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Il prezzo pagato dal Sud non può essere più nascosto

Posted by on Set 11, 2017

Il prezzo pagato dal Sud non può essere più nascosto

Sulla proposta di una «giornata della memoria» per le vittime del Sud negli anni del Risorgimento, se ne sono lette tante. Dalle piccate reazioni degli accademici su presunte invasioni di campo nel loro sapere, a interventi con citazioni di dati ormai superati da nuove ricerche, fino a riferimenti impropri e ricorsi ai soliti superficiali schematismi che si rifanno alle abusate definizioni di «neoborbonismo» o «leghismo meridionale».

Tutto questo agitarsi è una conferma: la nostra storia nazionale divide, perché su due costruiti miti fondanti (Risorgimento e Resistenza) cerchiamo le ragioni ideali dell’esistenza politica del nostro Paese. Riponiamo nella storia quell’ansia di unità di una Nazione, che appare invece nella sua realtà attuale sempre più frammentata in innumerevoli particolarismi, incapace di esprimere una classe dirigente e politica in grado di fare da collante riconosciuto e autorevole a idee e progetti di interesse generale.

È insomma questo il primo tema, proprio quell’uso politico della storia che i docenti universitari di Bari, seguiti da documenti di loro associazioni specialistiche, imputano alla proposta della giornata della memoria fatta propria dai consiglieri regionali del M5S in più regioni meridionali. Un uso, in verità, non nuovo. L’Italia liberale postunitaria, descritta anche da Croce in una delle sue Storie, utilizzò il Risorgimento per rivendicare i propri meriti in quegli anni. Il Fascismo cercò nel mito dell’impero romano i suoi sogni di gloria. E tutti, nella semplificazione interessata, mostrarono parzialità nelle interpretazioni storiche e risibili schematismi.

Mario Martone ha posto nell’intervista al nostro giornale questioni fondamentali sul tema della conoscenza del Risorgimento, citando come esempio che c’è chi crede che Garibaldi sia stato ferito sull’Aspromonte nel 1862 dai soldati borbonici e non dal colonnello Pallavicini con i suoi soldati diventati italiani per legge dall’aprile dell’anno precedente. Il regista evidenzia come la massa degli italiani riduca il Risorgimento alle figure quasi «mitologiche» dei celebrati «padri della Patria»: Cavour, Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele II. Ma questa sottolineatura riporta il discorso alla necessità dei miti fondanti costruiti in una loro intangibilità di una Nazione che, politicamente, è stata una costruzione con le armi e con il cinismo politico-diplomatico favorita dagli equilibri internazionali dell’epoca. Una costruzione che ha utilizzato anche le armi e le illusioni dei mazziniani repubblicani, affermando poi la vittoria politica di fatto della destra cavouriana.

Le «annessioni» del Sud (il termine, nei suoi carteggi, è tutto di Cavour) furono imposizioni dall’alto, elitarie, con una «rivoluzione-non rivoluzione» (Gramsci) che fu «passiva alla maniera di Cuoco» (Croce) per l’assenza delle grandi masse contadine. Questa estraneità della maggioranza dei meridionali delle campagne a quel processo storico esasperò poi, quando esplose la rivolta conosciuta come «brigantaggio» (guerra civile eterogenea con accentuato substrato di rivolta sociale), il brusco impatto di non conoscenza tra italiani, divisi da differenze culturali (gli ufficiali di origini piemontesi avevano bisogno di interpreti per interrogare i «briganti»). Questa realtà impose una necessità, che anche Martone evidenzia: costruire una «mitologia di uomini e fatti» sull’unità d’Italia. L’esempio più esibito di questa operazione culturale postunitaria è quel libro Cuore di Edmondo De Amicis, che innalzava sugli altari i «padri della Patria» ed esaltava indistinti eroismi degli italiani contro lo straniero. Un libro che fu manuale per le scuole e faro alle generazioni di quell’Italia nata dal Risorgimento. Generazioni da educare all’amore per la Patria. La costruzione dell’identità politica italiana non fu cosa da poco. Se ne pose il problema con preoccupazione anche Crispi, dopo la morte di Garibaldi nel 1882: fu lui che impedì la cremazione del corpo del generale, che avrebbe impedito la perpetuazione di un mito da celebrare con tanto di tomba e luoghi di pellegrinaggio.

