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“Il Sud è mafia” intervista a Nicola Zitara – Alta Terra di Lavoro

Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

“Il Sud è mafia” intervista a Nicola Zitara

Posted by on Ago 21, 2017

“Il Sud è mafia” intervista a Nicola Zitara

Vi ringrazio… Io sono piuttosto logorroico, quando vi sarete stancati mi dite di smettere… Intervengo a questa manifestazione, a questo convegno, a questo tentativo di ricerca, su un problema centrale della vita della Calabria e del meridione, più per… perché mi colloco da una parte che… diciamolo francamente, per un debito di amicizia.

In realtà io non mi sento più interessato a questi problemi perché non mi sento più italiano.

Non mi sento parte, non italiano nel senso culturale… nel senso politico non mi sento parte di questa organizzazione politica che si chiama Stato italiano. E tanto non mi sento parte che sto facendo carte false, alla rispettabile età di 63 anni, per cambiare clima. Non ho… non cambio clima, come tanti, per paura della mafia, per paura di essere sequestrati o ammazzati.

Io sono… sono stato ridotto in povertà dallo Stato italiano, quindi non avrebbero che farsi di me, non potrebbero chiedere… nessuno potrebbe chiedermi più di 100.000 Lire di riscatto, non so se gliele potrei dare. Me ne vado perché mi disgusta, a questo punto, sono disgustato, profondamente disgustato delle infamie che si stanno organizzando politicamente e culturalmente nei confronti del sud.

Per difendere l’occupazione sulla costa romagnola, cioè il turismo della costa romagnola, abbiamo… da un anno e mezzo circa, questa ignobile bagarre giornalistica e televisiva sulla ferocia e inciviltà dei meridionali, che pure ci sarà, indubbiamente, ma come dovunque.

Non… non è nel quadro delle forze che contano in Italia che ci possa essere nel meridione un’esplosione turistica come quello che ha avuto la Sardegna. La Romagna si sente minacciata, la Liguria si sente minacciata, il Veneto, le coste venete si sentono minacciate.

Interessi notevolissimi intorno a questo problema, logicamente paghiamo tutti perché chi di noi poi mette piede a Roma o a Firenze o a Milano, come sarà capitato ad alcuni di voi, deve stare attento a cambiare il proprio accento perché se viene identificato viene anche allontanato e respinto.

Cioè, il sistema italiano sta fomentando il razzismo in patria per interessi economici consistentissimi e in questo confronto noi non solo siamo perdenti, siamo schiacciati e sputtanati.

Nè, personalmente sono convinto che si farà una qualche lotta vera alla mafia, la mafia produce per detta del Corriere della Sera un incasso per le finanze dello Stato italiano di 135.000 miliardi, 135.000 miliardi!!!

Due volte e mezzo quanto produce la Fiat, dieci volte, più di dieci volte di quanto esporta la Fiat.

Ora io non penso che chi amministra la bilancia dei pagamenti italiani possa, con disinvoltura, vedersi tagliata un’entrata di questa consistenza, sulla quale galleggia tutta l’economia nazionale.

Centotrentacinque miliardi sono quasi, sono quattro, i tre quarti della… delle intere nostre esportazioni. Pensando che l’Italia si sta indebitando all’estero ogni anno per una cifra che va dai 15.000 ai 23.000 miliardi da circa dieci anni, noi teniamo su la lira con rimesse che vengono dall’esterno e che acquistano BOT.

L’indebitamento dello Stato in BOT verso l’esterno supera i 500.000 miliardi, forse anche  i 600.000 miliardi .

Ora voi, di fronte a queste situazioni, a queste cifre che i giornali non denunziano, non dicono, non riferiscono, mica i giornali sono fessi, i giornali fanno una loro politica e mirano a raggiungere certi risultati.

Lo fanno abilmente, con proposizioni che sembrano svagate, ti raccontano la cronaca, però ogni cosa tende a un risultato, lo dice uno che ci ha lavorato in un giornale, queste cose le so e le ho fatte anche, purtroppo.

E… è di tale consistenza per cui l’Italia non si può permettere, l’Italia, l’Italia padana, non si può permettere di rinunciare a questa entrata, che sta tenendo su tutto, dallo Stato alla borsa, alla grande industria, alla grande finanza.

Ci sono guadagni favolosi perché poi chi ricicla danaro, i narcodollari, prende la mazzetta che, in genere, è del 50% e una mazzetta del 50% su 135 miliardi, mila miliardi, figuratevi che mazzetta è, e qui ci sono dentro tutti.

Non, non ci sono perbenismi, vestiti grigi, gessati, colletti inamidati  e cravatte firmate, qui sono delinquenti, tutti quelli che c’appaiono grandi uomini, rispettabilissimi uomini, di… disinteressati uomini della finanza e del potere politico. Più della finanza che del potere politico, perché il potere politico secondo la mia modesta impressione questa situazione se la sta pure subendo, senza poterci fare niente.

Ora, io vi dicevo, non mi sento più di essere cittadino italiano, certo mi serve lo stipendio che lo Stato mi da, beh… ho una famiglia da mantenere.

Se non l’avessi, la prima autorità  gli strapperei la carta d’identità in faccia e gliela metterei… per terra.

