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Il vero artefice della politica di Palmerston

Posted by on Ott 19, 2019

Il vero artefice della politica di Palmerston

Durante le fase acuta della guerra del 1859, mese di luglio, Napoleone III era incerto se continuare a guerreggiare in considerazione sia dello scarsissimo aiuto fornito dai megastrateghi savoiardi – che si erano perfino dimenticati di portare i cannoni sul campo di battaglia, li avevano lasciati infatti a circa 230 km di distanza – sia per il fatto che gli austriaci avevano ancora moltissime forze intatte e il possesso delle fortezze. Le potenze europee, timorose del contagio bellico, si sforzavano di circoscrivere il conflitto, di spegnere l’incendio che rischiava di tramutarsi in una conflagrazione generale: c’erano infatti tutti i presupposti per una guerra mondiale: la Prussia e la Confederazione Germanica smaniose di correre in aiuto dell’Austria, la Russia desiderosa di rivincita dopo il disastro della guerra di Crimea, l’Inghilterra pronta in armi per non veder calpestati i suoi interessi egemonici geopolitici.

Il dittatore francese si rivolse proprio all’Inghilterra per ottenerne i buoni uffici onde giungere alla fine della guerra con l’Austria, guerra che proprio lui, esportatore e rimestatore di rivoluzioni, aveva provocato in combutta col Cavour. In quell’occasione Palmerston e Russell si limitarono saggiamente a fare da postini, trasmisero cioè all’Imperatore danubiano Franz Joseph (Francesco Giuseppe) le proposte francesi senza farle proprie. Questo atteggiamento, prudentemente attendista, fa esclamare a Rosario Romeo, autore del libro “Vita di Cavour” (ediz. Laterza, pag. 428), che si riconfermava “in tal modo l’incapacità della politica estera britannica di inserirsi efficacemente negli affari della penisola”.

Stando al Romeo, se ne dedurrebbe che la piú grande potenza della Terra, la dominatrice di un quinto di tutte le terre emerse, la quale con le sue flotte pattugliava mari ed oceani, che efficacemente si inseriva, dominandoli, negli affari di tutto il pianeta, che “arava” il Mare Nostrum con la sua Mediterranean Fleet, solo in Italia sarebbe stata incapace di svolgere un ruolo politico efficace. L’affermazione stupisce. Non essendoci consentito di battagliare con uno storico che ha accumulato tanta fama accademica, essendo oltretutto egli già trapassato da tempo, da quasi tre lustri, nei Campi Elisi, azzardiamo una breve sintesi della “efficacia”, a volte molto pesante, del governo di Sua Maestà Britannica negli affari della penisola, sintesi che viene limitata ai fatti piú salienti.

Fin dal 1847 da parte britannica (Lord Palmerston) era cominciata l’azione di demolizione dei patti del Congresso di Vienna: in quell’anno l’allora Ministro degli Esteri britannico invia in Italia Lord Minto, la cui azione politica si tradusse poi nelle sommosse e rivoluzioni del 1848.

Nel 1849, dopo la batosta di Novara, l’Inghilterra salva il Piemonte dall’occupazione austriaca, consentendo che il vincitore si accontentasse solamente del pagamento di una forte indennità di guerra. Nel 1851 Lord Palmerston invia Mr. Gladstone a Napoli ad interferire nei processi contro la setta dell’unità d’Italia. Nel 1854 l’Inghilterra, preoccupata per le perdite in Russia, convince il Piemonte ad inviare truppe nel calderone della Crimea (la vulgata risorgimentale pontifica che fu il Cavour a voler partecipare a quella guerra). Nel 1856 prende le difese del Piemonte nell’affare del Cagliari, la nave catturata dal governo di Napoli perché implicata nell’affare Pisacane. Nel 1859 è accanto al Piemonte, sul campo di battaglia, coi “consiglieri” militari tipo il col. Cadogan, un esperto veterano di guerra, il quale fu altresí testimone, a Monzambano, della rottura tra il Savoia II e il Cavour, occasione nella quale il Cavour furente proclamò davanti al suo monarca di essere lui, Cavour, il vero re. Nel 1860 fa pervenire a compimento l’unità della penisola, impedendo a chiunque, con la potenza della sua flotta, di mettere il becco in quello che riteneva essere suo dominio personale. Alla fine di quegli ultimi avvenimenti, nel 1861, pochi giorni dopo la caduta di Gaeta, l’ammiraglio Mundy, dal golfo di Napoli cosí scriveva al Nigra: “Her Britannic Majesty’s Ship Hannibal, at Naples – 24 February 1861. To His Excellency The Commendatore Nigra – Naples. Having received instructions from Her Britannic Majesty’s Government to proceed, with the squadron under my orders to the Island of Malta, I have the honour to inform your Excellency that I purpose sailing on the 27th instant, leaving Her Majesty’s Ship of line, Victor Emanuel, at anchor in the Bay. In communicating this intelligence, I desire to avail myself of the opportunity of expressing to your Excellency my high sense of the courtesy and attention which Her Majesty’s Navy has on all occasions received from the government of His Majesty the King of Sardinia, and expecially in the grant of the Estabilishment of Nisida, which proved so beneficial to the sick, and to the interest of Her Majesty’s service. After a sojourn of ten months on the Coasts of Sicily and Italy, embracing the whole period of the great social revolution, I take my leave with every good wish for the happiness and prosperity of the Italian people, and I subscribe myself, with renewed sentiments of esteem and respect. Your most obedient servant. G. Rodney Mundy – Rear Admiral” (Nave di S.M. Britannica Hannibal a Napoli – 24 febbraio 1861. A Sua Eccellenza il Commendatore Nigra – Napoli. Avendo ricevuto istruzioni dal Governo di Sua Maestà di procedere, con la squadra sotto i miei ordini, verso l’isola di Malta, ho l’onore di informare Vostra Eccellenza che intendo salpare il 27 corrente mese [in realtà partí il 31, ndr], lasciando la nave di linea di Sua Maestà, la Vittorio Emanuele, all’ancora nella Baia. Nel comunicare queste notizie, desidero approfittare dell’occasione per esprimere a Vostra Eccellenza i miei profondi sensi della cortesia ed attenzione che la Marina da Guerra di Sua Maestà ha ricevuto in ogni occasione dal Governo di Sua Maestà il Re di Sardegna, e in modo speciale nella concessione dello Stabilimento di Nisida, rivelatosi cosí utile per i malati e l’interesse del servizio di Sua Maestà. Dopo un soggiorno di dieci mesi sulle coste della Sicilia e dell’Italia, che ha abbracciato l’intero periodo della grande rivoluzione sociale, prendo congedo col miglior augurio per la felicità e prosperità del popolo italiano, e mi firmo con i rinnovati sentimenti di stima e rispetto. Il Vostro obbligatissimo servitore, Retro-Ammiraglio G. Rodney Mundy).

