Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Il Ciociaro Michele Santulli risponde a Claudio Saltarelli

Posted by on Ott 8, 2016

Il Ciociaro Michele Santulli risponde a Claudio Saltarelli

Il piu grosso teorico del concetto di ciociaria, di ciociaro e di ciociara, il Prof. Santulli, si è prestato alla richiesta del Gazzettino Ciociaro è ha dato una risposta alle mie esternazioni sul suddetto concetto come di seguito potete leggere in maniera integrale. Come si dice dalle mie parti mi hanno fatto “le mani come i piedi” , me ne hanno dette di tutti i colori e quando mi è andata bene mi hanno ignorato, lo avevo messo in conto perché avevo bisogno di stanare il il Prof. Santulli e capire veramente come la pensasse perché ne avevo solo sentito parlare. Ho molto apprezzato, non nei contenuti di quello che ha scritto ovviamente, il Prof. Santulli perché è coerente con la sua posizione e ci mette la faccia, a differenza di personaggi di seconda o terza fascia che a seconda dove si trovano rivendicano identità diverse e come unico scopo dare soddisfazioni a interessi personali o di vanagloria venendo ad “azzuppare il pane” in Terra di Lavoro. Sui contenuti del pezzo del Prof. Santulli non rilascio nessun commento, almeno in questo momento, ma vorrei solo far notare che ammette che ciociaria vuol dire folklore e null’altro e che noi frusinati, abitanti della prov. di Frosinone, che rivendichiamo le nostre origini laborine e regnicole siamo dei nostalgici e scadiamo nel ridicolo. Faccio notare che il Prof. Santulli quando cita i popoli antichi omettendo di citare, sarebbe stato più semplice e naturale farlo, i sanniti, i volsci, i marsi, gli osci, gli equi, i lepini, gli ausoni, gli aurunci, il latini chissà perche!!! Se qualche scrittore, storico laborino o regnicolo leggerà questo articolo vorrei chiedere loro di prendere nota perché tutti i vostri sforzi, studi, ricerche ecce cc secondo il Prof. Santulli non servono a nulla è tempo perso quindi smettetela!!!

Claudio Saltarelli

 

Parola all’esperto. Dopo l’appello che abbiamo lanciato sui social per cercare uno studioso che replicasse alle teorie un po’ “drastiche” per essere buoni, del Presidente dell’Associazione Alta Terra di Lavoro, Santarelli, che aveva accusato il Gazzettino, nell’editoriale sulla Ciociara del Grande Fratello Vip, di parlare del nulla in quanto la Ciociaria- secondo lui- sarebbe una invenzione di Mussolini, abbiamo ricevuto quanto cercavamo. Il Prof. Michele Santulli, studioso ed esperto di civiltà, cultura e storia della Ciociaria, ci ha inviato una nota, che non vuole essere esaustiva e conclusiva, ma che ci offre un contributo molto interessante, che sottolinea alcuni spunti giusti dati dallo stesso Santarelli ma, soprattutto, risponde in generale ai tanti che parlano della Ciociaria senza sapere di cosa si tratti realmente. Vuole essere un contributo per chiudere o a mettere una sorta di parola fine sulla polemica e, al contrario, per aprire a eventuali dibattiti, anche pubblici.

A voi la nota…è un po’ corposa per un giornale online, ma fin troppo scarna, al contrario, per esprimere tutto quanto il concetto di Ciociaria racchiude in se. Un po’ di pazienza ma ne vale proprio la pena…

E’ invalso infatti  il costume, -o la moda, non si capisce bene-  almeno in certi ambienti di Cassino, non solo di ignorare la suddetta, ripeto,  senz’altro elementare realtà quanto di intraprendere ad operare perfino una distinzione tra Ciociaria e Terra di Lavoro, commettendo dunque una duplice sciocchezza : prima di tutto ritenere che  “Ciociaria”  sia un concetto  territoriale o perfino geografico con tutto quello che tale fatto comporterebbe e, secondo nonsenso, continuare a parlare di Terra di Lavoro come se fosse  amministrativamente o politicamente o geograficamente connotabile, ignorando che Terra di Lavoro semplicemente non esiste o per lo meno esiste a livello di nostalgia, come la Dacia o la Cirenaica o Littoria, o Rodesia, ecc. Ripescare poi concetti che appartengono ormai alla storia quali  ‘borbonico’  o  ‘papalino’  e pretendere perfino di attualizzarli, fa precipitare il contesto nel ridicolo e quindi indegno di prenderne coscienza. Senza menzionare il particolare, come ci ricorda sempre il libro  “CIOCIARIA SCONOSCIUTA” che nell’800  -e non solo allora-  Terra di Lavoro nella sua parte settentrionale, in particolare la Valcomino, era così ben individuata nella sua identità che veniva chiamata  normalmente  ‘Abruzzi’ ! E ancora oggi tale retaggio è duro a morire poiché ogni qualvolta  ci si riferisce a qualcuna delle località della zona, e non solo la Valcomino, ma anche Arpino, Sora ecc . specie gli stranieri continuano a parlare di Abruzzi. 

