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IL CONTE DI CAVOUR E LA QUESTIONE NAPOLETANA – Alta Terra di Lavoro

Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

IL CONTE DI CAVOUR E LA QUESTIONE NAPOLETANA

Posted by on Nov 29, 2017

IL CONTE DI CAVOUR E LA QUESTIONE NAPOLETANA

Interessante articolo che vi proponiamo è quello su Cavour e la questione napoletana. La mitologia del tessitore che aveva intravisto tutti i problemi e non potè darvi  soluzione perché strappato anzitempo alla vita da una malattia, era già stata messa in cantiere da alcuni biografi del conte.

Ci preme sottoporre ai visitatori del sito solamente una riflessione.

Se Cavour aveva tutta questa premura di selezionare una efficiente rappresentanza delle terre meridionali, come emerge dall’articolo di Artom, ci chiediamo per quale motivo avesse scritto a Cassinis, inviato a Napoli con il compito di affermare e consolidare l’autorità del Governo e di affrettare i primi atti dell’unificazione nel Meridione, le seguenti parole:

“Mi restringo a pregarlo a fare ogni sforzo onde si acceleri la formazione delle circoscrizioni elettorali, vedendo modo di darci il minor numero di deputati napoletani possibile. Non conviene nasconderci che avremo nel Parlamento a lottare contro un’opposizione formidabile […]”.

Cfr Lettera di Cavour a G. B. Cassinis 8 dic. 1860 – Storia del brigantaggio di Franco Molfese

A noi pare che le intezioni non fossero quelle di selezionare una buona classe dirigente ma di trovare un congegno che permettesse un ridotto numero di rappresentanti napoletani.

 

La questione di Napoli e del Mezzodì d’Italia, latente sempre dall’epoca dell’annessione in poi, è entrata oggi nuovamente in uno di quei periodi acuti, in cui richiama l’attenzione vivissima della pubblica opinione.

Il centro, in cui si manifestano più visibilmente i gravi mali da cui è travagliata quella importantissima parte d’Italia, è Napoli, che, per le sue condizioni storiche e per l’imponente nucleo di popolazione, riassume e personifica quasi in se la vita del Mezzogiorno d’Italia.

Come dal Vesuvio che si specchia nell’incantevole marina napoletana avvengono periodiche eruzioni, le quali, per le minacele che contengono, atterriscono le popolazioni, così dal cratere della corrotta vita politica ed amministrativa di Napoli eruttano oggi torrenti di lava minacciosa.

Ma passati questi periodi, l’opinione pubblica italiana, sempre disposta ad adagiarsi in un profondo sonno, più non avverte la sottile nuvola di fumo che si sprigiona da quel cratere in apparenza spento, e non si dà mano con vigorosi ed energici provvedimenti ad impedire il rinnovarsi dei mali.

Noi crediamo quindi non sia oggi del tutto inopportuno l’esporre quali fossero le idee e i concetti del più grande dei nostri uomini di Stato intorno al Mezzogiorno d’Italia, quando, fervendo ancora l’opera immortale della redenzione italiana, si accingeva a porre i fondamenti del risorgimento morale ed economico di quella gran parte della penisola.

Si vedrà da questa breve esposizione come la sua mente divinatrice prevedesse la maggior parte dei mali che furono chiari dipoi, e come i rimedi che egli additava sono quelli stessi che oggi ancora, coraggiosamente ed energicamente applicati, potrebbero richiamare a nuova vita quelle nobilissime provincie.

In questa esposizione ci serviamo, oltreché degli scritti e delle lettere del conte di Cavour già editi, di alcuni documenti autograti facenti parte delle carte politiche del compianto senatore Isacco Artom, segretario e collaboratore del conte di Cavour (1).

Chi segue il pensiero politico del conte di Cavour dal giorno in cui la nostra bella epopea nazionale si approssimava al suo culmine coir annessione delle provincie meridionali, scorge come il più grande problema di politica interna che si affacciava alla mente dell’immortale statista era quello del risorgimento di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia.

«Ma tàche», scriveva egli a William de la Eive, alla vigilia della riunione del primo Parlamento italiano, «est plus laborieuse et plus pénible maintenant que par le passe. Constituer l’Italie, fondre ensemble les éléments divers dont elle se compose, mettre en harmonie le nord et le midi, offre autant de difficulté qu’une guerre avec l’Autriche et la lutte avec Rome».

La stessa questione di Roma era da lui considerata imprescindibile e urgente per il nuovo Regno, perché la riguardava come uno dei mezzi più efficaci a pacificare il Mezzogiorno (2).

Accenni alle condizioni di questa nobilissima parte della penisola già si trovano negli scritti pubblicati da Cavour nel 1848.

Allora la notizia della avvenuta concessione della Costituzione a Napoli, mentre il Piemonte ne era tuttavia privo, aveva fatto palpitare di entusiasmo e di gioia i liberali di ogni parte d’Italia. Il giovane Cavour, già fin d’allora più italiano che piemontese, scriveva: «Se si considera nel suo complesso la storia d’Italia, è forza il riconoscere che la parte di essa che ebbe a soffrire maggiori e più lunghe calamità fu il Regno di Napoli. Nessun’altra provincia della nostra penisola ha da lamentare tanti secoli di oppressioni straniere, sì eccessive prepotenze feudali, si tristi governi, tante sanguinose rivoluzioni. Epperciò vediamo senza invidia la Provvidenza concederle, quale giusto compenso, la gloria di essere il primo dei nostri popoli a cui sia dato godere nella sua pienezza i benefizi d’un libero reggimento. Dopo i maggiori dolori le gioie maggiori.