CAVOUR PREFETTO DEL PO

Dunque per dieci mesi, dal maggio 1860, l’Inghilterra aveva vigilato, mano armata, affinché gli sconvolgimenti della penisola non solo non penalizzassero i suoi interessi nel Mediterraneo, ma si realizzassero anche secondo i suoi disegni strategici. E se in qualche momento, tra maggio e agosto, la sua politica era sembrata, piú che incerta, attendista, ciò era dovuto unicamente alle bugie di lord Camillo Cavour che, quando cominciarono a propalarsi voci di una possibile cessione di Nizza e Savoia, fece sapere ai two Italian masters, Palmerston e Russell, che non era vero niente, che “il governo sardo non aveva nessuna intenzione di cedere o scambiare la Savoia” e Nizza. “Fu questa risposta che offese grandemente gli Inglesi, perché essi avevano appreso la verità proprio da Napoleone, il quale aveva, anzi, spiegato loro che Cavour aveva, già nel 1858 (a Plombières, ndr), stabilito la cessione delle due provincie alla Francia” (Denis Mack Smith, L’Inghilterra di fronte agli eventi italiani, in Atti del XXXIX Congresso di Storia del Risorgimento Italiano, pag. 420, anno 1961), talché Lord John Russell, Ministro degli Esteri di S. Maestà Britannica, si era convinto che il Cavour fosse un agente di Napoleone, “quasi un prefetto francese, e che si doveva formulare l’ipotesi che l’alleanza franco-sarda celasse altri accordi segreti a danno degli interessi inglesi” (Denis Mack Smith, ibidem, pag. 426). Infatti il 25 giugno 1860 Lord Russell, aveva scritto a Sir James Hudson, Ministro a Torino: “ÉI fear Cavour is little more than a Prefect of the Department of the Po. It is a great pity, as he is so able and has rendered such service to his country. The Emperor said at Baden that the cession of Savoy was a matter of prearrangement before the war began. Who can tell what prearrangement may now exist? Does it include Sardinia, Genoa, Malta, Gibraltar?” (Temo che Cavour sia poco piú che un Prefetto del Dipartimento del Po. È un gran peccato, perché è cosí capace ed ha reso grandi servigi al suo paese. A Baden l’Imperatore ha detto che la cessione della Savoia fu materia di un precedente accordo prima che la guerra [del 1859, ndr] cominciasse. Chi può dire quale precedente accordo può esistere ora? Include esso la Sardegna, Genova, Malta, Gibilterra?) (P.R.O., 30/22. 109, 25 giugno 1860).

Perché l’Inghilterra uscisse da quello che vien spesso definito un momento di incertezza nella sua politica italiana era dunque necessario che ai due onnipotenti ministri, Lord Russell e Lord Palmerston, si chiarissero le idee sulle vere intenzioni e sui patti segreti di lord Cavour e di Napoleone III.

LE BUGIE DEL NIGRA

L’Ammiraglio Mundy era il comandante della Mediterranean Fleet che aveva reso “segnalati servigi” al pirata Garibaldi prima con le navi da guerra Argus e Intrepid nelle acque di Marsala e poi con la Hannibal nel pomeriggio del 30 maggio 1860 quando aveva fatto da padrino all’armistizio con cui il miserabile generale Lanza, alter ego del Re Francesco II in Sicilia, cedeva Palermo ai briganti partiti da Quarto. All’Ammiraglio Mundy, il Nigra, segretario generale di Stato delle provincie invase, messe a ferro e fuoco dal canagliume militare sabaudo, rispose con una lettera che diceva tra l’altro: ” … La prego Sig. Ammiraglio di far buona e sincera testimonianza di noi presso il Governo e il popolo del Regno Unito, e di dire in quale stato di ordine e di tranquillità Ella ha lasciato questa bella città…”

Lo “stato di ordine e tranquillità” nella città di Napoli, che questo segretario vantava, ricorda molto da vicino l’ordine che regnava a Varsavia nella seconda guerra mondiale: “L’Europa sa che nella fedelissima città di Napoli vi sono certi cannoni sui forti, certi cannoni sulla piazza Reale, certi cannoni che infilano Toledo, certi cannoni in tutti i siti, certi battaglioni sempre armati, certe pattuglie sempre in giro, certi stili sempre affilati, certa sbirraglia sempre in moto, certi argomenti in somma di unità italiana e di concordia fraterna che, se li avesse usati il Re Francesco II, mai non sarebbero entrati in Napoli né Garibaldi né Vittorio Emanuele” (La Civiltà Cattolica, vol. XI, serie IV, pag. 690, anno 1861).

L’Ammiraglio Mundy fu dunque il Lawrence d’Arabia che portò alla vittoria gli invasori delle Due Sicilie.

SIR JAMES HUDSON: MORE ITALIAN THAN THE ITALIANS

Ma se Mundy condusse la sua guerra fredda sul mare, in campo diplomatico operava a Torino, fin dal 1852, presso il governo sabaudo, colui, Sir James Hudson, del quale il Dictionary of National Biography afferma: “His sympathy with the Italian patriots almost passed the limits of diplomatic discretion. He was summoned home in April 1859, Ôand came’ says Lord Malmesbury, Ôin a state of great alarm, fearing he might not be allowed to return to Turin as minister, and took leave of Cavour, saying it was doubtful whether he would see him again. The fact is that he is more Italian than the Italians themselves, and he lives almost entirely with the ultras of that cause. I had reason to complain of his silence and quite understand how disagreable to him it must have been to aid, however indirectly, in preventing a war which he thought would bring about his favourite object, the unification of Italy” (La sua simpatia per i patrioti italiani oltrepassò quasi i limiti della discrezione diplomatica. Richiamato in patria nell’Aprile 1859, egli venne – riferisce Lord Malmesbury – in uno stato di grande allarme, temendo che potesse non essergli consentito di tornare come ministro a Torino, e prese congedo da Cavour dicendo che era incerto se lo avrebbe piú rivisto. Il fatto è che egli è piú italiano degli stessi italiani e vive quasi del tutto con gli ultrà di quella causa. Avevo ragione di lamentarmi del suo silenzio e capisco perfettamente quanto sgradevole dev’essere stato per lui adoperarsi, per quanto indirettamente, nel prevenire una guerra che, egli pensava, avrebbe portato al suo oggetto preferito: l’unificazione dell’Italia).