“Ciociaria” dunque veniva definito, scientificamente già dal 1850-60 dal Gregorovius, il territorio dove si indossava il costume ciociaro e si calzava un certo tipo di calzatura. E che i ciociari fossero alti o bassi, bruni o biondi, che parlassero italiano o turco, mangiassero polenta o maccheroni, fossero papalini o borbonici, non interessava minimamente ai fini di detta configurazione solo folklorica. 

Anche la Ciociaria è oggi un termine ideale come Terra di Lavoro: chi indossa più lo straordinario costume, le magnifiche cioce ? ma, e qui è l’aspetto storico e corretto, tra i due non vi è alcun rapporto poiché  “essere ciociaro”  è come  dire  “mangiare la polenta”  o  “bere la tequila”  cioè indica una realtà folklorica che è valida solo in questo senso e per una certa zona e che può trovarsi dovunque : è perciò poco sensato mescolare realtà folkloriche e realtà politiche e perfino amministrative. Ora le cioce documentariamente e storicamente si indossavano in Terra di Lavoro Settentrionale, a Roma e nel territorio a Sud dell’Urbe vale a dire nel territorio folkloricamente detto  Ciociaria storica. In merito si tenga a mente che un conto sono le cioce e un conto gli zampitti o del genere: le prime sono state documentate da migliaia di opere d’arte e circoscritte folkloricamente già nella metà del 1800 dal più citato Gregorovius: sono le cioce classiche, quelle abituali che si incontrano soprattutto nella pittura europea,   mentre gli zampitti sono ben altro e sono tra l’altro quelle calzature che effettivamente ancora oggi si indossano in certe località e paesi, come pure si indossavano sin dall’inizio della presenza dell’uomo sulla terra, quando non voleva camminare   a piedi scalzi: è facile confondere: le cioce dunque sono una evoluzione dagli zampitti o altro, sono nate a Roma tra la umanità ciociara ivi immigrata già fine 1700 e inizi 1800 e gli artisti stranieri: quindi unica e irripetibile! 

Poco importa se si parlava napoletano o romano o fondano e se i figli di papà andavano all’università a Roma o a Napoli o a Milano e se i mezzi agricoli erano più romani o più napoletani : assieme a mille altri, sono tutti aspetti ed elementi che non riguardano l’idea di Ciociaria che, ripeto, è un concetto squisitamente folklorico individuato e localizzato in generale dal medesimo costume e dal medesimo calzare. L’unica questione, semmai, è l’individuazione territoriale generale dove appunto si calzavano le cioce, quelle classiche si intende ! E tale territorio, come già evidenziato, è da intendersi quello racchiuso tra gli Appennini e i Simbruini  e il percorso della via Appia da Velletri fino ad Itri e dai castelli Romani fino al Garigliano. E, in aggiunta, nella dottrina del folklore è ormai una convinzione acquisita che l’abito è uno degli elementi più qualificanti e probanti nella connotazione e individuazione di un certo territorio. E questa parte settentrionale di Terra di Lavoro   -Cassinate, Fondano, Sorano-  politicamente ed amministrativamente  Regno di Napoli, folkloricamente  era fin troppo elementarmente ciociara: sostenere ancora la leggerezza che facesse adombrare il contrario o qualcosa di diverso, abbiamo di fronte  un seminatore di fumo o un disinformato.uesto senso e che q Se si ha voglia e piacere di studiare ed approfondire allora si renderebbe  veramente un servigio alla società e alla cultura  se si iniziasse a verificare se per Terra di Lavoro settentrionale il concetto  “ciociarità”  non implichi anche una realtà più ampia di quella solo folklorica. Nel libro “CIOCIARIA SCONOSCIUTA”  tale tentativo è stato fatto, lasciando aperte molte stimolanti ipotesi e possibilità. E’ solo questione di ricerca e di studio. 

