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Il governo dei Nobili a Napoli: Autonomismo, decentramento, partecipazione governativa dei Seggi cittadini. (ottava parte)

Posted by on Set 22, 2017

Il governo dei Nobili a Napoli: Autonomismo, decentramento, partecipazione governativa dei Seggi cittadini. (ottava parte)

L’EPOCA DEL VICEREGNO SPAGNOLO

 Carlo V, diventando re d’Italia nel 1530 sugli stati soggetti a dominazione iberica (Milano, Napoli, Sicilia), giunse a Napoli nel novembre 1535.

La città accolse in trionfo l’illustre ospite; si formarono due cortei di accoglienza che andarono incontro all’imperatore ed un’unica cavalcata entrò in città, passando sotto archi di trionfo, con rappresentazioni allegoriche, per il Duomo, i seggi, il tribunale di S. Lorenzo e Castelnuovo. Parteciparono ai festeggiamenti il baronaggio, il clero (con l’arcivescovo Carafa), il governo del municipio (con il sindaco, il principe Ferrante Sanseverino). Gli eletti offrirono all’imperatore le chiavi della città, che restituì a loro dicendo che stavano “in bone mani de vassalli soi fedelissimi”.
In epoca di dominazione spagnola, si potenziarono talune cariche e non si effettuarono significanti cambiamenti nell’amministrazione dei sedili. L’eletto del Popolo ottenne la facoltà di poter far ricorso al Viceré in casi di disaccordo con gli altri rappresentanti. La figura del sindaco, scelto tra le 5 piazze, si affermò maggiormente, tanto da presenziare alle convocazioni dei parlamenti o alla venuta dei Viceré e dei personaggi reali in città.
In tale periodo, quindi, il sindaco rappresentò “la città, il baronaggio e le città demaniali”.

Nel parlamento generale, che si riunì in S. Domenico Maggiore il 23/25 aprile 1504, inaugurando il vicereame, con i baroni, prelati, eletti dei sedili e rappresentanti delle città demaniali si fissarono i nuovi prelievi fiscali, voluti dal viceréConsalvo Fernandez de Cordova. La raccolta erariale portò circa 300 mila ducati nelle casse di re Ferdinando e regina Isabella (le unità familiari, fuochi, contribuirono con 3 tarì, i baroni con l’adoa, i prelati con metà delle rendite e la stessa Napoli, pur godendo di esenzione, con 11 mila ducati(57)). Regnando, poi, il viceré Don Pedro de Toledo, dopo gli accennati dissapori con il patriziato cittadino per l’Inquisizione spagnola (1535-47), vi fu un tentativo (1554) da parte di molte famiglie “nobilitate con feudi” e “signori di vassalli”, ma non aggregate ad alcuna piazza napoletana, di richiedere all’imperatore Carlo V l’aggregazione ai sedili napoletani o la concessione di un nuovo seggio per “godere degli onori”. A questa iniziativa senza successo, fece seguito altra (1557-1558), voluta da varie famiglie spagnole in Napoli che rivolsero supplica a re Filippo II senza, però, essere esauditi.
Al riguardo Ettore d’Aquino scrisse nel 1557 un “Breve discorso sopra la giusta pretendenza d’avere parte nel Governo i Cavalieri che non sono chiamati nelli Seggi di Napoli”, in cui vennero formulate al re le seguenti richieste:
1- una certa nobiltà “forestiera”, come un rilevante numero di baroni, (circa 80 famiglie) adempiendo agli oneri e “pesi” della città a favore della corona, chiedevano di essere rappresentati nel governo cittadino al pari del patriziato di seggio;

2 – fu chiesto la concessione, a questi fedeli cavalieri napoletani o spagnoli di uno o due nuovi seggi da edificarsi nel quartiere di S.Giacomo-via Toledo, oppure il ripristino del sedile di Forcella, ormai inglobato in quello di Montagna. Tale richiesta di incrementare il numero dei sedili fu giustificata, causa l’ampliamento urbanistico della città e crescita della popolazione;

3 – fu pure fatta domanda di aggregazione di tali cavalieri in quei seggi, ove risultava ridotto il numero delle famiglie. Tali rivendicazioni, formulate con lettera scritta, vennero anche sostenute da Gio. Donato Marra, D. Gio. d’Ayerbo, Berardino Rota, Camillo di Tocco. Costoro motivarono positivamente la presenza di nuove famiglie nobili in Napoli, in quanto tale ingresso avrebbe incrementato i pagamenti fiscali a favore della Regia Camera. Fu, così, annotato “ alli beni loro pagano etiam che venissero ad abitare in Napoli”, ai quali adempimenti fiscali fece seguito la possibilità di affittare le Dogane regie, quelle del sale e del vino.

