinistro, segnò 59 reti nel campionato italiano, cifra straordinaria in una squadra, l’Inter di Herrera, archetipo del calcio difensivo…

   Quarant’anni più tardi, il suo nome viene spontaneo, quando si parla dei grandi giocatori che hanno modificato il paesaggio tecnico e fatto evolvere il gioco. Gli anni-Facchetti furono, da questo punto di vista, eminentemente fertili.

   Durante praticamente due decenni, essendo egli fedele all’Inter, Giacinto ha rappresentato il calcio italiano in ciò che esso ha di meglio. Egli ha fatto parte di tutte le sue grandi avventure e delle sue crudeli disillusioni. Con l’Inter, in compagnia di Mazzola, di Corso, di Luis  Suarez, di Jair, di Peirò, di Burgnich, di Guarneri, di Picchi, di Sarti, ha realizzato la famosa doppietta della Coppa dei Campioni e della Coppa intercontinentale, nel 1964 e 1965, nel cuore degli anni gloriosi in cui l’Inter è stata quattro volte campione d’Italia e in cui, negli anni cattivi, finiva al secondo posto. Però nel 1967, con gli stessi giocatori, poiché l’Inter dell’epoca cambiava assai poco, soccombeva in finale contro il Celtic Glasgow. Cinque anni più tardi, capitano della squadra, ne perse una seconda , di fronte all’Ajax. I sostenitori del gioco offensivo andarono in visibilio. Il loro nemico preferito non dettava più legge.

   Con la Nazionale, la carriera di Facchetti è stata, anch’essa, monumentale (94 presenze in casacca azzurra, di cui 70 da capitano, in quattrordici anni), contrassegnata similmente da grandissimi momenti e da cattivi ricordi. Egli era il capitano della squadra azzurra, campione d’Europa per nazioni, di fronte alla Jugoslavia, nel 1968, alcuni giorni dopo essere stato colui che aveva scelto il lato buono della moneta, in uno spogliatoio di Napoli, al momento del sorteggio che determinò lo spareggio  tra l’Italia e l’Unione Sovietica, che avevano lasciato il terreno di gioco sullo zero a zero. Giacinto scambiò anche il bracciale con Pelé, in occasione della finale della Coppa del Mondo del 1970, dominata dai brasiliani, per 4 a 1, chiusasi sull’1 a 1 nella prima frazione di gioco. Il 21 giugno di quell’anno si inchinava, in terra messicana, di fronte al Brasile di Jairzinho, ma neanche nella sconfitta il capitano della Nazionale si separò dalla sua leggendaria eleganza.  Il trevigliese conobbe ugualmente l’umiliazione della sconfitta del 1966 contro la Corea del Nord (0-1), poi l’eliminazione, senza gloria, del 1974.

   Negli anni Settanta il tempo dell’Inter era passato, dopo un ultimo titolo nazionale, nel 1971. Facchetti terminerà la sua carriera da “libero” abbandonando così la sua cara ala sinistra. Il suo ultimo incontro ufficiale, il 476° nel Campionato, sotto i colori dell’Inter, contro il Foggia, nel 1978, terminò con una sua autorete, topica minima rispetto ad una carriera magnifica, durante la quale non sarà espulso che una sola volta, per aver ironicamente applaudito una decisione arbitrale del sig. Vannucchi di Bologna, rimasto famoso per aver sporcato l’immacolata fedina calcistica di uno dei più forti e completi terzini sinistri di tutti i tempi, una leggenda del football, ma il giudice sportivo, in segno di un profondo rispetto, non lo squalificò.

   Elegante nella sua bella casacca, egli lo fu altrettanto quando rivestì l’abito e la cravatta da dirigente. Però, divenuto vicepresidente di Massimo Moratti ( il figlio del presidente degli anni Cinquanta-Sessanta, che aveva ingaggiato il grande giovanotto), poi suo successore alla testa della sua cara Inter, si lanciò nelle vociferanti tenzoni verbali del calcio. Gli accadde anche, nelle baruffe di dirigenti avidi di difendere i loro interessi, di perdere talvolta l’uso delle buone maniere, a cui non aveva mai rinunciato dal tempo in cui egli regnava sui campi calcistici degli anni Sessanta. Da signore, ricordandoci il suo impeccabile comportamento da giocatore. Sotto la sua presidenza, l’Inter ha vinto un titolo italiano (nel 2006, dopo il declassamento della Juventus), due Coppe Italia e due Supercoppe Italia.   