Il ciociaro può essere romano o napoletano o, secondo alcuni, anche abruzzese, veniva individuato anche come campagnolo (Campagna romana) o come regnicolo (Regno di Napoli), come papalino (Stato della Chiesa) o borbonico (regno di Napoli): il ciociaro può parlare romano o napoletano o anche cinese e turco, può mangiare la pizza o i carciofi alla giudea, può vivere a Roma o a Napoli o a Parigi e anche a Pechino, ma sarà sempre ciociaro finché, però, veste in un certo modo e indossa certe calzature. Ci siamo: l’abito!  E’ l’abito che fa il ciociaro!

E per tornare all’inizio e cioè la questione borbone-ciociaro, il fatto incredibile e perfino paradossale  -naturalmente per certi nostalgici ostinati-  è che la matrice sia del costume ciociaro e sia del personaggio ciociaro  -che poi sono solo quelli che hanno dato il nome alla regione- si trova proprio nell’Alta Terra di Lavoro! Ed esattamente in Valcomino, dove tutto è nato e principiato. Cioè il costume ciociaro celebre in tutto il mondo -salvo che in Ciociaria va detto e quindi anche in quella che era Terra di Lavoro!- è nato ed è originario dell’Alta Terra di Lavoro! Chi ne vuol conoscere di più raccomando la lettura di un libretto intitolato appunto ‘IL COSTUME CIOCIARO NELL’ARTE EUROPEA DEL 1800-1900”. Cioè il costume ciociaro non solo è nato in Terra di Lavoro Settentrionale, ma Cassino ne è perfino la porta di ingresso. Quindi una collocazione cerniera e cardine: la porta del Sud della Ciociaria storica!

Quindi il concetto ‘Ciociaria’ è un concetto solo folklorico e non amministrativo o geografico o politico o altro, volerci riconoscere significati differenti è errore e distorsione perfino banali. Essa comprende  come detto più sopra,  l’ampia regione a sud di Roma dopo i Castelli fino al Garigliano avente per confine occidentale gli Appennini e i Simbruini e per orientale la antica Via Appia, è il territorio dunque che poi in epoche recenti è stato smembrato tra tre province: FR LT e Roma:  Frosinone effettivamente ne rappresenta la parte più estesa e, a mio avviso, immeritatamente in quanto ignara ancora oggi di quello che ne è il vero significato e valenza. E quindi questa gloriosa Terra nota da sempre in tutto il mondo per il suo smagliante costume -ma non solo- come nessun’altra regione storica italiana o di altra nazione, purtroppo non esiste più perché non esiste più il costume ciociaro. Come non esiste più la Terra di Lavoro, come la Dacia o la Cirenaica o Littoria, o Rodesia, ecc. esiste solamente la nostalgia, il rimpianto….

E perciò quei commenti di sufficienza e di malcelata sopportazione che non di  rado percepisci in giro in certi contesti e ambienti di Cassino, di Sora, di Arpino e anche altrove ogni volta che si parla della ‘ciociarità’  di questi luoghi e della immotivata e infondata ritrosia di detti benpensanti a riconoscere che essere nostalgico borbonico e di Terra di Lavoro non inficia minimamente l’essere ‘ciociaro’, detti commenti sono in verità anche un po’ risibili e ridicoli: Ciociaria e Terra di Lavoro sono entrambi ormai concetti spirituali e, fondamentale, sono sinonimi, sono -per ripetere la famosa espressione di Moro- convergenze parallele anche se nel nostro caso, non parallele, solo convergenti. Il caso vuole che questo termine ‘ciociarità’ fu coniato proprio da quell’incommensurabile Anton Giulio Bragaglia che in verità tanti anni fa ebbe una gustosissima e lunga diatriba epistolare e giornalistica con quell’altro grande ciociaro che fu Tommaso Landolfi di Pico che, pure lui, escludeva che essere borbonico potesse equivalere anche ad essere ciociaro, anche lui, il grande scrittore e gloria della Ciociaria, ignorando il significato solo folklorico del termine”.

