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Il viaggio di Nietzsche nel Sud Italia

Posted by on Dic 5, 2019

Il viaggio di Nietzsche nel Sud Italia

Riportiamo un ampio stralcio di un articolo pubblicato sulla rivista l’Alfiere, a firma di Edoardo Vitale, dedicato al viaggio del grande pensatore Friedrich Nietzsche nel Meridione d’Italia.
Ringraziamo Eduardo Vitale per l’autorizzazione alla pubblicazione.

Per Friedrich Nietzsche, la possibilità d’un viaggio in Italia si delineò nell’estate del 1876. L’occasione fu l’invito rivoltogli da Malwida von Meysenbug, antesignana del movimento di emancipazione femminile e ammiratrice di Wagner fin dal tempo in cui questi coltivava idee socialiste, che aveva stabilito la sua residenza a Roma e vi frequentava i salotti dell’aristocrazia.
La realizzazione dell’idea era favorita dalle precarie condizioni di salute in cui versava il trentaduenne professore di filologia classica dell’università di Basilea, in ragione delle quali, le autorità accademiche, gli concessero un anno di congedo retribuito. In quegli anni, infatti, Nietzsche aveva dovuto subire il tormento crescente e incontenibile di lancinanti emicranie e gravi annebbiamenti della vista, precoci segni della malattia che per il resto della vita gli sarebbe stata compagna sempre più fedele e possessiva. Il desiderio di sfuggire alle sue sofferenze si converte nell’illusoria speranza che il Sud possa donargli la guarigione. Ma non è soltanto il malessere fisico a spingere verso l’Italia l’inquieto professore. Il 1876 è l’anno dell’«immensa delusione», l’amara constatazione che il suo percorso diverge nettamente da quello di Richard Wagner e che l’ossequiato Maestro gli è lontanissimo sotto il profilo del temperamento e del gusto.

Quando dunque Malwida, in quei giorni di fragore e turbamento, gli parla di Napoli, Nietzsche sente di dover soddisfare anche con un distacco fisico la sua ansia di cambiamento.

Il mare lo vede per la prima volta a Genova, nell’ottobre del 1876; e il mare per lui è il Mediterraneo, il pelago omerico che gli si presenta coi ripidi, aspri promontori della costa ligure; non appartiene invece a questa immagine mentale l’Adriatico, con Venezia (cui pure dedicherà parole fra le più belle che questa città abbia ispirato) centro d’un turismo mondano e d’alto bordo, che anche Wagner si degna spesso di onorare. Da Genova Nietzsche prosegue via mare per Napoli. Affronta il viaggio con grande apertura mentale, autentica disponibilità non soltanto ad apprendere e a conoscere, ma piuttosto a cogliere dentro di sé gli echi e le energie nuove che il contatto con la natura mediterranea suscita e risveglia. Assai diversa è la sua disposizione d’animo rispetto al grande connazionale, Goethe, che novant’anni prima si era cimentato nel classico Tour, osservatore attento e riflessivo, in cui i momenti di sincero coinvolgimento sono anch’essi sottoposti a oggettiva meditazione e ad analisi comparativa, al fine di arricchire e approfondire una visione del mondo e dei costumi fortemente caratterizzata dalla cultura di provenienza.
In Nietzsche il viaggio è invece una vera traversata, un’occasione di rinnovamento esistenziale, di liberazione emotiva.

Ed era del tutto naturale che la sua bussola indicasse il Sud. Lo lasciavano presagire l’appassionata inclinazione per gli studi classici e l’uso audace della filologia come strumento per aprire un canale di collegamento col giacimento spirituale della civiltà ellenica, la cui estensione e il cui significato seppe scrutare con un’ afflato innovatore che non poteva essergli perdonato dalla pigra congrega dei professori. Il sole della Magna Grecia fu in effetti per lui più che una fonte di benessere, una rivelazione. Gli parve che una cortina di nebbia si dissolvesse, consentendo ai suoi occhi stanchi uno sguardo vivido e nuovo non tanto su un panorama, quanto su un paesaggio interiore.

