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Il Vesuvio, mirabile monumento della natura, Saggio di Elio Abatino

Posted by on Feb 9, 2017

Il Vesuvio, mirabile monumento della natura, Saggio di Elio Abatino

Per i tipi dell’editore Carcavallo di Napoli, ha visto recentemente la luce un libro dal titolo “Vesuvio – Un vulcano e la sua storia”, corredato da numerose illustrazioni, in massima parte a colori, che abbelliscono l’opera, come, del resto, è nella tradizione e nell’originale strutturazione grafica delle edizioni Carcavallo. Immagini di elegante fattura, che trasmettono il loro fascino, atavico, ma sempre attuale. La visione delle antiche e suggestive stampe, dei guazzi (Museo di San Martino), delle incisioni, delle rappresentazioni grafiche, delle locandine pubblicitarie e delle vedute aeree del vulcano dischiudono il mondo e la cultura da cui sono state generate. Documenti interessanti, che comunicano un’impressione del luogo che illustrano.

All’inizio del volume, Elio Abatino, Preside del Corso di Laurea in Scienze Turistiche e Direttore dell’Istituto di Ricerca e di Didattica Ambientale di Napoli, da anni impegnato con passione e vigore nelle indagini ambientali sul territorio, si sofferma sulla storia del complesso vulcanico del Somma-Vesuvio, costruito all’interno di rocce calcaree del Mesozoico, considerato il medioevo della storia della crosta terrestre.

“Le prime eruzioni di questo vulcano, a detta dell’Abatino, ebbero inizio, probabilmente, 27 mila anni fa”. Nell’affresco rinvenuto a Pompei, nella Casa del Centenario, ora al Museo Archeologico di Napoli, il Vesuvio ha un unica vetta, ricoperta di vigne fruttifere, tanto care a Bacco. D’altronde, il paesaggio campano ha, da sempre, una forte connotazione agricola, per cui il suo territorio, per la fertilità dei suoli, fu denominato “Campania Felix”, ovvero “la prosperosa Campania”.

Nell’affresco del VII secolo, della catacomba di San Gennaro, però, il Vesuvio è rappresentato con due cime.

Il prof Abatino disserta, nell’opera, sulle eruzioni del Vesuvio: quella del 63, di cui si occupò Seneca, quella del 79, che mietette 2.000 vittime, l’altra del 1631, che provocò la morte di 4.000 persone, le eruzioni del 1760, del 1794, del 1858, del 1861, del 1872, del 1906 (la cima del cono si abbassò di centinaia di metri), del 1929 (furono distrutti i paesi di Pagani e di Campitelli), del 1933 e del 1944, che vide la distruzione di S. Sebastiano al Vesuvio e di Massa.

Nelle restanti pagine si parla dell’escursione al Vesuvio, tramite l’autostrada privata tra Boscoreale e la vetta o itinerari pedonali, che permettono di osservare la vegetazione lussureggiante, dell’Osservatorio Vesuviano, del monte Somma, della Valle dell’Inferno, del cratere del Vesuvio, delle escursioni al vulcano nel passato, del Museo Vesuviano “G. B. Alfano” e del Parco Naturale per il Vesuvio, non ancora attuato.

Per quanto concerne l’eruzione del 79, si sa che il Vesuvio, in quei tre giorni di agosto, fu proprio rimosso dal suo posto. Questa eruzione del vulcano fu una delle più violente della storia. Un vulcano due volte più alto di quello che domina oggi la baia di Napoli fu letteralmente polverizzato. Esso culminava senza dubbio a 2.000 metri di altezza e doveva essere coperto da foreste, poiché non sembra aver conosciuto attività durante il millennio precedente il cataclisma descritto da Plinio il Giovane, naturalista (l’Accademia americana delle scienze ha pubblicato, pochi anni fa, uno studio su un’eruzione di grande ampiezza, venti secoli prima, deducendone che tutto ciò non è finito!).

Di questo immenso vulcano scomparso, non resta che l’orlo, chiamato oggi monte Somma. L’attuale Vesuvio non è che il giovane cono formatosi nel 79 ed ancora rimodellato numerose volte dopo. In occasione della sua ultima eruzione, il 18 marzo 1944, sotto il naso dei soldati americani, esso si è rialzato di 90 metri per raggiungere 1276 metri.

Fino alla metà del XVIII secolo, il racconto di Plinio il Giovane resta la sola fonte di conoscenza sull’eruzione del Vesuvio, ma qualcosa cambia nel 1764. In quell’anno, un nuovo ambasciatore inglese, sir William Hamilton, è accreditato alla corte del re di Napoli. A 34 anni, questo ex ufficiale dal naso aquilino e dalle sopracciglia vigorose, figlio di un lord scozzese che fu governatore della Giamaica, si installa in una sontuosa villa che domina la baia di Napoli. Ai piaceri del “collezionismo” di antichità greche ed etrusche il caso va ad aggiungere un’altra passione. Il vulcano, che sembra essersi riaddormentato dopo l’eruzione importante del 1631 (4.000 morti), fa l’occhiolino al nuovo arrivato. Pennacchi di cenere germogliano al di sopra della cima.

L’anno seguente, in occasione della sua prima visita all’interno del cratere, Hamilton riceve una pioggia di lapilli, poi, il 28 marzo 1766, il suo battesimo del fuoco. Della lava si sprigiona dal cratere. Hamilton si precipita per osservare dal più vicino possibile. Egli invia alla Royal Geographical Society la prima di una lunga serie di lettere che formeranno il suo libro, i “Campi Phlegraei”, descrivendo il fiume di metallo arroventato, “simile a quello che si può vedere nelle vetrerie, mentre le scorie incandescenti rotolano le une sulle altre, “formanti una bellissima e straordinaria cascata”. La storia ha appena visto nascere il primo vulcanologo.