 

Michele Santulli

fonte testo e foto pagina facebook “il Gazzettino Ciociaro”

1 Comment

  1. Proviamo a smontare gli pseudoargomenti addotti nei suoi articoli da Michele Santulli, ossessivo assertore di una Grande Ciociaria che esiste solo nella sua immaginazione.
    Se è vero infatti che i confini della Ciociaria, intesa come regione storica, vanno al di là della provincia di Frosinone, in quanto appunto ricomprendono anche territori che si trovano nella parte meridionale della provincia di Roma e nella parte settentrionale della provincia di Latina, nondimeno è vero anche che nei confini della provincia di Frosinone (e a maggior ragione in quella di Latina) rientrano territori che NON fanno parte della Ciociaria. Mi riferisco, naturalmente, a tutti quei comuni che precedentemente all’istituzione nel 1927 della provincia di Frosinone facevano parte della provincia di Terra di Lavoro, il cui capoluogo era Caserta, e che prima del 1861 si trovavano all’interno dei confini del Regno delle Due Sicilie, mentre, come è noto, la parte settentrionale delle attuali provincie di Frosinone e Latina (che, con la parte più meridionale della provincia di Roma, costituiscono la Ciociaria vera e propria) si trovava all’interno dello Stato pontificio, con la denominazione amministrativa di Campagna e Marittima prima, e da ultimo di delegazione di Frosinone.
    Osservo che a rimarcare la differenza tra la Ciociaria e i suddetti centri, che costituiscono appunto la parte settentrionale della Terra di Lavoro, sta il dato linguistico, che ancora più di quello storico e geopolitico risulta fondamentale per dirimere la questione dell’estensione territoriale della Ciociaria.

    In Ciociaria si parla ciociaro (più correttamente definibile come campanino, da Campagna), che è un dialetto mediano, cioè dell’Italia centrale, al pari del viterbese, dell’umbro e del marchigiano, mentre in tutti i comuni “borbonici” del Lazio meridionale si parlano idiomi campani o campano-abruzzesi, ovvero dialetti meridionali, pur, in alcuni specifici casi, con qualche tratto fonetico e lessicale in comune con l’area linguistica mediana della Ciociaria, come del resto è del tutto fisiologico che accada nelle zone di confine. Ma, è bene precisarlo a scanso di equivoci, si tratta di affinità circoscritte che non valgono certo a cancellare e nemmeno ad attenuare le differenza linguistiche fondamentali, se non nella fascia di interscambio linguistico, che si estende per una decina di chilometri dal vecchio confine all’interno di quello che fu lo stato pontificio.

    Mi chiedo dunque, ma soprattutto sarebbe da chiederlo al Santulli, come un territorio si possa considerare parte di una regione storica, quando con quella regione non condivide né la storia né, se non marginalmente, la lingua. A definire, sia pure approssimativamente, una regione storica, o meglio storico-culturale, sono appunto circostanze storiche e caratteristiche culturali, lingua in primis. Ora, in assenza di quei tratti, storici e culturali, non è possibile sostenere che siamo ancora entro i confini di quella determinata regione storica. E’ una questione di logica pura e semplice, che articola in modo lineare – e inconfutabile – dati storiografici e linguistici alla portata di chiunque.

    Per tornare all’incongrua estensione territoriale della Ciociaria del Santulli, men che meno Gaeta e Formia, città “campane” con piena evidenza dell’occhio e dell’orecchio in misura, se possibile, persino maggiore del Cassinate, possono essere considerate parte della Ciociaria. I confini meridionali della Ciociaria, per quanto sfumati, come è proprio di una regione che non ha un riconoscimento amministrativo formale, in ogni caso ricalcano sostanzialmente quelli plurisecolari tra Stato pontificio e Regno delle Due Sicilie.
    Tutta l’area che si stende tra Sperlonga e Sora, attraverso Fondi, Itri, Gaeta, Formia, Cassino, Aquino, Atina, Arpino, ha un nome: Alta Terra di Lavoro, dovuto a Costantino Jadecola, che l’ha coniato e al compianto Eugenio Maria Beranger, che l’ha diffuso e reso di uso comune.
    Santulli in un altro suo articolo sostiene che “la Terra di Lavoro ha semplicemente separato politicamente parte di quella regione che i Romani chiamavano Latium adiectum”. Santulli evidentemente non deve aver mai sentito parlare di discontinuità storica. Dai remotissimi tempi del “Latium adiectum” sono successe molte cose, dai decisivi effetti territoriali, economici, sociali e culturali. Quella separazione, che ha dato luogo ad altre fisionomie storiche e culturali, data da ben quindici secoli!, nei quali dell’antico retaggio dei popoli italici, peraltro molto meno omogeneo di come vorrebbe il Santulli, è rimasto, in termini di influenza diretta e tangibile, ben poco, come anche il dato linguistico ampiamente dimostra. Ma a chiarire meglio ciò che intendo dire con il fatto che la discontinuità storica è decisiva nella valutazione della faccenda vorrei proporre l’esempio degli Etruschi, che spero risulti chiarificatore. L’Alto Lazio e la Toscana meridionale hanno in comune il sontuoso e peculiarissimo retaggio etrusco. Nondimeno, per i tanti secoli di storia separata, che naturalmente hanno introdotto una manifesta e prolungata discontinuità rispetto al tempo degli Etruschi, manco per niente un abitante del Grossetano o del Senese riterrà che la Toscana meridionale e l’Alto Lazio costituiscano insieme una realtà sufficientemente omogenea, o, in altri termini, riterrà che il retaggio etrusco, pur fieramente rivendicato in entrambe le regioni, costituisca, per usare la terminologia del sostenitore della “grande Ciociaria” Michele Santulli, un fattore qualificante e probante nella connotazione e individuazione di un certo territorio. Se non si sentono, in definitiva, parte della stessa realtà territoriale un abitante di Capalbio (GR) e uno di Montalto di Castro (VT), perché in effetti, malgrado la stretta prossimità geografica e un antico affascinante passato in comune, non lo sono, non si vede proprio perché invece dovrebbero sentirsi affini in senso democulturale uno di Anagni e uno di Cassino, che in comune possono avere solo un antico, troppo antico passato, soprattutto passato.