(1) Questi documenti verranno inseriti in un volume di prossima pubblicazione, edito dalla ditta Nicola Zanichelli, e che ha per titolo: La mia e l’opera del senatore I. Artom nel Risorgimento italiano.

(2) Discorso alla Camera dei deputati 27 marzo 1861.

«Noi crediamo fermamente che l’acquisto del sistema costituzionale segni pel Regno di Napoli un’era di rigenerazione, di progresso e di prosperità che non avrà ad essere turbata nei suoi primordi dalle luttuose vicende che afflissero i primi passi di molti popoli nelle vie della libertà» (1).

E in quel memorabile scritto sulle ferrovie italiane (2), nel quale con mente presaga traccia il quadro della rete ferroviaria che si stenderà un giorno a riunire ed affratellare i popoli della penisola redenta dallo straniero, cosi parla dell’avvenire del Mezzogiorno d’Italia: «Lorsque le réseau de chemins de fer sera complet, l’Italie entrerà en jouissance d’un commerce de transit considérable. Les lignes qui uniront les ports de Génes, Livourne, Naples avec ceux de Trieste, Venise, Ancone et de la còte orientale du royaume de Naples, amèneront à travers l’Italie un grand mouvement de marchandises et de voyageurs, allant et venant de la Méditerranée à l’Adriatique. De plus, si les Alpes sont percées, comme on a tout lieu de le croire, entre Turin et Chamhérv, le lac Majeur et le lac de Constance, Trieste et Vienne, les ports de l’Italie seront en mesure de partager avec ceux de l’Océan et de la mer du Nord, l’approvisionnement de l’Europe centrale en denrées exotiques.

«Enfin si les lignes napolitaines s’étendent jusqu’au fond du royaume, l’Italie sera appelée à de nouvelles et hautes destinées commerciales. Sa position au centre de la Méditerranée, où, comme un immense promontoire, elle parait destinée à rattacher l’Europe à l’Afrique, la rendront incontestablement, lorsque la vapeur la traverserà dans tonte sa longueur, le chemin le plus court et le plus commode de l’Orient et l’Occident. Dès qu’on pourra s’embarquer à Tarente ou à Brindisi, la distance maritime qu’il faut franchir maintenant pour se rendre d’Angleterre, de France et d’Allemagne en Afrique ou en Asie, sera abrégée de moitié. Il est donc hors de doute que les grandes lignes italiennes serviront alors à transporter la plus part des voyageurs et quelques-unes des marchandises les plus précieuses qui circuleront entre ces vastes contrées. L’Italie fournira également le moyen le plus prompt pour se rendre d’Angleterre aux Indes et à la Chine: ce qui sera encore une source abondante de nouveaux profits».

E a proposito di Napoli e delle varie provincie d’Italia che vivono dell’industria dei forestieri scrive le seguenti parole, in cui si contiene una importante verità, la quale dà in parte la spiegazione del fatto per cui in queste stesse provincie la popolazione è più lenta e restia ad applicarsi

(1) Gli scritti del conte di Cavour, pubblicati da Domenico Zanichelli, vol. I, pag. 9.

(2) Op. cit. . vol II, pag. 39.

ad un vero svolgimento commerciale ed industriale: «La présence d’une grande masse d’étrangers au milieu de nous est, à coup sur, une source de profits, mais elle n’est pas exempte d’inconvénients. Les rapports des populations avec les personnes riches et oisives qu’elles exploitent en quelque sorte pour vivre, sont peu favorables au développement d’habitudes industrieuses et morales; ils engendrent un esprit d’astuce et de servilisme funeste au caractère national. Mettant au premier rang pour un peuple le sentiment de sa propre dignité, nous sommes peu sensibles aux gains qu’on nous fait escompter en insolence et en morgue. Sans vouloir arrêter le mouvement progressif qui polisse les étrangers vers l’Italie, nous ne le considérerons comme vraiment avantageux pour elle que lorsque pouvant s’en passer grâce au progrès de son industrie, elle les traitera sur le pied d’une par faite égalité» (1).

In questi primi scritti del conte di Cavour appare già quindi chiaro e nitido il concetto della necessità di uno sviluppo industriale e commerciale dell’Italia; concetto che, divenuto ministro, applicò alle provincie che ebbero la fortuna di essere da lui governate e che avrebbe avuto particolarmente in animo di mandare ad effetto nel Mezzogiorno d’Italia.

Col sicuro intuito di vero uomo di Stato, egli ben comprendeva che non può aversi progresso politico, senza un corrispondente svolgimento economico; ed in quelle parti d’Italia, in cui per le vicende storiche l’economia pubblica era stata più negletta, egli intendeva con vigorosi ed energici mezzi di risvegliarla ed invigorirla.

Nonostante le immense cure che incombevano a lui nella direzione del moto nazionale e della politica estera, in quei periodi affannosi che trascorsero dall’annessione delle provincie napoletane al fatale 6 giugno 1861, il conte di Cavour veniva avvisando ai mezzi che avrebbero dovuto preparare il risorgimento economico del Sud d’Italia.