Hudson era colui che, d’intesa col suo governo, diede “il consiglio frodolento” che fece ritornare il Cavour al potere il 20 gennaio 1860. A Villafranca, dopo l’armistizio, 11 luglio 1859, dove, come riferí Hudson al suo governo “questo sovrano è stato completamente messo nel sacco da quell’abile giocatore che è Luigi Napoleone” (Denis Mack Smith, Vittorio Emanuele II, pag. 101), c’era stata, tra il Primo Ministro e il Re savoiardo “mezzo matto” (D. Mack Smith, ibidem, pag. 197), una rottura che sembrava definitiva; si erano infatti mandati reciprocamente a quel paese, con un linguaggio che i frequentatori di bordelli e angiporti avrebbero invidiato. Quella rottura tuttavia non piacque al duo Russell-Palmerston perché i successori del Primo Ministro piemontese, Lamarmora Primo Ministro e Dabormida Ministro degli Esteri, messi alla prova dei fatti nel periodo 19 luglio 1859 – 20 gennaio 1860, furono ritenuti, dai due volponi inglesi padroni del mondo, poco meno che due imbecilli.

CAVOUR VIENE RIPESCATO

L’ambasciatore Hudson inaugura una diplomazia parallela; in data 5 dicembre 1859, eludendo i canali diplomatici ufficiali, invia all’aiutante di campo del Savoia II, Paolo Solaroli, una lettera in italiano, lingua che lo Hudson parlava e scriveva perfettamente:

“Caro Generale, I miei Padroni mi domandano e ridomandano il Conte di Cavour per Plenipotenziario di S.M. il Re al Congresso imminente (tale Congresso, che a Parigi il 5 gennaio 1860 avrebbe dovuto decidere, a livello europeo, dopo la pace di Zurigo siglata il 10 novembre 1859, del destino dell’Italia centro-settentrionale, non fu mai tenuto, perché non si riuscí a trovare, da parte delle cinque grandi potenze, Austria Russia Prussia Francia Inghilterra, che diffidavano l’una dell’altra, una base d’intesa comune, ndr). Che cosa debbo io dire? Voi ben sapete che noi siamo pronti ad accettare l’annessione dell’Italia Centrale agli Stati di Vittorio Emanuele. Ma naturalmente per raggiungere questo scopo noi desideriamo che il Re ci aiuti per quanto è in poter suo. Per aiutarci abbiamo bisogno ci mandi Cavour. Quale sarebbe la difficoltà? Noi vogliamo giovare alla causa del Re nel Congresso. Dunque abbiamo bisogno di un uomo su cui poter contare, che conosca bene la situazione e che abbia molto coraggio morale. Quest’uomo è Cavour: se ne cercherebbe invano un altro. Egli poi è tanto piú necessario quando si considera che il numero degli amici di Casa Savoia e dell’Italia non sarà molto grande in Congresso. Caro Generale! Per aiutare la causa Italiana nel Congresso abbiamo bisogno che il Re mandi Cavour. Tutto Vostro di cuore James Hudson”. L’ambasciatore ritorna alla carica il 14 dicembre:

“Caro Generale, Domenica scorsa ebbi risposta da Lord John Russell al telegramma che per conformarmi al desiderio di S.M. io gli scrissi pregandolo ad appoggiare in Parigi la nomina del Conte Cavour a Plenipotenziario Sardo al Congresso. Lord John mi disse che né l’Imperatore (Napoleone III, ndr) né il Conte Walewski (Ministro degli Esteri francese fino al 4 gennaio 1860, ndr) fanno la menoma obiezzione (sic!) alla nomina di Cavour e che anzi la desiderano. Le cose essendo cosí io spero che voi sarete autorizzato per parte di Sua Maestà (il Savoia II, ndr) a dirmi che la Maestà Sua ha nominato il Conte Cavour a suo Plenipotenziario. Quanto piú presto ciò verrà fatto sarà meglio per tutti altrimenti noi avremo l’aria d’essere della gente che non sa quel che si faccia né quel che si voglia. Aff.mo Vostro James Hudson”.

ULTIMATUM BRITANNICO

E cosí il 20 dicembre il Cavour fu ripescato dal limbo parlamentare, gli arrivò per un mese la nomina a Ministro Plenipotenziario, perché, come riferí il 27 ottobre 1859, al dittatore della Toscana Ricasoli, l’inviato toscano a Londra, il marchese di Lajatico, Pier Francesco Corsini, “l’Inghilterra domina la situazione a Torino”.

Nei sei mesi che vanno dall’armistizio di Villafranca al gennaio 1860, il Ministro degli Esteri austriaco Rechberg portò avanti una politica che si rivelò fallimentare per gli interessi del suo paese e fatale, di riflesso, dati i legami dinastici e politici, per il Regno delle Due Sicilie. Il piú accanito avversario di un Congresso europeo, quando furono scoperte le carte del gioco politico, risultò essere, oltre a Napoleone III, Lord Russell il quale, fin dal 27 ottobre, aveva dichiarato che il suo paese avrebbe sottoscritto un trattato solo se questo fosse stato “conforme alla concezione inglese dell’onore, della dignità e della libertà”. Anzi il 14 gennaio 1860 questi aggiunse quattro punti che si rivelarono fondamentali per i successivi sviluppi. Con essi il leone britannico, mentre fingeva di lasciare ad altri la soluzione dei problemi politici che urgevano in campo diplomatico relativamente alla penisola, in realtà poneva, calcando la mano sul principio del non-intervento da esso teorizzato, un freno ad eventuali interferenze militari delle Potenze, in particolare di Francia ed Austria, il quale freno condannerà a morte le Due Sicilie quando l’appetito piemontese, con l’aiuto politico e militare dellÔInghilterra, ne decreterà la fine. In particolare il punto 1) del memorandum inviato da Russell alle cancellerie europee ha tutte le sembianze di un ultimatum, che i destinatari recepirono perfettamente, un avvertimento che solo la superpotenza mondiale, padrona delle terre e delle acque, poteva osare di lanciare:

«Che Francia ed Austria si accordino a non interferire mai in futuro, facendo ricorso alla forza, negli affari interni dell’Italia, a meno che non siano invitate ad agire cosí dall’unanime consenso delle cinque grandi potenze europee.

Che, ad adempimento di questo accordo, l’Imperatore dei Francesi si concerti con S. Santità il Papa per evacuare da Roma le truppe francesi. L’epoca e le modalità di questa evacuazione devono essere fissate in modo da dare al governo pontificio la piú ampia opportunità di presidiare di nuovo la città con le truppe di S. Santità e di prendere tutte le misure opportune onde evitare disordini e violenze.

Devono essere presi accordi per l’evacuazione delle truppe francesi dal Nord-Italia al momento opportuno.

Il governo interno del Veneto non deve essere in alcun modo oggetto di negoziazione fra le potenze europee».

E, per addolcire la pillola, un auto-ultimatum:

«La Gran Bretagna e la Francia devono invitare il Re di Sardegna ad impegnarsi a non inviare truppe nell’Italia Centrale, finché i diversi stati e le provincie di questa regione, con un nuovo voto delle loro assemblee, dopo una nuova elezione, non abbiano solennemente dichiarato i loro desideri nei riguardi del loro futuro destino. Se questa decisione dovesse essere a favore dell’annessione alla Sardegna, la Gran Bretagna e la Francia non opporrebbero piú alcun ostacolo all’entrata delle truppe sarde in questi stati e province.»

