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Il “patriottismo” napoletano

Posted by on Feb 11, 2017

Il “patriottismo” napoletano

L’unificazione d’Italia era ormai in pieno atto; fin dal 4 giugno 1859, con la vittoriosa battaglia di Magenta, la Lombardia, liberata dal giogo austriaco, era stata annessa al Piemonte; l’11 maggio 1860, Giuseppe Garibaldi, coi suoi mille volontari, aveva dato inizio alla redenzione (o conquista che dir si voglia), delle regioni meridionali.

Sul malfermo trono delle Due Sicilie, sedeva adesso Francesco, un ventitreenne pavido e timido. Solo in seguito alle insistenze del suo confessore, il nuovo re, che i napoletani chiamavano Francischiello, si era deciso, alcune settimane dopo le nozze con la bella e affascinante Maria Sofia di Baviera, a compiere i suoi doveri coniugali.

I successi delle camicie rosse in Sicilia, le pressioni dell’ambasciatore di Francia Brénier e i consigli di molti uomini politici indussero Francesco I, il 25 giugno 1860, a richiamare in vigore lo statuto. Con questa mossa il re sperava di dare un contentino ai liberali e contemporaneamente di arginare le simpatie che Garibaldi andava conquistandosi nella popolazione, e di bloccare l’opera di sgretolamento dell’esercito borbonico che andavano compiendo gli emissari del conte di Cavour. E tuttavia quello statuto per il quale appena qualche decennio prima i liberali si erano tanto accanitamente battuti, ora non appagava più nessuno: si voleva, adesso, l’Italia unita e libera.

Nello stesso tempo, Francesco promulgò un’amnistia che riportò in libertà, con i patrioti, una enorme quantità di camorristi schedati come liberali; le strade di Napoli incominciarono ad essere percorse da turbe di scalmanati che, con la scusa di inneggiare a Garibaldi provocavano disordini.

Ancora sperando di salvare il salvabile, il re formò, il 27 giugno, giorno in cui si erano verificati gravi tumulti, un nuovo ministero a capo del quale mise il duca Antonio Spinelli e di cui chiamò a far parte, prima come prefetto e poi come ministro di polizia, l’avvocato Liborio Romano, uno strano e ambiguo tipo di liberale che nel passato aveva sofferto più volte il carcere e l’esilio.

Liborio Romano, il ministro dell’interno che trasformò nel 1860 i camorristi in poliziotti. In pratica, scavalcando il duca Spinelli, Liborio Romano diventò il vero arbitro della situazione, ma il re lo assecondò, convinto che il ministro fosse l’unico a poter sorreggere, tirando dalla sua parte i liberali, l’ormai traballante dinastia borbonica.

Da abilissimo mestatore politico, l’avvocato Romano faceva credere ai liberali di star preparando il terreno per l’avvento di Garibaldi, e lasciava intendere ai borbonici di essere l’ultimo strenuo difensore della monarchia: in realtà il ministro, resosi conto che, data la fluidità della situazione internazionale, le due Parti in lotta avevano eguali probabilità di prevalere, agiva in maniera da Poter, in ogni caso, mantenere se stesso a galla. Pressoché inviso a tutti, Liborio Romano era invece idolatrato dai camorristi. Perfino la sua personale guardia del corpo era un affiliato della Bella Società Riformata.

E fu proprio ai camorristi che Liborio Romano si rivolse per costituire la Guardia Cittadina. La sera del 27 giugno, segretamente, l’uomo politico convocò il celebre capintesta Salvatore De Crescenzo detto «Tore ‘e Criscienzo» e gli domandò se fosse disposto ad assumere il comando della costituenda nuova polizia, che doveva prendere il posto di quella borbonica. Ottenuta una risposta affermativa, ricevette altri esponenti della camorra, fra i quali Ferdinando Mele, Luigi Cozzolino detto «il Perzianaro», il «Chiazziere» e lo «Schiavetto» e concertò con essi un piano d’azione.