Del suo vivissimo interesse per quelle provincie fornisce anzitutto prova la scelta da lui fatta delle persone inviate, che furono tra quelle da lui reputate migliori: prima il cav. Vittorio Sacchi per lo studio delle finanze nel Regno napoletano, poi il commendatore G. B. Oytana per mettere in ordine le varie gestioni finanziarie.

Circa all’indirizzo generale da dare all’amministrazione di quelle provincie, avrebbe voluto recarsi egli stesso a Napoli: non potendolo per le necessità ineluttabili della politica estera, inviava uno dei suoi più fidi collaboratori, Costantino Nigra, quale segretario del luogotenente generale principe di Carignano.

(1) Op. cit. , vol. II, pag. 38.

E del Nigra scriveva: «Non avrei saputo fare migliore scelta; se avete fede in me, abbiatene maggiore in Nigra, giacche ha più ingegno di me e altrettanto coraggio» (1).

Circa le idee principali che il conte di Cavour aveva in animo di attuare, oltreché nelle lettere scritte da lui in quel tempo, rimane traccia, come accennammo, in appunti di pugno del conte di Cavour e del suo segretario Artom.

Incoraggiare in tutti i modi l’impianto di industrie a Napoli, mediante opportune esenzioni di tasse; fondare un istituto di credito mobiliare per le provincie napolitano; costituire casse di credito agrario per miglioramenti nelle coltivazioni, ove non fosse possibile per iniziativa privata, col sussidio diretto dello Stato; fondare istituti di educazione industriale e commerciale. Era pensiero poi del conte di Cavour che l’incremento commerciale dei porti dell’Italia meridionale dovesse essere favorito in tutti i modi: prevedeva che, ridotte al minimo le tasse portuali, e con opportuna costituzione di zone franche, i porti del Mezzodì d’Italia avrebbero dovuto avere un movimento di tonnellaggio non inferiore ai porti dell’Italia centrale e del Nord.

Di mano del Conte troviamo scritte le seguenti parole: Se non mettiamo in grado le varie provincie d’Italia, e il Mezzodì sopratutto, di produrre di più, andremo incontro a tristi eventualità. Le tasse dovranno crescere, ma in pari tempo dovrà crescere la capacità contributiva collo stimolare la produzione e la formazione della ricchezza (2).

E in altro foglio, in alcune righe scritte le prime dal conte di Cavour e le ultime dall’Artom: Le provincie napolitane potranno divenire le più ricche d’Italia. Ma occorre che l’agricoltura progredisca e che sorgano industrie. Le industrie in cui si richiede una particolare intelligenza nell’operaio potranno avere floridissimo svolgimento a Napoli: e sarebbe necessario perché da quella città nessuno vuole emigrare…

Si osservi quanta verità si contiene in questa nota del Conte di Cavour, che si trova pure fra le carte dell’Artom: L’educazione professionale è uno dei più urgenti bisogni di tutto il nostro Paese, ma in slacciai modo delle provincie meridionali, nelle quali ‘disgraziatamente si è meno provvisto a questa necessità.

La preponderanza dell’educazione classica è in contraddizione coi bisogni di quelle popolazioni.

(1) Lettere di Camillo Cavour, pubblicate da Luigi Chiala, vol. VI. pag. 667.

(2) Opera citata, La vita e l’opera del senatore Artom., di prossima pubblicazione.

È d’uopo crescere una generazione di abili e capaci produttori, che siano in condizione di sollevare ed aiutare l’agricoltura, l’industria e il commercio, non lavorare a formare dei letterati o degli uomini di toga, di dottori e dei retori.

In altro appunto di cui probabilmente doveva valersi per un discorso parlamentare: Se i provvedimenti esistenti non bastano, verremo a chiedervene di quelli speciali per le provincie napolitane. Le condizioni storiche in cui queste provincie si sono trovate potranno forse richiedere particolari provvidenze; ma queste dovranno essere votate dal Parlamento, perché nulla vi sarebbe di più pericoloso che ricorrere agli antichi metodi dei Governi assoluti.

Alla mente così vasta e così pratica del conte di Cavour si allacciava già fin da quel tempo il dubbio che una uniformità di legislazione non potesse essere conveniente per il Mezzodì d’Italia, a cagione dei differenti bisogni e delle differenti vicende storiche di quelle popolazioni; onde si può arguire che se quella preziosissima esistenza fosse durata ancora, gli ordinamenti delle provincie napolitane sarebbero stati ben diversi da quelli che sono oggidì.

Al signor T. E. Gappv, che aveva manifestato l’intenzione di stabilire in Napoli una fonderia ed una fabbrica di macchine, oltre ad incoraggiamenti di ogni genere, prometteva che il Ministero della guerra gli avrebbe affidato la fabbricazione di proiettili (1).

Pure nel dicembre del 1860 si rivolgeva a Luigi Farini onde sollecitasse i signori Pereire, banchieri parigini, a stabilirsi a Napoli: «Ove volessero stabilire un credito mobiliare napolitano», scriveva egli, «lasciateli tare. I Pereire invecchiano, un clima dolce per l’inverno sarebbe loro giovevole. Se poteste disporli a stabilirsi a Napoli, sarebbe utilissimo per trarre quel disgraziato paese dall’ignavia in cui giace (2).