Non si possono trattare i componenti della stessa comunità civile e della stessa comunità giuridica come siamo trattati noi, non solo dal punto di vista dei rapporti privati ma anche dal punto di vista dei rapporti pubblici perché,  ecco, stiamo ai rapporti pubblici, voi se cambiate, se scendete da Milano a Reggio Calabria e cambiate treno a Napoli, come mi capita di fare a me, capita di fare a me perché lo trovo abbastanza comodo, le coincidenze, passate da una vettura comoda ad una lettura scassata. Ma girate per una vettura ferroviaria, e vedete che ci sono 72 illustrazioni, 72 quadretti, riproduzioni di luoghi in Italia. Beh, caspita su 72, una volta che mi son messo a contarle, su 72 riproduzioni di luoghi d’Italia una riguardava Napoli, una riguardava il castello di Melfi e una riguardava Capo d’Orlando. Tutto il resto era di città del centro e del nord d’Italia, qui un giornalista che si interessa dei problemi  del… dei beni archeologici in Italia, un giornalista onesto, gli è scappato, non si è ricordato più parlando di quello che si deve difendere ha parlato degli etruschi, ha parlato del Rinascimento, ha parlato di Roma, si è dimenticato che qui, da Napoli in giù, c’è il più grande patrimonio, la più grande testimonianza di quella civiltà alla quale poi dicono di appartenere, e di cui sostengono di essere discendenti. Beh, ma sarebbero fesserie queste qui, di fronte al resto.

Non mi sento italiano. Mi sento… sono stato rovinato, io la mia famiglia, dallo Stato italiano, da questa unità truffaldina che è stata realizzata il 4 giugno del 1861. Se io ora ho le pezze al culo, il mio bisavolo, il… al momento dell’unità aveva 300mila ducati ed era un capitalista d’avanguardia!

Ecco, questo è il punto:  era un capitalista d’avanguardia, quando si dice che qui c’era il signor gattopardo, che ha scritto della sua famiglia per dire che erano… così, dovevano cedere per sopravvivere perché erano inetti, erano Dei e non volevano sporcarsi le mani, ma mio nonno, il mio bisnonno era un esempio, aveva 300.000 ducati, faceva il commercio dell’olio, aveva velieri che venivano da Napoli, qui, e poi tornavano a Marsiglia, tornavano a Napoli, andavano a Marsiglia a portare olio.

Non piccoli quantitativi di olio, in genere siccome esistono ancora le cisterne, so quanto portava un veliero da questa, dalla zona di Siderno, di Bovalino, di Monasterace, portavano via circa 10mila botti di olio ogni annata olearia, ogni due anni.

Il Banco di Napoli gli dava da un affidamento di 500.000 ducati che trasformò in 4 milioni dopo l’unità d’Italia. I commercianti, i grandi commercianti francesi che erano a Napoli e che erano anche a Marsiglia gli davano altri milioni. Io, purtroppo, i suoi conti sono andati distrutti nell’alluvione della… dell’amalfitano nel 1954, non è possibile più ricostruirli, insieme con la sua casa, principesca quasi.

Questi imprenditori erano così sapienti che per non far viaggiare le navi scariche portavano merci di produzione industriale in Calabria e la vendevano e facevano, e si finanziavano, ecco, avevano il circolante, il circolante  che immettevano in circolazione fra le popolazioni, pagando l’olio, se lo riincassavano vendendo merci, commercio di praxxxxxx.

Probabilmente facevano anche l’usura, nel senso che praticando il contratto alla voce fissavano un prezzo dell’olio molto basso, poi i proprietari glielo dovevano consegnare a quel prezzo. In questo modo si è certamente arricchito, però… si chiese allo Stato italiano che facesse un porto a Siderno, dopo l’unità, e vi dico mio nonno era un patriota, era un massone, era uno che aveva cospirato per l’unità d’Italia, dette 200.000 Lire al prestito nazionale prima del ‘66 quando la nove… la moneta si trovava in pericolo, una grossa cifra, 200.000 Lire di quel tempo significa centinaia di miliardi di oggi.

Lo stato italiano non intese mai fare questo, gli serviva trasformare le navi a vela in navi in ferro che potessero trasportare una maggiore quantità di olio e attraccare anche durante le stagioni infelici per il mare.

Lo stato italiano non si è mai degnato di fare il porto, ha fatto le strade perché potesse arrivare l’esercito qui in Calabria, poi ha fatto le ferrovie, ma con le ferrovie sono arrivati i genovesi e gli hanno tolto il mestiere. Il mio bisnonno era già morto, l’impresa che era grande, composta da fratelli e cugini… cominciò a barcollare. Questi signori Genovesi venivano con moneta bancaria, dietro le spalle non avevano niente se non il potere politico della moneta statale, dietro c’era finzione e non una ricchezza aurea come quella che usavano in precedenza.

E i miei antenati non trovarono mai, dopo che il Banco di Napoli fu costretto praticamente a tagliare queste operazioni, dopo che i commercianti francesi che finanziavano questo commercio se ne furono andati perché Napoli diventava una città inospitale in quanto non simpatica agli eredi di Cavour… non trovarono più altro modo che fare, ridurre di quasi 9/10 il loro commercio.