Del resto, in quel periodo le piazze avevano accresciuto i requisiti necessari alle aggregazioni, come testimoniato dal paragrafo XII, “Sull’ammissione dei Gentil’homini forestieri con rite-stile-consuetudine-capitali et osservanze”, dei Capitoli et Gratie, concesse alla città di Napoli dal re Filippo alla data del 25 gennaio 1557”, governando il viceré D. Federico Alvarez de Toledo. A quest’epoca appartiene la legge del 9 ottobre 1581 con la quale si stabilì che nelle aggregazioni ai sedili non si doveva tener conto delle ricognizioni o rinunce fatte a favore “de’ pretensori”. Lo stesso sovrano impose, poi, l’obbligo dell’assenso reale su qualsiasi aggregazione, azionando un sistema di controllo e monitoraggio sulla nobiltà cittadina, visti i vari tentativi insurrezionali di metà XVI secolo. Difatti, il 26 agosto 1581 fu decretato che le famiglie, richiedenti l’aggregazione o la reintegra ai seggi, dovevano ottenere prima la “cedola reale”, il permesso del sovrano ad aprire scrutinio, poi l’esito favorevole da parte dei sedili ed infine la ratifica del sovrano.
Circa i giudizi di reintegra erano discussi nelle due Ruote del Consiglio di S. Chiara, con la partecipazione di cinque giudici spagnoli e di almeno otto consiglieri del Consiglio Collaterale ed in presenza del Viceré.
Re Filippo II, con ordine sovrano del 27 maggio 1623 stabilì che anche il magistrato fiscale doveva intervenire in detti processi di giudizio, quale “parte formale” nelle sentenze definitive. L’ordine reale del 21 agosto 1643 fissò, poi, il Consiglio Collaterale, quale sede di verifica delle richieste di aggregazione/reintegra previa votazione e parere dei reggenti della Regia Cancelleria. Tale funzione giudicante ritornò alle due Ruote del Consiglio di S. Chiara o Regia Camera, con l’intervento di tutti i consiglieri capi di Ruota e del Regio Consiglio Collaterale ed in mancanza di uno dei consiglieri doveva intervenire il viceré o presidente del Consiglio (Ordine del 30 dicembre 1666). Il dispaccio successivo del 19 dicembre 1711 stabilì anche che le cause di reintegra dovevano essere trattate con tutte e quattro le Ruote del Sacro Regio Consiglio, nonché con i 24 consiglieri, il fiscale ed il voto del Regio Collaterale Consiglio ed il viceré, accettando così nel governo la funzione di verifica della legittimità nobiliare.

Infine, altro tentativo di riconoscimento vi fu nel 1697, allorquando le famiglie AquinoEboliFilangeriGambacortaOrsiniFranchi, Mendozza ed altre chiesero a re Filippo IV di “ergere un nuovo seggio” senza però ottenerne consenso, viste anche le vicende tumultuose del 1647. Del resto, in passato, c’erano state nuove aggregazioni, come nel 1503-1507, allorquando furono aggregati molti nobili e viceré, nonostante i seggi ottenessero che per l’ammissione necessitava il consenso unanime di tutti i componenti del seggio, nonché il rispetto delle regole-capitoli fissate dai seggi.
Il seggio di Capuana, ad esempio, fu il primo sedile ad adottare nel 1500la già menzionata regola di ammissione di nuove famiglie con i quattro quarti “di nome, e d’armi”, come quella dell’imparentamento alle famiglie nobili residenti.

Anche il seggio di Nido (oltre ai capitoli del 1500, 1507 e 1524), in data 22 aprile 1562, fissò che la domanda di aggregazione di nuove famiglie doveva svolgersi “per scritture pubbliche ed autentiche”, portando come prove di nobiltà “li quattro quarti, videlicet, lo quarto del padre e de la madre del padre; lo quarto de la madre de lo pretendente, e de la madre di sua madre, che siano nobili anticamente”.
Il processo di verifica durava circa un anno, come da antiche consuetudini che “dal tempo che furo deputati li seggi che non ave memoria d’uomo in contrario, sono stati e sono, che quando uno vuole entrare e godere gli onori e prerogative d’alcuno seggio, lo dimanda per grazia a quello Seggio; e quando piace alli gentiluomini di esso seggio accettarlo, esaminando le qualità convenienti e spettanti alla nobiltà, è stato aggregato; e quando non piace alli gentiluomini del seggio, è stato repulsato: al che mai alcuno se ci è intromesso contro la volontà de’ Nobili”.

