Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Il borgo di Marechiaro con l’antica festa di Santa Maria del Faro

Posted by on Mag 21, 2017

Il borgo di Marechiaro con l’antica festa di Santa Maria del Faro

Un altro punto notevole, imprescindibile, della linea di costa della città di Napoli è quello di Marechiaro. Sta quasi in acqua e prende il nome da mare planum cioè mare calmo. Qualche settimana fa c’è stata la festa, antica, di questo borgo e ve la raccontiamo.

Domenica 23 aprile si è conclusa, con la processione a mare dalla Gaiola a Marechiaro, la festa di Santa Maria del Faro. E’ la chiesa che sta su via Marechiaro, vicino alle scale che scendono fino alla fenestella famosa. L’origine della chiesa ha una storia antica, ai confini con la leggenda, e risale al 1500, quando un’edicola votiva fu eretta dai marinai di un galeone spagnolo che incrociava nelle acque del golfo.

Erano sull’orlo del naufragio e fecero voto alla Madonna di erigere un’edicola nel punto in cui sarebbero cadute le palle di cannone che spararono per chiedere aiuto. Da Marechiaro i pescatori si misero in mare rispondendo a quel richiamo salvando l’equipaggio. E lì, dove sembra ci fosse già il faro romano, gli spagnoli edificarono il primo nucleo di questa chiesa come promesso. Dipinta su maioliche sul muro esterno della chiesa c’è tutta la storia narrata a colori.

La chiesa vera e propria venne molto più tardi. E nel diciottesimo secolo, per il restauro, è intervenuto anche l’architetto Ferdinando Sanfelice con il suo disegno.

La festa dura dal venerdì alla domenica, e sabato si è svolta quella che è diventata una tradizione relativamente nuova: l’immersione della statua della Madonna nelle acque del porticciolo.

Per andarci scendiamo a piedi da sopra via Posillipo, tagliamo per gli scalini un poco di tornanti: ormai le scale sono nostre compagne quando si tratta di spostarsi a piedi a Napoli tra un quartiere e l’altro. Passiamo davanti alla chiesa, ma oggi è chiusa perché la messa viene detta giù, vicinissimo al mare, sopra la terrazza del Lido Marechiaro. Quando arriviamo la gente sta aumentando. C’è il parroco che sta per iniziare la funzione e a destra c’è il panorama dove spunta Capri.

La terrazza si riempie, qualcuno deve restare in piedi.

Nel frattempo in acqua, su una barca di legno, la statua della Madonna sta già sulla prua ad aspettare.

Alla fine della funzione il Padre si imbarca poco dietro la statua, e grazie alla gentilezza degli uomini della Protezione Civile ci imbarchiamo anche noi per seguire da vicino il momento dell’immersione. I sub sono già in acqua: hanno localizzato il posto dove va fissata la statua, toccherà a loro il posizionamento finale.

Dalla gradinata davanti alla fenestella è tutto un cordone di spettatori: molti sono giovani, incuriositi, attenti.

Quest’uso della statua sommersa è nato circa trent’anni fa per desiderio dei genitori di un giovane ragazzo che perse la vita durante un’immersione. E il parroco è stato ben d’accordo ad accogliere la richiesta. La Madonna sott’acqua è a protezione di tutti, del borgo di Marechiaro, e di quelli che si trovano in mare.

La statua viene benedetta e calata in acqua, fa solo un poco di spruzzi. Un bambino dalla poppa della stessa barca, ma anche il nonno, guardano con gli occhi grandi.

I sub restano giù a fissare la statua che resterà lì per un anno intero. Viene recuperata pochi giorni prima della prossima festa per ripulirla dalle incrostazioni. La testa a volte viene accarezzata per devozione da chi si immerge, e rimane più pulita del resto del corpo.

Ritorniamo a terra ed iniziamo a salire. Poi ci fermiamo da Cicciotto, uno storico ristorante della zona perché ci hanno detto che don Giovanni Cicciotto conosce parecchia storia di questi luoghi.

Ci avviciniamo alla porta e non sappiamo bene se, seduto al primo tavolo quel signore è proprio lui. Ce lo hanno descritto e sembra corrisponda; lui da dentro ci saluta e ci invita a chiedere. “Si sono io”.

Gli chiediamo della festa di quando era ragazzo: “la festa si fa da molto tempo. Per alcuni anni si è fatta in maniera un po’ più semplice, poi adesso hanno creato l’associazione (ndr è l’associazione “Borgo Marechiaro”) ed è tornata grande. Ci racconta pure lui la storia della Madonna: “dietro l’altare c’era una statua di legno, antica, della Madonna, e tre palle di cannone, ci dovrebbero stare ancora”. Poi da ristoratore: “le nostre mamme per la festa cucinavano di nuovo i piatti che cucinavano per Pasqua. Si sparavano pure i fuochi, quando non pioveva, per tradizione alla festa pioveva quasi sempre. Li sparavano ‘n copp’ o scoglio luongo come lo chiamiamo noi, quello che sta lì in fondo.

Il sabato poi facevano la vendita. Ognuno portava una cosa: chi un maialino, chi un salame. Poi ci stava qualcuno che teneva i soldi e comprava all’asta. Chi comprava assai era don Pasquale, che teneva lo stabilimento di Marechiaro. Ccà nun tenevan’ sord’, ccà ‘bbasc’ a’gent’ se murev e famm’, o meglio e nuje nun tenev’ e sord’ p’ s’ accattà ‘nu cafè a ‘nu bar.