Si salvarono ancora con gli alimentari ma piano piano ci sono rimaste solo le cisterne che non erano antiquate come è venuto a dire un giovane studioso inglese finanziato dal Nord e Sud, non so, finanziato da qualcuno di questi liberali meridionali di… simpatizzanti per Cavour e per l’unità d’Italia, perché io qui debbo distinguere, io non sono né contro Mazzini e né contro Garibaldi.

La polemica che va fatta, se qualcuno la deve fare, bisogna che cominci non da questi uomini che avevano una nobiltà di intenti e un coraggio anche personale, di sacrifici, anche quello di… Garibaldi, un coraggio fisico di fare la guerra. La polemica va a marpioni del tipo Cavour che alimentò le più squallide, io non dico le fece ma coprì le più squallide operazioni finanziarie, che si erano fatte nel regno di Sardegna, prima dell’unità dal duca di Galliera, dal suo ministro del Tesoro, al quale lo Stato italiano regalò 16 milioni, una cifra con la quale avrebbe potuto armare l’intero esercito piemontese perché creasse la Banca Nazionale.

E questi signori che hanno costruito le ferrovie, con i soldi degli italiani, regalandole ai Rothschild e ai Bastogi, che poi le hanno ricomprate dai Rothschild e dai Bastogi pagandole. Poi gliele hanno rifatte… riconsegnate gratis e poi Giolitti gliele pagò come se le avessero fatte loro.

Ecco, questa è la cultura dell’intrallazzo settentrionale, quando noi parliamo dei nostri intrallazzi che sono squallidi, piccolini, cose anche volgari, questo grande intrallazzo, ecco… una famiglia, il povero mio nonno, che passava nell’ambito della famiglia per essere un minchione perché non aveva saputo difendere il patrimonio, in realtà era l’organizzazione politica dell’economia italiana che lo doveva dare perdente. Se anche al suo posto fosse stato il più aggressivo bisnonno o chiunque altro avrebbe perduto lo stesso, infatti non ha vinto nessuno, cioè, nel napoletano c’erano patrimoni come quello del duca di… del principe di Gerace, che tranquillamente avrebbero potuto fare 10 volte il patrimonio di Cavour. Embè, uno solo di questi che sia sopravvissuto, lì ormai la ricchezza si conta a migliaia di miliardi, qui non c’è uno, uno ricco è uno che ha un miliardo, due miliardi.

Ecco, già questa sproporzione  vi da il segno della immensa sconfitta, subita dal meridione. Dove c’era, perché gente come il mio bisnonno, io ne ho contati 11, c’erano i fratelli Proto di Crotone che riuscivano a commerciare ogni anno anche 20.000 botti d’olio, ma io vi debbo dire di più, ogni attività che sorge nel Sud e che può minacciare il livello dei prezzi monopolistici  fissati dall’industria settentrionale viene sconfitto, qui, attraverso la banca.

Ecco, questo è il quadro italiano, e in questo quadro che l’Italia ha imposto al Sud veniamo a parlare della mafia.

La mafia che io ricordo, non della mafia dei libri e delle stupidaggini che ci vengono a raccontare alcuni sbarbatelli che hanno letto a loro volta della mafia o che ci viene a raccontare un’anima non candida come quella di Giorgio Bocca, o giornalisti di mezza tacca come il nostro compaesano che scrive per la Repubblica che logicamente fa una scelta di campo.

Il problema: che mafia ho visto io?

Prima della guerra, del 1940, ho visto la mafia con le toppe al culo che si riteneva felice se riusciva a fare la guardiania degli agrumi e dell’acqua. Acqua e agrumi sono intimamente connesse.

La mafia che prendeva  gabella, qui non è la gabella siciliana, sono gabellucce da 80 tomoli di ulivi, 50 tomoli di ulivi, il mafiosetto che riusciva a pigliarsi la gabella dal proprietario gli facevano la stima, cioè tutte le stime erano o favorevoli, ci doveva mettere il lavoro, chi prendeva la gabella. Era un po’ favorevole e il mafioso metteva all’opera la sua famiglia, faceva come gli altri, la differenza dove era? Che il gabellotto, il mafioso era preferito a un altro, perché? Perché la mafia non si amministrava da sé, non si comandava da sé, prima della guerra, la comandavano… almeno se… è stato dovunque cosi, la comandavano i grossi avvocati, i grossi medici del paese, no?

Io me li ricordo i mafiosi, noti in paese per aver commesso un qualche delitto, col cappello in mano, al freddo perché c’era il cortile, ad aspettare di essere ricevuti dall’avvocato, quando faceva il compleanno, l’onomastico, gli portavano un dono, un galletto, un po’ di uova, quello che avevano e che poteva gradire, l’avvocato. Che era poi una rispettabile persona, non è che fosse un delinquente.

Ecco, il problema della mafia, così come la conosciamo oggi esplode l’8 settembre del 1943, quando qui arrivano gli anglo-americani.

