Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

IL PALLAGRELLO IL VINO DI RE” FERDINANDO IV

Posted by on Set 10, 2017

IL PALLAGRELLO IL VINO DI RE” FERDINANDO IV

Nell’unione tra la terra ed il lavoro dell’uomo c’è la storia del vino più amato da Casa Borbone-Due Sicilie. 

Un’indagine sugli andamenti dell’economia del Regno di Napoli nel Settecento si scontra con documentazione vasta e fonti contraddittorie. Quando si legge che Carlo di Borbone seppe dare impulso al commercio, all’agricoltura, alle arti, è perchè la prammatica con la quale il 30 ottobre del 1739 egli istituì il supremo tribunale del commercio, rilevava di fatti lo stato di povertà del territorio dell’intero Regno. L’analisi di Paolo Macry evidenzia l’esistenza di tre aree nel Regno di Napoli, quella napoletana, intersecata da una fitta rete di strade che rendevano più semplice l’approvvigionamento della Capitale non solo da Terra di Lavoro ma anche dai Principati, quella pugliese, con una più esigua rete di rotabili naturali che tra primavera ed autunno permettevano i collegamenti commerciali tra Puglia, Molise e Basilicata, ed una terza area rappresentata dalle zone interne rilegata ad un isolamento quasi totale. La mitezza del clima ed il territorio piano e fertile, facevano della vasta area compresa tra Capua e Nola, il principale mercato cerealicolo del regno. I cereali da qui raggiungevano Napoli, assicurando il cibo alla sua popolazione. Scrive lo studioso Aurelio Lepre che l’agro aversano e capuano, la campagna di Caserta e l’agro nolano, erano zone segnate da prezzi più alti e produzioni migliori, mentre a nord-est del Volturno le quotazioni di cereali erano nettamente più basse e i raccolti di minore qualità.
L’agricoltura di Terra di Lavoro però non era solo legata ai cereali. L’attenzione della Monarchia, impegnata a ricercare il progresso e la prosperità della popolazione e dei suoi territori, si focalizzò sul vino, in particolare su una qualità assai ricercata, conosciuta col nome di “pallagrello”. Apprezzato per i grappoli dalla forma piccola e tonda, vezzeggiato per il suo sapore, amato dalla corte e da Ferdinando IV, il pallagrello, si produceva nei territori del casertano ed era annoverato tra gli omaggi che i sovrani donavano ai propri ospiti nonchè tra i vini più titolati nei ricevimenti a Palazzo reale. Copiosi vitigni sorgevano a Piedimonte d’Alife e nelle aree tra Caiazzo, Castel Campagnano e Castel di Sasso. Aziende vinicole sorsero nel corso del Settecento in tutta la provincia, riscuotendo successo presso l’aristocrazia del Regno.
Il vino ricevette a tal punto le attenzioni del Re che questi pensò di proteggerlo vietando il transito nella località di Monticello, a Piedimonte Matese, dove aveva fatto impiantare un vitigno di 27 moggi. Qui infatti una lapide del 1775 vede incise le seguenti parole: “.. Ferdinando IV di Borbone, per grazia di Dio re delle Due Sicilie, fa noto a tutte e qualsivoglia persone di qualunque grado e condizione sia, che da oggi, non ardiscano né presumano di passare né ripassare per dentro la masseria di moggia 27 circa vitata..sita nella città di Piedimonte nel luogo detto Monticello tanto di notte quanto di giorno con lume o senza, né a piedi né a cavallo né con carretti o some,sotto pena di ducati 50”. Ancora un dizionario geografico del 1759 sul vino di Monticello riporta: “I vini di questa contrada sono eccellenti così bianchi come rossi, e sono de’ migliori del Regno così per loro qualità, e natura, come per la grata sensazione che risvegliano nel palato. Vanno sotto il nome di Pallarelli, e sono stimatissimi ne’ pranzi”.
Ferdinando IV riservò a questa produzione anche un posto di privilegio nella sua Vigna del Ventaglio, voluta dal sovrano a nord dei giardini della Reggia, tra monte San Silvestro ed il Belvedere di San Leucio. Il pallagrello fu preferito ai vini vesuviani in questo originale vigneto semicircolare i cui filari conferivano all’insieme l’aspetto di un ventaglio. Una descrizione del Cavalier Sancio del 1826 così presenta la vigna: “un semicerchio diviso in dieci raggi, tanto somigliante ad un ventaglio che ne ha preso e ritenuto il nome. Ciascun raggio, che parte dal centro, ov’è il piccolo cancello d’ingresso, contiene viti d’uve di diversa specie”. E’ così che ancora oggi nelle stesse terre di oltre cento anni fa ci sono popolazioni di viti di pallagrello che vengono raccolte ogni anno da mani esperte e lavorate con tecniche moderne per produrre vini pregiati sopravvissuti grazie alle attenzioni della corte reale di Napoli.

Errico Crisomolo

pubblicato il 24 di marzo 2017

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