LE DUE SICILIE FUORI DELLE MIRE BRITANNICHE

Non una parola sul Regno delle Due Sicilie. Nessuno mette ancora in dubbio la sua esistenza di Stato sovrano. Lo stesso James Hudson in una lettera da Londra al Solaroli aveva scritto, in data 3 ottobre 1859, “… The Sard. Minister at Naples should cooperate with the British Minister to obtain a Constitution and save the Dynasty…” (Il Ministro Sardo a Napoli [marchese Andrea Tagliacarne, Incaricato d’Affari dal 19 maggio 1855, ndr] dovrebbe cooperare col Ministro Britannico [Henry George Elliot, accreditato il 4 luglio 1859, ndr] per ottenere una Costituzione e salvare la Dinastia).

Tutti gli imperativi contenuti nel memorandum/ultimatum, anche se il Congresso non fu piú tenuto, furono recepiti dai destinatari, in particolar modo dal debole Rechberg, che, incapace di audacie politiche, da quel momento si trovò paralizzato in qualunque iniziativa diplomatica. Cosí commenta mestamente Wilhelm Deutsch, un valente storico austriaco che ha studiato a fondo la vicenda armistiziale, cioè la sconfitta diplomatica del suo paese: “Al Ballhaus [sede del Ministero degli Esteri austriaco, ndr] non restava che la schermaglia per coprire la ritirata. Rechberg non poteva seguire alcuna tattica che quella di una saggia moderazione, anche se cosí facendo si attirò il biasimo di Gortschakoff [Ministro degli Esteri dello Zar Alessandro II, ndr]. Sembra in un certo senso quasi simbolico il fatto che le proteste austriache avessero sempre piú come oggetto “i maneggi sardi” nel Veneto: si tentava di porre in salvo almeno quello che era rimasto [dopo Villafranca, ndr]…Egli allora lasciò che le cose seguissero il loro corso. Cercò solo di salvare le apparenze: in un telegramma a Metternich [Richard, figlio dell’ultrafamoso Clemente Metternich, il mattatore del Congresso di Vienna, ndr] si informò fino a che limiti potesse andare una protesta, senza portare alla rottura. Quanto erano cambiate le cose in quei sei mesi dopo Villafranca!” (W. Deutsch, Il tramonto della potenza asburgica in Italia, pagg. 113/114).

22 DICEMBRE 1859, UNA DATA FATIDICA

In conseguenza del memorandum/ultimatum inglese Francia ed Austria avrebbero potuto optare per le seguenti strategie: 1) allearsi e fare il muso duro all’Inghilterra. Convergenza impossibile, perché l’una, la Francia, dominata da un autocrate bramoso di esportare la rivoluzione nell’Italia del Nord per farne un protettorato, incarnava il principio rivoluzionario, l’altra, l’Austria, potenza conservatrice per eccellenza sia all’interno che all’esterno, era per lo statu quo ante, partorito dall’accordo di Villafranca, che le consentiva, secondo le corte vedute dei suoi circoli dirigenti, di conservare i suoi possessi in Italia; 2) entrambe le potenze rimanere fedeli ai patti di Villafranca, in sostanza portare avanti una politica inerziale che avrebbe favorito solo uno dei due contendenti, l’Austria; 3) andare incontro alle aspettative della politica inglese che, per separare i contendenti con uno Stato cuscinetto e conservare la pace in Europa, brigava per un regno dell’Italia settentrionale, come già si era espresso fin dal 1847, l’abbiamo già visto, Lord Palmerston.

Questa terza soluzione, incompatibile con gli interessi di Vienna, escludeva automaticamente l’Austria, ma fu abbracciata con ardore da Napoleone III, che, a tal fine, silurò il suo Ministro degli Esteri Walewski, desideroso di un’intesa con l’Austria e contrario alla politica di violenza. Il posto di quel Ministro fu preso da Thouvenel, perfetto esecutore delle ambizioni politiche del suo padrone. La caduta di Walewski fu ritenuta gravissima dal Ministro duosiciliano a Londra, Targioni, che da quell’osservatorio politico privilegiato segnalava al suo Ministro degli Esteri: “I pochi amici che abbiamo in questo corpo diplomatico tra i quali si distinguono il Brunnow [Ministro dello Zar, ndr] e il Bernstorff [Ministro della Prussia, ndr] giudicano la caduta del Walewski anche piú grave per noi, prevedendo che verun ostacolo incontrerà la rivoluzione ad estendersi in Italia e penetrare nel Regno”. (A.S.N., Inghilterra, fasc. 661, Targioni a Carafa, Londra, 11 gennaio 1860).

Il Governo di Napoli era dunque avvisato. L’Inghilterra, ignara, nonostante i suoi efficientissimi servizi segreti, delle trame oscure di Plombières che prevedevano la cessione di Nizza e Savoia in caso di acquisti territoriali in Italia da parte del Piemonte, fu ingannata dal Cavour che venne a godere, mentre fagocitava i ducati padani, la Romagna e la Toscana, di una convergenza di interessi politici, quasi una alleanza di fatto, tra il Quai d’Orsay, che avrebbe guadagnato ciò che Plombières prometteva, ma che Villafranca gli aveva negato, e del gabinetto di S. Giacomo, che solo dopo il 25 marzo 1860 aprí finalmente gli occhi (anche se c’erano stati dei precedenti sospetti) quando la notizia della cessione solo ai ciechi e ai sordi era negata.

Dell’avvenuta evoluzione della politica imperiale francese, manifestatasi il 22 dicembre 1859 con la pubblicazione di un opuscolo anonimo che prendeva di mira l’indipendenza dello Stato della Chiesa, Le Pape et le Congrès (Il Papa e il Congresso), s’accorse immediatamente l’ambasciatore delle Due Sicilie a Parigi, Antonini, che s’affrettò a comunicare a Napoli, al Ministro degli Esteri Carafa, che il governo francese “diverrebbe nel Congresso, non l’organo ed esecutore della pace di Villafranca, ma bensí il sostegno e il propugnatore dei princip” sempre vagheggiati dall’Inghilterra consacranti l’annessione ed il voto popolare e la distruzione del dominio temporale del Papa” ( A.S.N., Francia, fasc. 476, Antonini a Carafa, Parigi, 23 dicembre 1859).

LA DIPLOMAZIA DUOSICILIANA ALL’ERTA

Il giro di boa della politica napoleonica, che rompeva l’equilibrio faticosamente raggiunto a Villafranca e ratificato a Zurigo, e la bramosia del Cavour furono la causa prossima della fine delle Due Sicilie. Da quel momento la rivoluzione cominciò a galoppare e a dilagare per la penisola avvicinandosi pericolosamente ai confini del Regno tanto che Francesco II prese in considerazione la “possibilità di un intervento delle Reali truppe negli Stati Pontifici” come antemurale alla penetrazione della rivoluzione nello Stato utilizzando la colonna mobile degli Abruzzi comandata dal generale Salvatore Pianell.