Da allora fino a dopo l’arrivo di Garibaldi, l’ordine pubblico venne diretto ed esercitato, a Napoli, esclusivamente dai camorristi. Contraddistinti da una coccarda tricolore sul cappello e armati apparentemente solo di un bastone, i membri della Bella Società Riformata arrestarono ladri e malfattori e impedirono quei saccheggi che sono tipici dei periodi di transizione politica. Salvarono insomma la città dal caos come hanno riconosciuto tutti gli storiografi tranne, naturalmente, quelli di osservanza borbonica.

Lo stesso Liborio Romano, in un suo volume di memorie, non poté evitare di rievocare quell’evento, sia pure minimizzandolo o comunque cercando di presentarlo nella migliore luce possibile. Si tratta di una testimonianza storica di eccezionale valore che è indispensabile riportare, qui, per intera.

“…..La violenza popolare del 27 giugno, rimasta necessariamente impunita, perché nei tumulti si sperdono le pruove dei reati; le miti intenzioni mostrate dal governo; il tolto stadio d’assedio; e le tradizionali abitudini di una generazione di uomini, che la civiltà non ha per anco spenta nella popolosa Napoli; erano incitamento ed invito a rinnovare il saccheggio, e le tragiche scene del 1799 e del 1848.

Agognavano mettere a sacco e a ruba la città; ed in tale intendimento avevano già tolti a pigione in diversi quartieri di essa i magazzini in cui si proponevano riporre le vagheggiate depredazioni.

La polizia, per mezzo della vigile ed onesta cittadinanza, conobbe questi nefandi propositi; tutti ne erano grandemente preoccupati; ma non era facile ripararvi.

Imperrocché le antiche guardie di polizia ed i gendarmi, fatti segno alla pubblica deprecazione, erano fuggiti per salvare la vita; sulla milizia regolare non potevasi fare affidamento; ché se pur taluni di essi non allettavano l’idea del saccheggio, erano avversi al novello reggimento, e cercavano per lo meno ogni occasione per iscreditarlo, e dirlo causa di tutti i disordini: né alcun a altra forza pubblica era efficace.

D’altra parte la reazione, comunque sgominata, serpeggiava latente, e faceva temer e che si collegasse con il partito sanfedista, a fin di seppellire nel saccheggio e nel sangue le libere istituzioni.

Anch’essi i camorristi, dubbiosi e incerti, aspettavano il momento di profittare d i qualsivoglia perturbazione avvenisse. Or, come salvare la città in mezzo a tanti elementi di disordine e d’imminenti pericoli.

Fra tutti gli espedienti che si offrivano alla mia mente agitata per la gravezza del caso, un solo parvemi, se non di certa, almeno di probabile riuscita, e lo tentai.

Salvatore De Crescenzo detto «Tore ‘e Criscienzo», il capo della camorra assurto nel 1860 a capo della Guardia Cittadina. Pensai di prevenire la triste opera dei camorristi, offrendo ai più influenti loro capi un mezzo per riabilitarsi; e così parvemi di toglierli al partito del disordine, o almeno paralizzarne le tristi tendenze, in quel momento in cui mancavami ogni forza, non solo che a reprimerle, a contenerle.

Laonde, fatto venire in casa mia il più rinomato fra essi, sotto le apparenze di commettergli il disbrigo di una mia privata faccenda; lo accolsi alla buona, e gli dissi che era venuto per esso e pe’ suoi amici il momento di riabilitarsi alla falsa

Posizione cui aveali sospinti, non già la loro buona indole popolana, ma l’imprevidenza del governo, la quale avea chiuse tutte le vie all’operosità priva di capitali. Che era mia intenzione tirare un velo sul loro passato, e chiamare i migliori fra essi e far parte della novella forza di polizia; la quale non sarebbe stata composta di tristi sgherri e di vili spie, ma di gente onesta, che, bene retribuita de’ suoi importanti servizii, avrebbe in breve ottenuto la stima de’ propri concittadini.

Quell’uomo, da prima dubbioso ed incerto, si mostrò tosto commosso dalle mie paroe, smise ogni diffidenza, volea baciarmi la mano; promise anche di più di quello che io chie deva; soggiunse che fra un’ora sarebbe tornato da me alla prefettura.

E prima che l’ora fosse trascorsa, venne con un suo compagno; mi assicurarono di aver dato le debite prevenzioni ai loro amici, e che io potea disporre della loro vita.