L’inno di Mameli, il tricolore (con lo stemma dei Savoia a sostituire quello dei Borbone), la giornata dello Statuto ripresa dalle celebrazioni dello Stato del Piemonte, il riferimento ai Savoia (era questo il grido dei soldati italiani all’assalto, non certo «Italia») furono simboli e riferimenti necessari a dare identità comune a italiani figli di più subnazioni con differenti storie, culture e radici. Simboli, su cui esistono pregevoli studi dell’università del Veneto, che spiegano come gli italiani del Nord e quelli del Sud fossero tra loro estranei al momento dell’annessione. Il motivo? Se le «annessioni» furono calate dall’alto, con una partecipazione attiva di meno del 2 per cento della popolazione, se la farsa dei Plebisciti, che legittimarono giuridicamente un’invasione in armi senza dichiarazione di guerra, fu poi seguita nel gennaio del 1861 da elezioni con preesistenti leggi piemontesi che portavano alle urne meno di 400.000 italiani sui famosi 21 milioni dell’epoca, non bisogna meravigliarsi se permane un sentimento di lontananza, ereditato da quegli anni, nei confronti di uno Stato che appare sempre più estraneo e non condiviso.

È una bestemmia ragionare su questi temi? È una «invasione di campo» (Franco Molfese, non accademico, che nel 1964 pubblicò documenti inediti e diede lezioni di rigore sulla storia del brigantaggio postunitario a tanti storici patentati si rivolterà ancora una volta dalla tomba) poter ragionare non sull’unità politica dell’Italia, o su improbabili quanto risibili ritorni dei Borbone, ma come siamo diventati un’unica nazione politica? È un peccato puntare i riflettori (la narrazione, anche storica, è sempre una scelta) su vicende appena accennate dalla «grande storia» per carità di patria? Quello che accadde soprattutto dopo le «annessioni» nel Sud è pagina che se, da più angolazioni e approfondimenti, si conoscesse non solo nelle accademie, ma anche (come tenta chiunque scriva di storia divulgativa con rigore e stile accessibili) tra tutti quelli che credono che «Garibaldi fu ferito dai borbonici» farebbe bene alla coscienza del Paese.

Il brigantaggio e poi le scelte politico-economiche della destra cavouriana e della sinistra trasformista segnarono il Sud nelle sue condizioni. Nel Sud si sperimentarono nel 1863 la prima legge speciale unitaria (la legge Pica sul brigantaggio): repressione, tribunali militari, abolizione delle garanzie costituzionali. Non ci si può stupire, quindi, che la «quarta guerra contadina», come Carlo Levi definì il brigantaggio, sia stata soprattutto una rivolta sociale di poveracci «contro lo Stato contro tutti gli Stati» (ancora Levi). Uno Stato che era identificato solo con le divise dei militari, che avevano potere di vita e di morte nel Mezzogiorno senza dover dare conto e spesso senza annotare nulla nei rapporti (il diario Cialdini, consegnato nel 1894 dagli eredi all’Ufficio storico dell’esercito, è significativo su questo). Stato lontano, Stato italiano, che massacrò in una cieca repressione migliaia di contadini e poveracci (cifre che, seppure ridotte, compaiono anche nella relazione della commissione sul brigantaggio del 1863). E allora, da questi accenni, si spiega perché il Risorgimento resta ancora il nervo storico-culturale scoperto nel nostro Paese. Non per la conoscenza, anche schematica, dei fatti, ma per i problemi che ancora pone al Paese sui rapporti Nord-Sud e sull’atteggiamento di molti meridionali nei confronti dello Stato, o nell’affermazione di una classe dirigente di Gattopardi pronti a cambiare bandiera in soccorso del vincitore, tanto per citare Flaiano. Storia di quegli anni, ma anche storia attuale.

E allora cosa c’entra la contrapposizione, da tifo calcistico, Savoia-Borbone o Garibaldi-Crocco? C’entra invece una più ampia conoscenza della storia, non ristretta in ambito accademico. Se l’università si apre all’esterno, senza rinchiudersi in se stessa, non potrà che trarne beneficio. Ma se permangono chiusure di privilegi a difesa di una lettura univoca della storia, che giustifica associazioni e finanziamenti, non si arriverà mai a una storia condivisa e ad un allargamento della conoscenza di come diventammo tutti cittadini di una sola Nazione. Perciò, nella sua provocazione, la giornata della memoria non può che essere proposta di confronto allargato. Perché, nel rapporto Nord-Sud, il Risorgimento resta ancora il vero buco nero conoscitivo. Fu l’«annessione» delle Due Sicilie l’unico mito realmente spendibile di quel periodo: pochi contro molti, barbarie contro civiltà, buoni contro cattivi (sic!)

Ecco, discutiamo su questi temi, ma allarghiamo la discussione a non specialistici convegni, se vogliamo ritrovare le ragioni ideali dello stare tutti assieme, in ogni latitudine geografica, in questo Paese. E, se la proposta del M5S ha fatto da sprone a questo dibattito (seppure tra banali semplificazioni e sciocchezze), avviato da quasi un mese, probabilmente un suo obiettivo lo ha raggiunto.

Gigi Di Fiore

ilmattino.it

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