Tale intenzione mise in allarme il Cavour che chiese spiegazioni al Ministro di Napoli a Torino, Canòfari. Questi, con dispaccio riservatissimo, il 12 febbraio 1860 ne riferí al Ministero degli Esteri nei termini seguenti: “Al Re ed a Cavour ho detto esser le truppe, scarse in numero, accantonate in quei siti per solite esercitazioni annuali, nulla aver da manifestare, non essendo la cosa mai caduta in disamina, poter però affermare che, se tutto sarà tranquillo, quei reggimenti si terranno certamente quieti; ma se fossero attaccati respingeranno lo attacco energicamente e senza misura di territorio” (in Carteggio Cavour, vol. V, app. IIA, n. 4400). E, mentre le annessioni da parte piemontese cominciarono a prendere corpo, Sua Maestà Siciliana Francesco II levò alta la voce contro quella del Ducato di Parma e Piacenza nel dicembre 1859: “A fronte di questi deplorabili avvenimenti della cui esorbitanza siamo sinceramente contristati, Noi non possiamo esimerci dal protestare altamente contro di essi e le loro conseguenze, pel Nostro onore, nell’interesse dei Nostri Eredi e Successori, e di quello ancora dei Nostri amatissimi sudditi, e pel dovere che Ci incombe di non lasciare alterare in menoma parte i Nostri Sacri diritti eventuali alla successione del Ducato di Parma, Piacenza e Stati annessi, onde si fregia il Nostro stemma Reale, e che da oltre un secolo Ci derivano, come a tutti è noto, dall’eredità Farnense passata all’Infante di Spagna, D. Filippo, Fratello germano di Re Carlo IIIÉ diritti di eventualità implicitamente sanzionati dal Trattato del 1815” (A.S.N., Min. aff. Est.,Arch. Stor., busta n. 12).

Parole vane, se all’uso della forza non si contrappone la forza. Ma chi la forza la possedeva, il Rechberg, dimostrò di gestire una diplomazia cadaverica: al rappresentante danubiano a Torino, Brassier de St. Simon, inviò una nota che, dopo aver rifatto la storia dei possessi austriaci in Italia, concludeva: “J’ai l’honneur d’inviter Votre Excellence à donner communication et à laisser copie de cette dépêche à M. le President du Conseil de Sa Majesté Sarde” (Ho l’onore di invitare Vostra Eccellenza a darne comunicazione e a lasciare copia di questo dispaccio al Sig. Presidente del Consiglio di Sua Maestà Sarda). Il ghigno dell’asturo Cavour sarebbe stato qui piú che legittimo.

Il 22 dicembre 1859 dunque, dovendo per necessità diacronica fermare le idee sugli eventi, fu intonato il de profundis per l’antico Regno delle Due Sicilie, nel quale Re Ruggiero riuní le membra sparse della nazione magno-greca.

CAVOUR DITTATORE

Il ritorno del Cavour a capo del governo piemontese, 20 gennaio 1860 – ormai un vero dittatore, dato che nelle sue mani deteneva, oltre alla Presidenza del Consiglio, anche ben tre ministeri (Esteri, Interni e Marina) – e l’azione dispiegata dallo Hudson in suo favore furono segnalati al Ministro degli Esteri di Napoli, Carafa, dal Segretario della Legazione in Torino, Pompeo De Schmucker, in data 26 gennaio 1860 col rapporto Riservato n. 4349 ricco di informazioni: “La parte che questo Ministro Inglese ha preso nella ultima crise [sic!] ministeriale è assai notevole. é indubitato che oltre alla personale amicizia del Sig. Hudson per Cavour, le istruzioni del Gabinetto britannico, informato della probabile caduta del passato Ministero, lo inducevano ad usare di tutta la sua influenza per assicurare l’avvenimento al potere dell’attuale Presidente del Consiglio. Infatti nelle trattative passate per far accettare a Cavour la Missione a Parigi e Londra che cennai nel rapporto dei 17 N. 4337 l’ultimatum avanzato da Cavour, e col quale esigeva dover il Ministero scioglier subito le Camere e nella relazione precedente al Decreto dichiarare che il Parlamento dovesse essere riunito al piú tardi entro il mese di Marzo, era scritto di pugno di Hudson in casa del quale si trovava Cavour quando dal caduto Gabinetto gli furon porte parole di conciliazione per mezzo del Generale Solaroli. Ed a ciò non si limitava l’intervenzione del medesimo, poiché egli si dava a propugnare in tutti i modi possibili la necessità del ritorno del Cavour agli affari, facendo intendere che questi godrebbe di tutta la fiducia del Governo Inglese, e facendo valere come fosse indispensabile al Piemonte l’appoggio franco e sincero del Gabinetto di Londra, il quale sarebbe stato sempre trattenuto nella sua buona volontà scorgendo al potere uomini incerti e titubanti nei loro principii. E si è finalmente adoperato, e con successo, a vincere le ripugnanze che in altissimo luogo eran tuttora assai vive contro la persona del Conte di Cavour” (Carteggi Cavour, vol. V, app. IIA, pag. 75).

E Cavour, appena tornato al timone del potere piemontese, memore del memorandum britannico – che inchiodava le Potenze all’inazione, a meno che a quel memorandum non si adeguassero compiacendo la politica inglese a fare il suo corso, come si adopererà Napoleone III, o rimanendo neutrali come la Prussia e la Russia che non avevano alcun interesse diretto e vitale – ma soprattutto pungolato dai morsi del tafano Hudson, si diede immediatamente a demolire non solo il punto 5 dei patti di Villafranca che cosí recitava: “Le Grand Duc de Toscane et le Duc de Modène rentrent dans Leurs Etats en donnant une amnistie générale” (Il Granduca di Toscana [Ferdinando IV, ndr] e il Duca di Modena [Francesco V, ndr] rientrano nei loro Stati dando un’amnistia generale) ma anche a fagocitare la Romagna e le Marche [Pio IX, ndr].

E Giuseppe Canòfari, l’ambasciatore a Torino, aggiungeva il 2 Febbraio 1860 preoccupazione a preoccupazione: «… In riguardo alla grande questione dell’Italia centrale, si spiegò [Cavour, ndr] senza velo. Disse il suo arrivo al potere esser simbolo della parola Ôannessione’, tutti i suoi atti convergere a tale scopo. Mostrava confidenza nelle Potenze, specialmente Francia e Inghilterra, cennò che cogli uomini influenti delle provincie collegate l’atto di annessione è già stipolato e conchiuse che nella prossima riunione del parlamento Sardo quelle provincie invieranno qui i loro deputati, ch’ei li accoglierà e darà lor posto alla Camera, e che cosí diverrà l’annessione ‘fatto compiuto’.».