Come era sua consuetudine e come già aveva fatto pel Piemonte, egli valendosi della sua autorità personale e di ministro, si poneva in rapporti diretti con banchieri ed industriali e, additando loro la via di proficue imprese, incoraggiava lo svolgimento della vita commerciale ed industriale.

Per questa via il Piemonte negli anni precedenti alla guerra del 1859 vide risvegliarsi le più ardite iniziative industriali: con questi ed altri mezzi che abbiamo sopra accennati, senza dubbio il Mezzodì d’Italia, sotto la guida illuminata del grande ministro, sarebbe risorto a nuova e più florida vita economica.

Ma insieme col risorgimento economico, intendeva il conte di Cavour promuovere il risorgimento morale di quelle provincie.

(1) Lettere Cavour, pubblicate da Luigi Chiala. vol. IV, pag. 134.

(2) Op. cit. , vol. IV, pag. 655.

L’onestà e la rettitudine del Governo centrale e degli amministratori governativi locali, congiunta alla rigida, inesorabile applicazione delle leggi, doveva essere il mezzo più efficace per ottenere lo scopo.

«Sapete perché Napoli è caduta sì basso?», scriveva il Cavour a ladv Holland nel novembre del 1860, «Si è perché le leggi, i regolamenti, non si eseguivano quando si trattava di un gran signore, di un protetto del Re, dei Principi, dei loro confessori ed aderenti.

«Sapete come Napoli risorgerà?

«Coll’applicare le leggi severamente, duramente, ma giustamente. Così ho fatto nella marina; così farò nell’avvenire e vi fo sicura che fra un anno gli equipaggi napoletani saranno disciplinati come gli antichi equipaggi genovesi. Ma per ottenere questo scopo bisogna essere inesorabili…» (1).

E in una successiva lettera aggiunge ancora: «Credo essere in mio dovere di mostrarmi severo… Spero così di mutare lo spirito che informa l’amministrazione napoletana; spirito fatale che corrompeva gli uomini più distinti e le migliori istituzioni» (2).

E in appunti che sono tra le carte del suo collaboratore Artom trovo le seguenti parole che così vivamente fanno pensare alle cause dei mali da cui è travagliata Napoli ed alle responsabilità che incombono sui Governi succedutisi dal 1861 in poi: «Sono dolente delle condizioni di Napoli, ma non ne sono né sorpreso, né sfiduciato. I popoli non si rigenerano in una settimana e le difficoltà politiche non si superano al passo ginnastico. Ho fede nell’avvenire e nell’efficacia di un buon sistema di governo e di libere istituzioni. La rigenerazione di Napoli dipende in gran parte dalla forza e dall’onestà del Governo.

«Non vi è a dubitare che il consenso unanime della pubblica opinione darà al Governo quella vigoria ed energia che è indispensabile. Ma è d’uopo saper resistere alle pressioni ed influente politiche, dovesse anche rovesciarsi sul Ministero la maggior dose di impopolarità. È d’uopo cercare che le popolazioni inviino alla Camera deputati onesti ed indipendenti che abbiano in mira piuttosto il bene generale che i piccoli interessi privati: ed in questa, opera si propone di adoperarsi nelle elezioni, ricercando l’appoggio dei più distinti uomini del Mezzogiorno».

(1) Op. cit. , vol. IV, pag. 91.

(2) Op. cit. , vol. IV, pag. 92,

E in altri appunti: «Gioverà applicare largamente il sistema della promiscuità degli impiegati, chiamando nelle provincie centrali e settentrionali vari dei più distinti amministratori dell’Italia meridionale, e mandando in quelle provincie vari amministratori tra gli uomini più distinti delle provincie settentrionali e del centro» (1).

Si noti «gli uomini più distinti», non gli elementi mediocri, a guisa di punizione, come, purtroppo, spesso si è verificato nella elezione dei pubblici ufficiali.

In una breve nota di istruzioni, disgraziatamente rimasta incompleta, troviamo le seguenti parole di cui non è duopo far rilevare l’importanza: Per giovare veramente a quelle provincie è duopo combattere in tutti i modi, con ogni possibile energia gli abusi, non tollerarli in qualsiasi forma si presentino…

Appare quindi evidente che nella rettitudine e nella forza del Governo centrale riponeva il conte di Cavour le maggiori speranze per la rigenerazione di Napoli.

Dal Governo centrale avrebbe dovuto partire quella virtù di buoni esempi, per cui si redimono e si correggono le popolazioni.

Il Governo, che nelle elezioni politiche dell’Italia meridionale ha sempre esercitato grandissima influenza, avrebbe dovuto approfittare di questa facoltà di scelta per costituire una rappresentanza di quelle provincie che fosse quanto di meglio si potesse ottenere.

Certo gli uomini più alti di carattere non sono quelli che più facilmente si pieghino ed adattino alle contingenze della vita ministeriale: ma l’onestà politica si rivela appunto nel sacrifizio di una breve ora di esistenza ministeriale, per mirare specialmente all’interesse generale e permanente del Paese.