Geologo “dilettante”, dotato di una grande energia, eccitato piuttosto che scoraggiato dal pericolo, Hamilton si imbaldanzisce ad ogni visita nel cratere (ne farà più di 70, durante i suoi 36 anni di soggiorno a Napoli). Nel 1767 si avvicina abbastanza ad una colata per tentare di affondarvi il suo bastone e gettarvi grosse pietre, che restano in superficie: la lava è dura (più tardi, intrappolato tra due colate, attraverserà “a guado”).

Quando l’eruzione raggiunge il suo parossismo, egli è in prima fila, nella posizione migliore, e la sua lettera fa sognare i “lords”. Una bocca si apre con fracasso nella montagna, “una fontana di lava liquida fu espulsa a parecchi metri di altezza e si mise poi a rotolare dritta su di noi come un torrente”.

Trema la terra, una gragnuòla densa di pomici si abbatte sull’ambasciatore. Il fracasso delle esplosioni è “molto più assordante dei più forti dei temporali che io abbia mai senti e l’odore di zolfo era veramente ripugnante”.

La curiosità di sir Hamilton è insaziabile. Ad ogni allarme, egli fila verso il cratere ed osserva, interpreta, costruisce ipotesi brillanti, poi fugge a gambe levate sotto piogge di lapilli o di pomici fumanti. Hamilton vede il cono crescere e ne deduce che il Vesuvio intero è stato formato dalla sorte; studia il monte Somma e capisce, per primo, che si tratta del vestigio del vulcano molto più importante, che esplose nel 79. A grandi passi, servito dalla fortuna, poiché il Vesuvio attraversa una fase di attività importante, sir William Hamilton non pone nientedimeno che le basi della vulcanologia.

Nel 1794 il Vesuvio gli offre la sua girandola finale e l’ambasciatore non ne perde una mollica. Egli lancia la sua barca verso una colata ancora fumante, al punto di far fondere il calafataggio nell’acqua gorgogliante. Una seconda volta, sir Hamilton penetra nel cratere, proteggendosi il naso dai fumi nocivi e, lui che lo conosce così bene, scopre un paesaggio irriconoscibile: “il lavoro di 10.000 uomini per parecchi anni non potrebbe alterare l’aspetto del Vesuvio come la natura l’ha fatto in cinque ore”.

Il Vesuvio ha dovuto dare a perfusione a sir William Hamilton qualche energia esplosiva. L’ambasciatore britanni ha riunito, in cinque anni, la più favolosa collezione di vasi greci ed etruschi di tutti i tempi, recandosi talvolta egli stesso sui siti di scavi, al momento dell’apertura delle tombe: più di 750 pezzi, la cui metà basteranno a fornire lo zoccolo di un dipartimento intero del British Museum.

L’insieme fu presentato nei quattro tomi, magnificamente illustrati, di un’opera che, ancora oggi, è un punto di riferimento: “Antichità etrusche, greche e romane tratte dal gabinetto del signor Hamilton” (rieditata in Francia, nel 2004, per i tipi di Taschen).

Però una parte di questa collezione, tra cui alcuni capolavori del classicismo ellenistico, fu perduta durante un naufragio.

La moglie dell’ambasciatore morì dopo aver molto tremato nel saperlo con i piedi nella lava, ma senza avergli dato figli. Emma Hart lo consolò, leggermente vestita di una toga, dinanzi ad un pezzo di qualità, di cui copiava la posa. Emma fu la sua amante quando il vulcano era placido. Aveva 21 anni, William 56. Si sposarono dopo nove anni di legame, nel 1791.

Le “attitudini” della sensuale Emma dinanzi ai vasi del marito attiravano il fiorfiore europeo. Wolfgang Goethe fu soggiogato, l’ammiraglio Horatio Nelson soggiogò la bella ed ebbe da lei una piccola Horatia. Per non perdere la moglie, Hamilton la condivise. Il loro “ménage” a tre fece scandalo. Da questo Trafalgar intimo, Susan Sontag ha tratto “The Volcano Lover”.

Mancava ancora una pietra al mito del Vesuvio. Le due città distrutte nel 79, Ercolano e Pompei, erano scomparse sotto la loro spessa coltre di ceneri.

Per diciassette secoli, esse non esistevano più che nel ricordo di quelle giornate di cataclisma. Partendo dal XVIII secolo, furono intrapresi degli scavi, innanzitutto in maniera selvaggia, poi, nella misura in cui si scopriva il tesoro archeologico di quelle ville pietrificate nel loro quotidiano, in maniera più controllata.

Nella seconda metà del XIX secolo, Giuseppe Fiorelli scoprì che la cenere, solidificandosi, conservava l’impronta dei corpi scomparsi. Facendo gocciolare del gesso in queste forme di statue viventi, trovò il modo di rivelare questa vita pietrificata dalle nubi ardenti.

Dei fratelli si tenevano per mano, i cani tiravano su il loro guinzaglio, una donna si copriva la bocca con un fazzoletto, famiglie intere si rannicchiavano, intrappolate in ville lussuose. Così rivivevano, questa volta immobili, quelle scene di angoscia che Plinio il Giovane aveva descritto con tanto sangue freddo, quelle visioni di fine del mondo. “Non ci si dice niente su Sisifo agli inferi, scrive il narratore, saggista e drammaturgo francese Albert Camus. I miti sono fatti perché l’immaginazione li anima”. Il “lavoro” di Sisifo, immaginato felice, assurge ad emblema della condizione umana.

Alfredo Saccoccio

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