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INTERVISTA A DOMENICO IANNANTUONI, FONDATORE DEL COMITATO “NO LOMBROSO”

Posted by on Apr 18, 2018

INTERVISTA A DOMENICO IANNANTUONI, FONDATORE DEL COMITATO “NO LOMBROSO”

Atavismo criminale e Sud Postunitario: la vergognosa storia del Museo Lombroso di Torino

Intervista a Domenico Iannantuoni, fondatore del Comitato Tecnico-Scientifico “No Lombroso”

L’uomo delinquente e la nascita dell’antropologia criminale: una cerimonia di soprusi e umiliazioni mai realmente dimenticata e che dura tuttora, celebrata nelle sale del Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” di Torino. Resti umani di contadini e soldati del fu esercito borbonico si mescolano a maschere di cera di uomini e donne moralmente deviati per natura. Vite senza nome condannate a un’eternità fatta di teche di vetro e flash fotografici. Tutto in nome della scienza. Ma quale?

Se cercassimo in qualunque enciclopedia o dizionario medico il termine antropologia criminale, troveremmo la seguente dicitura: «Disciplina che ha come oggetto di studio l’individuo criminale nelle sue caratteristiche biologiche e psicologiche e si pone come intento di trarre regole generali per l’interpretazione di ogni fenomeno criminoso.» Ma di cosa stiamo realmente parlando? Nient’altro che di una disciplina ibrida, frutto della combinazione dello studio della specie umana e lo studio dei criminali, che mira a individuare e definire i legami che intercorrono tra la natura di un reato e la personalità, se non addirittura l’aspetto fisico, dell’autore dello stesso. Una scienza, o meglio una pseudoscienza, piuttosto arbitraria e oscura, fondata sulla ancor più grottesca e vacillante frenologia, altra dottrina pseudoscientifica di matrice tedesca, secondo la quale intercorrerebbe un rapporto inscindibile tra le funzioni psichiche e la morfologia del cranio di una persona. Oggi, tali discorsi si rivelano, per loro natura, astrusi e pericolosi eppure, in un passato non troppo remoto, hanno influenzato quella pagina della nostra storia che va sotto il nome Unità d’Italia.

1860: il Sud Italia e il brigantaggio postunitario. Una storia di sangue e di sconfitta che esiste e non deve essere dimenticata. Nonostante il passare del tempo e degli uomini. Sebbene il tempo abbia smussato gli angoli, esiste ancora un luogo dove la connotazione del “Sud sporco e ignorante” viene tuttora alimentata; un museo intitolato a un certo Marco Ezechia Lombroso, passato alla storia sotto il nome di Cesare, padre del cosiddetto atavismo criminale. Un medico elevato a scienziato, le cui teorie si basavano sul concetto del criminale per nascita, secondo cui l’origine del comportamento criminale era insita nelle caratteristiche anatomiche del criminale, persona fisicamente differente dall’uomo normale in quanto dotata di anomalie e atavismi, che ne determinavano il comportamento socialmente deviante. Di conseguenza, secondo il parere dell’ispirato medico, l’inclinazione al crimine era una patologia ereditaria e l’unico approccio utile nei confronti del criminale era quello clinico-terapeutico.

In parole povere le convinzioni di Lombroso si basavano sulla tesi “dell’uomo delinquente nato o atavico”, individuo che recherebbe nella struttura fisica i caratteri degenerativi che lo differenziano dall’uomo normale e socialmente inserito. E in base a questo assunto, il medico veronese praticò, senza remora alcuna, i più crudeli interventi su uomini e donne ritenuti criminali per le misure di parti del cranio e del corpo, a partire dal settantenne Giuseppe Villella, il “brigante” di Motta S. Lucia. Trascendendo la scienza e gli assunti empirici, le pratiche di Lombroso si rivelarono essere nient’altro che soprusi perpetrati indiscriminatamente su soldati e contadini del Sud durante il periodo di “unificazione”, i cui resti, preventivamente oltraggiati e fotografati, sono esposti ancora oggi come trofei di studio scientifico.

È all’interno di questo discorso che si colloca l’attività del Comitato Tecnico-Scientifico “No Lombroso”, fondato nel 2010 dallo studioso meridionalista Domenico Iannantuoni, allo scopo di giungere alla rimozione del termine “scientifico” per le pratiche di Lombroso e la promozione di un disegno di legge per la messa al bando della memoria di uomini colpevoli, direttamente o indirettamente, di delitti connessi con crimini di guerra e razzismo. Una battaglia etica che sta ottenendo i suoi risultati, in ultimo la vittoria legale per la restituzione dei resti di Giuseppe Villella al suo paese natio il prossimo aprile. Abbiamo scambiato alcune battute con il Dott. Iannantuoni in occasione della presentazione del volume “Cento città contro il Museo Cesare Lombroso” che ha fatto tappa a Napoli lo scorso febbraio, allo scopo di comprendere quale sia oggi il valore di questa battaglia e se gli antichi dissapori verso il Meridione d’Italia siano mai stati realmente superati.

fonte testo e foto

pontelandolfonews.com

 

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