Purtroppo morte crudele spense quell’intelligenza divinatrice, tutta ed intensamente sempre rivolta al bene della patria, e tolse all’Italia «il nocchiero» che da secoli attendeva.

Ma anche nelle ultime parole pronunciate sul letto di morte da quel Grande si contengono severi e profondi ammaestramenti per colui il quale volge il pensiero a studiare con amor di patria il grave problema di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia.

Secondo la commovente narrazione dettata dalla marchesa Giuseppina Alfieri che assistette lo zio amatissimo fino agli ultimi  istanti, il conte di Cavour nel delirio ripeteva con frasi interrotte le sue idee sulla questione napoletana, che più aveva preoccupato

(1) Op. oit. di prossima pubblicazione.

il suo spirito nei giorni precedenti alla fatale malattia (1): Et nos pauvres Napolitains si intelligents; il y en a fini ont beaucoup de talent, il y en a aussi qui sont fort corrompus.

Ceux-ci, il faut les laver…

L’Italie du nord est faite, il n’y a plus ni Lomhards, ni Piémontais, ni Toscans, ni Romagnols: nous sommes tous Italiens: mais il y a encore les Napolitains. Oh! il y a beaucoup de corruption dans leur pays. C’est ne pas leur faute, pauvres gens, ils ont été si mal gouvernés. C’est ce coquin de Ferdinand. Non, non, un gouvernement aussi corrupteur ne peut être restauré, la Providence ne le permettra pas. Il faut moraliser le pays, élever l’enfance et la jeunesse, créer des salles d’asile, des collages militaires; mais ce ne sera pas en injuriant les Napolitains qu’on les modifìera.

Ils me demandent des emplois, des croix, de l’avancement; il faut qu’ils travaillent, qu’ils soient honnêtes et je leur donnerai des croix de l’avancement, des décorations: mais surtout qu’on ne leur passe rien, l’employé ne doit même pas être soupçonné. Pas d’état de siège, pas de ces moyens des gouvernements absolus. Tout le monde sait gouverner avec l’état de siège. Je les gouvernerai avec la liberté et je montrerai ce que peuvent faire de ces belles contrées dix années de liberté. Dans vingt ans, ce seront les provinces les plus riches de l’Italie. Non, pas d’état de siège, je vous le recommande.

Possano queste parole, pronunziate e lasciate come ultimo legato agli Italiani dal più grande dei nostri uomini di Stato, rimanere scolpite nella mente di coloro a cui ora incombe ed incomberà nell’avvenire l’imprescindibile dovere del rinnovamento morale ed economico del Mezzogiorno d’Italia.

Ernesto Artom.

(1) Cfr. l’opera del signor William de la Rive, Le comte de Cavour, récits et souvenirs, pag. 102.

NOTE E COMMENTI

La convocazione del Parlamento – Nuovi senatori Le elezioni a Napoli

Le Camere sono riconvocate per il 27 corrente. La data è piuttosto tardiva e giova sperare che si provvederà con maggiore operosità a rendere proficuo il breve periodo che ci separa dalle feste del Natale.

Il Ministero ha bene provveduto non chiudendo la sessione. I lavori potranno così procedere più solleciti. Si dice che domenica 1° dicembre, l’on. ministro dei Tesoro farà la sua esposizione finanziaria e spiegherà gl’intendimenti del Governo nella questione tributaria. Dopo l’insuccesso della passata sessione e la successiva crisi ministeriale, questa sollecitudine ci pare opportuna. È necessario che il paese sappia al più presto quali sono gli intendimenti ed i piani del Governo e che sovra di essi il Parlamento possa recare un suo primo giudizio. Da varie parti si attribuisce al ]ministero l’intenzione di contenere in proporzioni minime la riforma tributaria, riducendola alla sola abolizione, in tre anni, dei dazi di consumo comunali sulle farine. Ma sono voci premature ed ogni giudizio dev’essere riservato a quando siano note le proposte vere.

Ed è pure necessario che il Gabinetto presenti al Parlamento ed al paese un programma economico, modesto, ma chiaro e pratico.

Davanti al Senato ed alla Camera e presso le relative Commissioni v’ha una quantità di progetti, non grandi per se stessi, ma utili sotto ogni riguardo. Alcuni di essi risalgono ancora ai Ministeri precedenti. Il Governo farà bene a precisare quelli ch’esso vuole approvati ed a portarli immediatamente a pubblica discussione. Senato e Camera devono subito da principio spiegare la maggiore operosità e non dare quello spettacolo di svogliatezza, che tanto deprime nelle popolazioni il concetto delle istituzioni rappresentative. Confidiamo quindi che il Governo e i presidenti delle due Camere prenderanno, in tempo opportuno, i necessari accordi, per una condotta energica ed attiva del lavoro parlamentare.

Per la riapertura della Camera si attribuisce al Governo l’intenzione di proporre a S. M. la nomina di un numero di senatori non superiore a quello dei posti che si resero vacanti dopo l’ultima infornata. Se tale criterio prevarrà senza eccezioni, esso non jmò che essere approvato. Molti, forse troppi, sono i nomi, che si fanno:  tra le nomine si dà per certa quella dell’on. Mussi, attuale sindaco di Milano, la cui lunga operosità nella vita pubblica bene lo addita all’alto seggio. Uguale onore vorremmo vedere conferito ad altri sindaci che in notevoli città d’Italia servono nobilmente il paese: ci basti ricordare a cagione d’onore il conte Grimani a Venezia ed il comm.