Don Pasquale Vitiello invece teneva lo stabilimento: era enorme, entravate e nun putiveve cchiù ascì perché non vi ricordavate la strada. Teneva 2000 cabine tutto ‘ncopp’ ‘e scogli. E quindi all’asta poteva comprare. A fare l’asta c’era uno del Casale di Posillipo, si chiamava ‘a bonanema e Vicienzo r’o Casale. Faceva rirere, facev’ murì, s’ mettev e gallin’ ‘ncap e comandava l’asta. I soldi della vendita poi li portavano alla chiesa.

La festa finisce domenica, facciamo la sagra del pesce: noi facciamo i gamberoni con la pasta e tante belle cose. Io canto pure, quando vengono i clienti; non ho studiato però mi dicono che me la cavo bene”.

Allora gli chiediamo se ci canta qualcosa, pure un pezzo piccolo: “va bene, vi canto Regginella”. Questo signore di 76 anni, molto cordiale (ognuno che passa davanti al ristorante lo saluta, e lui saluta il doppio) canta pure bene.

Sabato c’era piaciuto, e volevamo vedere domenica la fine della festa. C’è la processione in acqua, si porta dalla Gaiola a Marechiaro il quadro della Madonna copia dell’affresco che sta dentro la chiesa. Si porta a benedire questo tratto di costa, fino allo scoglione. Ci interessa, siamo curiosi delle tradizioni di Napoli sul mare, e torniamo a vedere.

Scendiamo per discesa Gaiola nel momento in cui stanno cominciando a portare verso il porticciolo il quadro. Gli anziani della parrocchia e due giovani dietro. I ragazzi stavano giù alla spiaggia per farsi quasi il bagno; li hanno incontrati qui e danno una mano al volo. La struttura che regge il quadro l’hanno modificata di recente e per le scale ci passa proprio giusto giusto. Arrivano al molo. Abbiamo il tempo di fare un giro per la spiaggetta, oggi è già frequentata da un po’ di persone. Andiamo anche a vedere la sede dell’associazione Gaiola che si occupa di tenere in ordine questo tratto splendido del nostro litorale e arriva il parroco da terra e la barca da mare.

Tutti a bordo. Le barche sono due: una porta il quadro sacro, l’altra le signore del coro. Grazie alla loro gentilezza, ci imbarchiamo di nuovo.

Si naviga lentamente lungo la costa in direzione est. La luce è splendida, il mare vivo, non mosso. La costa è ripida, verde e della nostra roccia leggera vulcanica gialla. Ogni tanto una casa e qualche stradina in alto. I canti partono dalla barca, a prua il maestro del coro suona la chitarra. Il coro è quasi tutto di donne. Hanno al collo un fazzoletto con la stessa effige del quadro. Cantano e pregano. Il suono, da un piccolo altoparlante, da questa barca si sente fino a terra. Arriviamo fino alla punta subito dopo lo stabilimento delle Rocce Verdi, poi torniamo indietro. Una sosta all’altro approdo di Marechiaro, quello piccolo, rivolto a est, per una preghiera e altri canti sacri del coro.

Siamo fermi a pochi centimetri dagli scogli con la risacca che muove. I barcaioli sono abili, su ogni barca in due: uno governa il motore, l’altro coi remi, insieme hanno un controllo millimetrico dell’imbarcazione. Quando entriamo nel porticciolo sotto la fenestella le donne sciolgono i loro fazzoletti e li sventolano per salutare verso la costa. Sulle scale e dallo stabilimento c’è una lunga fila che aspetta.

Sbarchiamo e la gente sembra anche di più di quanto visto dal mare. Il baldacchino con l’immagine sacra pure sotto l’arco di mattoni ci passa appena appena, con un po’ di manovre. E bisogna far scostare le persone che ingombrano quasi tutta la scala. Quella che sta più comoda è la signora che dalla finestra del soggiorno affaccia proprio all’altezza della Madonna.

Prima dell’ultima rampa c’è un passaggio stretto, quando il quadro s’inclina la Madonna resta serafica, sembra solo per un attimo che stringa un po’ più forte il libro che tiene con la mano sinistra.

In chiesa poi si svolge la funzione che termina con la benedizione dei fedeli.

Abbiamo il tempo per andare a vedere se è vero che dietro l’altare ci sia davvero la statua. Quella di legno e le palle di cannone. C’è, c’è. Dentro una teca di vetro c’è una scultura di legno, lunga, di donna. Ha un saio come vestito e dei chiodi, antichi, infissi su di un lato. La parte posteriore sembra non finita: è come se fosse stata attaccata a qualcosa che ora manca, forse una nave. Può essere sia una polena che una Madonna.

Scendiamo di nuovo nel borgo perché c’è la sagra conclusiva della festa, del pesce locale. C’è pure il Sindaco nella piazza. Davanti al suo ristorante incontriamo don Giovanni Cicciotto: passeggia col cappello e il bastone e sorridendo ci dice (ma chi ‘o ssape si è overo) che lui in realtà ha studiato canto con il maestro Sergio Bruni. Provate a capirlo voi dalla registrazione.

di Francesco Paolo Busco

fonte

identitainsorgenti.com

 

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