Ma già precedentemente, il 26 gennaio 1860, l’agente di Cavour, Emanuele Marliani, segnalava da Parigi: “… Nella sua opinione [di lord Cowley, Ministro britannico a Parigi, ndr] la Francia legata coi vincoli di Villafranca non potrà aiutarci, ma lascierà a noi il libero compimento de’ nostri voti che l’Inghilterra appoggierà energicamente e l’Austria è nell’opinione di Lord Cowley nell’impossibilità d’agire contra noi, è d’uopo dire anche che non v’è in gioco verun interesse Austriaco e soltanto passioni dinastiche. Ardire fare, mi diceva Lord Cowley, è talvolta il consiglio della prudenza, è il caso nostro, ed egli non esita a raccomandarlo. Osiamo, dunque, facciamo…”.

LORD RUSSELL RINFRESCA LE IDEE

E nel frattempo il Ministro degli Esteri di Sua Maestà britannica, per favorire il Piemonte, sentiva ancora la necessità di rammemorare a Francia e Austria di starsene buone rispetto agli eventi in Italia, proponendo insieme una lista di cose da farsi: “Lord John Russell ne cesse de nous conseiller la prudence et la patience – riferisce il 1¡ febbraio 1860 il Ministro sardo a Londra, E. d’Azeglio -. On nous rappelle qu’il ne faut brusquer ni la Prusse ni la Russie. Il a envoyé un courrier à Sir J. Hudson hier pour vous engager à ne rien décider avant qu’on ne soit tombés d’accord avec la France pour amener una solution. On nous conseille de consolider avant tout ce qui existe, à peu près. Ici on propose à Paris que France et Autriche doivent également s’abstenir d’intervenire en Italie et qu’on fixe une date pour retirer les troupes françaises de Rome et Milan: qu’on procède à de nouvelles votations et qu’ensuite le Roi puisse accepter, si tel est le voeu de l’Italie” (Lord J. Russell non cessa di consigliarci la prudenza e la pazienza. Ci ricorda che non bisogna trattare in modo brusco né la Prussia né la Russia. Ieri ha inviato a Sir James Hudson un corriere per impegnarvi a non decidere nulla prima che lui si sia messo d’accordo con la Francia per raggiungere una soluzione. Prima di tutto ci consiglia, press’a poco, di consolidare ciò che esiste. Si propone qui a Parigi che Francia ed Austria debbano egualmente astenersi dall’intervenire in Italia e che si fissi una data per ritirare le truppe francesi da Roma e da Milano; che si proceda a nuove votazioni e che in seguito il re possa accettare, se tale è il voto dell’Italia) (Cavour e l’Inghilterra, dispaccio n. 1059).
Come si può notare, dall’ultimo dispaccio riportato, e dalla lettura del Carteggio in generale, emerge sovente l’immagine di un Cavour manovale della politica altrui, un teleguidato esecutore delle esigenze geopolitiche inglesi: il vero stratega, apparentemente in chiave minore rispetto a Palmerston e Russell per il ruolo subordinato rivestito, è lui, Sir James Hudson, colui di cui Lord Palmerston dichiarò essere il miglior diplomatico di Sua Maestà Britannica. Come Lord Palmerston, Mr.Gladstone, Lord Russell, anzi piú di loro, Hudson innamoratissimo dell’Italia di cui si sentiva cittadino, anzi “piú italiano degli italiani”, al punto che nel 1863, quando, per timori politici, diede le dimissioni dal Servizio Diplomatico (mese di agosto), preferí rimanervi. Già in una lettera del 10 ottobre 1851 aveva scritto a Lord Palmerston: “At Florence… or at Milan, Venice, Bologna, Rome, or Naples I was made to study Italy; I was taught and shown how the soul and body of poor Italy was bound in fetters – and it was pointed out to me that it would be a crowning work to deliver her from her bondage” (A Firenze… o a Milano, Venezia, Bologna, Roma o Napoli io ero fatto per studiare l’Italia; mi fu insegnato e mostrato come l’anima e il corpo della povera Italia era legato in catene – e mi fu fatto notare che sarebbe opera da re liberarla dalla schiavitú).

ALCUNI GIUDIZI SU HUDSON

Il The Times, nello stesso mese di agosto 1863, giorno 13, dopo averne celebrato il ruolo nel processo di unificazione italiana, scrisse di lui: “How much he has contribuited to bringing about this happy result [unification] it would be difficult to exaggerate” (sarebbe difficile esagerare quanto egli ha contribuito al conseguimento di questo felice risultato [l’unificazione]). Due giorni dopo, il giornale Illustrated London News, molto benevolo nei riguardi dell’unità d’Italia, ne tesseva le lodi nei termini seguenti: ” Never, surely, within the memory of the present generation, has our country been represented abroad so boldly yet so prudently, with so constant regard to English interests, yet with so absolute a command over foreign sympathies; with such comprehensive views of European policy, and so discriminating an insight into individual character, as it has been during the last thirteen [sic! ndr] years by Sir James Hudson at the Court of Italy” (Senza dubbio, mai, a memoria della presente generazione, il nostro paese è stato rappresentato all’estero in modo cosí ardito eppure cosí prudente, con cosí costante riguardo agli interessi inglesi, eppure con cosí assoluta padronanza sulle simpatie straniere, con tali comprensive vedute della politica europea e con cosí perspicace penetrazione del carattere degli individui come è stato durante gli ultimi tredici [sic!, ndr] anni da parte di Sir James Hudson alla Corte d’Italia).

Un tale profilo professionale avrebbe potuto sottoscriverlo, senza remora alcuna, il Primo Ministro Lord Palmerston. Henri D’Ideville, addetto alla Legazione francese a Torino dal 1859 al 1862, fornisce una notizia interessantissima (Nick Carter, Ricerche Storiche, n. 2, anno 2000): “it was in Hudson’s salon that the Italian revolution had been prepared at length” (fu nel salotto di Hudson che la rivoluzione italiana era stata a lungo preparata). Tale notizia collima perfettamente coi rapporti del Canòfari, un’altra conferma che il Cavour agiva da manovale, anzi da buon manovale della politica palmerstoniana.

«CAVOUR DOVREBBE ESSERE FUCILATO»

La sua fortuna, cioè la fortuna del Cavour, dal 1858, fu che cadde il governo Derby, sostituito dal duo Palmerston-Russell. L’allora Ministro degli Esteri, Lord Malmesbury, riferiva a Hudson, 30 aprile, circa il caso della nave Cagliari confiscata dal Governo duosiciliano nel 1856, che il Cavour “ought to be shot if he goes to war” (dovrebbe essere fucilato se va alla guerra) contro Napoli (in Le relazioni diplomatiche fra la Gran Bretagna e il regno di Sardegna, Roma 1962, vol. VI). Lord Malmesbury “had no concept of Italian nationalismÉTo Malmesbury Italy was ‘a mosaic of nationalities’” (Lord Malmesbury non aveva nessun concetto del nazionalismo italiano … per lui l’Italia era un mosaico di nazionalità) (Nick Carter). Implicitamente Lord Malmesbury era dunque amico delle Due Sicilie, Hudson svisceratamente filoitaliano.