Dallolio a Bologna, sempre quando in essi concorrano i titoli richiesti dallo Statuto, che non fu equo e riguardoso verso i sindaci delle maggiori città.

Ma per il carattere letterario e scientifico della nostra Rivista, non possiamo tacere che non appartengono ancora al Senato alcune delle più spiccate individualità delle nostre Università, da Alessandro D’Ancona a non pochi altri che onorano le lettere e le scienze italiane. La corrente che intende elevare sempre più il carattere e il valore del Senato prevale in paese e nel Senato stesso: confidiamo che il Ministero ne terrà massimo conto.

Le vacanze non hanno fatte sorgere grandi questioni nuove, all’infuori di quella di Napoli. Abbiamo già manifestata l’impressione nostra, che si tratta di un grave problema politico, economico ed educativo, che dev’essere affrontato e risolto a fondo.

Un primo passo verso la soluzione lo fecero gli elettori napoletani collo scrutinio del 10 corrente. Le elezioni comunali ebbero il più lieto risultato. Due liste si contendevano la maggioranza: la lista concordata e la progressista. La prima rappresentava il rinnovamento morale di Napoli: la seconda era la reazione di coloro che l’inchiesta Saredo aveva colpiti. La lista concordata, dovuta all’opera lodevole dei principali senatori e deputati di Napoli, ebbe il più completo trionfo: tutti i suoi 64 nomi riuscirono eletti. Vittoria più alta, più bella, non era possibile attenderci.

Due liste si contendevano pure i posti della minoranza: la socialista di 12 nomi e la popolare o radicale. La lista socialista entra intiera in Consiglio: gli altri posti spetteranno alla radicale.

Anche questo risultato è buono, perché assicura alla futura Amministrazione quel sindacato della minoranza che è indispensabile al buon andamento della pubblica cosa.

Si è dunque fatto un eccellente passo, ma semplicemente un primo passo. Ora conviene proseguire con prudente fermezza. Anzitutto giova costituire la nuova Amministrazione. Si ritiene dai più che a sindaco verrà eletto il duca Avarna di Guattieri, capo lista della nuova maggioranza. La scelta pare ottima sotto ogni riguardo: né l’egregio uomo potrà sottrarsi alla responsabilità che la pubblica fiducia gli impone: nel momento del bisogno nessuno può venir meno ai propri doveri. Nel duca d’Avarna si associano le migliori qualità per la vita pubblica: la gioventù, l’operosità, l’ingegno ed il censo. Ai suoi lunghi e coscienziosi studi fatti in Inghilterra, dobbiamo due libri forti e sani (1).

(1) Duca di Guattieri. L’evoluzione democratica delle Istituzioni inglesi, Torino, Roux, 1899. — Il Regime rappresentativo e la società moderna, Torino, Roux, 1900.

Il concetto fondamentale che li informa si è che la società moderna va rapidamente trasformandosi e che la somma saggezza degli uomini di Stato consiste nel conoscere i loro tempi e nel conformarsi ad essi.

Quindi anche le istituzioni antiche debbono di tempo in tempo modificarsi onde accordarsi colle idee e con i bisogni degli uomini, per cui sono fatte. A tale uopo, il duca d’Avarna propugna nettamente la prevalenza degli uomini pratici sopra i dottrinari, nel governo dei popoli. «I dottrinari», egli dice, «malgrado le loro rette intenzioni, malgrado le loro profonde conoscenze storiche e filosofiche, perdono infallibilmente i paesi che governano. . . Ed oggi più che mai sembrami doversi preferire al Governo gli uomini di buon senso, gli uomini pratici agli scienziati ed ai teorici, coloro che esaminan gli avvenimenti, senza preconcetti e metton l’esperienza al disopra della teoria».

Toccherà ora al duca d’Avarna di far prevalere nell’amministrazione di Napoli questi concetti pratici, che noi invochiamo nel governo della cosa pubblica in Italia. Di rado è spettato ad un uomo un compito più alto e più nobile di fronte alla propria città. Di cuore gli auguriamo il migliore successo e per lui e per Napoli grande e bella. Ma è tutto il nuovo Consiglio comunale che deve concorrere a rimettere in modo permanente il Municipio di Napoli sulla via della corretta e sana amministrazione.

E gioverà proceda, a gradi, senza fretta eccessiva, ma con fermezza.

Ogni esitanza, ogni debolezza, ogni condiscendenza verso i vecchi sistemi sarebbe colpa. Al successo occorrono due condizioni: molta compattezza e disciplina nella maggioranza: molta temperanza nella minoranza. Nella questione di Napoli i socialisti ebbero un merito indiscutibile nell’iniziare e proseguire una coraggiosa opera di risanamento: ora ne guasterebbero il risultato, qualora non dimostrassero una temperanza pari all’energia del passato. Le responsabilità dell’Amministrazione, di cui la minoranza è il necessario contrappeso, sono troppo diverse da quelle della battaglia. Siamo in presenza di un importante esperimento: auguriamo sinceramente che riesca.