 

                                          Essi hanno detto

 

   Sandro Mazzola ex giocatore dell’Inter e della nazionale azzurra) “In tre mesi, la malattia l’ha portato via. Lo si credeva immortale. Ciò non è giusto. Egli non beveva, non fumava, faceva sempre molto sport. Siamo tutti e due nati nel 1942 Si era insieme nelle squadre giovanili dell’Inter. Si è cresciuto, vissuto, invecchiato assieme. E’ un po’ di me che se ne va. Dopo la Coppa del mondo del 1970, si è partiti in vacanze con altri giocatori verso il Cap d’Antibes. Una sera, si è andati in un super ristorante. Caviale, champagne…Noi ci offrivamo un buon pasto ma Giacinto non osava approfittarne, perché pensava alla sua linea. Poi, si va in discoteca. E lì si è arrivati a fargli bere alcune gocce di champagne. Era una sacra vittoria. …Giacinto è un angelo che non ci lascerà.”

 Gigi Riva (ex giocatore ed ex dirigente accompagnatore della selezione italiana) : “Egli è stato il capitano della mia generazione. Con lui, ho vinto un Campionato d’Europa e sono stato vicecampione del mondo. Perdiam0p una persona splendida, un dirigente onesto, pulito, esemplare. Per lui, la selezione era l’apice. Noi giocavamo insieme sul lato sinistro e, quando ero in difficoltà, mi sosteneva, mi incoraggiava. Era un vero capitano. Io perdo un compagno con cui ho condiviso delle avventure. Durante la sua malattia, non sono riuscito a trovare il coraggio di chiamarlo…”.     

   Roberto Donadoni (selezionatore dell’Italia) :  “Questo lutto rattrista tutti. Con i giocatori e lo staff, abbiamo presentato le nostre condoglianze alla famiglia. Era una persona umanissima, esemplare in quello che faceva. ”

 

 

Massimo Moratti (proprietario dell’Inter, estratto della sua lettera a Giacinto Facchetti sul sito Internet del club) : “Caro Cipe, non sono riuscito a dirtui quello che volevo. Scusami, ma io credo che devo soprattutto ringraziarti per la pazienza che hai avuta con me. Alcuni mesi fa, ti ho chiesto, un poco scherzando, un poco seriamente, perché non riuscivamo mai ad avere un arbitro favorevole, allo scopo di sentirsi almeno una volta protetti. E tu, con uno sguardo tra dolcezza e severità, mi hai risposto che questa cosa io non potevo chiedertela. Grazie di aver onorato l’Inter.”

 

Fabio Cannavaro (capitano della squadra azzurra) : “Egli è il vero capitano della selezione. Io ho avuto la fortuna di conoscerlo all’Inter. Ho il ricordo di una persona ragguardevole”.

Marco Materazzi (giocatore dell’Inter) : “Ci chiamava regolarmente per tenerci al corrente della sua salute. Oggi siamo tutti vicini alla sua famiglia.”

Gianni Rivera (ex giocatore dell’A. C. Milan e dell’Italia) : “E’ il migliore che se ne va. Il più pulito moralmente. Un tipo così integro. Il nostro calcio, che esce dal più grande scandalo della sua storia, non aveva mai avuto tanto bisogno di lui. Giacinto non era mai apparso in un intrigo, in uno sporco affare. Mai. Egli faceva del bene al calcio. Egli lo faceva vivere. Era ancora più grand’uomo che giocatore. Egli era dell’Inter, io del Milan, ma quando ci si è incontrati non c’è mai stato problema. “

Luis Suarez (ex giocatore dell’Inter) : “Egli è stato il primo laterale della storia a salire, ad incitare, a segnare. Egli ha inventato qualcosa di magico. E’ per questo che resterà per sempre nella storia del calcio. Per fare centro come lo faceva lui, dopo aver corso come un folle, occorreva talento. Una volta finita la sua carriera, egli è restato un signore. Un amico.”

Roberto Boninsegna  (ex giocatore dell’Inter e della nazionale) : “Quando penso che sei mesi fa si giocava ancora a tennis…Io non posso né voglio credervi. Venerdì ero andato a vederlo in ospedale, ma non era stato possibile entrare nella camera in ragione del suo stato di salute. Egli mi ha offerto tanti gol, io non potrò mai dimenticarlo. Lì, c’è un canale che ritrasmette di nuovo Italia-RFA, Coppa del mondo del 1970 (4-3 dopo i tempi supplementari). Uno degli incontri del secolo. Sentite, egli tocca il pallone. Egli è ancora in vita. ”

   

Alfredo Saccoccio

 

facchetti

 

 

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