La sua affezione all’Italia egli la manifestò al suo Ministro degli Esteri nel 1859, quando questi ebbe deciso di inviarlo presso lo Zar a S. Pietroburgo. In quell’occasione scrisse al suo superiore: “I beg distinctly to state that I had rather remain where I am. I was brought up, when a Boy, in France and Italy and the greater part of my official life has been spent amongst people of Latin origin and I know but little of northern nations” (Mi pregio distintamente dichiarare che preferirei rimanere dove mi trovo adesso. Fui educato, quando ero ragazzo, in Francia e in Italia e la piú gran parte della mia vita ufficiale l’ho trascorsa in mezzo a gente di origine latina e so pochissimo delle nazioni settentrionali). Hudson, che qualcuno ha sostenuto essere figlio naturale del Re Giorgio IV a cui per la verità somigliava in modo impressionante, era arrivato a Torino nel 1852 dopo essere stato Segretario di Legazione a Washington, a L’Aja, a Rio de Janeiro in Brasile. In quest’ultimo paese si era distinto nella lotta alla tratta dei negri.

HUDSON IN ITALIA

Lord Palmerston, che pensava ed agiva in termini globali, trasferendolo in Italia – Firenze doveva essere la destinazione, ma il destino volle che rimanesse vacante la sede di Torino – accompagnò Hudson con queste significative parole: “Voi avete valentemente combattuto in America la tratta dei negri, e sono persuaso che in Europa farete altrettanto contro la tratta dei bianchi” (in Federico Curato, Le relazioni diplomatiche tra la Gran Bretagna e il Regno di Sardegna, 1852/1856, Torino, 1956).

L’apice della sua carriera diplomatica nel periodo 1852/1856 fu nel 1856, quando riuscí a trascinare nella guerra di Crimea il regno di Sardegna. Però le relazioni diplomatiche tra Gran Bretagna e Piemonte con Malmesbury Ministro degli Esteri non furono affatto cordiali: nella Questione Orientale il Cavour sobillava la Francia contro l’Inghilterra, inoltre sottoscrisse i patti segreti di Plombières, e, cosa veramente abominevole agli occhi di un inglese, aveva concesso alla flotta russa l’uso di un porto piemontese non in esercizio, quello di Villefranche tra Monaco e Nizza. Inde irae. L’ira di Hudson divampò ancora di piú nel 1859 quando si seppe che il Savoia II aveva dato in moglie a Gerolamo Napoleone la figlia quindicenne, Clotilde. Il matrimonio aveva avuto come paraninfo il Cavour, col quale Hudson era furioso.

L’ambasciatore inglese scrisse al suo Ministro: “Cavour is angry with me and says I have been guilty of an act of hostility to his government!É But I think we have some reason to complain of Cavour. He kept this marriage a close secret” (Cavour è arrabbiato con me, dice che sono stato colpevole di un atto di ostilità verso il suo governo!Ma io penso che noi abbiamo qualche ragione di lamentarci di lui. Ha mantenuto questo matrimonio nel piú rigoroso segreto).

Hudson, secondo lo storico Carter, non fu un mero spettatore e commentatore di fatti, ma un esperto stratega della politica per il quale l’Italia – ne riporta le parole – era “but one of the squares of the general Chess Board on which we are playing the liberal game” (soltanto una delle piazze della scacchiera generale su cui noi stiamo giocando il gioco liberale). Qui forse sono adombrate, se non codificate, le radici arcaiche della globalizzazione. Sono la prova, se ancora se ne volesse una, che non fu dunque il Cavour a scegliersi l’angelo protettore che gli avrebbe poi consentito di strafocarsi tutta la penisola – quell’angelo era assiso troppo in alto perché potesse sentire il flebile lamento di uno staterello pària del consesso politico europeo – ma fu l’Inghilterra, officina del mondo, che al fine di attuare i suoi progetti globalizzanti, ai cui logaritmici estremi effetti stiamo assistendo in questi ultimi tempi con le periodiche riunioni del G8, fece abbeverare il cavallo savoiardo alla sua inesauribile fonte.

HUDSON DIVENTA FRENETICO

Nel 1860 l’azione diplomatica di Hudson diventa frenetica. é informato minuziosamente di tutto ciò che accade nella penisola. È sicuro che le armi stanno per prendere il posto della politica e vuole fornire alla sua creatura, il Piemonte, di cui si sente cittadino, ogni possibile sostegno militare e politico; a tal fine chiede ai suoi superiori che l’espertissimo consigliere militare colonnello Cadogan rimanga al suo fianco.

In data 9 marzo 1860 scrive a Lord Russell: “You will see in my other private letter of this date, that Sardinia is about to move her garrisons forwards and across the Po. You will require correct informations about these movements and you are going to deprive Her Majesty’s Mission of its military arm, for Cadogan informs me that your orders leave him no option, and that he conceives it his duty to return home soon after the 16th of this month. I should be very glad if you could extend the period for Cadogan’s return for three months longer, during which period we shall see what the French, the Austrians, the Papal and Neapolitan troops do…” (In altra lettera di pari data scoprirete che la Sardegna è sul punto di mettere in movimento il suo esercito e attraversare il Po. Voi chiederete esatte informazioni su questi movimenti e state per privare la Missione di Sua Maestà del suo braccio militare. Cadogan mi informa infatti che vostri ordini non gli lasciano alcuna alternativa e che crede suo dovere tornare presto in patria dopo il 16 di questo mese. Sarei molto contento se poteste estendere il periodo del ritorno di Cadogan per altri tre mesi, durante il quale periodo vedremo che cosa faranno i Francesi, gli Austriaci, le truppe del Papa e quelle Napolitane).

Una quindicina di giorni dopo fa sapere a Lord Russell che navi piene di armi arrivano da Malta in Sicilia (si ricordi il lettore che Malta era inglese!) e che il Re delle Due Sicilie Francesco II è intenzionato ad inviare truppe in soccorso del Papa: “It is believed at Turin that an engagement exists between the King of Naples and the Pope, by which the former engages to protect His Holiness’ interests at Rome and in the Marches, by force of arms, in case the French troops withdrew from the Papal StatesÉ Letters from South represent that Sicily is in a most agitated condition; shipments of arms, viâ Malta, are constantly arriving there, and the watchward of the islanders seems to be “Constitutional rights and annexstion to Sardinia” (È ferma convinzione qui a Torino che tra il Re di Napoli e il Papa ci sia un accordo col quale il primo si impegna a proteggere, con la forza delle armi, gli interessi di Sua Santità a Roma e nelle Marche, nel caso in cui le truppe francesi si ritirassero dagli Stati Pontifici- Lettere dal Sud informano che la Sicilia è in uno stato di grande agitazione; carichi di armi, via Malta, arrivano là continuamente, e la parola d’ordine degli isolani sembra essere “diritti costituzionali e annessione alla Sardegna”) (F.O., 67/225, 25 marzo 1860).