Ma il problema di Napoli non è solo locale, è nazionale. Sarebbero completamente in errore coloro, se pur ve ne sono, che credessero che Napoli debba essere trattata alla stregua di qualsiasi altro Comune, grande o piccolo, del Regno. Napoli non è soltanto la più popolosa città della penisola, ma è l’ex-capitale di un Regno importante ed è il centro e l’espressione del Mezzogiorno, ossia di buona parte d’Italia. Le sollecitudini del Governo e del Parlamento per quella città hanno quindi importanza tutta speciale. Il Governo ha dei doveri, ha delle responsabilità verso Napoli e ad esse né può, né deve venir meno.

Anzitutto il R. Decreto 8 novembre 1900, che istituisce la Commissione d’inchiesta, stabilisce che oltre a procedere alla più ampia inchiesta su tutti gli atti delle Amministrazioni comunali di Napoli, «la Commissione Reale potrà estendere le sue indagini a tutte le altre pubbliche Amministrazioni di Napoli e della provincia».

È quindi sorta da più parti la domanda che l’inchiesta prosegua sulla amministrazione provinciale e su quella delle Opere pie.

Compiuta, così lodevolmente, la prima parte del suo compito, pare utile che la Commissione prosegua l’opera sua per quanto concerne la Provincia e le Opere pie. Il Governo ha operato bene se, come si annuncia, ha invitata la Commissione a continuare i suoi lavori.

Né essa potrebbe sottrarsi in modo alcuno al doveroso ed ingrato ufficio. Ogni cittadino ha degli obblighi verso la patria: la forza morale di un popolo consiste appunto in questo, che chiunque sia chiamato all’adempimento di un dovere, anche penoso, non esiti, non si rifiuti L’on. Saredo può e deve sentirsi fiero ed orgoglioso dell’opera sua. Senza di lui le elezioni di domenica sarebbero state, impossibili. Spetta al nuovo Consiglio comunale di scrivere le pagine più belle della nuova vita municipale napoletana: ma in cima di esse vi dev’essere scolpito a lettere d’oro il nome di Giuseppe Saredo. Senza l’opera sua, il rinnovamento morale di Napoli era un’utopia: e senza una forte base morale, ogni progresso economico diventa impossibile. Con i metodi di amministrazione che prevalevano nel Municipio e nelle grandi imprese locali di Napoli, ogni risorgimento economico della città diventava assurdo, perché le lotte economiche si vincono coli’ onestà, col rigido impiego del danaro e non colla corruzione e collo sperpero.

Ma mentre dovrà serena e severa proseguire l’inchiesta sulla Provincia e sulle Opere pie, è necessario che il Governo senta i suoi doveri d’altra specie che ha verso Napoli e li adempia. Ad esso s’impone un triplice problema, amministrativo, economico ed educativo. Anzitutto è evidente che l’azione dello Stato, da molti anni in qua, ha fallito a Napoli. Non pochi uomini eminenti sono stati preposti alla Prefettura di quella Provincia ed hanno resi servigi preziosi alla città ed al paese. Agli occhi di nessuno verrà mai diminuita la figura di integro amministratore dell’on. Cavasola.

Ma nel complesso, il congegno della Prefettura non ha funzionato, a Napoli, come non funziona in altre provincie del Regno. E impossibile restare indifferenti di fronte a siffatta condizione di cose.

Ne meno grave è il problema economico. Napoli o deperisce o non risorge. Questa è la verità. Bisogna guardarla nuda e cruda in faccia, per avere il coraggio delle forti risoluzioni. Vi sono due problemi distinti: il pareggio del bilancio del Comune e il risveglio economico della città.

Nessuno si creda che basti risolvere il primo: è il secondo punto che urge assai più. Una città prospera e bene amministrata mette presto le sue finanze in ordine. Ora le proposte della Commissione intese a pareggiare il bilancio ci paiono più pratiche e più solide di quelle che si propongono il miglioramento economico della città. Ma è questione vasta, che non può essere trattata e risolta per incidenza. 11 Governo ha però il dovere di porsi il problema a fondo e di risolverlo nel miglior modo possibile.

Questa necessità di provvedimenti economici intesi a migliorare le condizioni di Napoli ha condotto in questi giorni a vivaci discussioni e polemiche giornalistiche, specialmente fra la stampa dell’Alta Italia e quella del Mezzogiorno. Non sempre, come avviene in simili circostanze, si conservò la giusta misura, anche da parte di uomini che avrebbero dovuto sentire le proprie responsabilità. Ma sono piccoli incidenti a cui non bisogna attribuire troppa importanza. Resta il consenso, quasi comune, anche nell’Italia del Nord, che è dovere ed interesse generale del paese di provvedere energicamente al miglioramento economico di Napoli e del Mezzogiorno in genere. Ma un tale sentimento non dev’essere sfruttato per condurre il Governo ed il Parlamento a nuovi errori ed a quella orgia di lavori pubblici e ferroviari, decretati senza progetti tecnici, senza previsioni economiche attendibili, che furono una vera sventura per il nostro paese e per la nostra finanza. Per buona fortuna presiede al Ministero dei lavori pubblici una mente calma ed equilibrata, quale quella del conte Giusso, che ha saputo affrontare davanti la Camera delle responsabilità precise, in difesa della buona e savia amministrazione. Noi confidiamo che anche in questa circostanza potremo rinnovare a lui il plauso con cui tutta Italia accolse le sue dichiarazioni. Per Napoli e per il Mezzogiorno si deve fare molto, ma bene. 1 danari sperperati non gioveranno a nessuno: impoveriranno Napoli e l’Italia intera: soltanto le somme spese bene ed utilmente potranno risollevare quella città e le Provincie limitrofe. A noi fa impressione tutto il nuovo rimescolarsi di appaltatori e di affaristi, che ancora ricordano l’orgia dei guadagni non sudati, nel precedente guazzabuglio di lavori pubblici in Italia. E bene che le provincie meridionali stiano in guardia contro tutta l’improvvisa sbocciatura di tenerezze per i loro interessi, che d’improvviso si è manifestata sotto forma di ferrovie, bonifiche, acquedotti, porti, linee di navigazione ed altre cose simili. Quante di esse non nascondono che bramose canne di appaltatori e di costruttori, ansiosi soltanto di spennacchiare di nuovo lo Stato e le provincie del Mezzogiorno, già di tanto indebitate! Ognuno dei problemi economici che riguardano il Mezzogiorno dev’essere studiato