Gli anglo-americani consegnano, almeno questa parte della Calabria che io conosco ma debbo supporre tutto il resto, mia madre era siciliana e anche lì avvenuta la stessa cosa. Consegnano questi territori l’amministrazione di questi territori ad antifascisti di orientamento massone che potevano esercitare un ascendente sul paese e questa gente in assenza dello stato non ha potuto fare altro, per mantenere l’ordine pubblico, per… perché i servizi sociali pur minimi che c’erano a quel tempo fossero assolti fino alla fine, ha avocato a sé la mafia e ne ha fatto il gendarme, il carabiniere di queste… di questi nostri paesi.

Ecco, però insieme a questo fenomeno che sarebbe stato di portata limitata, noi dobbiamo mettere un altro fenomeno, invece di grandissima portata.

Il  dopo guerra rompe la separatezza del mondo contadino,  il mondo contadino che voi avete conosciuto attraverso il libro di Carlo Levi, si scassa  completamente.

Perché? Sempre per l’olio. Quell’olio così importante per la nostra economia e importante anche per la vita di altri posti, e allora i calabresi, i siciliani, i lucani, i pugliesi, si son messi a fare l’intrallazzo, cioè il commercio dell’olio verso Napoli, poi verso Roma, verso Salerno, verso le zone che non hanno olio e da lì portavano indietro merci, residuate nei magazzini, conservate nei magazzini, merci industriali, prevalentemente del nord, specialmente tessuti, cotone… lampadine, chiodi, le cose che non si trovavano durante la guerra.

Ora, chi ha fatto questi intrallazzi? È stato il mondo contadino. Chi  aveva l’ardimento di salire su un treno con 10 valigie? Certamente non mio padre che era un borghese, non ce l’avrebbe fatta a portarne due! Quando arrivava alla stazione chiamava il facchino, solo un contadino poteva fare questo. Allora, i contadini e altre frange della popolazione, del proletariato meridionale, hanno fatto l’intrallazzo.

A quel punto questa separatezza che c’era tra borghese e contadino – u cafunu, [u craunaru – ? – NdR], u tamarru – che proprio li teneva divisi, parlavano perfino un’altra lingua, che era piena di idiotismi greci, che adesso sono completamente scomparsi.

Io, che ero del paese, più delle volte non capivo moltissime parole,  parole di un discorso contadino, perché erano non la lingua italiana contraffatta del borghese meridionale, ma erano eredità loro proprio. C’era una separatezza completa tant’è vero che i contadini, da ragazzino anche, si individuavano dal vestire, si individuavano dal modo di camminare quando entravano in paese.

Ancora dopo la guerra si individuavano perfettamente ma erano trattati proprio… quasi ridicolizzati, e… se non lo si faceva con un uomo robusto lo si faceva col vecchietto, colla vecchietta, le umiliazioni che subivano le vecchiette che portavano le uova in paese, le umiliazioni a Siderno che subivano le “provole pacchiane”, le chiamavamo così, di Fabrizio, che venivano a portare i funghi. La gente che veniva a portare la caxxxxx, gli asparagi,  re e quando venivano a vendere qualche altro prodotto fuori azione perché la  montagna produce alcune cose in ritardo, rispetto alle marine, le pere, i pomodori, era un divertimento anche volgare della gente, l’arrivo di questi contadini, che erano individuati, poi si passavano la parola quelli che volevano anche specularci sopra o quelli che volevano riderci sopra.

Ecco, questa separatezza si ruppe con l’intrallazzo, i contadini impararono che la città era vigliacca, che non aveva ardimento, che non era capace di fare le cose che loro facevano, loro sapevano adoperare il coltello, avevano l’ardimento fisico, oltre la forza fisica, per sottoporsi ad alcuni lavori.

In quel momento il mondo contadino ruppe l’argine ideale, di separazione ideale, in cui era rinserrato e venne in città, poi finì l’intrallazzo, e che cosa trovò?

Tutta l’Italia, tutti i paesi, si è verificato questo fenomeno, tutti i paesi industriali, l’esodo contadino trasforma il contadino in operaio, è avvenuto in Piemonte, c’è un bellissimo libro su questo argomento, è avvenuto in Piemonte, è avvenuto dovunque, da tutte le parti, in Germania, in Inghilterra…

Negli Stati Uniti lo hanno fatto con la emigrazione dall’esterno, è avvenuto anche in Italia. Prima l’emigrazione contadina delle stesse province lombarde e piemontesi verso Torino e Milano, i contadini che hanno trovato il lavoro, un lavoro brutto, ma hanno trovato un lavoro e una paga nell’industria che gli ha consentito di… anche se li ha snaturati come contadini gli ha dato la dignità di un altro lavoro. È  stata probabilmente penoso il passaggio ma economicamente vantaggioso il passaggio per quella gente. Non  ha dovuto penare per trovarsi il lavoro, il lavoro lo ha avuto automaticamente con l’ingresso della città, non era un lavoro adatto a un contadino però era economicamente gratificante e li ha portati alla macchina e all’appartamento, al telefono, al televisore,  alle videocassette, oggi.

Che cosa avevano invece i nostri contadini? I contadini della nostra terra che erano in esubero nelle nostre campagne, dove si riusciva appena a produrre 10 quintali di grano ad ettaro, che cosa hanno trovato?