    Peraltro, la vicenda storica e culturale dell’Alta Terra di Lavoro è strettamente legata a quella del resto del Mezzogiorno. Tanto per fare degli esempi, Montecassino e Gaeta hanno avuto un’importanza storica, culturale, economica, politica, persino simbolica, di prim’ordine nell’ambito del Regno di Sicilia, poi Regno di Napoli, poi Regno delle Due Sicilie. Montecassino in particolare ha avuto un’influenza enorme su tutta la Terra di Lavoro e anche oltre verso Sud. Strettissimi sono stati i legami culturali tra Montecassino e Capua, che erano i due centri culturali della Terra di Lavoro. Molto stretti anche i rapporti tra Montecassino e il Salernitano. L’abate di Montecassino vantava il rango di primo barone del Regno (primus baro Regni). Gaeta, a sua volta ha un’architettura e un’urbanistica tipicamente meridionali. Note poi sono le vicende dell’assedio di Gaeta, per cui la cittadella del Golfo è divenuta emblema dei Borboni. Per non parlare del brigantaggio post-unitario, il quale, sobillato anche dal Borbone detronizzato, ha avuto in Alta Terra di Lavoro le stesse caratteristiche sociali e ideologiche che nel resto del Mezzogiorno. Insomma, per storia, tradizione, lingua e cultura, Cassino e Gaeta sono città “campane”. Ovviamente sono campane in un modo e in un senso diversi da Sorrento o Aversa. Ma questo, ai fini del nostro discorso, non significa niente. Anche di Trento possiamo dire che ha molte cose in comune con Innsbruck, apparentemente di più di quante ne abbia, che so, con Lecce, da cui oltretutto dista moltissimo. Eppure nessuno dubita che Trento sia una città italiana al pari di Lecce o di Siena o di Viterbo. Certo, Trento italiana lo è in un modo diverso da Lecce o da Siena o da Viterbo. Così come Torino lo è da Napoli, Venezia da Palermo. Ma certamente Trento è italiana, ed è del tutto distinta da Innsbruck, cui pure la legano la facile raggiungibilità, le tradizioni gastronomiche, vestiario tradizionale, ecc. Ugualmente, un conto è la Terra di Lavoro a Cassino o a Gaeta, un altro conto a Capua, o un altro ancora a Nola o Aversa. Non a caso infatti, per Gaeta, Cassino e tutto il Lazio borbonico, si usa di preferenza il toponimo Alta Terra di Lavoro, che ha la duplice funzione di indicare che intanto siamo in Terra di Lavoro e non altrove, per esempio non in Ciociaria o nell’Agro Pontino, e poi che tale territorio, nell’ambito della regione storico-culturale nonché ex amministrativa della Terra di Lavoro, può comunque vantare una sua specificità, un suo tratto distintivo.