Di un’escursione in carrozza lungo la costa, con «maestose nubi temporalesche» sul Vesuvio e la città che brillava «come se fosse fatta d’oro puro», Malwida von Meysenbug scrive alla figlia Olga, aggiungendo: «Era così meraviglioso che i signori erano ebbri di piacere. Non ho mai visto Nietzsche così vivace. Rideva dalla gioia».
Ritornando col pensiero a quell’esperienza, così scriveva Nietzsche nell’autunno del 1881: «Non sono abbastanza forte per il nord: là imperversano gli spiriti pedanti ed artefatti, che non sanno fare altro che lavorare alle norme della convenienza, come il castoro alla sua costruzione. Ho vissuto tutta la mia gioventù fra gente simile! Mi è venuto in mente all’improvviso, mentre per la prima volta vedevo il cielo grigio e rosso della sera scendere su Napoli – un brivido di compassione per me stesso, l’idea di cominciare a vivere da vecchio, e lacrime, e, all’ultimo istante, la sensazione di essere ancora in tempo per salvarmi ».
Fino a che punto, a Napoli, Friedrich Nietzsche si lasci permeare dallo spirito del luogo è confermato dalla singolare circostanza che, nel 1882, egli porrà come premessa al quarto libro de La Gaia Scienza un estatico componimento poetico dedicato a Sanctus Januarius.
In effetti, durante quei giorni luminosi, e specialmente sotto il sole primaverile di Sorrento, Nietzsche progetta di riorganizzare la sua vita, riconosce negli impegni universitari a Basilea una fonte di indebolimento per il suo organismo, già di per sé predisposto alle malattie, si ripromette di allontanarsi dall’ambiente wagneriano, in cui vede addirittura un ulteriore pericolo per la sua salute, e discorre con Malwida di progetti matrimoniali, passando in rassegna le ipotetiche candidate. Si tratterà di sogni ad occhi aperti, fantasticherie senza costrutto, dissolte brutalmente dall’incalzare della malattia.
Ma non solo questi frutti daranno i mesi «mediterranei » del filosofo. Egli fissa infatti su carta, con una chiarezza finora sconosciuta, i pensieri che più tardi saranno raccolti sotto il titolo Umano, troppo umano, il cui sottotitolo è Un libro per spiriti liberi. Probabilmente è il viaggio in Italia ad alimentare ed acuire i penetranti e severi giudizi critici sulla mentalità germanica, che compaiono copiosi nelle opere posteriori dell’autore. E’ ovviamente azzardato far risalire al primo soggiorno italiano di Nietzsche linee di pensiero che si andranno affermando nei suoi lavori successivi; è però certamente significativo che la sua visione del mondo presenti sempre maggiori punti di contatto, consonanze, affinità con quella che. generalizzando, può essere definita la mentalità «meridionale», la quale a sua volta rivela, com’è noto, radici elleniche più volte illustrate.
I taglienti aforismi che egli dedica al lavoro, ad esempio. avrebbero destato, nel Mezzogiorno d’Europa, molto meno scandalo di quanto siano tutt’ora idonei a suscitare in territori ove, come rilevava Goethe in una delle sue lettere da Napoli, la necessità, dettata dall’inclemenza del clima, di sacrificare al lavoro le giornate più amene conduceva inevitabilmente a considerare l’ozio e la contemplazione come disvalori. Nulla di più lontano dalla visione nietzscheana, peraltro schiettamente autobiografica: il lavoro ha sull’uomo un effetto deprimente, lo distoglie dal suo cammino, sfigura il suo volto, lo spoglia della sua natura, distrugge in lui l’attitudine a cogliere il bello, lo costringe a entrare in un ciclo di dolore, lo rende una caricatura di se stesso; mentre ogni cultura più eletta ha origine dal «non lavoro».
Si pensi poi al paradosso, che per Nietzsche è spietato strumento di verità e che spesso suscita disappunto o imbarazzo fra i popoli del Nord, laddove per l’uomo del Sud è onnipresente condimento sia delle facezie, sia delle riflessioni sui massimi sistemi.
Altro aspetto importante è la maggior disinvoltura e indulgenza con la quale i popoli del Meridione considerano le passioni e gli istinti, adottando pratiche individuali e collettive dirette a dar loro sporadica soddisfazione senza eccessivi turbamenti per l’ordine familiare e sociale. Si tratta sostanzialmente di quella capacità, che egli ammirava negli antichi Greci, di «accordare uno sfogo moderato a ciò che era cattivo e pericoloso, animalesco e retrogrado, altrettanto che al barbaro, al pre-greco e all’asiatico, che ancora vivevano in fondo alla natura greca». L’esperienza italiana gli dimostra in particolare che il cattolicesimo non ha impedito al fiume sotterraneo delle pulsioni primigenie di trovare ampi sbocchi nella vita sociale, ed è naturale osservare come questa constatazione abbia potuto corroborare la severa critica che egli, figlio d’un pastore luterano, muove alla Riforma: d’aver rappresentato un imperdonabile passo indietro della storia, un oscuramento della luce del Rinascimento, un «abbruttimento del clero», la rottura dell’«armonia di figura, spirito e compito», la rinuncia alle mete più alte che si sarebbero potute raggiungere. Rifiutando il cilicio del Protestantesimo, il Sud era rimasto punto cardinale di riferimento degli spiriti liberi, e il pensatore non avrebbe cessato di cantarne le lodi nella sua successiva opera.
Il primo soggiorno italiano, proseguito a Sorrento per cinque mesi dopo la partenza di Wagner e della sua corte (accolta con sollievo da Nietzsche), terminò ai primi di maggio, quando sotto gli occhi di Malwida, in un pomeriggio meraviglioso, la nave puntò lentamente verso Capri per poi sparire lentamente all’orizzonte.
Il sole del Golfo non gli aveva però donato la sperata guarigione fisica. Provato da altri anni di sofferenza e continuando a inseguire il fantasma dell’antico Maestro ormai rinnegato, colui che i compagni di studi chiamavano «il Greco», volle rivedere il Sud d’Italia nel 1882, stabilendosi stavolta a Messina, che ridestò il suo entusiasmo e la sua convinzione d’essere sino ad allora vissuto in luoghi che non gli si confacevano. La nuova discesa nel Mezzogiorno fu troncata da un’improvvisa evoluzione delle sue vicende personali: a Roma stava per cominciare la sua tormentosa storia sentimentale con Lou von Salomé, cui sarebbe seguita la rovinosa caduta nella follia.
Così questo gigante del pensiero, questo gentiluomo venuto da lontano ha stabilito con le nostre terre dal dolce clima un rapporto armonioso e profondo, in un’atmosfera di feconda serenità che ha favorito le ardite sintesi concettuali cui era impegnato.
Di questo le nostre genti possono nutrire legittimo orgoglio; ma ancor più ci piace coltivare il pensiero che, in una vita segnata dal dolore, un uomo mite e generoso, la cui amabilità non è stata mai affievolita dall’incomprensione dei tempi, abbia trovato in questi luoghi qualche momento di gioia.

fonte

http://www.quicampania.it/ilregno/viaggio-di-nietzsche-nel-sud-italia.html

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