Hanno trovato… l’industria sicuramente no, qualche lavoro pubblico, l’unica cosa che l’intrallazzo gli suggeriva era continuare a fare il commercio, e hanno continuato a fare il commercio con metodi mafiosi, logicamente. Hanno scacciato la precedente classe di commercianti con… non con l’intimidazione diretta ma facendo pressione sulla clientela, cioè  chi era cliente di un vecchio commerciante veniva pressato affinché cambiasse bottega, e in questo modo le botteghe di origine contadina si sono affermate, fino a prendere, diciamo in una situazione come quella di Siderno, oltre il 90% delle posizioni commerciali.

E veniamo ad un altro capitolo, che si inaugurava nel dopoguerra. Vedete, le elezioni del 1946 per la Costituente, nessuno di noi, neanche quelli che venivano dall’antifascismo, la gente anche illustre di Reggio Calabria,  che aveva fatto il deputato prima del fascismo… gli avvocati  socialisti nel partito, io mi iscrissi nel 1944, che non aveva ancora preso la licenza liceale, nel partito socialista, io avevo capi illustri, che sapevano parlare, che avevano…  che avevano, che erano informati su cosa era il socialismo.

Le elezioni del ‘46 non furono una incetta di voti, da nessuna parte, né dalla parte della sinistra né da parte della Democrazia Cristiana, d’altra parte se pressioni si svolgevano in quel momento erano intorno al referendum Monarchia Repubblica, ma erano pressioni pulite.

Si cercava di convincere la gente, dalla parte mia a votare  Repubblica, dalla parte degli avversari a votare Monarchia.

Le elezioni per l’Assemblea Costituente passarono in secondo ordine ma il ‘48 in cui la sinistra con… io non so per dabbenaggine, ma credo che questa sia, per scarsa cultura, per pochezza culturale, per schematismo ideologico, ma probabilmente anche per corrispondere a una esigenza esterna che era quella dell’Unione Sovietica di avere un solido alleato in un paese che stava al di qua della… delle frontiere del comunismo, che poi abbiamo chiamato cortina di ferro… si fece quella bestialità del Fronte Popolare e la Sinistra sentì l’impegno di giocarsi tutte le sue carte, su questa… in questa elezione.

D’altra parte la Democrazia Cristiana che era messa come partito liberale appoggiato dalla Chiesa, perché la democrazia cristiana che cos’è? È un partito liberale, non quella di Sturzo, quella che poi venne, quella di De Gasperi è partito liberale e moderato appoggiato, sostenuto dalla Chiesa. Nel 1948 sostenuta dalla Chiesa capillarmente, a livello di parrocchia, a livello di ogni singolo convento, a livello di ogni singola suora. Ora qui comincia il primo accaparramento della mafia come mafia, non perché la mafia si identifica se stessa come potere elettorale, perché la identifichiamo noi, attori e protagonisti della incetta dei voti come forza elettorale.

Cioè usciamo dal nostro paese, dal nostro paesello, andiamo nella borgata, sappiamo che il tale è un capo-bastone e gli diciamo “compare-Ciccio i voti devono essere per il Fronte” oppure va il democristiano e gli dice “compare-Antonio questi voti devono essere per la Chiesa”.

Ecco, noi identifichiamo il capo-bastone e lo strumentalizziamo, e logicamente il contadino impara che quella è una merce di scambio che ha  un valore, che può essere commerciata, si può spendere sul mercato non politico, sul mercato della vita quotidiana, anche commerciale, ottenere delle licenze per esempio, che era l’ambizione più grande. Chi ha i capelli bianchi, chi ha vissuto in   provincia, un paese medio della provincia, come può essere Siderno, sa che l’ambizione più grande di un contadino a quel tempo era… era avere una licenza di generi alimentari, anche se non aveva i soldi, riusciva poi a trovare le poche migliaia di lire che gli servivano per comprare 10 chili di pasta e rivenderle nella sua borgata. Che ci fu pure una trasformazione dell’alimentazione ma qui non mi voglio dilungare.

Ecco, siamo noi andati a stuzzicare il can che dorme. D’altra parte il tema centrale del mio discorso, non so di altri, è questa negazione di lavoro moderno capace di assorbire gli esuberi del mondo contadino, capace di assorbire l’uscita del mondo contadino in modo ordinato regolare e l’inserimento del mondo contadino in una civiltà urbana, organizzata, con già tutti i suoi caratteri ben definiti per cui il contadino deve semplicemente cambiare, non cambia niente, deve cambiare lui.

Ecco, in mancanza di questo quadro culturale che è la città industriale, il contadino ha portato la sua cultura e volendo imporre, siccome non era la cultura superiore e capace di vincere con i suoi soli strumenti culturali l’ambiente in cui entrava, ha usato il comparaggio,  la violenza, la cosca,  l’associazione, nel senso dell’autodifesa, in partenza, poi negli anni successivi,  nel senso dell’aggressione all’altra società.

Questo è avvenuto in quegli anni, che sono gli anni praticamente decisivi, noi non abbiamo avuto l’industrializzazione per una consapevole deliberazione delle forze industriali italiane, della finanza italiana, dei partiti moderati italiani e della sinistra italiana. Partito comunista in primo luogo,  e anche il partito socialista.