E mantennero le loro promesse; e per modo da convincermi, che se gli uomini purtroppo non sono interamente buoni, neppure sono interamente perversi, se tali non si costringono ad essere.

Improvvisai allora, ed armai, senza por tempo in mezzo, una specie di guardia di pubblica sicurezza, come meglio mi riuscì di raggranellarla fra la gente più fedele e devota ai nuovi princìpi e all’ordine; frammischiai fra questo l’elemento camorrista, in proporzione che, anche volendo, non potea nuocere; disposi che si organizzasse in compagnie; posi a capo di essi coloro che ispiravano maggior fiducia; ed ordinai che, divisi in pattuglie, scorressero immantinente tutti i quartieri della città.

Questo provvedimento istantaneo, ed istantaneamente attuato, sconcertò i disegni dei tristi, colpiti assai più dall’attitudine che dall’impotenza della forza; e così l’ordine, la città e le stesse libere istituzioni, furono salvi dal grave pericolo che li minacciava.

Si condanni ora il mezzo da me adoperato; mi si accusi di aver introdotto nella forza di polizia pochi uomini rotti ad ogni maniera di vizi e di arbitri. Io dirò a cotesti puritani, i quali misurano con la stregua dei tempi normali i momenti di supremo pericolo, che il mio compito era quello di salvare l’ordine; e lo salvai col plauso di tutto il paese…..”

In realtà gli affiliati alla setta, per decidere sulla proposta del ministro di polizia, si riunirono in un’assemblea che fu movimentatissima: si pronunciarono immediatamente favorevoli i camorristi di rione Montecalvario e Pignasecca, mentre quelli di Santa Lucia furono molto più titubanti. Infine la Bella Società Riformata, una volta accettata la proposta di Liborio Romano, deliberò che, anche nei ranghi della polizia, il grado più alto dovesse essere conferito al capintesta «Tore ‘e Criscienzo».

Furono nominati commissari, fra gli altri, i camorristi Cozzolongo, cameriere di una locanda, Ferdinando Mele, il garzone di un parrucchiere di via Chiaia, un parrucchiere del «Teatro Nuovo» e un ex spazzino; al taverniere Callicchio toccò la carica di ispettore.

Tali nomine vennero regolarmente ratificate da Liborio Romano. Non si può dire che, almeno nei primi giorni del loro mandato, gli ex camorristi diventati poliziotti si fossero comportati molto bene. Incominciarono col pugnalare il loro collega Peppe Aversano, quindi passarono a compiere molte vendette private.

In piazza San Nicola alla Carità aggredirono il giovane ispettore della polizia borbonica Perrelli, che nel passato li aveva perseguitati; ferito gravemente, l’ispettore venne adagiato su una carrozzella e avviato all’ospedale, senonché Ferdinando Mele lo raggiunse e gli inferse il colpo di grazia, uccidendolo.

Un altro ex commissario di Pubblica Sicurezza, Cioffi, fu picchiato a sangue e si salvò per miracolo. Istigati da patrioti del comitato «Ordine», il 28 giugno i camorristi incominciarono a dare l’assalto a tutti i commissariati di Pubblica Sicurezza, distruggendo gli archivi e poi sedendosi pomposamente dietro le scrivanie, forti della loro nuova condizione.

Al commissariato del rione Stella, dal quale i poliziotti borbonici non avevano voluto sloggiare, vi fu una sparatoria nutritissima. Dopo aver compiuto simili bravate, i membri della setta si toglievano dal capo il berretto con la coccarda tricolore, simbolo della loro qualifica di tutori dell’ordine, e si abbandonavano a pubbliche questue. Chi rifiutava di dare qualche soldo, veniva accusato di essere nemico della patria italiana e riceveva bastonate.

Per fortuna, sfogatisi abbondantemente nei primi giorni, i camorristi- poliziotti si rivelarono, successivamente, integerrimi paladini della legge e furono proprio essi a tutelare il passaggio dei poteri dopo la partenza di Francesco. Il re Borbone lasciò Napoli, ove già erano entrati alcuni bersaglieri sbarcati dalle navi inviate da Cavour, il 6 settembre.

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