CORAGGIO DA LEONE

Nella lettera segretissima, in pari data inviata dallo Hudson a Russell, si trovano informazioni utilissime per il Primo Ministro piemontese, che troverà il coraggio necessario per le sue rapine: “The King of Naples is gone to help that insane old man, the Pope, and the pair doubtless will be greatly assisted by Santa PhilomenaÉ The telegram tells us this morning that the King of Naples, his mother and three of his brothers are gone to Gaeta. What to do? His army is dissatisfied and the Pope, who has 20,000 men on paper, has but 12,000 men in line without matériel, guns, park, hospitals or reserves of any kind. Piedmont can put 120,000 good troops, found in every thing, in line within a fortnight under good generals with a good administration and can create a reserve of 40,000 men without difficulty. Consequently as an Austrian intervention is an impossibility and a French one unlikely, we may expect, we must look forward to collision between Northern and Southern Italy. The result cannot be doubtful. The Pope and the King of Naples will be beaten, Sicily will declare for her constitutional rights and for annexation; and Naples will be in the market… Cavour from the very necessities of his position is now more than ever thrown into your hands, if your policy in Southern Italy is vigorous and armed … For my part I am all for making a strong Italy and for doubling our naval strength in the Mediterranean: we shall want Italy when we speak with Louis Napoleon on the Eastern Question” (Il Re di Napoli è andato in aiuto di quel vecchio pazzo del Papa, la coppia senza dubbio sarà in modo superlativo assistita da Santa FilomenaÉ Questa mattina il telegramma ci annuncia che il Re di Napoli, sua madre e tre suoi fratelli sono andati a Gaeta. A far che cosa? Il suo esercito è scontento e il Papa, che ha 20.000 uomini sulla carta, ne ha solo 12.000 in linea senza materiali, senza cannoni, senza parco d’artiglieria, senza ospedali o riserve di qualunque genere [ecco spiegato il coraggio da leone di Cialdini a Castelfidardo, ndr]. Il Piemonte può disporre di 120.000 buone truppe, fornite di ogni cosa, in linea nel tempo di una quindicina di giorni sotto buoni generali con una buona amministrazione e può creare senza difficoltà una riserva di 40.000 uomini. Conseguentemente, dato che un intervento austriaco è impossibile ed uno francese improbabile, possiamo attenderci, dobbiamo desiderare ardentemente lo scontro tra l’Italia del Nord e quella del Sud. Il risultato non può essere dubbio. Il Papa e il Re di Napoli saranno battuti, la Sicilia si dichiarerà per i suoi diritti costituzionali e per l’annessione, Napoli sarà alla mercé di tutti … Cavour per le molte necessità della sua posizione è ora piú che mai gettato nelle vostre mani, se la vostra politica nell’Italia meridionale è vigorosa e armata… Per parte mia io sono per la costruzione di un’Italia forte e per il raddoppiamento della nostra forza navale nel Mediterraneo: quando tratteremo con Luigi Napoleone sulla Questione Orientale dovremo volere l’Italia per noi) (P.R.O., 30/22. 66, 25 marzo 1860). Sembra l’ombra di Yalta proiettata nel passato.

HUDSON BALIA D’ITALIA

Hudson cullò la sua creatura, l’Italia unita per cui si era tanto adoperato, anche dopo aver presentato le dimissioni dal servizio diplomatico. Nella lettera di congedo a Lord Russell, 5 maggio 1863, indica i motivi per cui ritiene di dover lasciare l’incarico e nel contempo indica chi potrebbe essere il suo successore: “La questione italiana non è completata. Potrebbe esser rovinata se cadesse in mani cattive, incompetenti o antipatiche. Essa richiede una garanzia contro le disgrazie. Penso che questa garanzia esista nella persona del figlio di lord Minto (Henry George Elliott, ndr). A lui e al grande principio implicato nella lotta della luce contro le tenebre, della libertà di coscienza contro l’oppressione dogmatica (questa è per il Papa, ndr) dedico il posto che ho tenuto per tanto tempo. é l’ultimo ed il piú grande dei servizi che posso rendere all’Italia ed al grande principio politico racchiuso nella sua liberazione. James Hudson è uno di quei nessuno che un governo contrario alla libertà in Italia (Disraeli per esempio) potrebbe liquidare e nessuno ne chiederebbe il perché. Henry Elliot ha buoni e risoluti sostenitori e non può essere liquidato anzi tempo come potrei esserlo io. La reazione è potente in Europa. Se avvenisse in patria qualcosa che potesse darvi un successore Tory gran danno potrebbe esser fatto a Torino, alla causa. Questo è uno dei motivi ed io reputo che il vostro gentile e generoso cuore apprezzerà le mie intenzioni” (la lettera è riportata da F. Curato, ibidem).

L’11 agosto fu insignito della Gran Croce dell’Ordine del Bagno e collocato in pensione il 20 ottobre successivo. Il puttaniere Savoia II, il cui occhio non andava oltre le bonazze contadinotte che si divertiva a stuprare nei pagliai, accolse con piacere quelle dimissioni: “Egli non ha mai perdonato a Hudson la sua opposizione a Ratazzi [sic] e mi ha parlato di lui come un Ôbon diable’ (un buon diavolo) ma ‘bien rusé e trés fin’ (ben scaltro e molto sottile) e quando io ho osservato ch’egli s’era dimostrato un vero amico dell’Italia, S. Maestà non ha risposto” (Elliot a Russell, P.R.O., 30/22/7, 12 ottobre 1863).

E nel Dizionario del Risorgimento Nazionale, ben quattro ponderosi volumi, non una parola su quello stratega, e neppure su Russell, Gladstone, Palmerston, quegli inglesi che furono “more Italian than the Italians themselves”, mentre Rosario Romeo, che non ha l’occasione ed il piacere di leggere questo modesto articolo da cui forse sarebbe potuta nascere una correzione di rotta storiografica, a sua volta parla di “incapacità della politica estera britannica di inserirsi efficacemente negli affari della penisola”!

Sfilata delle truppe davanti al Re Francesco II in Napoli l’8 settembre 1859, festa nazionale del Regno delle Due Sicilie

fonte http://www.adsic.it/2001/09/03/il-vero-artefice-della-politica-di-palmerston/#more-271

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