Ecco, qui c’è un punto, forse adesso divago un po’ troppo, un punto centrale di questa storia, è il fatto che Pietro Nenni non era massone,  e non capiva che una sinistra italiana si poteva organizzare sulla… sul fianco della Democrazia Cristiana semplicemente facendo riferimento ai massoni, cioè veniva da una posizione semiproletaria, Pietro Nenni, e non aveva mai prima del fascismo fatto… tenuto un grandissimo ruolo politico in Italia, quindi la situazione reale, profonda del paese io credo che la ignorasse, io ho conosciuto Nenni semplicemente dal basso del podio, e lui stava lì sopra. Però, ecco, io credo che ignorasse questo fatto fondamentale, che invece Saragat percepiva perfettamente, cioè che l’alternativa alla Democrazia Cristiana si poteva fare avendo come punto di riferimento quelle forze che nel ben e nel male avevano operato culturalmente per il Risorgimento, che erano state nemiche del papato.

Ora il fatto che Nenni non abbia capito questo mentre lo capiva, per esempio Riccardo Lombardi, che credo fosse massone, immagino, non lo so, io non sono massone, mi guardo  bene dal volerlo diventare… ecco, questo però è un fatto fondamentale nella… nel quadro italiano, ci sono due forze difformi, la forza tradizionale della Chiesa e la forza massonica che comincia ad affermarsi in Italia a partire dalle Rivoluzione Francese e dall’arrivo di Napoleone, per tutta l’Italia, dalla Alpi a Reggio Calabria. In Sicilia per influenza dell’ammiragliato britannico e degli ammiragli britannici, che stavano a tutelare i Borboni, che si erano rifugiati in Sicilia durante l’occupazione, muratiana e napoleonica prima, muratiana poi, del Regno di Napoli.

Ecco, non aver capito questo, allora siamo andati a questa sciocca conclusione, di lacerare il quadro… diciamo della intellettualità laica e socialisteggiante, per non aver capito l’estrazione, le radici profonde di questa intellettualità. Cosa che è costata  enormemente al paese, logicamente dopo il ‘48 viene fuori il clientelismo democristiano e il clientelismo democristiano ha molto di più da offrire ai contadini, specialmente ai contadini

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con larghezza, ma dove hanno il potere lo fanno anche le sinistre, per esempio a Siderno lo abbiamo fatto, lo abbiamo fatto, diciamo…  ininterrottamente sin dal 1952, mi pare, quando ci furono le elezioni, le seconde elezioni  municipali. Lo abbiamo fatto  coll’elezione del  senatore della zona, allora siccome  era… c’è una fascia tra Siderno e Gioiosa di antica tradizione mafiosa che, in fondo, non si voleva schierare col nostro candidato, ecco, io ricordo bene, perché ci misi 200mila lire di tasca mia. Furono raccolte 500mila lire    e consegnate al capo di quella zona perché i voti convergessero sul nostro candidato

Ora   la politica ha coltivato la mafia,  io ricordo le elezioni di Africo, nelle quali fui il capolista, ingenuamente accettai di guidare una forza che essere anticlientelare, perché [xxxxxxxx-?-NdR] e la sua famiglia rappresentavano ed erano la forza clientelare del luogo, quelli che usavano il danaro pubblico per portare avanti un’azione di proselitismo elettorale a favore della Democrazia Cristiana, e andai ad Africo e mi resi conto della situazione disgraziata,  veramente unica, tanto disgraziata che era unico nella… nella grande disgrazia calabrese, insomma erano dei poveri pastori, storditi. Erano vissuti per tanto tempo separate dal separato mondo contadino che erano storditi per il loro avvicinamento al mare, per il loro inserimento in un mondo che, sebbene non fosse veramente civile, era già molto diverso da quello in cui avevano… erano vissuti.

Ora andai lì e mi resi conto che non c’era altra prospettiva che il sussidio dello stato, ma io non ho mai pensato che si potesse vivere a lungo di sussidio dello Stato o che si potesse formare un quadro di risorgimento meridionale coi sussidi dello Stato, con la spesa pubblica

Ho cercato di darmi da fare, per quel che potevo, ero giovanottino, ho interpellato tutti gli amici, allora ero abbastanza anche inserito nel mondo della borghesia finanziaria, della borghesia industriale. Andai perfino in Emilia dove avevo studiato, proprio per imparare il sistema delle cooperative, mi rivolsi ai cooperatori di quelle… che conoscevo, i miei amici personali, perché mi dessero una mano d’aiuto.

Vennero giù a vedere e… si resero conto che nessuno aveva soldi da mettere per avviare, ci vuole un minimo di danaro per organizzare gente, specialmente di spese [paese -?- NdR] che non ha un punto di riferimento. Bisognava affittare una collina che era al di là della Verde,  si chiama cosi il fiume ad Africo, era in territorio di Bianco,  affittare una collina per cercare di organizzare un po’ di allevamento, ci volevano già allora decine di milioni per fare questo.

