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Itri: una Vergine del Latte nella cappella gentilizia del castello medioevale – Alta Terra di Lavoro

Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Itri: una Vergine del Latte nella cappella gentilizia del castello medioevale

Posted by on Ott 17, 2017

Itri: una Vergine del Latte nella cappella gentilizia del castello medioevale

In molte chiese medioevali del Basso Lazio sono presenti immagini trecentesche della Madonna del Latte. Eteree, languide, rigide, ognuna di esse tratteggiate con pennellate diverse, rappresentano il rapporto tra genitrice e figlio. Le Marie che allattano il Bambino sono un retaggio spiccatamente contadino, in cui si respira la presenza di Cerere, antica dea italica,”Terra mater”, patrona della fecondità agraria e protettrice dei morti. Maria avrebbe preso il volto, in un’operazione di sincretismo, della Dea Terra.

Nel linguaggio biblico il latte incarna, insieme al miele, la rappresentazione della fecondità, della libertà e del benessere, tanto che Dio, rivolto a Mosè, dice: “ Va’ pure verso la terra ove scorre latte e miele”.

Nella cappella gentilizia del castello medioevale di Itri ve n’una, dai toni caldi e dall’espressione grave, pensosa.

L’immagine della Madonna con il Bambino iniziò a diffondersi dal 431 d. C., a seguito del concilio di Efeso, antica città della Lidia, sulla costa del Mare Egeo, con il quale si stabilì definitivamente che Maria fosse la madre di Dio e non solo di Gesù Cristo. Riconoscimento solenne a Maria della “communicatio idiomatum”, cioè l’unità di persona nel Cristo. Fu l’iconografia bizantina, rigida nella sua rspressività, a diffondere le prime “virgo lactans”.

La nostra cultura, invece, nei secoli, ha addolcito i volti e i gesti di madre e bambino facendo incrociare gli sguardi, le movenze, i sentimenti.

Ipotizziamo, con tutte le cautele necessarie, che l’autore dell’affresco sia stato Roberto d’Oderisio, il maggiore dei pittori attivi a Napoli, alla corte della regina Giovanna I d’Angiò e poi a quella di Carlo III di Durazzo, che dovette eseguire, per la chiesa di S. Michele Arcangelo, nella parte alta del paese, un’ “Ultima cena”, quella che verosimilmente vediamo nella navata di sinistra della collegiata. Purtroppo non ci sono notizie storiche che riguardano il dipinto. La  storiografia locale non lo riporta in nessuna pubblicazione, tra le tante che si sono succedute negli ultimi quarant’anni. Non rimane, quindi, che chiedersi in che tempo la tela sia stata realizzata, per la totale mancanza di notizie utili. Di sicuro sappiamo, da un documento del “Codex Diplomaticus Cajetanus”, del 1365, che i procuratori della chiesa di S. Michele Arcangelo, Nicola Girardo ed Andrea Paparolo, stipulano con il maestro  Roberto da Napoli, ovvero Roberto d’Oderisio, i patti per la pittura della tribuna e di un’icona. In un passo della pergamena, di proprietà della famiglia Tatta, l’artista campano dichiarò di aver ricevuto dagli stessi procuratori “molti, graditi e ben accetti servizi”. Se ne deduce che Roberto d’Oderisio abbia lavorato ad Itri diverse volte, per piccoli cicli, se si impegna  a non percepire alcun compenso ulteriore, se la sua pittura risultasse di valore superiore al prezzo pattuito (ventidue once di gigliati d’argento) per l’esecuzione dell’affresco della tribuna e dell’icona, giurando, assieme ai garanti, sui santi vangeli.

Ritornando alla “Madonna del Latte”, opiniamo che il proprietario del castello di Itri, facente parte della contea di Fondi, per decorare la sua cappella gentilizia, abbia commissionato, per dar lustro al proprio casato, questo affresco al d’Odorisio, che già aveva operato “in loco”, soprattutto  nella chiesa di S. Maria Maggiore, poco distante dalla fortezza, dove dipinse un “Cristo in deesis ed angeli”, nella volta, una “Madonna col bambino ed angeli”, subito al di sotto, e una serie di “Apostoli”, ancora più in basso,  che presentano caratteri odorisiani, del tutto corrispondenti con quanto prescritto nel contratto della collegiata di S. Michele Arcangelo. Si tratta di Onorato I Caetani, conte di Fondi, Itri e Traetto, l’odierna Minturno, rettore di Campagna e di Marittima, anche mecenate di artisti e benefattore di chiese e di conventi (legò 25 once per il convento di S. Francesco in Itri).

Di certo sappiamo che l’immagine di “Maria Galaktotrophousa”, ovvero

“Maria lactans”, che allatta il Bambinello, non compare in Italia prima del

XIII secolo. L’icona itrana ne è, dunque, uno dei primi esemplari.

 

Alfredo Saccoccio

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