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Il Brigante ANTONIO COZZOLINO detto PILONE e il Brigante Gaetano TRANCHELLA

Posted by on Gen 24, 2018

Il Brigante  ANTONIO COZZOLINO  detto PILONE e il Brigante Gaetano TRANCHELLA

Gli scritti di seguito, come alcuni altri già pubblicati, hanno fonti risorgimentali-giacobine ma le divulghiamo lo stesso perchè contengono delle informazioni utili per la conoscenza.

 Pilone, brigante devoto

Il più grande, e forse il più significativo dei briganti napoletani, fu certamente Antonio Cozzolino, detto Pilone, dal fatto che era straordinariamente villoso, il quale operò per quattro o cinque anni, dopo il 1860, alle porte di Napoli, nell’amenissimo e ricchissimo territorio vesuviano. Dopo molti combattimenti, rapimenti e sensazionali imprese, il brigante Pilone, che era gia’ passato in proverbio, venne costretto a rifugiarsi nello Stato Pontificio, anzi nelle galere del Papa. Evaso dalle prigioni romane nel 1869 e ospitato per qualche tempo in Palazzo Farnese da Francesco II esule, il brigante Pilone tornò a Napoli poco prima del XX Settembre, per cadere, il 14 ottobre 1870, in un’imboscata a Via Foria. Tradito da un suo vecchio compagno, Antonio Cozzolino venne ucciso, anzi trafitto paladinescamente a colpi di stocco; e indosso gli venne trovato, come leggiamo in una cronaca del tempo: “intorno al collo un abitino, (ovvero piccolo sacchetto di stoffa) contenente un’immagine di San Ciro, e nelle tasche un piccolo reliquario in ottone, contenente un pezzettino delle ossa della Beata Francesca di San Colombano, di San Giustino, e un poco di velo della Madonna, una immagine di Santa Maria delle Paludi, una meditazione della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, un pezzetto di carta sul quale stava scritto Antonio Cozzolino, io sono figlio della Madonna Addolorata perché in gielo ce il signore che più di esso ce il padrone, un abici’ seguito dalla dottrina cristiana.., e lire quaranta in carta e pochi soldi”. Certo, il pelosissimo “figlio della Madonna Addolorata”, che cadeva in Via Foria il 14 ottobre 1870, lardellato dalle spade degli sbirri di Vittorio Emanuele II, somigliava molto più ad un campione della Santa Fede, ad un seguace del Cardinale Ruffo, mangiatore di cuori umani crudi, che non ad un Larochejaquelin o ad un Pugacef.

 

Gaetano TRANCHELLA

 

zona di “competenza”; Salernitano. La storia di Tranchella spiega benissimo il brigantaggio: una miseria antica, un’infatuazione politica, un’opposizione alle misure del nuovo governo, governo di stranieri, producevano una situazione materiale e psicologica che degenerava in violenza. Gaetano Tranchella, nato da poverissimi genitori, era troppo piccolo quando cominciò ad offrire i suoi servizi prima al parroco del suo paese, poi ad un proprietario terriero. Lavoro estenuante, guadagno pochissimo. Quando il governo borbonico indisse la leva, Tranchella si arruolò. Poi l’esercito borbonico nel 1860 fu disciolto, e Tranchella si trovò senza lavoro e senza possibilità di trovarne. Intanto circolavano voci di un ritorno dell’antico sovrano, di una liberazione degli invasori piemontesi, di truppe russe e inglesi che sarebbero venute in aiuto, e Tranchella prestò ascolto alle promesse dei “comitati” borbonici e cominciò la sua vita irregolare. Altri con lui erano rabbiosi per le delusioni, per le vessazioni dei prepotenti, per le offese ai diritti dei più poveri; si aggiungevano i malcontenti di evasi, di renitenti di leva, di disertori, e di quanti avevano conti in sospeso con la giustizia, e nacque la banda di cui Tranchella fu il capo. Ebbe contatti con le bande di Cirino e di Crescenzo Gravina, e cominciò il brigantaggio lungo la catena dei monti Alburni, con furti e rapine. La banda era aiutata da molte donne, fra cui la mamma di Tranchella, Luigia Cannalonga, che covava un odio contro i garibaldini, perché, secondo lei e secondo chi l’aveva istruita, ne avevano combinate molte. Tra le donne c’era l’amante di Tranchella ed altre che fiancheggiavano i briganti e ne diventavano amanti. E c’erano i manutengoli, che fornivano notizie, ricettavano la refurtiva, nascondevano i briganti; c’erano le spie; c’era la popolazione che non faceva mistero dei suoi sentimenti; c’erano i preti sempre pronti ad aiutarli. Quegli anni furono pieni delle imprese della banda Tranchella, da cui ebbero origine numerosi processi contro spie, ricettatori, manutengoli, sequestratori. I sequestri si susseguivano, ogni settimana; le ricerche della polizia erano infruttuose; qualche brigante, ferito, lasciava tracce di sangue. Per “avvertimento” la banda scannava pecore e capre, tagliava orecchie ai sequestrati, e commetteva assassini per punire chi non l’assecondava. Le pagine dei processi conservati negli archivi sono piene di lunghi elenchi di delitti commessi dal 1861 al 1864. Il 24 novembre 1864 un reparto del 46° Fanteria, in vicinanza di Eboli, sorprese un gruppo di briganti e li attaccò; i briganti si difesero come forsennati, poi fuggirono, ma sul terreno rimasero tre di essi, fra questi Gaetano Tranchella, il capo, il terrore della zona. Luigia Cannalonga, per misure di sicurezza ma in verità come esca o ostaggio, era finita al domicilio coatto nell’isola del Giglio e vi rimase fino all’uccisione del figlio. Sottocapi della banda erano diventati Vitantonio D’Errico detto Scarapecchia e Nunziante D’Agostino, che continuarono anche dopo la fine di Tranchella. Tra i briganti della banda, sono specialmente ricordati Michelangelo Russo e Brienza Carmine, che si costituiranno ai Carabinieri nel 1864 e saranno processati e condannati, Nicola Furlano e Agostino Accetta che saranno arrestati e condannati nel 1865, Carmine Oliviero che ucciderà un sacerdote ed un sequestrato e sarà fatto prigioniero in un conflitto a fuoco nel 1864, Nicola Calienno che, fra gli altri delitti, assassinò una donna dopo averla violentata e uccise parecchie altre persone tra cui una Guardia Nazionale ed un soldato del 46° Fanteria. Non si contano i delitti commessi dalla folta schiera dei manutengoli della banda, delitti commessi per i più vari motivi, vendetta, tradimento, amore, gelosia, contrasto politico, ripartizione di proventi. [da: G. De Matteo “Brigantaggio e Risorgimento – legittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia”” A. Guida Editore, Napoli, 2000]

fonte

brigantaggio.net

 

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