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INGRESSO DI GARIBALDI A NAPOLI DA CIVILTA’ CATTOLICA

Posted by on Mag 24, 2018

INGRESSO DI GARIBALDI A NAPOLI DA CIVILTA’ CATTOLICA

UN INGRESSO TRIONFALE E ATTI DI DI DIVOZIONE

Il Garibaldi entrò a Napoli il dì 7, con pochi compagni e senza truppe, il che fu piuttosto effetto di necessità che ostentazione di sicurezza.

Difatto le sue masnade cosmopolitiche di francesi, ungheri, svizzeri, scozzesi ecc. (che di stranieri principalmente è composto il fiore e il nerbo dell’esercito Garibaldino) erano ancora a sessanta miglia lungi da Napoli, affrante dalle fatiche e in tale stato che, dove la vigliaccheria e la perfidia non si fossero messe d’accordo per tradire il buon Francesco II, questi avrebbe potuto, aspettandole di pié fermo a Salerno, agevolmente vincerle e sterminarle.

L’ingresso trionfale fu festeggiato da qualche migliaio di matrone e vestali da trivio, da molti lazzaroni ben pasciuti quel dì perché potessero gridar forte, e da alquanti frati apostati.

Il Marchese di Villamarina, Ambasciadore Sardo, facea viemeglio spiccare con la sua presenza lo splendore di quel nobile corteggio.
Il Garibaldi andò, scimmiando le imposture del Championnet, a venerare S. Gennaro, dove un frate Pantaleo o il Gavazzi che si fosse, aperto colla violenza il sacrario, profanò i riti più augusti della religione. La cattedrale allora rimbombava degli urli di plauso del predetto corteggio.
Il giorno seguente poi, 8 Settembre, Garibaldi fu tratto dalla sua ben nota pietà a visitare, con regio rito, il santuario di Nostra Signora di Pié di Grotta; e vi fu accompagnato dal divotissimo Liborio Romano, da quegli edificanti cappellani che sono il frate Pantaleo, il Gavazzi ed alquanti altri, e da elette schiere di lazzaroni.

4…………..LARGIZIONI E CONFISCHE

.Dopo ciò si pose mano senza indugio a distruggere fin le ultime vestigia degli ordini precedenti, e costituire i nuovi. E si cominciò, come suoi farsi in questi casi, col gratificarsi le moltitudini e le plebi, saziandone l’ingordigia con largizioni, per sopperire alle quali si fecero dall’altra parte diluviare i decreti di confisca.
Perciò si mandarono rilasciare tutti i pegni, deposti presso il Monte di Pietà ed i Banchi succursali, che non oltrepassassero D. 3.
Furono istituiti dodici asili infantili gratuiti a spese del municipio, per accogliervi figliuoli dell’infima plebe. Fu aperto un Collegio gratuito, con disciplina militare, nei figli del popolo ecc. ecc.
Al tempo stesso furono confiscati i beni della Casa reale, ed in fin allora riservati alla disposizione del Sovrano; questi dei Maggiorati Reali e dell’Ordine Costantiniano, amministrati già sotto la dipendenza del Presidente dei Ministri, e tutti quelli che il Re avesse donato altrui, i quali fu decretato che si dovessero reintegrare allo Stato.
Poi, aboliti i Gesuiti con tutte le loro dipendenze e diramazioni, i loro beni mobili ed immobili furono dichiarati proprietà nazionali.
Le case e i luoghi dove erigere i mentovati asili e cottegi pel popolo, furono tolti dai beni ecclesiastici e regii incamerati. Tutto ciò fu decretato ed eseguito fra i plausi cordiali de’ professori di libertà, secondo i santi principii dell’89.
Pressoché nello stesso giorno si mandava distribuire ai benemeriti lazzaroni dei dodici quartieri di Napoli un gran numero di boni per un rotolo di pane a ciascuno, da pagarsi in gran parte a spese del Municipio; e si decretava che
«tutti i beni delle mense Vescovili ed Arcivescovili sono dichiarati nazionali, assegnandosi un congruo mantenimento, che non potrà mai oltrepassare i 2000 ducati, ad ogni Vescovo ed Arcivescovo.»
La delicatezza ed il rispetto al diritto di proprietà furono spinti fino a confiscare le rendite in cedole sopra il debito pubblico dello Stato, che antichi servitori e consiglieri del Re si affrettarono di rivelare essere, per la somma di oltre a 30 milioni di franchi, iscritti per membri della famiglia reale sotto altri nomi.
5.Sarebbe cosa da non finirla in cento pagine il registrarci nomi e le cariche degli ufficiali pubblici destituiti, e dei novelli a loro surrogati, per la sola ragione del doversi pur dare la dovuta mercede ai complici e fautori della trionfante rivoluzione.

5.I LADRI SI ACCAPIGLIANO PER LA DIVISIONE DELLA PREDA

Dopo ciò si pose mano senza indugio a distruggere fin le ultime vestigia degli ordini precedenti, e costituire i nuovi. E si cominciò, come suoL farsi in questi casi, col gratificarsi le moltitudini e le plebi, saziandone l’ingordigia con largizioni, per sopperire alle quali si fecero dall’altra parte diluviare i decreti di confisca.
Perciò si mandarono rilasciare tutti i pegni, deposti presso il Monte di Pietà ed i Banchi succursali, che non oltrepassassero D.3.

Furono istituiti dodici asili infantili gratuiti a spese del municipio, per accogliervi figliuoli dell’infima plebe. Fu aperto un Collegio gratuito, con disciplina militare, nei figli del popolo ecc. ecc.

Al tempo stesso furono confiscati i beni della Casa reale, ed in fin allora riservati alla disposizione del Sovrano; questi dei Maggiorati Reali e dell’Ordine Costantiniano, amministrati già sotto la dipendenza del Presidente dei Ministri, e tutti quelli che il Re avesse donato altrui, i quali fu decretato che si dovessero reintegrare allo Stato.

Poi, aboliti i Gesuiti con tutte le loro dipendenze e diramazioni, i loro beni mobili ed immobili furono dichiarati proprietà nazionali.
Le case e i luoghi dove erigere i mentovati asili e collegi pel popolo, furono tolti dai beni ecclesiastici e regii incamerati.
Tutto ciò fu decretato ed eseguito fra i plausi cordiali de’ professori di libertà, secondo i santi principii dell’89.

Pressoché nello stesso giorno si mandava distribuire ai benemeriti lazzaroni dei dodici quartieri di Napoli un gran numero di boni per un rotolo di pane a ciascuno, da pagarsi in gran parte a spese del Municipio; e si decretava che
«tutti i beni delle mense Vescovili ed Arcivescovili sono dichiarati nazionali, assegnandosi un congruo mantenimento, che non potrà mai oltrepassare i 2000 ducati, ad ogni Vescovo ed Arcivescovo.»

La delicatezza ed il rispetto al diritto di proprietà furono spinti fino a confiscare le rendite in cedole sopra il debito pubblico dello Stato, che antichi servitori e consiglieri del Re si affrettarono di rivelare essere, per la somma di oltre a 30 milioni di franchi, iscritti per membri della famiglia reale sotto altri nomi.

pubblicato da

Gianni Ciunfrini

 

 

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