La popolazione superava gli 800 abitanti, mi pare, non mi ricordo bene,  c’erano 200 famiglie contadine, 200 lavoratori agricoli accertati, diciamo,  a cui… e interpellati, a cui bisognava dare lavoro… ecco, nessun aiuto ci venne. Però io andando lì mi resi conto che non c’era uno scontro politico vero, diciamo ci battiamo per la rinascita, per la creazione di Africo…

Se vado per le lunghe mi tagliate.

Voci – No, No.

Non ci battevamo per la rinascita di Africo, noi ci battevamo per avere un piccolo posto di potere, e senza scrupoli,  senza scrupoli, i miei… sin dai primi contatti  mi ero reso conto che quella era gente esagitata e incapace di seguire un indirizzo politico di prospettiva più larga, che la vicenda delle lotte paesane, delle inimicizie tra famiglia e famiglia per chi si doveva accaparrare questo o quell’altro, ma il clou di questa situazione fu quando mi resi conto, perché mi accompagnarono in una lunga passeggiata per la campagna dell’Africo Nuovo, che veniva cosiddetto, in una casetta di legno costruita in modo insolito anche per i nostri ambienti,  fui accompagnato ad incontrare una personalità di cui non identificavo… ho identificato il nome solo dopo. Una personalità di grande spicco  e anche una personalità nel senso individuale che non  era un uomo insignificante, era un uomo di grande piglio, di di… molto chiaro. Ecco, ma quest’uomo ricercato dalla giustizia aveva un forte schieramento a sinistra, una forte posizione a sinistra ma di sinistra elettorale, voleva il potere nel paese, e a quel punto mi resi conto che lui, se io avessi vinto le elezioni, lui sarebbe stato il sindaco del paese, ed io il pupazzo, la marionetta nelle sue mani.

Ecco, noi la mafia l’abbiamo portata su, ma diciamo di più, gli abbiamo dato gli elementi tecnici perché si inserisse nel settore degli appalti, che forse allora non veniva in mente.

A Siderno l’amministrazione di sinistra è stata ininterrottamente al potere circa… per circa quarant’anni, poi si è arrivati a un’amministrazione di centro-sinistra ma sempre a direzione socialista.

Io ho contribuito personalmente a… appunto perché dovevano inserirsi nella… nella nostra società, ho contribuito personalmente con consigli, anche a livello di fargli i conti perché qualcuno diventasse un piccolo appaltatore, nel nostro ambiente.

Ora… siamo allo scontro, siamo allo scontro, che non è tra l’Italia civile e la mafia, la mafia delinquente che uccide, che c’è, ma questa Italia civile in nome della quale parla Giorgio Bocca, logicamente calcando la mano perché in Calabria non bisogna venire a fare le vacanze, non bisogna venire a spendere soldi, i soldi bisogna spenderli a Rimini o a Rapallo… ora, quest’altra Italia che… è civile nel senso capitalistico, cioè fa li affari suoi, ha una propaggine qui nel Sud che non è meno delinquente della mafia.

Io perciò sono fuori, non sono né garantista né contro i garantisti, lo Stato non farà niente contro la mafia, farà qualcosa contro quelli che gravitano intorno alla mafia, in questo ambiente ormai scardinato di ogni elemento di civile convivenza.

Non m’interessa se sono… se ci sia un buon processo penale o un cattivo processo penale.

A me interessa che… dire che non posso più prendere parte allo scontro perché l’Italia che sembra corretta, quella che esprime il Corriere della Sera, esprime Repubblica,  che esprime La Stampa, che intrallazza come sappiamo, Banca Nazionale  del lavoro, il fatto di Gardini eccetera, che intrallazza coi soldi della mafia perché arrivano i flussi sovrabbondanti di danaro mafioso, qui però trova un alleato, che siamo noi.

Ecco, io quando dico mi sciolgo dai rami della Repubblica non è che non sappia che non mi sciolgo dai rami della Repubblica, mi sciolgo da voi. Noi siamo la classe, la prima classe delinquente del Meridione.

Noi siamo gli intralluzzisti del pubblico danaro,   siamo gli intrallazzisti della pubblica spesa, noi siamo gli intrallazzisti dei posti di lavoro, noi siamo gli intrallazzisti della inefficienza, a noi non importa niente che le scuole non funzionino, lasciamo stare gli edifici che l’Italia cavouriana, post-cavouriana, non ha mai voluto fare, noi siamo coloro che non dobbiamo dire“il professore di latino tizio e caio non sa la materia” perché  questa è una violazione della… una insidia per la nostra classe che deve essere fatta di professori ignoranti.

Io non posso dire in pubblico… leggete Pantaleone Sergi su la Repubblica, parla male della mafia  ma non non spreca una parola contro la sua classe di medici, che probabilmente se facessero il mestiere a Milano lo saprebbero fare, che arrivano qui e non vogliono esprimere un minimo di impegno perché… sia assolta secondo le richieste generali la loro funzione, la loro professione, noi dobbiamo coprire e copriamo tutti. C’è gente profondamente capace di dissacrare il sistema di potere locale e nazionale però fa tale e quale quello che fa il sistema di potere locale e nazionale.

Noi siamo degli autentici delinquenti, siamo autentici delinquenti perché lo Stato italiano non ha voluto cederci una fetta di lavoro ha creato qui non le cattedrali nel deserto come si diceva negli anni sessanta, che qualche cosa alla fine hanno dato, ma ha creato qui il servizio… infettivo dell’intera società.