    Il Santulli a questo punto, pensando di tirar fuori l’asso dalla manica, mi risponderebbe che Ciociaria non è un concetto né geografico né amministrativo, bensì, come egli pretende, folklorico. Egli infatti scrive che “Ciociaria dunque veniva definito, scientificamente già dal 1850-60 dal Gregorovius, il territorio dove si indossava il costume ciociaro e si calzava un certo tipo di calzatura. E che i ciociari fossero alti o bassi, bruni o biondi, che parlassero italiano o turco, mangiassero polenta o maccheroni, fossero papalini o borbonici, non interessava minimamente ai fini di detta configurazione solo folklorica”.
    Ora, a parte il fatto che il concetto di regione folklorica mi suona nuovo e decisamente bizzarro, osservo solo che le ciocie, da cui indubbiamente la Ciociaria trae il nome, sono tuttavia attestate in un’area ben più ampia di quella del Lazio Meridionale (Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria), per cui non basta certo la mera presenza delle ciocie a giustificare l’estensione del termine Ciociaria. Insomma, tra ciocie e Ciociaria, non c’è corrispondenza biunivoca.

    Ma, al di là di ciò, è comunque difficile immaginare che calzari (coturnali o acciabattati che siano), “cannate” o “mantesini”, possano costituire un fattore di riconoscimento identitario collettivo, che trascenda addirittura dati storici e linguistici, con buona pace del Santulli, che sostiene invece che “l’abito è uno degli elementi più qualificanti e probanti nella connotazione e individuazione di un certo territorio”. Tanto per fare un esempio, anche nell’arco alpino le popolazioni di lingua tedesca e quelle di lingua italiana hanno molto in comune sul piano degli usi e costumi, dalla gastronomia all’abbigliamento. Ma, naturalmente, tali popolazioni, distribuite su territori diversi e contigui, sentono e avvertono le loro radici in riferimento alla cultura profonda che vivono, in primis alla lingua e alla storia legata a quella lingua. Così come, per riproporre l’esempio già citato in precedenza, l’Alto Lazio e la Toscana meridionale hanno in comune, oltre al meraviglioso passato etrusco, molti usi e costumi, per esempio l’allevamento del bovino maremmano con le tipiche attività dei butteri, o l’improvvisazione poetica in ottava rima, per tacere del peculiare paesaggio maremmano, o dell’orografia tufacea, che condiziona visibilmente anche l’urbanistica dei suggestivi piccoli centri di entrambe le regioni, insomma, hanno in comune una serie di elementi che varrebbero a costituire un spazio collettivo identitario sicuramente in termini più significativi di quanto possano farlo ciocie o cannate. Nondimeno, vuoi per i tanti secoli di storia separata, che naturalmente, come ho già detto, hanno introdotto una manifesta e prolungata discontinuità rispetto al tempo degli Etruschi, vuoi per le diversità linguistiche e anche (e soprattutto) di mentalità, manco per niente un abitante del Grossetano o del Senese (meno che mai!) riterrà che Grosseto o Siena e Viterbo appaiano come un’unica realtà sufficientemente omogenea, o, in altri termini, riterrà che gli elementi che ho menzionato costituiscano, per usare la terminologia del Santulli, fattori qualificanti e probanti nella connotazione e individuazione di un certo territorio. Figuriamoci quindi se possono connotarlo ciocie, cannate, mantesini, fazzoletti in capo! Se non si sentono, in definitiva, parte della stessa realtà territoriale, un abitante di Capalbio e uno di Tarquinia, non vedo perché invece dovrebbero sentirsi affini uno di Anagni e uno di Cassino, posto che i primi hanno in comune tra di loro forse elementi più significativi dei secondi. Quel che emerge con chiarezza è che entrambe le situazioni prese in considerazione (Ciociaria e Terra di Lavoro, così come Toscana meridionale e Lazio settentrionale) sono caratterizzate da analogie e differenze, solo che le differenze e le particolarità vengono considerate, e lo sono, più significative delle analogie e del patrimonio comune.
    Insomma, per concludere, l’inclusione dell’Alta Terra di Lavoro nella Ciociaria è del tutto abusiva per precise, manifeste e insormontabili ragioni storiche e linguistiche, al netto magari, va riconosciuto, degli effetti dell’innegabile processo di “ciociarizzazione” o “lazializzazione” subìto da alcuni (pochi) centri, Sora, Arpino, Arce, Sperlonga, posti sulla linea del vecchio confine di stato. Il processo di “lazializzazione”, fatalmente, è stato innescato dall’istituzione della provincia di Frosinone (e di quella di Latina, in questo caso però, fortunatamente, con effetti meno apprezzabili), ma da alcuni anni esso è efficacemente arginato da un processo di segno contrario, che, volto alla riscoperta delle radici, ha portato molte persone a maturare finalmente una diversa consapevolezza della propria identità storico-culturale.

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