Il seggio di Montagna, che già dal 1420 disponeva di un regolamento, nel XVI secolo perfezionò detta normativa d’ammissione nel 1500.
Il diffondersi della pubblicazione dei Capitoli servì a controllare le candidature nobiliari, visto che l’aggregazione ad una piazza, comunque portava prestigio e potere, specie durante il viceregno spagnolo. Di fronte al consolidarsi di questi regolamenti restrittivi dei “seggi chiusi” (ove le aggregazioni necessitavano del gradimento o del veto della nobiltà già iscritta)(58), si andò affermando una “nobiltà fuori seggio” non aggregata o riunita in collegi nobiliari civici dei seggi chiusi.

Dal decreto di Filippo II (1581) e da quello successivo del 18 marzo 1664, con i quali si accentrò nelle mani del sovrano il diritto decisorio di aggregazione e di reintegra di nuovi nobili nelle piazze napoletane e di quelle delle provincie, necessitò sempre l’autorizzazione reale per il seggio, alla quale seguiva conferma con i voti delle piazze. Si nominò anche una commissione di cinque consiglieri ed un fiscale in un seggio chiuso, onde sentenziare sulle istanze. Si portò, poi, il numero dei consiglieri a tredici, incluso il Presidente del Sacro Consiglio, con il compito di sentenziare sulle istanze giudiziarie di aggregazione e reintegrazione, già respinte dai seggi.
Inoltre, il 5 febbraio 1601 nella nomina della Deputazione della Real Cappella del Tesoro, vennero inseriti altri dodici membri presi dai seggi (due per seggio) con funzioni di protezione del relativo tesoro ivi raccolto.
I sedili, nel 1666, chiesero a re Carlo II di riottenere completa libertà di aggregazione, ma detto sovrano la negò con dispaccio del 30 dicembre del medesimo anno, confermando il diritto reale. Il re, comunque, poteva ordinare “di motu proprio” l’aggregazione di una famiglia al seggio. Successivamente, nel 1688, il medesimo Carlo II fissò il divieto per i ministri e loro familiari, come per coloro i quali occupavano cariche pubbliche, nel richiedere l’aggregazione ad un seggio(59). Nel 1684 lo stesso re Carlo II d’Asburgo decretò nuovamente la soppressione del sedile di Forcella, ormai fuso in quello di Montagna. Proprio in questo periodo numerosa nobiltà spagnola ebbe, comunque, facile accesso ai seggi partenopei.

E’ interessante l’elenco incluso in un manoscritto del 1693 per comprendere l’accresciuto numero di nuove famiglie napoletane, o forestiere, salite di lignaggio e desiderose di appartenere alle piazze. Le famiglie risultano: Ametrano, Anastasio, Angelis, Aquino, Cioffo Favilla, Maffeo,Viespolo, Zenaglios, Anna, Altomari, Benevento, Bracuto, Caputo, Cimino, Ardia, Campalo, Cordona, Fiorillo, Marciano, Pepe, Fulgore, Mirella, Vernassa, Pisano, Luongo, Pristalda, Palo, Petagna, Vargas, Raitan, Egittio, Valletta, Cito, Marano, Petroné, Vandain, De Luca, Valdetaro, Venuto, Staivano, Crasso, Apicella, Calà, Capobianco, Canaliero, Filippo, Ereitas, Gagliani, Garofalo, Giannattasio, Grimaldi di Benedetto, Grutter, Invino, Lucarelli, Mezzacapo, Miglioré, Natalé, Vidman, Nacarella, Ponte, Stefano, Salvo, Rovegno, Vaaz, Vignapia, Parise, Palma, Disanello, Sclano, Orefice.
Nel 1707, all’epoca della “congiura di Macchia” si rinviene altra notizia sulle piazze napoletane circa la contrattazione con il viceré spagnolo del loro donativo del due per cento sulle entrate feudali, burgensatiche ed ecclesiastiche della città e del regno in cambio:
1 – della possibilità di fare nuove iscrizioni ai seggi;

2 – della concessione dell’ufficio del Montiero maggiore e del titolo di “Grandi di Spagna” per il “Corpo della città”;

3 – della abolizione della ruota del Cedolario, come da richiesta del “Corpo del baronaggio”, per allentare il pesante regime fiscale gravante, circa 29 mila ducati a favore del Fisco nel 1704;

4 – della estensione della successione feudale al quinto grado dei collaterali, come richiesto dal “Corpo del Baronaggio”.
Tali richieste furono accolte dalla Spagna, solo in parte e con grosse limitazioni. Molte famiglie dei seggi nobiliari decisero, pertanto, di appoggiare la spedizione di occupazione del regno da parte dell’Austria, a patto della concessione dei suddetti privilegi da parte dell’imperatore.

fonte

nobili-napoletani.it

Napoli, via Toledo - dipinto su volta ingresso palazzo d'epoca

Napoli, via Toledo – dipinto su volta ingresso palazzo d’epoca

 

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