Noi siamo i delinquenti, noi siamo disposti a dare ossequio a noi stessi in quanto appartenenti a questa classe, a dare ossequio alla mafia nella misura in cui la mafia si allea con noi, la mafia si allea con lo Stato italiano perché non potrebbe vivere senza questa fondamentale alleanza con lo Stato italiano e con il sistema di potere padano.

La mafia e il miglior alleato del sistema di potere alleato, però il conflitto non è… il conflitto non è tra la legalità o l’illegalità. Qui, nella illegalità più profonda siamo tutti, lo Stato italiano apparentemente si schiera per l’illegalità borghese, per conservare i nostri piccoli privilegi, il nostro piccolo diritto di fare intrallazzo su tutto, perfino sulle siringhe che vanno ai drogati, noi facciamo intrallazzo su tutto, con le garze dell’ospedale di Siderno chi non le vuole non ce l’ha, non lo so,  per… se hai un foruncolo da farti spremere da un medico all’ospedale della stessa Siderno devi trovare un amico che ti raccomandi e che sia conosciuto lì.

Un medico non si sposta da casa sua se non si tratta di un amico che conta. Siderno ha speso miliardi per avere un ospedale a cinque km da Locri che ha speso il doppio dei miliardi che ha speso Siderno per avere lo stesso ospedale, ospedale con 800 posti letto, dove non ci sono 70 ricoverati. C’è un poveraccio di medico che sa fare il cardiologo, non gli comprano una unità mobile perché non è né socialista né comunista né democristiano. L’autoambulanza dell’ospedale di Siderno è in tale condizione che durante il trasporto di un moribondo l’infermiere che l’accompagnava si sentì così male per i sobbalzi dalla macchina, no, che dovette essere ricoverato anche lui.

Ecco, un’autoambulanza non costa un’infinità di fronte a un bilancio di quasi 30 miliardi che ha l’USL di Siderno, costerà l’1% di questa… di questa cifra.

Beh, quell’autoambulanza, tira da 15 anni perché evidentemente non s’è presentato qualcuno che da la mazzetta sulle autoambulanze e non la comprano.

Comprano le cose sulle quali si ricavano una mazzetta, poi vediamo questa esplosione di villa e di benessere.

Ecco, quindi io mi dissocio dall’Italia, alla fine il vostro incontro non mi interessa, la questione è più grande del se vince la mafia o se vince un legalismo processuale, se vincono le garanzie a favore di chi è processato.

A me interessa che finisca questa infame situazione inaugurata dalla… purtroppo dalla conquista di un brav’uomo, molto simpatico, però molto ingenuo come Don Peppino Garibaldi, che finisca questa lacerante situazione in cui alla fine il gattopardo è un romanzo che deve avere il plauso generale.

Un romanzo storicamente falso… che finisca sta pagliacciata che noi non parliamo bene, chiaro, se il nostro… le nostre… una nostra cultura fonetica non corrisponde alla cultura fonetica che ha altre influenze, galle germaniche, eccetera, debba essere declassata.

Chi può stabilire se la U si dice in un modo o in un altro modo? Vabbeh dobbiamo rifarci all’uso fiorentino, però anche noi dobbiamo vivere e solo perché non parliamo fiorentino non abbiamo dignità? E  i veneti che non parlano fiorentino perché non vengono messi all’indice?

Siamo sporchi, certo, chi è povero non può essere pulito, la doccia uno se la può fare  in quanto si può permettere il lusso di pagare la bolletta dell’Enel.

Comunque la polemica con l’Italia non ha più senso, l’unico senso che ha fare politica in questa… nella situazione in cui siamo giunti, che si può distruggere un paese di venti milioni di abitanti, non solo nella sua immagine pubblica, non solo per risvolti morali nelle persone, si può distruggere un paese come… nella sua considerazione mondiale, si può distruggere un paese intorno ad affari che per quanto possano essere importanti e lucrosi non sono più importanti della dignità di questo popolo.

Io con quella Italia non ho niente da fare, non ho neanche da fare niente con questa Italia, che per il bene o per il male, mafiosa o antimafiosa è sempre alleata con l’altra Italia, è la fine dell’Italia come concetto politico, non culturale, è chiaro, tutti siamo di cultura italiana.

È la fine dell’Italia come concetto politico, la ricostituzione di una repubblica partenopea, napoletana, meridionale, quello che Cristo volete, certamente non fascista, la ricostituzione di questa Repubblica, il costo dei sacrifici della ricostruzione, del risorgimento di questo paese su di noi è anche il costo della guerra sociale inevitabile in questo paese, se vogliamo ricostruirlo, su di noi, però non abbiamo… non possiamo permettere che la finanza settentrionale, l’industria settentrionale, l’industria alberghiera settentrionale, le banche settentrionali, vengano a inzupparsi il pane qui e poi a sputare nel piatto in cui mangiano.

Vi ringrazio.

[Applausi.]

Reggio Calabria – 1° Dicembre 1990 – Radio Radicale

(Trascrizione a cura di Mino Errico)

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