con calma e con serietà: dev’essere esaminato nel suo aspetto tecnico, finanziario e soprattutto nella sua utilità finale. Di ogni progetto è necessario chiedere non solo ciò che costa, ma se non vi sia altro mezzo migliore per impiegare la stessa somma, od altra via per raggiungere l’identico risultato con sacrifizi più lievi. Sappiamo, ad esempio, che in uomini autorevoli ha prodotta non poca impressione l’articolo sopra L’acquedotto delle Puglie dell’on. Giovanni Cadolini, pubblicato in questa Rivista il 1° ottobre. Tutti vi hanno potuto vedere quanto siano serii i termini tecnici ed economici del problema e come esso debba venire studiato a fondo prima di affrontare qualsiasi soluzione. Altrettanto può dirsi di non poche altre questioni che si agitano in questi giorni, per veruna delle quali il Governo deve prendere impegni, se non a studi compiuti. Inutile aggiungere che ciascuno di questi problemi dev’essere riguardato dal punto di vista generale e siamo lieti di constatare che, grazie al contegno degli uomini più autorevoli e più serii della deputazione meridionale, è caduta ogni deplorevole idea di adunanze o di gruppi politici a base regionale. Non ci mancherebbe altro per abbassare la vita politica del paese I Resta, per ultimo, la questione educativa. Senza l’istruzione un paese non progredisce e l’inchiesta ha posto in luce quanto sia deplorevole la condizione della scuola popolare e tecnica in Napoli. Noi crediamo che questo lato del problema non possa essere dimenticato da coloro che realmente desiderano il progresso del Mezzogiorno. Ma un’avvertenza è necessaria in tutte queste materie. Non bisogna confondere Napoli, la città e la popolazione, con i pochi che sfruttavano l’una e l’altra. Ben è vero che essi ricorrono a questo artifizio: ma è giuoco troppo facile a scoprirsi.

X All’estero, la quindicina chiude meglio di quanto si poteva sperare. Le lunghe contestazioni tra la Francia e la Turchia hanno avuto un principio di soluzione decisiva. 11 Governo francese ha dato ordine alla flotta di impossessarsi di ]Iitilene: l’atto risoluto ha indotto la Turchia a cedere. La flotta francese è ripartita e dobbiamo essere lieti che l’incidente si vada chiudendo senza che siasi riaperta ne la questione del Mediterraneo ne quella d’Oriente. Il nostro paese non ha bisogno di perturbazioni in questo momento e tutto ciò che rende più calma la situazione internazionale ci giova. Ben possiamo dolerci che la Francia sia stata indotta ad agire in gran parte per interessi privati, mentre essa e l’altre Potenze non mossero dito, di fronte alla deplorevole inosservanza, da parte della Turchia, del trattato di Berlino. Ma giova sperare che la lezione abbia giovato al Sultano ed anche un po’ alle Potenze. Se la Turchia vuole conservarsi in Europa, è necessario che si ponga risolutamente sulla via delle riforme: se le Potenze vogliono ottenere qualche cosa, devono ricorrere alla forza.

Purtroppo finora v’hanno poche speranze di un mutamento.

In Austria, le agitazioni degli studenti italiani per ottenere un’Università loro propria a Trieste, hanno condotto a seri disordini, a causa delle intemperanze degli studenti tedeschi, ostili al giusto desiderio dei primi. L’ Impero austriaco è tutto fondato sul principio di una riunione di nazionalità e di lingue e non v’ha davvero ragione alcuna perché si neghi alle popolazioni italiane ciò che fu accordato alle altre. Speriamo quindi che i deputati italiani al Parlamento austriaco e gli Italiani tutti dell’Impero continueranno nella ferma, calma e legale rivendicazione dei loro diritti e delle loro aspirazioni. Nessuno di noi intende creare difficoltà al Governo vicino ed alleato, col quale crediamo dovere ed interesse nostro coltivare le migliori relazioni, come in più occasioni abbiamo ripetuto: ma a ciò gioverà non poco il sapere che gli Italiani hanno in Austria trattamento pari alle altre nazionalità.

elea di zenone

eleaml.org

 

 

 

 

 

 

 

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